Operazione Abeba

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La vera storia di Mafalda di Savoia

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Autore: Maria Enrica Magnani Bosio

Editore: Soletti

Prima edizione: 06/2009

Edizione corrente: 06/2009

EAN-ISBN: 9788895628028

Pagine: 240

Rilegatura: brossura fresata

Dimensioni: 13,5 x 21 cm

Prezzo di copertina: 15,00 Euro

Argomento: Storia e Saggistica


Descrizione
... Credo che l'amica Maria Enrica Magnani Bosio raggiunga con questo lavoro uno dei punti più alti del suo percorso letterario.

Con mano sicura riesce non solo a ricostruire un'epoca intera ma, soprattutto, a renderla viva, pulsante, dinamica.

Un mondo, quello, che vede protagonista la giovane Mafalda, ricco di passioni e speranze, di idee e progetti: un'alba radiosa che terminerà "troppo rapidamente" in una notte profonda e gelida.

Di questo mondo, di questa sofferta stagione della nostra storia, l'Autrice ci consegna un ritratto sorprendente per fedeltà e ricchezza di colori.

E ricco di umanità; come ricca di umanità fu la vita della fragile, esile, dolce Mafalda .

Dalla presentazione di Emanuele Filiberto di Savoia


Note biografiche
Maria Enrica Magnani Bosio. Nativa della piemontese Rivoli, da sempre appassionata di storia, dopo aver lavorato in aziende di famiglia, nel giornalismo e in radio private, si è dedicata totalmente alla ricerca e allo studio, privilegiando la Storia Patria e i Savoia.

Commediografa, conferenziera e biografa di Casa Savoia, è membro della Consulta dei Senatori del Regno d Italia; delegato Provinciale di Vercelli delle Guardie d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon e, infine, responsabile del Dipartimento Storico del "Circolo Reale Carlo Alberto" di Milano.

Ha pubblicato i seguenti volumi:

Il principe dei Narcisi. Biografia di Carlo Emanuele I, unico Duca sabaudo nato a Rivoli, Mario Astegiano Editore, 1998

Le Rose di Maggio. Biografia di Vittorio Amedeo II, Mario Astegiano Editore, 1999

L'ultima Sindone. Manoscritto inedito sul Sacro Lino con note e commenti, Mario Astegiano Editore, 2000

La Cuerda. Giovanna la Pazza, Mario Astegiano Editore, 2000

Croce Bianca in Campo Rosso. I Savoia, una Dinastia Millenaria, Edizioni Imago, 2002

Dentro il Grande Fratello. Francesco è stato nominato, Vecchi editore, 2004

Emanuele Filiberto, il Restauratore. Biografia, Edizioni Imago, 2005

Io sono Giovan Battista Viotti, per la Provincia di Vercelli, Edizioni Whitelight, 2006

Il Tempo Abitato. Viaggio tra Grange e Terre d'Acqua, Edizioni Whitelight 2007

I Luoghi di una Dinastia. Le Residenze Sabaude, Umberto Soletti Editore, 2008

Principessa Mafalda. Titanic italiano, con L. Garibaldi e G. Giorgerini, De Agostini, 2010


Estratto
OPERAZIONE ABEBA
Capitolo I - La Famiglia

Il 14 novembre 1902 Vittorio Emanuele III partì per l'isola di Montecristo, sul panfilo Jela, per una vacanza venatoria e distensiva dopo le visite di Stato all'estero, senza Elena, di nuovo in dolce attesa per il mese successivo.

Trascorse i tre giorni seguenti a caccia, poi, improvvisamente, senza apparente motivo, ordinò al capitano dello yacth, Giorgi di Pons, di salpare verso Livorno.

Alla stazione di Grosseto balzò sul treno reale, ansioso di raggiungere Roma dove arrivò del tutto inatteso.

Poche ore dopo, all'una e trenta del 19 novembre, diventò padre della sua secondogenita, evento previsto per Natale, o per un errore di calcolo del ginecologo reale o per un'anticipazione della natura.

Comunque fosse, Vittorio Emanuele si trovava dove il suo istinto lo aveva guidato: accanto alla moglie.

Pioveva quella notte, quando nacque Mafalda.

Pioveva come sempre accadde per sottolineare i momenti lieti o tristi della vita di Elena: "Piove, quando si muovono i Santi" recitava un vecchio proverbio montenegrino.

L'anno precedente, il primo giugno, era venuta alla luce Jolanda, così chiamata, si disse, in onore della protagonista della Partita a Scacchi di Giacosa, in realtà per desiderio di Vittorio Emanuele di onorare l'altra Jolanda, la figlia di Carlo VII di Francia, andata sposa sedicenne, agli inizi del '400, ad Amedeo IX, il Beato.

La gioia dei Sovrani, allora, non era stata turbata dal disappunto della Regina Margherita perché non era arrivato l'atteso erede al trono, anzi settecentocinquanta colombi, liberati dalla Torre del Campidoglio, volarono sulla penisola ad annunciare il lieto evento, dodici colpi di cannone furono sparati dal cannone di Castel Sant'Angelo e quattordici bambini, nati lo stesso giorno, ricevettero in dono un corredino e una somma di denaro.

In ogni modo la Regina Madre, in occasione del battesimo, pur delusa, aveva sospeso, per festeggiare la nipote, il lutto per il marito indossando un abito bianco.

Nessun cenno dal Vaticano, nessun messaggio augurale da Leone XIII che tacque, tuttavia nella chiesa del Sudario fu esposto il Santissimo Sacramento e cantato un Te Deum di ringraziamento.

L'arrivo di Jolanda, chiamata poi Anda in famiglia, aveva fugato le ansie, nonostante la delusione per il sesso che non garantiva la continuità dinastica: quella nascita, infatti, metteva fine ai tanti pettegolezzi sulla sterilità dei Sovrani - quasi certamente sposi maltusiani - e segnato un momento di grande impatto emotivo, poiché la neonata era la prima Savoia nata nell'Urbe.

Per festeggiare l'evento, il negus d'Etiopia, Menelik, aveva inviato quattro zanne d'elefante, come piedi della culla per la piccola principessa, in segno di pacificazione dopo Adua, mentre lo zar, Nicola II, con uno strafalcione rimasto celebre, si era congratulato per la nascita del principe ereditario e Tommaso Villa, presidente del Senato, altrettanto a sproposito, nel discorso di congratulazioni, l'aveva definita... un benefico precursore...

La bellissima bambina, appena giunta, pur non assicurando la successione, portò ugualmente una grande felicità nella Famiglia; la chiamarono Mafalda, tratto da un'alterazione portoghese di Matilde o meglio di Mahalt in francese antico - il suono h, inesistente in portoghese, venne sostituito con il suono f - a sua volta derivato dal germanico Mechtild o Matchild, composto dalle parole forza e combattimento e quindi dal significato di forte in combattimento.

Il nome, insolito e particolare, fu imposto dallo stesso Sovrano in ricordo di Matilde, figlia di Amedeo III, primo conte di Savoia e sorella di Umberto III, il Beato, che nel 1146 aveva sposato Alfonso di Borgogna, primo Re del Portogallo da cui ebbe una figlia, l'unica Mafalda della storia sabauda, promessa sposa di Alfonso II d'Aragona, che preferì il monastero alle nozze, morendo in odore di santità.

"Ho creduto bene di scegliere il nome della mia antenata portoghese perché madrina della neonata sarà mia zia, la Regina Maria Pia di Portogallo" spiegò il Re, il 3 dicembre nella sala del Trono al Quirinale, rispondendo agli auguri delle delegazioni di ottantaquattro senatori e settantadue deputati, guidate da Saracco e Biancheri e, per nulla preoccupato per il sesso della neonata, aggiunse: "Bisogna accettare ciò che Dio ci manda".

Si scatenò una ridda di dubbi: i giornalisti, nell'annunciare l'evento, lo accompagnarono con un punto interrogativo, Mafalda?

Gli altri nomi, scelti da Elena, furono Maria come la sorella perduta, Elisabetta come la duchessa di Genova, seconda madrina, Anna come un'altra sorella e Romana in onore di Roma.

Un antico paesino del Molise, Ripalta sul Trigno, immerso tra oliveti e boschi di querce secolari, vallate piene di verde, colli e fontane e caratterizzato da una rocca edificata tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, ma preceduta almeno da altre due fasi, databili tra l'XI ed il XIII secolo, in onore della Principessa decise di chiamarsi Mafalda, con R. D. 7 ottobre 1903.

Per lo stesso motivo, una nota casa di pasta alimentare inventò le Mafaldine, ancora oggi in commercio.

La piccola pesava alla nascita 3500 g, aveva la carnagione chiara e somigliava al padre e forse per questo, con l'andare del tempo, divenne ... l'unica che sapeva farlo ridere ...

Il Re volle che diventasse cristiana senza indugio: a soli quattro giorni, nel salone rosso del Quirinale, domenica 23 novembre, fu consacrata da Monsignor Lanza, alla presenza del presidente del Senato Giuseppe Saracco e del Notaio della Corona Giovanni Giolitti.

Nella barocca Cappella Paolina, gemella della Sistina, edificata da Carlo Maderno nell'ambito del progetto di papa Paolo V Borghese, teso a fare del Quirinale una funzionale sede alternativa ai Palazzi Vaticani, e riaperta per l'occasione, lunedì 15 dicembre, Mafalda ricevette il battesimo ufficiale, al cospetto, per la prima volta dopo la Presa di Porta Pia, di un membro della Santa Sede - autorizzato dal cardinale vicario di Roma Pietro Respighi - Don Ferrarini, l'umile parroco della chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio a Fontana di Trevi, al quale Umberto I era solito elargire cospicue elemosine... per le miserie segrete...

Assistevano, vestite di bianco, la Regina Madre Margherita, la Regina Elena e le dame di corte che portavano sull'abito il monogramma del servizio della loro Sovrana, una sfavillante E di brillanti, adagiata su una coccarda azzurra.

Qualche tempo dopo sulla rivista "Regina" apparve una foto della principessina accompagnata dalle seguenti parole: "L'Italia partecipa della lietezza materna della Regina e del gaudio paterno del Re.

È la festa di un popolo ed è una vibrazione che ha un'eco in ogni cuore di madre.

E la raccolta e la dispersa gente italiana s'affisa ancora una volta nella Monarchia, eleva gli sguardi verso gli occhi bellissimi della Regina".

Il tempo scorreva veloce.

Il 20 luglio 1903 morì Leone XIII.

Al suo posto, su pressioni di Vittorio Emanuele III, venne eletto Pio X, Giuseppe Melchiorre Sarto, Patriarca di Venezia, venuto a Roma con nessuna velleità di elezione.

Era un uomo gioviale, bonario, con una forte componente ironica: a un porporato francese che gli pronosticava che non avrebbe potuto essere eletto perché non conosceva il francese aveva risposto: "Grazie a Dio, e poi ho comprato il biglietto di andata e ritorno!"; diventato Papa rispose a un prelato che gli raccomandava di attribuire il cappello cardinalizio a un collega: "Non sono un cappellaio, sono semplicemente un Sarto".

Pragmatico e concreto, di fronte alle interdizioni richieste dalle autorità religiose parigine, per il tango, ballo sensuale importato dall'Argentina, che cominciava a sottrarre spazio in Europa al valzer e alla polka, dette disposizioni affinché una coppia di ballerini gli fornisse un'idea precisa della nuova danza, per valutarne direttamente, di persona, gli aspetti scandalosi.

Avvenuta l'esibizione riservata, il sommo Pontefice disse: "A me sembra che sia più bello il ballo alla friulana, ma non vedo che gran peccato vi sia in questo nuovo ballo", disponendo la revoca della sanzione ecclesiastica prevista per chi lo avesse praticato.

L'anno seguente, il 15 settembre del 1904 a Racconigi, in un'altra notte di pioggia, alle 23 esatte, nacque Umberto, Nicola, Tommaso, Giovanni, Maria, nell'appartamento privato dei Sovrani, nell'ala piccola a sinistra, con ambienti art-deco, in una camera da letto laccata di bianco con l'immagine della Santa Sindone appesa alla parete.

La felicità dei sovrani fu talmente grande che si decise di diffondere la notizia della nascita con un ritardo di qualche ora per concedere ai genitori il tempo di godere in pace e da soli... la creatura benedetta venuta ad allietare la casa di una donna e di uomo che si amano.

Per festeggiare la felice circostanza Vittorio Emanuele elargì alla Cassa Mutua dei vecchi operai un milione di lire e spedì alla Madre un conciso telegramma: "Mamma, ho avuto un figlio".

Aveva in cuor suo sperato, come Carlo Alberto, quando si preoccupava per la successione: "Dieu veuille nous donner un garçon!" ed era stato esaudito.

La Tribuna scrisse: "L'annunzio del Principe nato, diffonde un senso di sicurezza nel popolo d'Italia".

La Regina Margherita arrivò in automobile, a causa dello sciopero dei treni, e quando seppe il nome del neonato... ebbe un sussulto e gli occhi le si riempirono di lacrime...

Da Torino giunsero la principessa Letizia Bonaparte e la Duchessa Elena d'Aosta.

La facciata del municipio di Racconigi fu illuminata da tremila lampadine e le campane di tutte le chiese suonarono a distesa, ma Milano, che aveva proclamato una manifestazione generale di protesta in opposizione all'intervento dell'esercito al Sud per le agitazioni contadine, non espose la bandiera.

Raggiunsero il piccolo centro piemontese, con un treno speciale, anche Giolitti e il Sindaco di Roma, mentre nella Città Eterna, la Patarina , dava dall'alto del Campidoglio il solenne annuncio al popolo.

Il 16 settembre il neonato fu consacrato nella Cappella del Castello, ma il battesimo ufficiale fu impartito, con grande sfarzo, il 4 dicembre nella Cappella Paolina del Quirinale, da Monsignor Beccaria, rappresentante del Vaticano, con la dispensa speciale di Pio X, e dal solito Don Ferrarini.

Il Principe di Piemonte ebbe come eminenti padrini, Guglielmo II e il Re Edoardo VII d'Inghilterra, rappresentati dal principe Alberto di Prussia e dal duca Arturo di Connaught.

Erano presenti inoltre Nicola del Montenegro con le tre figlie, il principe Vittorio Napoleone e tutti i principi di Casa Savoia.

Altri anni sgombri di nuvole per la Famiglia, che il 13 novembre del 1907 fu allietata dalla nascita a Roma, al Quirinale, di Giovanna, Elisabetta, Antonia, Romana, Maria, due giorni dopo il trentottesimo compleanno di Vittorio Emanuele.

L'atto di nascita fu steso il 16 dello stesso mese da Tancredi Canonica, Presidente del Senato, in veste di ufficiale di Stato Civile, al quale la contessa Bruschi Falgari, dama di corte, presentò la neonata e il battesimo fu imposto l'11 marzo 1908, madrina la bisnonna, principessa Elisabetta di Sassonia, duchessa di Genova e madre della Regina Margherita.

Il nome ricordava l'altra principessa di Savoia, Giovanna, figlia di Amedeo V, nata forse nel 1307 a Bourg en Bresse e sposa di Andronico III Paleologo, imperatore d'Oriente.

I giorni si rincorrevano, segnati da avvenimenti pubblici ma soprattutto dalla quotidianità della vita famigliare.

I Sovrani, schivi e discreti, preferivano una vita quasi borghese in cui Vittorio Emanuele si comportava da funzionario dello Stato e Elena da mamma e da casalinga.

La Regina, infatti, aveva ridotto al minimo gli impegni pubblici per occuparsi personalmente dei figli, provvedendo da sola alla loro educazione e alla loro formazione, col solo aiuto delle nurses alle quali si sostituiva spesso e volentieri, soprattutto nelle ore dei pasti e delle pulizie personali.

"Io sono sempre stata mamma - confiderà alla giornalista Sofia Bisi Albini, che fu la sua prima biografa, in una delle rare interviste concesse - da piccina fui la mamma delle mie bambole, le ho amate, educate, allevate come se fossero piccole creature vive...

Poi, giovinetta, fui la mamma del mio fratellino Pietro.

Quando egli nacque mia madre si ammalò gravemente della malattia che ancora trascina e la fa soffrire.

Io lo allevai col biberon ed egli dormì in camera mia fino al giorno che mi sposai...

Conosco l'animo dei bambini perchè li amo.

Basta amarli veramente.

Io ho sempre pensato che chi non capisce i bambini non li capisce perché non li sa amare..."

Salutista convinta e igienista intelligente, Elena cresceva i suoi figli come creature normali, facendoli vivere il più possibile all'aria aperta: "Noi dobbiamo allevare i bambini proprio come fiori, sotto il sole, liberi di scorrazzare quanto e come vogliono, di osservare, di discorrere di ridere.

Soprattutto non ci dobbiamo stancare delle loro chiacchiere, ma interessarci ad esse, perché ci rivelano tutto il lavorio del loro spirito, ed è solo così che possiamo conoscerli.

Tutto ciò che si vuole si ottiene dai fanciulli.

Io non credo che vi siano bimbi cattivi.

Tutti, anche quelli che hanno nel sangue germi corrotti, si possono rendere buoni.

Basta amarli più degli altri.

Basta allevarli nella gioia".

Raccontava, con emozione, di come si rotolavano nella sabbia sulla spiaggia di San Rossore, dove era loro permesso di correre a piedi nudi, di come girovagavano liberi a Castelporziano, a Sant'Anna di Valdieri o a Racconigi, in groppa a Bersagliere, Black, Prince e Dragontina, i loro pony, di come riuscivano a godere della bellezza della natura.

"Essi se ne stanno curvi, con le manine sulle ginocchia, a osservare un cespo di fiori, così come guardano in un nido gli uccellini che aprono i beccucci.

Per essi i fiori, non solo si muovono, respirano, mangiano, ma palpitano, soffrono, ridono.

Un giorno che un cuginetto si mise a frustare erbe e fiori, il piccolo Umberto urlò di spasimo, pensando allo spasimo loro.

Se si lascia mancare qualche cosa a un bambino, o lo si maltratta, egli si deforma nell'anima, così come la fame lo deforma nelle ossa; è per questo che fra i poveri, noi troviamo tanti delinquenti..."

I giornali dell'epoca parlavano dei Sovrani in punta di penna, con una sorta di riverente affezione, con simpatia e partecipazione.

Data la notizia che lasciata Racconigi si erano recati in Val di Gesso, riportavano: "... La vita che essi vi conducono è delle più intime e raccolte; il Re è costretto ad allontanarsi assai spesso per dovere o pel piacere della caccia allo stambecco ..., mentre la Regina Elena non si muove mai.

Suo passatempo prediletto in quella montanina villeggiatura è la pesca delle trote, colla canna.

La gentil Signora vi attende lì, presso le palazzine medesime, collocandosi sopra un'enorme roccia rotolata dall'alto dei monti, sulla sponda del torrente: ed intanto i principini si baloccano, si rincorrono nell'attigua prateria, un sito che ogni mamma giudicherebbe ideale per la ricreazione dei bambini...

Ma altre occupazioni trattengono, non di rado, l'augusta Signora: le occupazioni che la pietà suggerisce al suo cuore sensibilissimo.

Infatti la sua presenza quassù è una benedizione per tutti i poveri dei dintorni".

La semplicità regale e la serenità, con cui Elena allevava i suoi figli, la fecero entrare di diritto nel cuore di tutti gli italiani: l'alone di simpatia che circondava la Famiglia si diffuse in tutta la penisola, si manifestò nelle copertine dei quotidiani, nelle fotografie dei piccoli Savoia che entrarono in ogni casa, nei primi cartelloni pubblicitari che ritrassero, sedute a tavola con un gran tovagliolo al collo, Jolanda e Mafalda che invitavano tutti i bambini buoni a mangiare la... pastina glutinata Buitoni, gustata a mensa anco da Umberto... raccomandata con certificati di primo ordine dai migliori medici del tempo tra cui il professor Quirico, - direttore del servizio sanitario della Real Casa e medico personale della Regina Elena - e nell'annuncio, pubblicato su tutti i giornali, che informava che... l'alimento Mellin è stato consigliato e largamente adoperato dalla famiglia di S.M. il Re d'Italia...

Vittorio Emanuele non interferì mai, se non quando volle, nel 1913, che Umberto fosse affidato all'ammiraglio Attilio Bonaldi, nato a San Francisco in California, capitano di fregata e aiutante di campo generale... uomo di dottrina e di mondo, marinaio valente, un vero maestro... che ebbe la carica di Governatore del Principe Ereditario, come imponeva la miglior tradizione di Casa Savoia.

L'educazione delle ragazze continuò dunque ad essere affidata a mamma Elena che scelse i precettori per le materie umanistiche, la matematica e la pedagogia, ma alle quali insegnò personalmente a cucinare, a cucire, a ricamare, oltre che a riassettare le loro camere e a tenere in ordine i loro indumenti: le principesse assimilarono così i basilari principi di quella che un tempo si chiamava economia domestica, crescendo in modo semplice e comune, allevate senza l'incubo del protocollo e dell'etichetta di Corte, in una famiglia che anteponeva l'amore e la spontaneità dei caratteri e delle personalità ad ogni tipo di imposizione formale.

Tuttavia non era una formazione troppo permissiva e lassista in cui tutto era concesso, quanto piuttosto un indirizzo molto amorevole che non escludeva castighi e severità all'occorrenza e che rifletteva i modelli educativi in cui era cresciuta Elena a Cettigne.

... Già a sei anni Jolanda possedeva una piccola ma perfetta macchina per cucire, fatta in modo da non mettere in pericolo le sue piccole dita e fin da allora ha incominciato a fare ogni giorno gli orli a dodici pannolini per bambini poveri...

In seguito, tutte le principesse impararono a usare la macchina per fare la maglia e quella per fare il burro e non era raro vedere le Ragazze Savoia in cucina, intente a preparare il pranzo o la merenda con le loro mani.

A tutto questo occorre aggiungere il profondo senso della coscienza del proprio ruolo, mai disgiunto tuttavia dalle più elevate pulsioni della sfera affettiva, che la Regina infuse nei figli e che li accompagnò, come un viatico, in tutte le circostanze tristi e liete della loro vita.

Coinvolgendoli in tutte le manifestazioni private e in molte di quelle pubbliche, insegnò loro il valore della famiglia e il senso dell'appartenenza ma soprattutto la dignità e la prudenza di chi, per nascita, era chiamato a compiti non sempre facili o vicini alla propria natura.

Furono Jolanda e Mafalda ad accompagnare i genitori a Fontanafredda, nella tenuta di Mirafiori, per incontrare la contessa Bianca de Larderel, vedova di Emanuele Filiberto Guerrieri, figlio di Vittorio Emanuele II e di Rosa Vercellana, incontro che segnò la riconciliazione tra i due rami della Dinastia, dopo anni di distacco e di freddezza e sempre con tutti i loro figli, vestiti alla marinaretta, Elena e Vittorio Emanuele scortarono i Sovrani di Svezia, Gustavo V e Vittoria, in una gita riservata a Tor Paterno.

Con loro diedero il benvenuto al duca Arthur di Connaught e al principe ereditario tedesco Guglielmo, partecipando a una corsa di cavalli a Tor di Quinto e, il 22 ottobre 1909, a Racconigi, con Giolitti e il sindaco di Roma, Nathan, sulla scalinata principale del Castello, accolsero lo Zar di Russia, Nicola II.

Insieme in automobile lo accompagnarono anche alla Basilica di Superga, mausoleo dei Savoia.

La visita dello Zar culminò con la firma di un accordo segreto, sottoscritto il 24 ottobre, tredicesimo anniversario delle nozze di Elena e Vittorio Emanuele, che mirava a bloccare l'espansione austriaca nei Balcani, nel quale, tra le altre cose, venivano riconosciuti i diritti italiani su Tripoli.

Per onorare l'ospite era stato rimesso in funzione il carillon della fontana monumentale, muto dai tempi di Carlo Alberto.

Nicola, prima di ripartire, elargì ai poveri la somma di diecimila franchi e donò al Principe Umberto un magnifico villaggio russo animato in miniatura, grande come una stanza del palazzo.

Non erano solo occasioni mondane a riunirli: alla fine della breve avventura della guerra contro la Turchia, che terminò il 18 ottobre dell'anno seguente con la firma del trattato di Ouchy, Elena accolse i feriti e i reduci nella reggia di Caserta e più volte, accompagnata dai figli, visitò l'ospedale, carica di regali e di sorrisi, incoraggiando con fermezza i bambini a vincere il malessere provocato loro dalla vista del sangue e delle ferite e insegnando loro la virtù teologale della carità.

Il 26 dicembre 1914 nacque a Roma Maria, Francesca, Anna, Romana.

Vittorio Emanuele concesse al primo ministro Antonio Salandra il Collare dell'Annunziata e il seggio di Senatore a Guglielmo Marconi e Luigi Albertini, ma la nascita fu festeggiata un po' in sordina, a causa della situazione internazione alquanto agitata.

La tenerezza che univa la Famiglia cresceva, la serenità infinita intraducibile degli affetti, sempre più tangibilmente segnava lo scorrere delle loro vite: le ragazze spesso lasciavano bigliettini affettuosi sul letto della madre oppure la raggiungevano in camera da letto, mentre lei si preparava per un ricevimento...

Mafalda era la più lieta.

Sembrava dovesse avere una vita più felice di tutte... rideva sempre ed era molto estroversa...

Elena la fotografava spesso, così come ritraeva gli altri suoi figli, e nel suo piccolo studio sviluppava da sola le lastre.

Muty era una bambina dagli occhi grandi e neri, il viso ingenuo, i capelli ordinati e morbidi, il sorriso dolcissimo: creatura spontanea, fantasiosa, che sapeva ricavare note sorprendenti e immaginose da ogni situazione, aveva un'anima sensibile, un cuore puro, innocente, generoso che a San Rossore avrebbe voluto restituire al mare i pesci che venivano pescati dai suoi, pregando che si spezzassero le reti.

Quando questo non avvenne corse nella stanza dei bambini a piangere, da sola.

La trovarono con gli occhi rossi.

Oppure quando, a una battuta di caccia cui partecipavano anche il padre e la sorella Jolanda, sventolò un fazzoletto per far fuggire i camosci.

Non fu rimproverata, ma da quel momento tutti presero a considerarla con un'attenzione particolare.

Umberto cominciò a chiamarla "la Biondina" e a vezzeggiarla con una tenerezza straordinaria: uniti da una profonda affinità di carattere, entrambi avevano ereditato la stessa sensibile natura di Elena, cui erano profondamente legati
.
Un complesso di emozioni intime e assolute ispiravano, in Mafalda, la poesia e la musica e quando qualcosa la faceva soffrire suonava a lungo l'arpa o il violino che furono il suo conforto negli anni della guerra.
La prima guerra mondiale.

Il 6 settembre 1914, alla morte di Pio X, era stato incoronato Giacomo Della Chiesa che aveva preso il nome di em>Benedetto XV.

Il suo programma, che era quello di restituire alla Roma vaticana l'attendibilità sul piano politico e diplomatico, gli fece assumere la parte di un profeta sprovveduto fra le grandi potenze che credevano nell'utilità del conflitto.

Rimase inascoltato fin dal suo primo messaggio, quando parlò di flagello dell'ira di Dio e quando definì la guerra orrenda carneficina che disonora l'Europa civile e, più avanti, quando la circoscrisse come fosca tragedia dell'odio umano e dell'umana demenza.

Il suo pensiero, Pacem in Terris, cinquant'anni prima di Giovanni XXIII, non fu inteso, come non sarà compreso, anni dopo, Papa Roncalli.

Entrambi, in tempi diversi, mostrarono di preoccuparsi più degli uomini che della Chiesa come centro di potere, più delle anime che del Palazzo.

A dispetto degli sforzi compiuti dal Pontefice in nome della pace, il 20 maggio 1915 la Camera, con 407 voti a favore e 74 a sfavore, approvò il disegno di legge che conferiva a Vittorio Emanuele III i pieni poteri.

"Il terribile incendio - commentò Benedetto XV - si è esteso alla nostra diletta Patria".

Il 23, l'ambasciatore duca Averna notificò a Vienna la dichiarazione di guerra e a mezzanotte del 25, un martedì, il Re lasciò la capitale per il fronte dopo aver rivolto ai soldati un proclama incitandoli... a piantare il tricolore d'Italia sui termini sacri che natura pose ai confini della Patria... forse ricordando le parole del Kaiser Guglielmo: "Con un popolo come questo si va dove si vuole".

Partirono con lui il Duca d'Aosta, il Duca degli Abruzzi, il Duca delle Puglie e il Conte di Salemi, partirono gli ufficiali, i graduati, i fanti, i soldati.

A casa, ad attendere, rimasero le donne che sostituirono gli uomini ovunque era possibile.

Capo di Stato Maggiore dell'esercito era il generale Luigi Cadorna, Capo della flotta Paolo Thaon di Revel.

Dal 15 maggio al giugno del 1916 le truppe austriache si avventarono contro le nostre linee, sempre fermate.

Fu occupata Gorizia e poi all'alba del 24 ottobre 1917, le forze nemiche sferrarono un attacco che ebbe effetti devastanti sulle nostre posizioni.

Le truppe italiane, stanche e non sostituite da troppo tempo, prive di riserve e di adeguata copertura, investite da un attacco violentissimo dell'artiglieria nemica, cedettero agli austro-ungarici a Caporetto.

Una compagnia bavarese composta da 70 uomini, al comando di un giovane ufficiale, Erwin Rommel, riuscì, con una manovra di accerchiamento, a sorprendere e a far prigionieri millecinquecento italiani.

All'indomani della disfatta, costata più di duemila morti e di duecentomila feriti, il generale Cadorna parlò di tradimento di alcuni reparti del IV corpo d'armata e della II armata, ma in seguito fu appurato che il contingente ritenuto responsabile era stato invece sterminato da un attacco con gas letali.

Nello stesso giorno cadde il governo Boselli.

Il 16 novembre, il Re scese a Roma per insediare il ministero Orlando, visitò la famiglia e, passando per Padova, risalì a Peschiera dove gli alleati avevano indetto un convegno per discutere la situazione.

Vestiva l'uniforme grigioverde e decise di sostituire Cadorna con Diaz poi parlò ai vari rappresentanti degli stati alleati da solo.

Parlò due ore, in inglese, mostrando una risolutezza tale che il risultato fu l'eroica difesa sul Piave.

... Era una mattina di pioggia sottile e gelida, e la nebbia evaporava dal fiume Mincio coprendo le strade.

Ormai da giorni il cielo era coperto da nuvole, che scendevano come lacrime su Peschiera del Garda, in un tempo di guerra e distruzione, dopo la disfatta di Caporetto.

Davanti al Palazzo del Comandante inizia (...) pian piano a formarsi una folla di gente, che attende intrepida l'arrivo del Re Vittorio Emanuele III e delle forze alleate di Francia e Inghilterra.

La situazione politica è molto tesa e delicata, basta un passo falso per perdere la partita.

Il Re Soldato lo sa, ma nonostante tutto scende dalla sua auto, a testa alta, e con passo sicuro entra nel Palazzo del Comandante, oggi conosciuto come Palazzina Storica, seguito dagli altri partecipanti al Convegno.

A fianco a lui ci sono i rappresentanti politici dell'Italia Giorgio Sidney Sonnino ministro degli esteri e Vittorio E. Orlando Presidente del consiglio e primo ministro.

Per la Gran Bretagna partecipa David Lloyd Gorge e il suo braccio destro Smuts accompagnati dai loro generali Gen. William Robertson e il Gen. Woodrow Wilson.

Per la Francia il primo ministro Paul Pailevé e Franklin Bouillon accompagnati dai loro generali Gen. Ferdinand Foch e dal Gen. Camille Barrére.

Vittorio Emanuele III voleva fortemente questo incontro, dopo il convegno fallimentare di Rapallo dove Armando Diaz non era riuscito a convincere gli alleati.

Il re soldato dirige l'incontro in modo deciso e sicuro, pronunciando il famoso proclama che incitò la resistenza sul Piave, e che avrebbe portato alla vittoria della Guerra:

"Italiani, Cittadini e Soldati!

Siate un esercito solo.

Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni recriminazione è tradimento.

Questo mio grido di fede incrollabile nei destini d'Italia suoni così nelle trincee come in ogni remoto lembo della Patria, e sia il grido del Popolo, che combatte, del Popolo che lavora.

Al nemico che, ancor più che sulla vittoria militare, conta sul dissolvimento dei nostri spiriti e della nostra compagine, si risponda con una sola coscienza, con una voce sola: Tutti siam pronti a dar tutto, per la Vittoria, per l'onore d'Italia".

La forza con cui il Re condusse il Convegno colse gli astanti impreparati, quasi smarriti, tanto che di quel fatale intervento nessuno riuscì a stilare un verbale...

Mafalda seguiva la madre con Jolanda e Giovanna: il Quirinale, diventato Ospedale n. 1, era pieno di feriti, di sofferenza, di lacrime.

Per quaranta mesi, poi tutto finì.

L'Italia aveva vinto a Vittorio Veneto.

Il 2 novembre 1918 le truppe italiane occuparono Trento e Trieste e la sera del 3, a Villa Giusti, presso Padova, fu firmato l'armistizio e venne diramato il bollettino della Vittoria, a firma del generale Diaz:

"I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza".

Il generale tedesco Ludendorff dichiarò che a Vittorio Veneto l'Austria non aveva perduto una battaglia, ma l'intero conflitto e se stessa, trascinando anche la Germania nella propria rovina e il Capo di Stato Maggiore austriaco, von Arz, che l'Italia poteva vantarsi di aver vinto la grande guerra.

Ermete Gioviano Gaeta, con lo pseudonimo di E.A. Mario scrisse la Leggenda del Piave, una delle più celebri canzoni patriottiche italiane, che da quel momento divenne il simbolo della vittoria, anche se in realtà non fu mai cantata durante il conflitto.

Il Re, che volle conoscerlo personalmente, lo nominò Commendatore della Corona.

I cannoni tacquero, ma il 17 luglio, in una cantina di Ekaterinenburg, i comunisti trucidarono lo Zar Nicola e la Zarina Alessandra, con lo Zarevich Alessio e le Principesse Olga, Tatiana, Maria e Anastasia.

Un tempo era concluso, un mondo, quello della giovinezza di Elena, era scomparso per sempre.

Mafalda soffrì e pianse con la madre, si strinse a lei, le carezzò la fronte quasi a voler allontanare tutto quel dolore.

La guerra era terminata. Mafalda, non più bambina, tornò poco a poco serena.

L'incubo era cessato, rimanevano i ricordi, tristi e amari, fantasmi fluttuanti nella mente, ma per fortuna, solo ricordi.

Il ministro della guerra Gasparotto dispose la costituzione di una commissione per la designazione di un soldato sconosciuto che assurgesse a simbolo di tutti i caduti e i dispersi, un eroe sublime e puro che racchiudesse in se tutte le migliori virtù del soldato italiano.

A questo triste compito fu designata Maria Bergamas, il cui figlio Antonio aveva disertato dall'esercito austriaco per arruolarsi volontario in quello italiano, cadendo in combattimento senza che il suo corpo fosse mai identificato.

La cassa con il Milite Ignoto fu spedita con un treno speciale, in un vagone appositamente disegnato, sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma, a velocità ridottissima, in modo che in ciascuna stazione la popolazione avesse modo di onorare il passaggio del convoglio.

La salma fu tumulata al Vittoriano a piazza Venezia, nella Capitale, sotto la statua della Dea Roma, il 4 novembre, alla presenza del Re e della Famiglia, di tutte le rappresentanze dei combattenti, delle vedove, delle madri dei caduti e delle bandiere di tutti i reggimenti.

L'epigrafe porta la scritta Ignoto Militi e le date di inizio e fine del conflitto, MCMXV e MCMXVIII.

Il Milite Ignoto fu decorato con la Medaglia d'oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

"Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria".

Muty, com'era chiamata in famiglia Mafalda, forse per quella sua tranquilla e silenziosa natura, per quella compostezza discreta, per quel suo incedere un po' trasognato, possedeva il dono della pietà e della bontà e una particolare sensibilità che nascondeva, sotto un'apparente timidezza, un'intensa spiritualità.

Nata sotto il segno dello Scorpione, nella stagione in cui la natura si ammanta di veli e le foglie abbandonano gli alberi pronti al sonno, intuiva ogni situazione, scopriva la naturale essenza delle persone con l'imponderabile fluido della semplicità; era forte di carattere, teneramente caparbia, rigorosa e gentile e con una salute un po' cagionevole.

L'inappetenza costituzionale, fin dalla nascita, fu fonte di molte preoccupazioni, procurandole avitaminosi e anemia; da adulta mangiava pochissimo, talvolta si concedeva qualche sorso di vino, mai liquori e mai sigarette.

A ventitré anni, con un'altezza di 1,56 cm, pesava 43 Kg. e la sua gracilità e magrezza, al limite dell'anoressia, le davano un aspetto diafano e fragile...

Ma pur così magra, pallida e di scarso appetito, Mafalda disponeva tuttavia di un'eccezionale energia nervosa.

Aveva, ripeto, una grande carica vitale.

In casa e fuori era continuamente in movimento.

Il tennis (giocava piuttosto male ma con grande accanimento), i pic-nic, le escursioni in montagna, il ballo, la trovavano entusiasticamente in prima fila nonostante la gracile costituzione e altri suoi limiti fisici...

La Principessa, infatti, era atrofica ai muscoli inferiori delle gambe, come il padre, e aveva i cosiddetti piedi piatti, motivo per il quale indossava solo scarpe con un particolare plantare, che erano confezionate espressamente per lei in una calzoleria artigianale di Via Veneto, a Roma.

La spontaneità che albergava in Casa Savoia era esemplare.

Ambrogio Clerici, aiutante di campo di Vittorio Emanuele ne fu particolarmente colpito: "C'è tanta affabilità e tanta signorile ospitalità... e l'etichetta è così bandita che uno si trova subito a suo agio...

È una vera, bella famiglia.

La Principessa Jolanda è una figura slanciata, molto elegante, somiglia molto alla madre: è un'amazzone intrepida e abilissima, molto appassionata per i cavalli...

La Principessa Mafalda è d'indole più tranquilla e più mite, una figura bionda... monta anch'essa a cavallo ma senza passione... una birichina interessante è la Principessa Giovanna, bella ragazzina piena d'intelligenza, di brio, di gioconda spensieratezza.

Il Principe Ereditario è un bellissimo figliolo... è molto assennato per la sua età... rassomiglia molto alla Regina e diventerà un bellissimo uomo dallo sguardo penetrante e dal cuore ottimo..."

La contessa Sofia Jaccarino, figlia di Hélène Rochefort de la Rochelle, aristocratica russa di antica nobiltà francese e compagna di studi della Regina Elena a Pietroburgo, raccontò, in un suo Diario, momenti privati della Famiglia, fornendo una testimonianza diretta che ha il colore e il sapore di realtà lontane e che rivela aspetti singolari e inaspettati delle persone cui si riferisce:

"La principessa Mafalda ci ha invitato a fare un giro con la sua automobile, una Fiat decapitabile.

Guidava con molta maestria: abbiamo fatto delle corse spericolate per la villa, attraversando campi, salendo e scendendo le colline a gran velocità...

Anche quella domenica fu trascorsa come in genere tutte le domeniche.

E poiché si era d'estate, alle 8 ci riunimmo tutti vicino a un chiosco per pranzare all'aperto con i "pacchi" contenenti cibi freddi.

Ognuno aveva il suo e i piatti erano di cartone.

Alla fine li facevamo volare a mo' di dischi.

In seguito siamo andati alla Villa dove, nel gran salone al primo piano, si è ballato; vestiti come eravamo, molto semplicemente.

Alle 11 abbiamo lasciato la Villa e ci hanno accompagnato a casa in automobile.

Ognuno aveva con sé una porzione del dolce preparato dalla Regina...

A Villa Savoia, durante la settimana, le principesse erano sempre occupate nei loro studi.

La Principessa Giovanna seguiva privatamente i corsi di ginnasio e in più prendeva lezioni di pianoforte dal Maestro Amfiteatrof e di violino dal professor Emanuele del conservatorio di Santa Cecilia.

Tutte parlavano benissimo l'inglese e il francese fin dall'infanzia.

La disciplina negli studi era molto rigorosa e gli orari molto rispettati.

Mi ha sempre colpito la grande obbedienza delle principesse e del principe ai loro insegnanti, governanti e istitutrici: bastava una parola, un cenno, un'occhiata soltanto.

E senza discussioni.

Non parliamo poi della loro deferenza verso i genitori, per i quali tutti i figli nutrivano un sentimento di tenera venerazione.

Non facevano nulla senza il loro consenso.

D'altra parte l'amore della Regina per i figli era tale che non negava mai loro mai niente.

Ella ne seguiva costantemente l'educazione e li vigilava in ogni tempo perché era una madre tenerissima...

Dato che la settimana era sempre occupata negli studi la domenica era completamente dedicata agli svaghi e perciò molto attesa.

Se il tempo non lo consentiva ci si riuniva nel salone del primo piano...

Talvolta la Regina si faceva vedere un momento per assistere alle nostre scorribande.

Molto più di rado vedevamo anche S.M. il Re se si trovava lì a passare nel giro delle sue continue occupazioni.

Quasi sempre era in compagnia del suo aiutante di campo di servizio.

Se ci vedeva un po' intimiditi dalla sua presenza, pur così piena di modestia e lontana da ogni sussiego (ma per noi era pur sempre il Re) ci metteva subito a nostro agio con qualche battuta spiritosa.

L'umorismo in famiglia era molto spiccato e anche la gran cortesia.

La cortesia arrivava al punto che quando si doveva entrare o uscire da una porta, non c'era caso che il Re passasse avanti, ma sempre dava la precedenza, specialmente alle persone del gentil sesso, fossero la dama di corte o la cameriera o anche ragazze molto giovani come noi.

Durante la settimana eravamo spesso invitate a pranzo.

Si andava in abito da sera.

Dopo pranzo c'era il cinema, oppure si restava a conversare...

Il Re quasi sempre si ritirava dopo un quarto d'ora e noi si rimaneva ancora, mai però troppo a lungo, perché i padroni di casa non amavano far tardi...

La Regina organizzava ogni tanto dei piccoli spettacoli teatrali o dei concerti.

In un locale di Villa Savoia fu allestito un piccolo palcoscenico e ricordo alcune recite molto divertenti con Dina Galli e Angelo Musco.

Anche Beniamino Gigli cantò diverse volte.

In quegli anni tra noi giovani si ballava molto spesso; anche allora il ballo era la grande passione dei giovani..."

Muty adorava ballare, in particolare il charleston, il fox-trot, lo shimmy e possedeva un'importante collezione di dischi.

Il suo cantante preferito era Charlie Kuntz, amava Gershwin, la lirica e la danza classica e non perse mai una stagione lirica o una stagione di balletti all'Opera.

Volle incontrare Beniamino Gigli e Mafalda Favero e, nel 1922, Giacomo Puccini a Torre del Lago.

Il Maestro promise che le avrebbe dedicato la Turandot.

Non ne ebbe il tempo, perché morì lasciando l'opera incompiuta.

La prima rappresentazione dell'opera fu diretta da Toscanini che non nascondeva i suoi sentimenti antifascisti.

Mussolini, invitato alla rappresentazione, fece sapere che sarebbe intervenuto solo se, prima dell'inizio, fosse stata suonata Giovinezza.

Il Maestro rifiutò e Mussolini non partecipò, ma nell'intervallo mandò un mazzo di fiori con la dedica: "Mussolini a Puccini".

Continua la contessa Jaccarino: "Mi è stato chiesto se si parlava di politica tra i principi e i loro amici.

Rispondo che non se ne parlava mai, per la semplice ragione che tali argomenti non erano proprii delle nostre riunioni.

Ognuno poteva avere la sua personale opinione ma non ne facevamo oggetto delle nostre conversazioni.

Ricordo però un episodio che mi è rimasto impresso.

Nei primi anni del fascismo, uno dei ragazzi invitati alle piccole riunioni domenicali aveva messo all'occhiello della sua giacca il distintivo del partito.

La cosa non piacque al principe Umberto, poiché trovava che era fuori luogo mettere in casa sua un distintivo che indicasse un qualsiasi colore politico..."


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In campo leoni, a casa?

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Autore: Roberta Ferrari

Editore: MGC Management Edizioni

Prima edizione: 07/2010

Edizione corrente: 07/2010

EAN-ISBN: 9788848810999

Pagine: 151

Rilegatura: Brossura fresata

Dimensioni: 14,0 x 20,5 cm

Prezzo di copertina: 14,00 Euro

Argomento: Narrativa Italiana, Sport a Arti Marziali


Descrizione
"A sentire questa storia d'amore mi si riempie il cuore di speranza.

Allora esistono davvero amori che durano tutta una vita, intensi, veri e profondi.

E fanno ancora più specie quando uno dei protagonisti è Paolo Cannavaro, un mito, un idolo, il sogno di migliaia di ragazze e donne che sono pazze di lui.

Sono convinta che l'occasione faccia l'uomo ladro e che sia molto di più il merito di chi, come lui, è innamorato e fedele malgrado abbia mille occasioni, rispetto a chi lo è perchè non gli si offrono delle opportunità.

È quando potresti avere tutto, e ne fai volentieri a meno, che dimostri la tua rettitudine d'animo".

Roberta Ferrari


Note biografiche
Roberta Ferrari è una conduttrice televisiva, nota al grande pubblico per essersi occupata principalmente di trasmissioni di genere sportivo.

È laureata in psicologia con una tesi sul condizionamento psicologico in campo.

È giornalista professionista e autrice.

Dopo aver collaborato per diversi anni per Telelombardia, Antennatre e Sky in qualità d'inviata sportiva e conduttrice, ha condotto dal 2000 a oggi per la RAI diverse rubriche sportive e d'intrattenimento.

Dal 2006 a oggi ha condotto con grande successo la seguitissima rubrica "Sport e Cuore", in onda ogni domenica alle 9:15 su RAI 2, nella trasmissione "Mattina in famiglia".

Roberta vive a Milano e ha una bambina di 7 anni di nome Iris.


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Il mio Verdi

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Autore: Leonetta Bentivoglio

Editore: Edizioni Socrates

Prima edizione: 12/2000

Edizione corrente: 12/2000

EAN-ISBN: 9788872020135

Pagine: 180

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 13,5x24,0 cm

Prezzo di copertina: 14,50 Euro

Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia


Descrizione
Il 27 gennaio 2001 sono iniziate le celebrazioni del centenario della morte di Giuseppe Verdi.

Leonetta Bentivoglio ha incontrato sedici tra i più autorevoli protagonisti mondiali della musica e dello spettacolo, direttori d'orchestra, cantanti, registi.

A ciascuno di loro ha chiesto di raccontare la propria opera verdiana d'elezione, la più amata o comunque quella vissuta come più vicina per sintonie artistiche o per percorsi soggettivi.

Ciascuno degli intervistati delinea le caratteristiche musicali e drammatiche dell'opera prescelta, ne descrive i personaggi, ne segnala le prospettive interpretative e i motivi d'attualità.

Il lettore è così guidato, attraverso le dodici opere verdiane più celebri e rappresentate, alla scoperta di un affascinante universo espressivo.

La successione delle interviste segue l'ordine cronologico delle opere, di ciascuna delle quali una scheda racconta il libretto, il debutto, la fortuna e qualche curiosità sconosciuta ai più.

Completano il volume foto di scena e dei notissimi interpreti e, in appendice, una ricca e scelta discografia.


Indice
Prefazione di Carlo Fontana

Premessa di Leonetta Bentivoglio

Nabucco
Intervista a Leo Nucci
Scheda dell'opera

Macbeth
Intervista a Renato Bruson
Intervista a Leyla Gencer
Scheda dell'opera

Rigoletto
Intervista a Jonathan Miller
Scheda dell'opera

La Traviata
Intervista a Liliana Cavani
Intervista a Zubin Mehta
Scheda dell'opera

Un ballo in maschera
Intervista a Luciano Pavarotti
Scheda dell'opera

La forza del destino
Intervista a Giuseppe Sinopoli
Scheda dell'opera

Don Carlo
Intervista a Myung-Whun Chung
Scheda dell'opera

Aida
Intervista a Riccardo Chailly
Intervista a Franco Zeffirelli
Scheda dell'opera

Simon Boccanegra
Intervista a Claudio Abbado
Intervista a Mirella Freni
Scheda dell'opera

Otello
Intervista a Peter Stein
Scheda dell'opera

Falstaff
Intervista a Riccardo Muti
Scheda dell'opera

Discografia a cura di Angelo Foletto

Tutte le opere di Verdi


Note biografiche
Leonetta Bentivoglio, nota giornalista de La Repubblica, sulle cui pagine scrive sin dai primi anni Ottanta, è inviato speciale per la sezione Cultura e Spettacolo.

Ha intervistato i massimi artisti internazionali della musica classica e lirica e ne ha tratteggiato ritratti diventati famosi.

Cura le cronache dei festival e degli spettacoli dei principali teatri europei, dalla Scala a Bayreuth.


Estratto
L'idea di questo libro nasce da una breve serie di interviste su Verdi scritte per "La Repubblica" nell'estate del 2000, per segnalare il grande anniversario dei cento anni dalla morte del compositore con qualche mese di anticipo rispetto alla valanga di celebrazioni ufficiali previste dal gennaio del 2001.

La serie era scandita in quattro incontri con quattro interpreti ( ), ciascuno sollecitato a raccontare, dall'interno della rispettiva lettura, la propria opera verdiana d elezione, scelta per affinità, predilezione affettiva o frequentazione artistica specialmente intensa. [ ].

Fino a che punto è lecito tramutare l'ambientazione di un opera di Verdi?

È una profanazione intervenire su un monumento granitico e popolare come "Rigoletto"?

Come si pongono i sostenitori ferrei dell'immobilismo nelle convenzioni teatrali, nemici giurati degli aggiornatori delle messe in scena nella lirica di fronte al trionfo tutt'altro che effimero del "Rigoletto" reinterpretato, e radicalmente tradito nell'ambientazione, da Jhonathan Miller?

Domande da girare al celebre regista inglese che, dalla Mantova rinascimentale descritta nel libretto, ha dirottato il più fastoso dramma dell'amor paterno nella Little Italy anni Cinquanta.[ ]

«Il rinnovamento, certo, è stato drastico - spiega Jhonthan Miller - .

D'altra parte io non faccio come il regista americano Peter Sellars, che si limita a trasferire i libretti all'altro ieri.

Io ricreo un'ambientazione solo in base a equivalenze chiare, a vere corrispondenze caratteriali, come feci anche nella mia "Tosca" ambientata in epoca fascista.

In Rigoletto sono partito dal fatto che c'è un Duca violento e arrogante, che ha potere di vita e di morte sugli altri.

Per primo è stato Billy Wilder a farmici pensare».

Che c'entra Billy Wilder?

Ricorda il film "A qualcuno piace caldo"?

C'è una scena in cui il capo della polizia sta interrogando John Rought sul massacro del giorno di San Valentino.

Lui si gira verso una delle sue guardie del corpo, che con faccia truce dice: «Sì, giusto, quella sera eravamo a teatro per il Rigoletto.»

E nell'ultima scena si vede il gangster a Palm Beach, ospite dell organizzazione Amici dell'Opera Italiana.

Anche la saga del Padrino mi ha influenzato molto.

E poi conosco i ristoranti della mafia a New York ci ho mangiato spesso.

Perciò ho deciso di restituire quel clima, quelle facce: per dare credibilità teatrale a "Rigoletto". ( )

Da uomo di teatro, riconosce la grande teatralità di Verdi?

Teatralmente le sue trame sono spesso assurde, a volte al limite del ridicolo.

Pensi alla vicenda del "Trovatore" o, ancora peggio, a quella de "La forza del destino".

È il problema che di frequente hanno i compositori ottocenteschi, con la loro mania di ambientare opere in periodi storici che non sono i loro.

In Verdi, certo, la musica è meravigliosa e drammaticamente molto ricca.

Ma la qualità teatrale assai inferiore dei libretti crea, a volte, una grande distanza tra musica e palcoscenico.

Certe trame mancano a tal punto di credibilità teatrale che la musica finisce per addossarsi il peso di tutta l'azione drammatica.


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Tenno, l'Imperatore

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Il cinema di Akira Kurosawa

9788872020098.gif

Autore: Akira Kurosawa

Editore: Edizioni Socrates

Prima edizione: 12/1995

Edizione corrente: 12/1995

EAN-ISBN: 9788872020098

Pagine: 96

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 16x24 cm

Prezzo di copertina: 8,50 Euro

Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia


Descrizione
Il libro presenta un utile strumento di conoscenza del cinema di Akira Kurosawa: le schede filmografiche di tutte le opere girate dal regista giapponese dal 1943, corredate dalle fotografie di ogni film.

Le schede sono affiancate da un profilo biografico e da un elenco di soggetti e sceneggiature mai realizzate da Kurosawa o cedute ad altri registi.

Un dialogo tra Akira Kurosawa e Wim Wenders, inedito in Europa, arricchisce il volumetto di una preziosa conversazione tra due maestri di cinema, che ci fanno scoprire l'indispensabile, intimo legame tra perizia tecnica e creatività.


«Quando leggevo il romanzo originale "Nella pentola", da cui è tratto il film "Rapsodia d'agosto", c'era a un certo punto la nonna che correndo sotto la pioggia scambia una nuvola carica di pioggia per il fumo del fungo atomico, e i ragazzi la seguono.

Pur continuando la lettura, quell'immagine mi è ritornata improvvisamente in mente.

E nella mia mente quella scena si è disegnata realmente.

Così ho iniziato a girare il film.

Io non posso fare un film se non riesco a creare l'immagine reale di ciò che ho in mente.»
(Akira Kurosawa)


Indice
Presentazione

Gianni Borgna
Tra Oriente e Occidente: i film di Akira Kurosawa

Elisabetta Bruscolini
Sul 30º film di Kurosawa Rapsodia d'agosto

Conversazione tra Akira Kurosawa e Wim Wenders

I film di Akira Kurosawa

Schede

Sugata Sanshiro (La leggenda dello judo)

Ichiban Utsukushiku (II più bello)

Zoku Sugata Sanshiro (La leggenda dello judo - parte II)

Tora No o o Fumu o Tokotachi (Quelli che camminano sulla coda della tigre)

Waga Seishun Ni Kuinashi (Nessun rimpianto per la mia giovinezza)

Subarashiki Nichiyobi (Una meravigliosa domenica)

Yoidore Tenshi (L'angelo ubriaco)

Shizukanaruketto (II duello silenzioso)

Nora Inu (Cane randagio)

Shubun (Scandalo)

9788872020098bis.jpgRashomon (Rashomon)

Hakuchi (L'idiota)

Ikiru (Vivere)

Shichinin no Samurai (I sette samurai)

Ikimono no kiroku (Testimonianza di un essere vivente)

Kumonosu-jo (II trono di sangue)

Donzoko (I bassifondi)

Kakushi Toride no Sang Akunin (La fortezza nascosta)

Warui Yatsu Hodo Yoku Nemuru (I malvagi dormono in pace)

Yojimbo (La sfida dei samurai)

Tsubaki Sanjuro (Sanjuro)

Tengoku to Jigoku (Anatomia di un rapimento)

Akahige (Barbarossa)

Dodes Kaden (Dodes ka-den)

Dersu Uzala (Dersu Uzala)

Kagemusha (Kagemusha)

Ran (Ran)

Konna Yume Wo Mita (Sogni)

Hachigatsu no Rapusodi (Rapsodia d'agosto)

Madadayo (II compleanno)

Altri soggetti e sceneggiature

Profilo biografico


Note biografiche
Akira Kurosawa, nato a Tokyo nel 1910, discendeva da una famiglia di samurai.

Esordì come regista nel 1943 con il film "Sugata Sanshiro": il successo fu tale che la casa di produzione Toho gliene commissionò una seconda parte.

Da allora ha cominciato a girare film straordinari quali "Rashomon" (1950), "L'idiota" (1951), "I sette samurai" (1954), "Il trono di sangue" (1957), "Dersa Uzala" (1975), "Kagemusha" (1980), "Ran" (1985), "Rapsodia d'agosto" (1991), che lo hanno reso il regista il giapponese più famoso a livello internazionale.

I suoi connazionali lo chiamavano "Tenno", Imperatore.

Tra i riconoscimenti più significativi, ha ricevuto: il Leone d'oro alla Mostra del Cinema di Venezia, l'Oscar e la Palma d'oro al Festivas di Cannes.


Scarica un estratto
Per approfondire il contenuto del libro scarica un estratto di 25 pagine in formato PDF, 400 KB.

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Santità, a che serve Dio?

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Da Fatima all'attentato a Giovanni Paolo II

9788872020241.jpg

Autore: Laura De Luca

Editore: Edizioni Socrates

Prima edizione: 04/2005

Edizione corrente: 04/2005

EAN-ISBN: 9788872020241

Pagine: 120

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 13,5x20,5 cm

Prezzo di copertina: 13,00 Euro

Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia


Descrizione
Dalle apparizioni della Madonna di Fatima all'attentato a Giovanni Paolo II, il libro ricostruisce e traccia l'itinerario di un secolo.

La giornalista, testimone privilegiata del tragico evento del 1981, propone un collage di ricordi personali, documenti, fonti storiche riflettendo su una serie di interrogativi essenziali, del tutto aperti.

Attraverso una ricostruzione a metà fra la cronaca e il romanzo, l'autrice costruisce un mosaico di frammenti diversi, quasi una partitura musicale, dove le piccole storie di persone qualsiasi, si inseriscono nella più vasta cornice della grande Storia di tutta l'umanità, eleggendo così il pontificato di Woytjla a
emblema di tutto il Novecento.

In allegato, un CD audio che, alla maniera degli sceneggiati radiofonici, spettacolarizza, e allo stesso tempo documenta, questi stessi eventi con l'aiuto di documenti originali e testimonianze.

"Non è un libro per soli cattolici, né per credenti. Forse per chi vorrebbe credere in Dio ma, guardando il mondo, lascia perdere in tempo" (Rockstar)


Note biografiche
Laura De Luca giornalista di Radio Vaticana, autrice radiofonica, disegnatrice e scrittrice, ha pubblicato vari saggi e romanzi.

Tra le ultime opere: Tutti bravi ragazzi. Il sequestro Moro e sette testimoni involontari (Zona 2003).

Di recente si è occupata di musica, producendo il CD "Strane Coppie Musicali del Novecento" con il patrocinio della Discoteca di Stato.


Estratto
Asimmetrico scendo in piacchiata su mille teste.

Volo.

La piazza è colma, inclina un po a destra, mi pare, una volta su un lago ho visto una barca, inclinava
su un lato perché tiravano su le reti, che aria dolce c'era, proprio come stasera.

9788872020241bis.jpgStasera anche la piazza inclina da un lato, il pescatore è vestito di bianco, LO CONOSCO QUELLO, pesca senza reti, PESCA UOMINI, sta a braccia aperte a bordo di quel carro a motore, dall'alto seguo la scia che si apre di folla, di teste, per noi altri neppure una manciata di miglio, di mollica, di briciole.


Tra le braccia il pescatore bianco solleva una bambina, pesca una bambina, la posa, le braccia si alzano come ali senza troppe piume, salutano, cento altre ali senza proprietari svolazzano intorno, sono fazzoletti, specie di piume di riserva, poi mi taglia l'aria qualcosa di nero a lato SWISSSSSSSSSSSSSSCCC e poi:

BANG BANG

BANG BANG!

Cacciatori?

Se mi si spezza l'ala sono perduto, erano cacciatori?

Neanche per sogno; tanto tempo fa sapevo già alla perfezione chi erano i cacciatori, un piccione sa tutto, ma che ci fanno qui, i cacciatori?

Gridano tutti: «Fermalo, FERMALO!».

«La folla è tutta in piedi, quasi.

Non commentano la scena tragica cui hanno assistito.

Sono quasi tutti in silenzio, aspettano notizie (pausa: fischi o grida in lontananza), noi a nostra volta cercheremo di prendere nota e lasciamo aperto il canale anzi chiediamo alla sala controllo se il canale deve rimanere aperto oppure no.

Io abbandono un attimo la postazione e cercherò notizie, cercherò di sapere che cosa è successo, io posso solo vedere piazza San Pietro (pausa: un po di affanno), il mio compito era solo di riferire su un udienza generale (in sottofondo sirene della polizia o di autoambulanza), su una delle tante, affettuose udienze generali date da Giovanni Paolo II, un'udienza generale troncata da quattro-cinque spari in
rapida successione (altre sirene in sottofondo).

Il Santo Padre è stato evidentemente, certamente colpito (voci di tecnici vicini al radiocronista) »

Si è formato un vuoto, un risucchio dentro la gente, uomini e donne frullati come briciole da una folata di vento maestoso e impassibile nello stesso tempo.

L'ala è salva, ho perso giusto due penne, ho perso giusto due battiti, un piccione o mille piccioni siamo tutti la stessa cosa.

Sto facendo lezione di radiofonia, voglio diventare una giornalista della radio, voglio diventare una che dà le notizie senza farsi vedere, la buona coscienza del mondo, la voce della coscienza, invisibile e onnipresente.

All'improvviso il professore viene chiamato in direzione, non ci sono ancora i cellulari e lo sta cercando disperatamente il suo redattore capo dal Giornale Radio.

«Muovi il culo, hanno sparato al papa!»

In fretta e furia il professore si congeda dalla classe, dal rettore, da noi studenti.

Prima di essere un professore è un giornalista.

«Hanno sparato al papa, questa è una lezione fondamentale: all'occorrenza il radiocronista deve essere
pronto a schizzare sul posto. Per passare un servizio gli bastano due occhi e un telefono. La radio è poverissima. Io vado».

Che occasione, per noi studenti.

Occasione di studio, di pratica, esercizio di cinismo.

I giornalisti gioiscono sempre delle cattive notizie: solo le cattive notizie danno buone opportunità; e le notizie quasi sempre sono cattive.

In aula vengono accesi quattro sintonizzatori contemporaneamente.

Le tre reti RAI e la Radio Vaticana, ovviamente, già non parlano d altro.

Alla Radio Vaticana era in corso la radiocronaca dell'udienza generale, potrei sbagliarmi ma mi sembra che il cronista tiri un po il fiato.

In laboratorio-TV cinque monitor sono accesi sui tre canali RAI, su Telemontecarlo e su un emittente locale che già cercano di raccogliere dati su quanto è appena accaduto in quell'angolo di piazza San Pietro,
in quell'angolo di mondo

Per il momento filmati o riprese di quanto è successo non ce ne sono.

Dobbiamo immaginare, dobbiamo affidarci


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