Autori: Valentina Baiocco, Silvia Bolotti, Federica Brunella, Augusto Ciuffetti, Claudia Colletta, Lucio Febo, Luca Frontini, Giovanna Giubbini, Carlotta Latini, Irene Manzi, Eleonora Marsili, Cesare Mario Natale, Nicoletta Olivieri, Eugenio Paoloni, Gilberto Piccinini, Andrea Pongetti, Lidia Pupilli, Emanuela Sansoni, Marco Severini, Matteo Soldini, Riccardo Paolo Uguccioni
Curatore: Marco Severini
Editore: Codex
Prima edizione: 09/2010
Edizione corrente: 11/2010
EAN-ISBN: 9788890387579
Pagine: 401
Illustrazioni: 24
Rilegatura: Cartonato, filo refe
Dimensioni: 17x24 cm
Prezzo di copertina: 30,00 Euro
Prezzo versione digitale ePub: 9,90 Euro
Argomento: Storia e saggistica
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Descrizione
Alla vigilia del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, questo volume completa un progetto di ricerca, promosso dal Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, e rico-struisce sul piano politico, civile e socio-economico la trama degli avvenimenti che, tra il settembre 1860 e il marzo 1861, portarono le Marche dal regime pontificio all'interno dello Stato unitario italiano.
Dalla conquista piemontese all'amministrazione Valerio, dal plebiscito del 4-5 novembre 1860 alle prime libere elezioni dei rappresentanti locali e nazionali, il volume, frutto della sinergia e della collaborazione tra ventuno studiosi afferenti a tutti gli atenei e ai principali istituti di ricerca storica marchigiani, indaga peculiarità e protagonisti, problemi e vicende di una svolta storica, percepita come epocale dagli stessi testimoni del tempo.
Indice
Introduzione
QUESTIONI
Marco Severini
150 anni dall'Unità
Gilberto Piccinini
Ancona capoluogo, le Marche una regione
Irene Manzi
L'amministrazione Valerio
Nicoletta Olivieri
I protagonisti dell'annessione
Eugenio Paoloni
La battaglia di Castelfidardo tra storia, memoria e attualità
Augusto Ciuffetti
La dimensione economica e sociale
PERIFERIE
Claudia Colletta
Il Pesarese
Andrea Pongetti
L'Anconetano
Marco Severini
Il Maceratese
Cesare Mario Natale
Il Fermano
Matteo Soldini
L'Ascolano
PROTAGONISTI E COMPRIMARI
Lidia Pupilli
Vincenzo Buffarini: affari e politica fra Secondo Impero e Regno d'Italia
Valentina Baiocco
Un notabile in Parlamento: Bellino Briganti Bellini
Emanuela Sansoni
Il carteggio di Giacomo Ricci nel biennio unitario
Eleonora Marsili
Le carriere dei notabili
Luca Frontini
Garibaldini, mazziniani e democratici intorno all'Unità
Riccardo Paolo Uguccioni
Domenico Guerrini primo sindaco della Pesaro italiana
PECULIARITÀ
Giovanna Giubbini
Il Fondo Valerio nell'Archivio di Stato di Ancona
Marco Severini
Senigallia, sede del primo governo marchigiano
Lucio Febo
Jesi tra vocazione industriale e network nobiliare
Federica Brunella
La media Vallesina al voto
Silvia Bolotti
Ambizioni autonomistiche, problemi sociali ed elezioni a Fabriano
Carlotta Latini
Processo penale e delitto politico tra Marche pontificie e Stato unitario
Summary
Tabula gratulatoria
Cronologia
Profilo degli autori
Indice dei nomi
Note biografiche
Valentina Baiocco si è laureata in Lettere moderne presso l'Università di Macerata con una tesi sulla letteratura italiana della migrazione.
È membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento Italiano.
Lavora per conto dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche al progetto «Archivio storico digitale. La memoria della Resistenza».
È redattrice di «Storia e problemi contemporanei».
Silvia Bolotti è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Laureatasi all'Università di Macerata, si è interessata delle vicende politiche e sociali della periferia marchigiana nel primo Novecento.
È autrice, per i nostri tipi, della monografia Macerata nella prima guerra mondiale (Codex, 2010).
Federica Brunella è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Si è laureata all'Università di Macerata in Storia delle Marche in età moderna e contemporanea studiando l'attività parlamentare di Adele Bei.
Augusto Ciuffetti è ricercatore di Storia economica presso la Facoltà di Economia "Giorgio Fuà" dell'Università Politecnica delle Marche e collabora con l'Istituto per la Cultura e la Storia d'Impresa "Franco Momigliano" di Terni.
È direttore di «Patrimonio industriale», rivista dell'Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale, nonché membro del comitato direttivo di «Ricerche storiche» e del consiglio scientifico di «Proposte e ricerche».
Tra le sue pubblicazioni più recenti si segnalano i volumi
Ascesa ed apogeo di una famiglia borghese: i Sereni nei secoli XVIII-XX, coautore R. Covino (Crace, 2009);
Energia e macchine. L'uso delle acque nell'Appennino centrale in età moderna e contemporanea, curato insieme a F. Bettoni (Crace, 2010).
Claudia Colletta si è laureata in Lettere moderne, con lode, presso l'Università di Bologna e, nel 2009, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Scienze Storiche presso la Scuola Internazionale di Studi Storici dell'Università di San Marino.
Ha partecipato a diversi convegni e progetti di ricerca, interessandosi di storia delle religioni nell'Europa del Seicento e dell'Ottocento e di storia dell'ebraismo in ancien régime, con particolare interesse per lo studio delle comunità ebraiche stanziate nelle Marche.
Ha pubblicato una monografia, dal titolo "La comunità tollerata. Aspetti di vita materiale del ghetto di Pesaro dal 1631 al 1860" (2006) e ne ha in corso una seconda, sviluppo della propria tesi di dottorato intitolata "Vivere 'senza ghetto'. Gli ebrei nella Marca e nello Stato Pontificio tra Sei e Settecento".
Lucio Febo si è laureato in Scienze politiche all'Università di Camerino, con una tesi sul movimento anarchico nella Vallesina in età giolittiana.
Ha collaborato alla compilazione di schede biografiche di anarchici marchigiani e romagnoli per le Università di Milano, Teramo, Messina e Padova, nonché di sindacalisti marchigiani, raccolte rispettivamente nel "Dizionario biografico degli anarchici italiani" (2003-2004) e nel "Dizionario biografico del movimento sindacale nelle Marche, 1900-1970" (2006).
Ha pubblicato la biografia del patriota Lorenzo Bucci: "Il 'capitano bello' di Montecarotto. Vita di un nobile garibaldino, eroe della Repubblica Romana del 1849" (2010); frutto di uno studio iniziato con la laurea triennale in Storia contemporanea conseguita all'Università di Macerata nel 2009.
Luca Frontini è nato nel 1979 in provincia di Ancona.
Nel 2006 si è laureato in Storia e memoria delle culture europee presso l'Università di Macerata.
Nello stesso ateneo, durante l'anno accademico 2008-2009, ha conseguito la Laurea Specialistica/Magistrale in Ricerca storica e risorse della memoria con una tesi di Storia delle Marche in età contemporanea.
Dal 2010 fa parte del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano.
Giovanna Giubbini è direttrice dell'Archivio di Stato di Ancona e della dipendente Sezione di Fabriano.
Nella sua attività istituzionale e di studio si è occupata della organizzazione e gestione di archivi prodotti da uffici statali, da enti pubblici e da privati.
Ha collaborato con le istituzioni locali in Umbria e nelle Marche per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale.
È autrice di articoli e saggi nelle materie di competenza. Insegna Archivistica come professore a contratto presso la Facoltà di Lettere dell'Università degli Studi di Perugia.
Carlotta Latini insegna Storia del diritto italiano e Storia del diritto penale presso l'Università di Camerino.
Più volte borsista presso il "Max Planck Institut für Europäische Rechtsgeschichte", dottoressa di ricerca in Storia del diritto italiano presso l'Università di Siena (2000), ha studiato le immunità ed i privilegi ecclesiastici nel corso dell'antico regime, le riforme giuridiche ed istituzionali attuate nell'Europa della Grande guerra: attualmente si occupa dei rapporti tra diritto penale comune e diritto penale militare tra Otto e Novecento.
Ha pubblicato ricerche in Italia e in Europa, tra cui "Die Gesetzgebung in Kriegszeiten. Ein Beitrag zur Doktrin der Ermaechtigung in Europa" (2007), Il governo legislatore. Espansione dei poteri dell'esecutivo e uso della delega legislativa in tempo di guerra, in Il governo dell'emergenza. Poteri straordinari e di guerra in Europa tra XVI e XX secolo (Viella, 2007) e "Parlement et gouvernement sont une seule et même chose. Prorogation des sessions parlementaires et recours aux commissions de contrôle en Italie (1914-1918)" (2008).
Ha pubblicato la monografia Cittadini e nemici. Giustizia militare e giustizia penale in Italia tra Otto e Novecento (Mondadori Education, 2010).
Irene Manzi è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Autrice di diverse ricerche relative alla storia politica e costituzionale dell'età contemporanea, ha realizzato il volume La Costituzione della Repubblica Romana del 1849 (Affinità Elettive, 2003).
Ha partecipato a numerosi volumi collettanei di storia contemporanea e collabora con alcune riviste storiche.
Eleonora Marsili è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Dopo aver frequentato il corso di Laurea Magistrale in Letteratura e Filologia dal Medioevo all'età contemporanea presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Macerata, si è laureata con una tesi specialistica in Storia delle Marche in età contemporanea.
Sta completando una ricerca su Maria Pucci, deputata al Parlamento nella prima legislatura repubblicana.
Cesare Mario Natale, laureato in Scienze Politiche e in Storia, è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Ha iniziato recentemente a svolgere attività di ricerca, occupandosi di storia politica contemporanea e pubblicando, con altri, l'opera Romolo Murri. L'opera di un pensatore fermano. Religione, filosofia, scienza e storia al servizio della politica (Affinità Elettive, 2009).
Sta completando il dottorato di ricerca presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Macerata con uno studio sulla politica mediterranea dell'Italia nel periodo del centrosinistra organico.
Nicoletta Olivieri è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Si è laureata in Lettere classiche all'Università di Macerata ed attualmente insegna Italiano e Storia nelle scuole superiori.
Laureanda in Storia delle Marche in età moderna e contemporanea, è responsabile dell'Archivio storico "Onofri" di San Ginesio.
Autrice di articoli culturali, è consulente editoriale per l'adattamento dei testi di doppiaggio di prodotti multimediali.
Eugenio Paoloni è presidente della Fondazione "Duca Roberto Ferretti" di Castelferretto: già presidente della sezione di Castelfidardo di Italia Nostra e promotore nel 1981 dell'istituzione del locale Museo del Risorgimento.
Gilberto Piccinini insegna Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Urbino "Carlo Bo" dove tiene anche la cattedra di Storia del Risorgimento.
Presiede, dal 1997, la Deputazione di Storia patria per le Marche e, dal 1995, il Comitato provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano.
Tra i suoi recenti lavori:
Processi di trasformazione della società e della cultura italiana del primo novecento, in "Giovanni Crocioni, le Marche e la cultura del primo novecento" (2008);
la cura del volume "Le Marche e la Grande Guerra (1915-1918)" (2008)
e la partecipazione come autore a Giovanni Conti politico, costituente, storico (Il Lavoro Editoriale, 2010).
Andrea Pongetti è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Laureatosi in Storia presso l'Università di Bologna (2006), giornalista pubblicista, ha pubblicato per i nostri tipi la monografia Società e colera nell'Italia del XIX secolo. L'epidemia di Ancona del 1865-67 (Codex, 2009) e collaborato ad alcune opere collettanee, tra cui "Le Marche e la Grande Guerra" (2008).
Lidia Pupilli sta svolgendo il Dottorato di ricerca «F. Chabod» in Storia contemporanea presso l'Università "Luiss-Guido Carli" di Roma.
Vicepresidente del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, è membro della redazione di «Storia e problemi contemporanei».
Si è occupata, in particolare, dei carteggi di politici, intellettuali e clan familiari, della stampa periodica ottocentesca, di elezioni nell'Italia del Novecento e di biografia politica, con profili realizzati per il Dizionario biografico degli italiani e per altre opere collettanee.
Tra i suoi lavori Il sogno spezzato. Lina Tanziani e il suo tempo (Affinità Elettive, 2005) e le curatele delle opere Viaggio in Italia. Diario itinerante di un giovane aristocratico (1856) (Affinità Elettive, 2006), insieme a M. Severini, "Le Marche in età giolittiana" (2007) e Giovanni Conti politico, costituente, storico (Il Lavoro Editoriale, 2010).
Emanuela Sansoni è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Laureatasi all'Università di Macerata, ha compiuto studi presso la Friedrich Universität di Jena.
Si è occupata di vicende politiche e sociali dell'età risorgimentale, con particolare attenzione al contesto marchigiano.
È autrice, per i nostri tipi, della monografia La Legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula (Codex, 2009).
Marco Severini insegna Storia del Risorgimento e altre discipline storiche dell'età contemporanea presso l'Università di Macerata.
Dirige per i nostri tipi la collana "Storia Italiana".
È segretario del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Ha studiato, in particolare, la Repubblica Romana del 1849, la lotta politico-elettorale nell'Italia del primo Novecento, la storia politica delle Marche tra Otto e Novecento, la biografia e la storiografia politica del XX secolo: inoltre, ha realizzato numerosi profili per il Dizionario biografico degli italiani e per altre opere collettanee.
Tra le sue recenti monografie:
Nenni il sovversivo (Marsilio, 2007), Girolamo Simoncelli (Affinità Elettive, 2008), Le storie degli altri (Codex, 2008), e la cura del volume Alberto Zavatti. L'uomo, la città, il tempo (Il Lavoro Editoriale, 2009).
È curatore e autore di cinque progetti di ricerca relativi al 150° anniversario dell'Unità d'Italia.
Matteo Soldini è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Laureatosi presso l'Università di Macerata, si è occupato dell'internamento civile fascista nelle Marche, pubblicando un saggio dal titolo L'internamento civile in provincia di Macerata («Storia e problemi contemporanei», 54, 2010, pp. 165-184).
Riccardo Paolo Uguccioni, giornalista pubblicista, vicepresidente della Deputazione di storia patria per le Marche, membro dell'Accademia Raffaello di Urbino, nel 1990 ha fondato con alcuni amici la "Società pesarese di studi storici".
Già docente a contratto di Storia moderna presso la facoltà di Scienze politiche dell'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo", è presidente della fondazione "Ente Olivieri" di Pesaro.
Ha studiato aspetti di storia politica, sociale ed economica dell'Ottocento napoleonico e pontificio, occupandosi fra l'altro di brigantaggio, viabilità, scuole, censura, ferrovie, comunità ebraiche e leva militare e approfondendo, di recente, il tema della carboneria.
Estratto
150 anni dall'Unità
L'Unità d'Italia compie 150 anni di vita.
Il 17 marzo 1861 è, infatti, la data di nascita dello Stato nazionale italiano.
In quel giorno venne promulgata la legge che conferiva a Vittorio Emanuele II di Savoia, re di Sardegna, e ai suoi successori il titolo di re d'Italia.
La legge era stata approvata dal primo Parlamento italiano, riunitosi per la prima volta a Torino il 18 febbraio precedente, nel corso di due sedute: il 26 gennaio era passata al Senato, con 129 voti favorevoli e 2 contrari, mentre il 14 marzo era stata approvata dalla Camera per acclamazione.
Il processo di unificazione italiano si sarebbe compiuto nel 1866 con la liberazione del Veneto e nel 1870 con l'occupazione di Roma, anche se gli italiani di Trento e Trieste avrebbero a lungo rivendicato la liberazione dal dominio austriaco.
L'Unità d'Italia nacque per effetto della linea politica attuata da un Piemonte liberale rivelatosi forte, dinamico e fortunato fino al punto da poter assorbire territori e popolazioni decisamente più ampi rispetto al suo nucleo originario.
Questa soluzione apparve tra 1860 e 1861 improcrastinabile.
Anche nelle province marchigiane, in cui élites e popolazioni erano rimaste a lungo fedeli al regime papalino, i patrioti caldeggiarono in quell'autunno-inverno del 1860 l'unificazione al Piemonte liberale come unica soluzione possibile: una soluzione che, con l'aiuto determinante di notabili e proprietari terrieri, venne ratificata in alcune località dal 100% dei votanti.
Ovviamente, compiuta l'Italia, restarono nell'agenda dei governanti molteplici questioni da affrontare.
Le scelte che la classe dirigente italiana, rimasta improvvisamente orfana del suo leader Cavour (morto il 6 giugno di quell'anno), adottò nel 1861 sarebbero risultate determinanti per i decenni successivi, decenni di profonda trasformazione e modernizzazione per una penisola che fino a quell'anno fatidico era rimasta suddivisa in diversi Stati dinastici.
Nel 1861 trovò conclusione un processo di unificazione avvenuto in tempi straordinariamente rapidi e con modalità impreviste dai suoi stessi artefici.
Questa Unità fu il risultato della combinazione tra un'iniziativa dall'alto, quella monarchico-sabauda, e un'iniziativa dal basso, le insurrezioni nell'Italia centrale e la spedizione garibaldina nel Mezzogiorno, a danno delle vecchie dinastie peninsulari.
La prima si impose sulla seconda, anche per il lealismo di Garibaldi che vide nella costruzione di uno Stato unitario con Vittorio Emanuele II la priorità assoluta da seguire: e che la forma del nuovo Stato dovesse essere unitaria e centralizzata dipese anche dall'impossibilità di una soluzione federale, non essendo presente sulla scena italiana alcun'altra autorità territoriale e politica con lo stesso grado di legittimità della monarchia sabauda.
Nell'incontro tra la componente moderata e dinastica e quella democratica, la prima risultò vincente, ma non in maniera così esclusiva da impedire che la nascita dello Stato italiano fosse segnata dalle rivoluzioni democratiche di un decennio prima.
Non casualmente la sanzione dell'unione di diversi territori in un unico organismo statuale giunse appunto dai plebisciti che, pur poco rappresentativi dell'orientamento delle popolazioni interessate, costituirono un omaggio al principio di sovranità popolare, uno di quei principi che nel 1849 aveva rappresentato l'unica, concreta alternativa alla creazione di uno Stato monarchico in un'Europa piena di monarchie.
Per le Marche, liberate militarmente dalle forze piemontesi nel settembre 1860, l'anniversario di questi grandi eventi inizia con il 2010 e termina nel 2011: nell'anno in corso ricorre il 150° anniversario della liberazione dal regime pontificio e dell'annessione al Regno sabaudo, mentre nel 2011 cade l'elezione del primo Parlamento italiano e la proclamazione del Regno d'Italia.
Se uno Stato italiano non era mai esistito prima del 1861, un'idea di Italia, in quanto comunità linguistica, culturale, religiosa e in parte economica, esisteva almeno fin dall'epoca dei comuni.
Tale idea aveva conosciuto un nuovo impulso durante la dominazione napoleonica, allorché si erano affacciati nuovi orientamenti unitari e indipendentisti: ma né i moti del 1820-21 né quelli del 1831 e nemmeno le rivoluzioni del 1848-49, che avevano visto proclamare repubbliche a Roma e Venezia e regimi democratici nelle principali città italiane, erano riusciti a scalfire l'egemonia dell'impero austriaco sulla penisola, garantita dall'equilibrio politico europeo stabilito nel 1815 con il Congresso di Vienna.
Un problema nazionale italiano era però emerso e di esso si erano occupati scrittori, politici e intellettuali, prefigurando soluzioni di natura moderata, federalista, repubblicana e democratica. In particolare il genovese Giuseppe Mazzini aveva delineato un articolato progetto politico che era incentrato su tre obiettivi sostanziali (indipendenza, unità, repubblica) e sulla convinzione che l'unico mezzo per conseguirli fosse costituito dall'insurrezione popolare.
Ma la sconfitta delle esperienze rivoluzionarie italiane attuatesi poco prima della metà dell'Ottocento aveva riportato sui rispettivi troni le vecchie case regnanti, ripristinato l'egemonia austriaca, bloccato la via delle riforme e frenato drasticamente lo sviluppo economico della penisola.
A questa generale situazione si sottrasse il solo Piemonte che, durante il regno di Vittorio Emanuele II e sotto la guida politica di Cavour, divenne negli anni cinquanta dell'Ottocento uno Stato liberale e moderno, mentre proseguiva instancabile l'attività mazziniana che, peraltro, andava incontro ad ulteriori fallimenti.
Convintosi della necessità di appoggiarsi alla Francia imperiale per cacciare gli austriaci dalla penisola, Cavour strinse con Napoleone III a Plombières, nel 1858, un'alleanza militare in vista del conflitto contro l'impero degli Asburgo.
Nel corso dei tredici mesi compresi tra l'inizio della seconda guerra d'indipendenza e la partenza dei Mille, la questione italiana conobbe prima un'accelerazione improvvisa e poi un esito straordinario e imprevisto.
In particolare, nel 1860, la cessione di Nizza e Savoia alla Francia segnò la fine del vecchio Stato sabaudo e aprì la strada alla formazione dello Stato nazionale italiano.
La contrastata applicazione delle clausole degli accordi di Plombières consentì al Piemonte di eliminare gli ostacoli diplomatici all'annessione di altre regioni italiane: nel marzo due plebisciti sancirono la fusione della Toscana e dell'Emilia-Romagna con il Regno sabaudo.
Ma fu la ripresa dell'iniziativa da parte dei democratici e, soprattutto, la Spedizione dei Mille a mutare la posta in gioco.
Partito nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto e sbarcato l'11 seguente a Marsala, in Sicilia, Garibaldi e le sue camicie rosse sconfissero ripetutamente le truppe borboniche, occuparono la Sicilia e marciarono su Napoli dove entrarono il 7 settembre 1860.
Dopo aver constatato che non c'era speranza di attuare un moto moderato a Napoli e per evitare che Garibaldi - che aveva chiesto a Vittorio Emanuele II il suo licenziamento - marciasse su Roma, Cavour decise di far intervenire l'esercito piemontese nelle Marche e nell'Umbria, ottenendo l'assenso di Napoleone III, maggiormente preoccupato di scalzare l'Austria dalla penisola che di difendere quella parte dello Stato pontificio che dal 1849 era protetto dalle truppe transalpine.
Incoraggiando l'impresa cavouriana, Napoleone III era consapevole che avrebbe favorito la formazione dello Stato italiano unitario che fino a quel momento aveva cercato di evitare: ma l'imperatore capiva che per bloccare la spinta unitaria nella penisola avrebbe dovuto fare nel 1860 quello che non aveva voluto fare nel 1859, cioè allearsi con l'Austria e le altre forze reazionarie europee per schiacciare militarmente il movimento nazionale italiano.
Questo contrastava sia con la politica estera espansionistica seguita dalla Francia a partire dalla guerra di Crimea sia con la generale situazione politica del continente, profondamente diversa dal 1848, e dunque restia sia ad una nuova ondata rivoluzionaria sia ad una coalizione legittimista e reazionaria.
Dopo una protesta formale fatta dal governo di Parigi a quello di Torino, la via delle Marche era ufficialmente aperta all'esercito piemontese, forte di circa 33.000 uomini, a cui si opponevano circa 12.000 pontifici, in maggioranza volontari o mercenari.
In realtà, già nell'autunno del 1859 Garibaldi, comandante dei volontari romagnoli, aveva lanciato proclami ai marchigiani e li aveva esortati a prendere le armi, ma ragioni di politica internazionale avevano bloccato l'impresa e il generale era stato richiamato all'ordine da Vittorio Emanuele II.
Ma sul finire dell'estate 1860 la situazione politica si presentava decisamente differente: l'iniziativa era rimasta nelle mani di Garibaldi e dei democratici e per evitare che il generale attaccasse Roma, mossa che avrebbe provocato l'intervento francese e rimesso in discussione l'intera politica moderata del Regno sabaudo, al governo di Torino non restava altra scelta di prevenire l'iniziativa garibaldina con un intervento militare.
Pertanto, l'11 settembre Cavour chiese alla Santa Sede, con lettera datata il 7, l'immediato scioglimento dei reparti militari stranieri: alla risposta negativa della Curia romana - che, tramite il segretario di Stato, cardinale Giacomo Antonelli, esercitava un'influenza determinante su Pio IX -, l'esercito sardo avviò le operazioni militari.
In realtà, fin dallo stesso 11 settembre i generali Manfredo Fanti, comandante in capo e ministro della Guerra, ed Enrico Cialdini avevano varcato la frontiera pontificia.
La campagna militare delle Marche e dell'Umbria durò complessivamente 18 giorni e si trovò di fronte un nemico debole, disperso e lasciato solo da Roma.
La conquista piemontese fu preparata da una insurrezione nel Pesarese - che l'8 settembre portò alla resa della guarnigione pontificia di Pergola da parte di 400 volontari comandati da Giuseppe Fulvi e alle successive liberazioni di Fossombrone e Urbino - e venne sostenuta da bande volontarie provenienti dalla Toscana e dalla Romagna e organizzate dalle autorità governative.
Nella prima settimana di ostilità, mentre il V Corpo d'armata piemontese guidato da Fanti (che aveva lasciato l'interim della Guerra a Cavour) occupava senza difficoltà quasi tutta l'Umbria, il IV Corpo d'armata, comandato da Cialdini, si impadroniva della provincia di Pesaro e di buona parte di quella di Ancona, spingendosi fino a Castelfidardo.
Nel frattempo, il generale pontificio Lamoriciére, che da Foligno aveva raggiunto Macerata, cercava di dirigersi su Ancona.
Il 18 settembre avvenne la battaglia decisiva a Castelfidardo tra le truppe di Cialdini e quelle del Lamoriciére: scontro militare di modeste proporzioni, Castelfidardo ebbe una grande importanza sul piano politico poiché risollevò il prestigio della monarchia e dell'esercito sabaudo e aprì la strada alla conquista dell'Italia centrale e all'annessione del Mezzogiorno liberato da Garibaldi.
Infatti, nonostante la sproporzione tra le forze in campo, si trattò di un'impresa militare condotta unicamente dai Savoia che, a differenza di quanto accaduto nel 1859-60 e di ciò che sarebbe avvenuto nel 1866, guadagnarono parti della penisola senza alcun sostegno esterno.
La vittoria piemontese di Castelfidardo pesò notevolmente sull'intero processo di piemontesizzazione delle Marche e avrebbe fatto versare più inchiostro che sangue.
Opportunamente i caduti di entrambe le parti furono subito affidati al ricordo della memoria storica.
L'evento bellico interessò una vasta area compresa tra otto Comuni che, considerando il momento dello scontro più cruento tra gli eserciti, si estese per circa 300 ettari.
In questa zona, rimasta quasi integra dal 1860, sorge un Ossario-Sacrario dei caduti: la prima pietra di un monumento in memoria della celebre battaglia fu posta il 27 settembre 1861 alla presenza dei figli del re d'Italia, Umberto ed Amedeo di Savoia; tuttavia l'opera venne completata negli anni successivi.
Tra gli altri scontri campali, efficacemente ritratti da Carlo Bossoli, meritano un cenno la presa della città di Pesaro da parte di Cialdini che respinse la guarnigione militare nel forte, poi conquistato (11 settembre); l'occupazione di Fano (12 settembre); la conquista di Senigallia, con scontro nei pressi delle frazioni di S. Angelo e S. Silvestro tra i Lancieri di Milano e un battaglione della 7° Divisione, da parte italiana, e i pontifici ripieganti verso Ancona, che lasciarono alcuni morti e 200 prigionieri (13 settembre); la presa del forte di San Leo, bombardato dagli obici piemontesi e conquistato con improvviso assalto, che fruttò 145 prigionieri (24 settembre).
Completata con la conquista di Ancona (29 settembre) l'occupazione militare delle Marche, spettò a Lorenzo Valerio, inviato da Cavour e nominato il 12 settembre da Vittorio Emanuele II regio commissario generale straordinario delle Marche, governare la regione con pieni poteri, importandovi con l'emanazione di 840 decreti le leggi e gli istituti di uno Stato piemontese che stava diventando italiano.
Chiamato a gestire il periodo immediatamente successivo alla conquista militare piemontese, Valerio agì da solo, senza dotarsi di ministri e senza corresponsabilizzare della gestione del potere quel gruppo liberale marchigiano che pure vantava un notevole curriculum organizzativo e operativo: il commissario si mosse all'interno delle direttive governative e legiferò in nome di Vittorio Emanuele II, mantenendo un margine di autonomia che risultò particolarmente proficuo nella gestione di alcuni settori.
L'attività commissariale ebbe inizio, il 21 settembre 1860, a Senigallia, dato che Ancona, sottoposta ad assedio da parte di terra e di mare, era ancora in mano pontificia: l'intensa produzione di atti e decreti si concretizzò nell'estensione alle Marche di leggi e codici piemontesi, in una rigorosa politica ecclesiastica e scolastica, nel mutare la geografia amministrativa della regione e nell'attenta preparazione del voto plebiscitario.
Consigli di lettura
Il Risorgimento italiano (Laterza, 2009) di Alberto M. Banti.
Il Risorgimento e l'unificazione dell'Italia (Il Mulino, 2005) di Derek Beales, Eugenio F. Biagini.
La Monarchia e il Risorgimento (Il Mulino, 2003) di Filippo Mazzonis.
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Autore: Massimo Bassi
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 06/2007
Edizione corrente: 06/2007
EAN-ISBN: 9788872020340
Pagine: 144
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 12,5x16,5 cm
Prezzo di copertina: 8,00 Euro
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Descrizione
Tutto quello che avreste sempre voluto sapere su sesso, società, politica e religione e che nessuno ha mai osato dirvi in una manciata di battute dissacranti, aforismi surreali e vignette politicamente scorrette.
Dai problemi quotidiani nei rapporti di coppia al moralismo bacchettone delle gerarchie ecclesiastiche, dalle disavventure erotiche che più o meno hanno colpito tutti alle ambiguità del mondo politico italiano ed estero, il libro passa in rassegna, di capitolo in capitolo, ognuno di questi argomenti con un gusto particolare per i giochi di parole e i calembour, mostrando senza pietà le nostre abitudini, i tic e le nevrosi quotidiane.
A chi piacciono Gene Gnocchi e Dario Vergassola, a chi ascolta tutto il giorno gli Skiantos e Elio e le Storie Tese, a chi compra l'agenda di Comix da quando andava alle elementari.
Indice
AFORISTICA
EROTICA
LUDICA
POETICA
BIOGRAFICA
POLITICA
MITOLOGICA
TERMINOLOGICA
Note biografiche
Massimo Bassi è nato a Scandiano (RE) il 12 marzo 1963.
Giornalista, collabora con Comix, Reporter, il Quotidiano Nazionale, Corriere dello Sport-Stadio e l'Opinione.
Estratto
La Seconda Repubblica è fondata sull'emancipazione di tutti, al punto che nemmeno le promesse accettano più di fare una vita da mantenute.
Quando il gioco si fa duro, i molli cominciano a mollare
A livello locale sarebbe bene combattere la mafia con le sue stesse armi: chiedendo aiuto allo Stato
Metadone, metadone, sempre e solo metadone
È la cultura della disintossicodipendenza.
Il brutto artistico non è così bello come lo si dipinge.
Era un'attrice che si sentiva psicologicamente sulla labile linea di confine tra l'erotismo e il porno. Un tipo bordel-line.
Signore, perdona quelli che si mantengono vergini, perché non sanno quello che non fanno.
L'erezione è il sale della vita. Il post coitum è lo scende.
Maturazione sessuale: quando diventa meno duro dura di più.
La legge del Menga? Chi se la tira se la tenga.
Lady Gode è per chi si accontenta.
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Autore: Monica Guastalli
Editore: TA.TI. Edizioni
Prima edizione: 09/2007
Edizione corrente: 12/2007
EAN-ISBN: -
Pagine: 56
Rilegatura: Filo di refe
Dimensioni: 14,5x21,0 cm
Prezzo di copertina: 8,00 Euro
Descrizione
"Animantica" sono le mie parole, sofferte, nascoste, imprigionate, negate.
Urla silenziose, emozioni, ricordi, dolori e arcobaleni che da sempre vivono dentro di me.
È la mia storia.
Le parole pronunciate, mai ascoltate, che ho rinchiuso da sempre in uno scrigno, celate, al sicuro, per poter dar loro vita nella poesia.
Poesia che nasce dall'essenza più pura del mio essere, che vaga al di là dello spazio e del tempo per tornare all'anima di chi la coglie.
"Animantica" è il mio spirito, sempre alla ricerca di un assoluto, che mi riporti alle mie radici più profonde, dove tutto è iniziato e, come in un moto perpetuo, non avrà mai fine.
Indice
Prefazione
Fremor
L'airone
Ad occhi chiusi
Bambina
Lux
Desiderium
Omni tempore
Elementi
Possession
L'innocenza
Donne
Anima
Mens
Preghiera
Pavor
Amans
Frammenti
Planando
Il mio cammino
Anime ancestrali
Agnello sacrificale
Il tuo canto
Es
Spirito
Pater
Autunno
Se fossi un uomo
Steven
Oblio
Iris
Solitudini
Santiago
Fiumi
Tina
Mater
Infans
Etoiles
Uomo
Ritrovarsi
Vortice
Nettare et ambrosia
La tua immagine
Note biografiche
Monica Guastalli è nata e vive a Reggio Emilia.
Maestra elementare, ha frequentato la facoltà di magistero all'Università degli studi di Padova per la laurea in psicologia.
Ha completato la formazione professionale della Peiffer Foundation, la scuola di pensiero positivo fondata da Vera Peiffer in Inghilterra, per la qualifica di Result-Oriented Counsellor.
Ha partecipato a vari concorsi letterari di poesia e alcune sue opere sono presenti in antologie e selezioni internazionali.
È vincitrice del Concorso Internazionale Il suono del silenzio 2007 (IV edizione)
Estratto
BAMBINA
Ritorna nella casa dei tuoi pensieri
Il mattino ha offuscato la tua luce
Riposa nella culla dei tuoi sogni
Rifletti il tuo splendore
Sulle ali dell'ultimo degli albatros
LUX
Grande Amore
Immensa Luce
Riportami là
dove hai lasciato il tuo cuore
Fammi ripercorrere i miei sentieri smarriti
Ritrova il tuo corpo
Addormentato nel vortice della mia anima
DESIDERIUM
La bruciante attesa del nostro futuro
s'è arenata in un oasi senza tempo
La zattera è partita senza di noi
Improbabili avventurieri
della nostra labile giovinezza
OMNI TEMPORE
La vita danza il suo valzer con noi
Peccatori sperduti
Assetati d amore
ELEMENTI
Sono stata airone
e ho toccato l'aere
Sono stata fuoco
e ho bruciato di passione
Sono stata serpe
e ho avvelenato la mia vita
Sono stata acqua
e ho sommerso il tuo corpo
Sono stata libellula
e ho sfiorato i suoi sensi
Sono stata aria
e ho asciugato le mie lacrime
Sono stata fiera
e ho graffiato la sua anima
Sono stata terra
E ho sepolto i miei sogni
POSSESSION
Posseduta dall'Amore
Sospesa sul filo della libertà
Respiro la forza della vita
Trattengo le immagini del sogno
Dipingo le ali della solitudine
E ritorno nella casa del mio cuore
L'INNOCENZA
Nelle ore lente del mio cammino
ho raccolto i fiori dei miei peccati
Stordita
Ho cantato le nenie
delle falene luminose
Dai colori delle dune
dai silenzi delle alture
sono stata rapita
Ho guardato
Con occhi bambini
Le onde
Infrangersi
Sullo scoglio della mia vita
Ho respirato il buio
Ho succhiato il nettare della passione
Sono precipitata nelle braccia d amore
Ho lasciato
Dietro me
Esanimi corpi di pietà
E mi sono sentita la più innocente delle creature
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Romanzo di Sicilia
Autore: Salvatore Ribaudo
Editore: Edizioni Arianna
Prima edizione: 12/2009
Edizione corrente: 12/2009
EAN-ISBN: 9788889943373
Pagine: 160
Rilegatura: brossura, filo refe
Dimensioni: 12 x17 cm
Prezzo di copertina: 10,00
Argomento: Narrativa Italiana
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Descrizione
L'eleganza della scrittura in questo romanzo rende onore e dignità ai personaggi, che non sono conti, marchesi o baroni, ma contadini, "mastri", suonatori, donne legate agli uomini e bambini che seguono le orme dei padri e delle madri.
Famiglie genuine.
Il libro è come il resoconto del viaggio sulla terra di una comunità siciliana del secondo dopoguerra, in collegamento materiale e spirituale con l'America, mitico luogo parabola dello star bene, anche per quei paesani che tuttavia non si allontanano mai dalla terra natìa.
Note biografiche
Salvatore Ribaudo è nato e vive a Ciminna (Palermo).
Ha pubblicato, prima di questo libro, con Edizioni Don Lorenzo Milani di Termini Imerese: Vivula Vivula - Ubiquea (1998), Notte Lunga - Mastro Iaco Filotorto (2000); e con l'editore Federico di Palermo, Giò Petralunga (2003)
Estratto
"La notte la passarono a parlare.
Lena e Calorio andavano a Palermo per prendere il bambino.
Non avevano figli.
Erano gente di campagna.
Calorio sognava il ragazzo che lo avrebbe aiutato nel lavoro dei campi; Lena il bastone della loro vecchiaia.
Li accompagnava la cognata Angelina.
Giunsero in piazza mezz'ora prima dell'autobus.
Era buio, e faceva freddo.
Altra gente vi giunse.
L'orologio suonò le sei..."
"Da ogni strada uscivano muli e parole..."
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La vera storia di Mafalda di Savoia
Autore: Maria Enrica Magnani Bosio
Editore: Soletti
Prima edizione: 06/2009
Edizione corrente: 06/2009
EAN-ISBN: 9788895628028
Pagine: 240
Rilegatura: brossura fresata
Dimensioni: 13,5 x 21 cm
Prezzo di copertina: 15,00 Euro
Argomento: Storia e Saggistica
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Descrizione
... Credo che l'amica Maria Enrica Magnani Bosio raggiunga con questo lavoro uno dei punti più alti del suo percorso letterario.
Con mano sicura riesce non solo a ricostruire un'epoca intera ma, soprattutto, a renderla viva, pulsante, dinamica.
Un mondo, quello, che vede protagonista la giovane Mafalda, ricco di passioni e speranze, di idee e progetti: un'alba radiosa che terminerà "troppo rapidamente" in una notte profonda e gelida.
Di questo mondo, di questa sofferta stagione della nostra storia, l'Autrice ci consegna un ritratto sorprendente per fedeltà e ricchezza di colori.
E ricco di umanità; come ricca di umanità fu la vita della fragile, esile, dolce Mafalda .
Dalla presentazione di Emanuele Filiberto di Savoia
Note biografiche
Maria Enrica Magnani Bosio. Nativa della piemontese Rivoli, da sempre appassionata di storia, dopo aver lavorato in aziende di famiglia, nel giornalismo e in radio private, si è dedicata totalmente alla ricerca e allo studio, privilegiando la Storia Patria e i Savoia.
Commediografa, conferenziera e biografa di Casa Savoia, è membro della Consulta dei Senatori del Regno d Italia; delegato Provinciale di Vercelli delle Guardie d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon e, infine, responsabile del Dipartimento Storico del "Circolo Reale Carlo Alberto" di Milano.
Ha pubblicato i seguenti volumi:
Il principe dei Narcisi. Biografia di Carlo Emanuele I, unico Duca sabaudo nato a Rivoli, Mario Astegiano Editore, 1998
Le Rose di Maggio. Biografia di Vittorio Amedeo II, Mario Astegiano Editore, 1999
L'ultima Sindone. Manoscritto inedito sul Sacro Lino con note e commenti, Mario Astegiano Editore, 2000
La Cuerda. Giovanna la Pazza, Mario Astegiano Editore, 2000
Croce Bianca in Campo Rosso. I Savoia, una Dinastia Millenaria, Edizioni Imago, 2002
Dentro il Grande Fratello. Francesco è stato nominato, Vecchi editore, 2004
Emanuele Filiberto, il Restauratore. Biografia, Edizioni Imago, 2005
Io sono Giovan Battista Viotti, per la Provincia di Vercelli, Edizioni Whitelight, 2006
Il Tempo Abitato. Viaggio tra Grange e Terre d'Acqua, Edizioni Whitelight 2007
I Luoghi di una Dinastia. Le Residenze Sabaude, Umberto Soletti Editore, 2008
Principessa Mafalda. Titanic italiano, con L. Garibaldi e G. Giorgerini, De Agostini, 2010
Estratto
OPERAZIONE ABEBA
Capitolo I - La Famiglia
Il 14 novembre 1902 Vittorio Emanuele III partì per l'isola di Montecristo, sul panfilo Jela, per una vacanza venatoria e distensiva dopo le visite di Stato all'estero, senza Elena, di nuovo in dolce attesa per il mese successivo.
Trascorse i tre giorni seguenti a caccia, poi, improvvisamente, senza apparente motivo, ordinò al capitano dello yacth, Giorgi di Pons, di salpare verso Livorno.
Alla stazione di Grosseto balzò sul treno reale, ansioso di raggiungere Roma dove arrivò del tutto inatteso.
Poche ore dopo, all'una e trenta del 19 novembre, diventò padre della sua secondogenita, evento previsto per Natale, o per un errore di calcolo del ginecologo reale o per un'anticipazione della natura.
Comunque fosse, Vittorio Emanuele si trovava dove il suo istinto lo aveva guidato: accanto alla moglie.
Pioveva quella notte, quando nacque Mafalda.
Pioveva come sempre accadde per sottolineare i momenti lieti o tristi della vita di Elena: "Piove, quando si muovono i Santi" recitava un vecchio proverbio montenegrino.
L'anno precedente, il primo giugno, era venuta alla luce Jolanda, così chiamata, si disse, in onore della protagonista della Partita a Scacchi di Giacosa, in realtà per desiderio di Vittorio Emanuele di onorare l'altra Jolanda, la figlia di Carlo VII di Francia, andata sposa sedicenne, agli inizi del '400, ad Amedeo IX, il Beato.
La gioia dei Sovrani, allora, non era stata turbata dal disappunto della Regina Margherita perché non era arrivato l'atteso erede al trono, anzi settecentocinquanta colombi, liberati dalla Torre del Campidoglio, volarono sulla penisola ad annunciare il lieto evento, dodici colpi di cannone furono sparati dal cannone di Castel Sant'Angelo e quattordici bambini, nati lo stesso giorno, ricevettero in dono un corredino e una somma di denaro.
In ogni modo la Regina Madre, in occasione del battesimo, pur delusa, aveva sospeso, per festeggiare la nipote, il lutto per il marito indossando un abito bianco.
Nessun cenno dal Vaticano, nessun messaggio augurale da Leone XIII che tacque, tuttavia nella chiesa del Sudario fu esposto il Santissimo Sacramento e cantato un Te Deum di ringraziamento.
L'arrivo di Jolanda, chiamata poi Anda in famiglia, aveva fugato le ansie, nonostante la delusione per il sesso che non garantiva la continuità dinastica: quella nascita, infatti, metteva fine ai tanti pettegolezzi sulla sterilità dei Sovrani - quasi certamente sposi maltusiani - e segnato un momento di grande impatto emotivo, poiché la neonata era la prima Savoia nata nell'Urbe.
Per festeggiare l'evento, il negus d'Etiopia, Menelik, aveva inviato quattro zanne d'elefante, come piedi della culla per la piccola principessa, in segno di pacificazione dopo Adua, mentre lo zar, Nicola II, con uno strafalcione rimasto celebre, si era congratulato per la nascita del principe ereditario e Tommaso Villa, presidente del Senato, altrettanto a sproposito, nel discorso di congratulazioni, l'aveva definita... un benefico precursore...
La bellissima bambina, appena giunta, pur non assicurando la successione, portò ugualmente una grande felicità nella Famiglia; la chiamarono Mafalda, tratto da un'alterazione portoghese di Matilde o meglio di Mahalt in francese antico - il suono h, inesistente in portoghese, venne sostituito con il suono f - a sua volta derivato dal germanico Mechtild o Matchild, composto dalle parole forza e combattimento e quindi dal significato di forte in combattimento.
Il nome, insolito e particolare, fu imposto dallo stesso Sovrano in ricordo di Matilde, figlia di Amedeo III, primo conte di Savoia e sorella di Umberto III, il Beato, che nel 1146 aveva sposato Alfonso di Borgogna, primo Re del Portogallo da cui ebbe una figlia, l'unica Mafalda della storia sabauda, promessa sposa di Alfonso II d'Aragona, che preferì il monastero alle nozze, morendo in odore di santità.
"Ho creduto bene di scegliere il nome della mia antenata portoghese perché madrina della neonata sarà mia zia, la Regina Maria Pia di Portogallo" spiegò il Re, il 3 dicembre nella sala del Trono al Quirinale, rispondendo agli auguri delle delegazioni di ottantaquattro senatori e settantadue deputati, guidate da Saracco e Biancheri e, per nulla preoccupato per il sesso della neonata, aggiunse: "Bisogna accettare ciò che Dio ci manda".
Si scatenò una ridda di dubbi: i giornalisti, nell'annunciare l'evento, lo accompagnarono con un punto interrogativo, Mafalda?
Gli altri nomi, scelti da Elena, furono Maria come la sorella perduta, Elisabetta come la duchessa di Genova, seconda madrina, Anna come un'altra sorella e Romana in onore di Roma.
Un antico paesino del Molise, Ripalta sul Trigno, immerso tra oliveti e boschi di querce secolari, vallate piene di verde, colli e fontane e caratterizzato da una rocca edificata tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, ma preceduta almeno da altre due fasi, databili tra l'XI ed il XIII secolo, in onore della Principessa decise di chiamarsi Mafalda, con R. D. 7 ottobre 1903.
Per lo stesso motivo, una nota casa di pasta alimentare inventò le Mafaldine, ancora oggi in commercio.
La piccola pesava alla nascita 3500 g, aveva la carnagione chiara e somigliava al padre e forse per questo, con l'andare del tempo, divenne ... l'unica che sapeva farlo ridere ...
Il Re volle che diventasse cristiana senza indugio: a soli quattro giorni, nel salone rosso del Quirinale, domenica 23 novembre, fu consacrata da Monsignor Lanza, alla presenza del presidente del Senato Giuseppe Saracco e del Notaio della Corona Giovanni Giolitti.
Nella barocca Cappella Paolina, gemella della Sistina, edificata da Carlo Maderno nell'ambito del progetto di papa Paolo V Borghese, teso a fare del Quirinale una funzionale sede alternativa ai Palazzi Vaticani, e riaperta per l'occasione, lunedì 15 dicembre, Mafalda ricevette il battesimo ufficiale, al cospetto, per la prima volta dopo la Presa di Porta Pia, di un membro della Santa Sede - autorizzato dal cardinale vicario di Roma Pietro Respighi - Don Ferrarini, l'umile parroco della chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio a Fontana di Trevi, al quale Umberto I era solito elargire cospicue elemosine... per le miserie segrete...
Assistevano, vestite di bianco, la Regina Madre Margherita, la Regina Elena e le dame di corte che portavano sull'abito il monogramma del servizio della loro Sovrana, una sfavillante E di brillanti, adagiata su una coccarda azzurra.
Qualche tempo dopo sulla rivista "Regina" apparve una foto della principessina accompagnata dalle seguenti parole: "L'Italia partecipa della lietezza materna della Regina e del gaudio paterno del Re.
È la festa di un popolo ed è una vibrazione che ha un'eco in ogni cuore di madre.
E la raccolta e la dispersa gente italiana s'affisa ancora una volta nella Monarchia, eleva gli sguardi verso gli occhi bellissimi della Regina".
Il tempo scorreva veloce.
Il 20 luglio 1903 morì Leone XIII.
Al suo posto, su pressioni di Vittorio Emanuele III, venne eletto Pio X, Giuseppe Melchiorre Sarto, Patriarca di Venezia, venuto a Roma con nessuna velleità di elezione.
Era un uomo gioviale, bonario, con una forte componente ironica: a un porporato francese che gli pronosticava che non avrebbe potuto essere eletto perché non conosceva il francese aveva risposto: "Grazie a Dio, e poi ho comprato il biglietto di andata e ritorno!"; diventato Papa rispose a un prelato che gli raccomandava di attribuire il cappello cardinalizio a un collega: "Non sono un cappellaio, sono semplicemente un Sarto".
Pragmatico e concreto, di fronte alle interdizioni richieste dalle autorità religiose parigine, per il tango, ballo sensuale importato dall'Argentina, che cominciava a sottrarre spazio in Europa al valzer e alla polka, dette disposizioni affinché una coppia di ballerini gli fornisse un'idea precisa della nuova danza, per valutarne direttamente, di persona, gli aspetti scandalosi.
Avvenuta l'esibizione riservata, il sommo Pontefice disse: "A me sembra che sia più bello il ballo alla friulana, ma non vedo che gran peccato vi sia in questo nuovo ballo", disponendo la revoca della sanzione ecclesiastica prevista per chi lo avesse praticato.
L'anno seguente, il 15 settembre del 1904 a Racconigi, in un'altra notte di pioggia, alle 23 esatte, nacque Umberto, Nicola, Tommaso, Giovanni, Maria, nell'appartamento privato dei Sovrani, nell'ala piccola a sinistra, con ambienti art-deco, in una camera da letto laccata di bianco con l'immagine della Santa Sindone appesa alla parete.
La felicità dei sovrani fu talmente grande che si decise di diffondere la notizia della nascita con un ritardo di qualche ora per concedere ai genitori il tempo di godere in pace e da soli... la creatura benedetta venuta ad allietare la casa di una donna e di uomo che si amano.
Per festeggiare la felice circostanza Vittorio Emanuele elargì alla Cassa Mutua dei vecchi operai un milione di lire e spedì alla Madre un conciso telegramma: "Mamma, ho avuto un figlio".
Aveva in cuor suo sperato, come Carlo Alberto, quando si preoccupava per la successione: "Dieu veuille nous donner un garçon!" ed era stato esaudito.
La Tribuna scrisse: "L'annunzio del Principe nato, diffonde un senso di sicurezza nel popolo d'Italia".
La Regina Margherita arrivò in automobile, a causa dello sciopero dei treni, e quando seppe il nome del neonato... ebbe un sussulto e gli occhi le si riempirono di lacrime...
Da Torino giunsero la principessa Letizia Bonaparte e la Duchessa Elena d'Aosta.
La facciata del municipio di Racconigi fu illuminata da tremila lampadine e le campane di tutte le chiese suonarono a distesa, ma Milano, che aveva proclamato una manifestazione generale di protesta in opposizione all'intervento dell'esercito al Sud per le agitazioni contadine, non espose la bandiera.
Raggiunsero il piccolo centro piemontese, con un treno speciale, anche Giolitti e il Sindaco di Roma, mentre nella Città Eterna, la Patarina , dava dall'alto del Campidoglio il solenne annuncio al popolo.
Il 16 settembre il neonato fu consacrato nella Cappella del Castello, ma il battesimo ufficiale fu impartito, con grande sfarzo, il 4 dicembre nella Cappella Paolina del Quirinale, da Monsignor Beccaria, rappresentante del Vaticano, con la dispensa speciale di Pio X, e dal solito Don Ferrarini.
Il Principe di Piemonte ebbe come eminenti padrini, Guglielmo II e il Re Edoardo VII d'Inghilterra, rappresentati dal principe Alberto di Prussia e dal duca Arturo di Connaught.
Erano presenti inoltre Nicola del Montenegro con le tre figlie, il principe Vittorio Napoleone e tutti i principi di Casa Savoia.
Altri anni sgombri di nuvole per la Famiglia, che il 13 novembre del 1907 fu allietata dalla nascita a Roma, al Quirinale, di Giovanna, Elisabetta, Antonia, Romana, Maria, due giorni dopo il trentottesimo compleanno di Vittorio Emanuele.
L'atto di nascita fu steso il 16 dello stesso mese da Tancredi Canonica, Presidente del Senato, in veste di ufficiale di Stato Civile, al quale la contessa Bruschi Falgari, dama di corte, presentò la neonata e il battesimo fu imposto l'11 marzo 1908, madrina la bisnonna, principessa Elisabetta di Sassonia, duchessa di Genova e madre della Regina Margherita.
Il nome ricordava l'altra principessa di Savoia, Giovanna, figlia di Amedeo V, nata forse nel 1307 a Bourg en Bresse e sposa di Andronico III Paleologo, imperatore d'Oriente.
I giorni si rincorrevano, segnati da avvenimenti pubblici ma soprattutto dalla quotidianità della vita famigliare.
I Sovrani, schivi e discreti, preferivano una vita quasi borghese in cui Vittorio Emanuele si comportava da funzionario dello Stato e Elena da mamma e da casalinga.
La Regina, infatti, aveva ridotto al minimo gli impegni pubblici per occuparsi personalmente dei figli, provvedendo da sola alla loro educazione e alla loro formazione, col solo aiuto delle nurses alle quali si sostituiva spesso e volentieri, soprattutto nelle ore dei pasti e delle pulizie personali.
"Io sono sempre stata mamma - confiderà alla giornalista Sofia Bisi Albini, che fu la sua prima biografa, in una delle rare interviste concesse - da piccina fui la mamma delle mie bambole, le ho amate, educate, allevate come se fossero piccole creature vive...
Poi, giovinetta, fui la mamma del mio fratellino Pietro.
Quando egli nacque mia madre si ammalò gravemente della malattia che ancora trascina e la fa soffrire.
Io lo allevai col biberon ed egli dormì in camera mia fino al giorno che mi sposai...
Conosco l'animo dei bambini perchè li amo.
Basta amarli veramente.
Io ho sempre pensato che chi non capisce i bambini non li capisce perché non li sa amare..."
Salutista convinta e igienista intelligente, Elena cresceva i suoi figli come creature normali, facendoli vivere il più possibile all'aria aperta: "Noi dobbiamo allevare i bambini proprio come fiori, sotto il sole, liberi di scorrazzare quanto e come vogliono, di osservare, di discorrere di ridere.
Soprattutto non ci dobbiamo stancare delle loro chiacchiere, ma interessarci ad esse, perché ci rivelano tutto il lavorio del loro spirito, ed è solo così che possiamo conoscerli.
Tutto ciò che si vuole si ottiene dai fanciulli.
Io non credo che vi siano bimbi cattivi.
Tutti, anche quelli che hanno nel sangue germi corrotti, si possono rendere buoni.
Basta amarli più degli altri.
Basta allevarli nella gioia".
Raccontava, con emozione, di come si rotolavano nella sabbia sulla spiaggia di San Rossore, dove era loro permesso di correre a piedi nudi, di come girovagavano liberi a Castelporziano, a Sant'Anna di Valdieri o a Racconigi, in groppa a Bersagliere, Black, Prince e Dragontina, i loro pony, di come riuscivano a godere della bellezza della natura.
"Essi se ne stanno curvi, con le manine sulle ginocchia, a osservare un cespo di fiori, così come guardano in un nido gli uccellini che aprono i beccucci.
Per essi i fiori, non solo si muovono, respirano, mangiano, ma palpitano, soffrono, ridono.
Un giorno che un cuginetto si mise a frustare erbe e fiori, il piccolo Umberto urlò di spasimo, pensando allo spasimo loro.
Se si lascia mancare qualche cosa a un bambino, o lo si maltratta, egli si deforma nell'anima, così come la fame lo deforma nelle ossa; è per questo che fra i poveri, noi troviamo tanti delinquenti..."
I giornali dell'epoca parlavano dei Sovrani in punta di penna, con una sorta di riverente affezione, con simpatia e partecipazione.
Data la notizia che lasciata Racconigi si erano recati in Val di Gesso, riportavano: "... La vita che essi vi conducono è delle più intime e raccolte; il Re è costretto ad allontanarsi assai spesso per dovere o pel piacere della caccia allo stambecco ..., mentre la Regina Elena non si muove mai.
Suo passatempo prediletto in quella montanina villeggiatura è la pesca delle trote, colla canna.
La gentil Signora vi attende lì, presso le palazzine medesime, collocandosi sopra un'enorme roccia rotolata dall'alto dei monti, sulla sponda del torrente: ed intanto i principini si baloccano, si rincorrono nell'attigua prateria, un sito che ogni mamma giudicherebbe ideale per la ricreazione dei bambini...
Ma altre occupazioni trattengono, non di rado, l'augusta Signora: le occupazioni che la pietà suggerisce al suo cuore sensibilissimo.
Infatti la sua presenza quassù è una benedizione per tutti i poveri dei dintorni".
La semplicità regale e la serenità, con cui Elena allevava i suoi figli, la fecero entrare di diritto nel cuore di tutti gli italiani: l'alone di simpatia che circondava la Famiglia si diffuse in tutta la penisola, si manifestò nelle copertine dei quotidiani, nelle fotografie dei piccoli Savoia che entrarono in ogni casa, nei primi cartelloni pubblicitari che ritrassero, sedute a tavola con un gran tovagliolo al collo, Jolanda e Mafalda che invitavano tutti i bambini buoni a mangiare la... pastina glutinata Buitoni, gustata a mensa anco da Umberto... raccomandata con certificati di primo ordine dai migliori medici del tempo tra cui il professor Quirico, - direttore del servizio sanitario della Real Casa e medico personale della Regina Elena - e nell'annuncio, pubblicato su tutti i giornali, che informava che... l'alimento Mellin è stato consigliato e largamente adoperato dalla famiglia di S.M. il Re d'Italia...
Vittorio Emanuele non interferì mai, se non quando volle, nel 1913, che Umberto fosse affidato all'ammiraglio Attilio Bonaldi, nato a San Francisco in California, capitano di fregata e aiutante di campo generale... uomo di dottrina e di mondo, marinaio valente, un vero maestro... che ebbe la carica di Governatore del Principe Ereditario, come imponeva la miglior tradizione di Casa Savoia.
L'educazione delle ragazze continuò dunque ad essere affidata a mamma Elena che scelse i precettori per le materie umanistiche, la matematica e la pedagogia, ma alle quali insegnò personalmente a cucinare, a cucire, a ricamare, oltre che a riassettare le loro camere e a tenere in ordine i loro indumenti: le principesse assimilarono così i basilari principi di quella che un tempo si chiamava economia domestica, crescendo in modo semplice e comune, allevate senza l'incubo del protocollo e dell'etichetta di Corte, in una famiglia che anteponeva l'amore e la spontaneità dei caratteri e delle personalità ad ogni tipo di imposizione formale.
Tuttavia non era una formazione troppo permissiva e lassista in cui tutto era concesso, quanto piuttosto un indirizzo molto amorevole che non escludeva castighi e severità all'occorrenza e che rifletteva i modelli educativi in cui era cresciuta Elena a Cettigne.
... Già a sei anni Jolanda possedeva una piccola ma perfetta macchina per cucire, fatta in modo da non mettere in pericolo le sue piccole dita e fin da allora ha incominciato a fare ogni giorno gli orli a dodici pannolini per bambini poveri...
In seguito, tutte le principesse impararono a usare la macchina per fare la maglia e quella per fare il burro e non era raro vedere le Ragazze Savoia in cucina, intente a preparare il pranzo o la merenda con le loro mani.
A tutto questo occorre aggiungere il profondo senso della coscienza del proprio ruolo, mai disgiunto tuttavia dalle più elevate pulsioni della sfera affettiva, che la Regina infuse nei figli e che li accompagnò, come un viatico, in tutte le circostanze tristi e liete della loro vita.
Coinvolgendoli in tutte le manifestazioni private e in molte di quelle pubbliche, insegnò loro il valore della famiglia e il senso dell'appartenenza ma soprattutto la dignità e la prudenza di chi, per nascita, era chiamato a compiti non sempre facili o vicini alla propria natura.
Furono Jolanda e Mafalda ad accompagnare i genitori a Fontanafredda, nella tenuta di Mirafiori, per incontrare la contessa Bianca de Larderel, vedova di Emanuele Filiberto Guerrieri, figlio di Vittorio Emanuele II e di Rosa Vercellana, incontro che segnò la riconciliazione tra i due rami della Dinastia, dopo anni di distacco e di freddezza e sempre con tutti i loro figli, vestiti alla marinaretta, Elena e Vittorio Emanuele scortarono i Sovrani di Svezia, Gustavo V e Vittoria, in una gita riservata a Tor Paterno.
Con loro diedero il benvenuto al duca Arthur di Connaught e al principe ereditario tedesco Guglielmo, partecipando a una corsa di cavalli a Tor di Quinto e, il 22 ottobre 1909, a Racconigi, con Giolitti e il sindaco di Roma, Nathan, sulla scalinata principale del Castello, accolsero lo Zar di Russia, Nicola II.
Insieme in automobile lo accompagnarono anche alla Basilica di Superga, mausoleo dei Savoia.
La visita dello Zar culminò con la firma di un accordo segreto, sottoscritto il 24 ottobre, tredicesimo anniversario delle nozze di Elena e Vittorio Emanuele, che mirava a bloccare l'espansione austriaca nei Balcani, nel quale, tra le altre cose, venivano riconosciuti i diritti italiani su Tripoli.
Per onorare l'ospite era stato rimesso in funzione il carillon della fontana monumentale, muto dai tempi di Carlo Alberto.
Nicola, prima di ripartire, elargì ai poveri la somma di diecimila franchi e donò al Principe Umberto un magnifico villaggio russo animato in miniatura, grande come una stanza del palazzo.
Non erano solo occasioni mondane a riunirli: alla fine della breve avventura della guerra contro la Turchia, che terminò il 18 ottobre dell'anno seguente con la firma del trattato di Ouchy, Elena accolse i feriti e i reduci nella reggia di Caserta e più volte, accompagnata dai figli, visitò l'ospedale, carica di regali e di sorrisi, incoraggiando con fermezza i bambini a vincere il malessere provocato loro dalla vista del sangue e delle ferite e insegnando loro la virtù teologale della carità.
Il 26 dicembre 1914 nacque a Roma Maria, Francesca, Anna, Romana.
Vittorio Emanuele concesse al primo ministro Antonio Salandra il Collare dell'Annunziata e il seggio di Senatore a Guglielmo Marconi e Luigi Albertini, ma la nascita fu festeggiata un po' in sordina, a causa della situazione internazione alquanto agitata.
La tenerezza che univa la Famiglia cresceva, la serenità infinita intraducibile degli affetti, sempre più tangibilmente segnava lo scorrere delle loro vite: le ragazze spesso lasciavano bigliettini affettuosi sul letto della madre oppure la raggiungevano in camera da letto, mentre lei si preparava per un ricevimento...
Mafalda era la più lieta.
Sembrava dovesse avere una vita più felice di tutte... rideva sempre ed era molto estroversa...
Elena la fotografava spesso, così come ritraeva gli altri suoi figli, e nel suo piccolo studio sviluppava da sola le lastre.
Muty era una bambina dagli occhi grandi e neri, il viso ingenuo, i capelli ordinati e morbidi, il sorriso dolcissimo: creatura spontanea, fantasiosa, che sapeva ricavare note sorprendenti e immaginose da ogni situazione, aveva un'anima sensibile, un cuore puro, innocente, generoso che a San Rossore avrebbe voluto restituire al mare i pesci che venivano pescati dai suoi, pregando che si spezzassero le reti.
Quando questo non avvenne corse nella stanza dei bambini a piangere, da sola.
La trovarono con gli occhi rossi.
Oppure quando, a una battuta di caccia cui partecipavano anche il padre e la sorella Jolanda, sventolò un fazzoletto per far fuggire i camosci.
Non fu rimproverata, ma da quel momento tutti presero a considerarla con un'attenzione particolare.
Umberto cominciò a chiamarla "la Biondina" e a vezzeggiarla con una tenerezza straordinaria: uniti da una profonda affinità di carattere, entrambi avevano ereditato la stessa sensibile natura di Elena, cui erano profondamente legati
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Un complesso di emozioni intime e assolute ispiravano, in Mafalda, la poesia e la musica e quando qualcosa la faceva soffrire suonava a lungo l'arpa o il violino che furono il suo conforto negli anni della guerra.
La prima guerra mondiale.
Il 6 settembre 1914, alla morte di Pio X, era stato incoronato Giacomo Della Chiesa che aveva preso il nome di em>Benedetto XV.
Il suo programma, che era quello di restituire alla Roma vaticana l'attendibilità sul piano politico e diplomatico, gli fece assumere la parte di un profeta sprovveduto fra le grandi potenze che credevano nell'utilità del conflitto.
Rimase inascoltato fin dal suo primo messaggio, quando parlò di flagello dell'ira di Dio e quando definì la guerra orrenda carneficina che disonora l'Europa civile e, più avanti, quando la circoscrisse come fosca tragedia dell'odio umano e dell'umana demenza.
Il suo pensiero, Pacem in Terris, cinquant'anni prima di Giovanni XXIII, non fu inteso, come non sarà compreso, anni dopo, Papa Roncalli.
Entrambi, in tempi diversi, mostrarono di preoccuparsi più degli uomini che della Chiesa come centro di potere, più delle anime che del Palazzo.
A dispetto degli sforzi compiuti dal Pontefice in nome della pace, il 20 maggio 1915 la Camera, con 407 voti a favore e 74 a sfavore, approvò il disegno di legge che conferiva a Vittorio Emanuele III i pieni poteri.
"Il terribile incendio - commentò Benedetto XV - si è esteso alla nostra diletta Patria".
Il 23, l'ambasciatore duca Averna notificò a Vienna la dichiarazione di guerra e a mezzanotte del 25, un martedì, il Re lasciò la capitale per il fronte dopo aver rivolto ai soldati un proclama incitandoli... a piantare il tricolore d'Italia sui termini sacri che natura pose ai confini della Patria... forse ricordando le parole del Kaiser Guglielmo: "Con un popolo come questo si va dove si vuole".
Partirono con lui il Duca d'Aosta, il Duca degli Abruzzi, il Duca delle Puglie e il Conte di Salemi, partirono gli ufficiali, i graduati, i fanti, i soldati.
A casa, ad attendere, rimasero le donne che sostituirono gli uomini ovunque era possibile.
Capo di Stato Maggiore dell'esercito era il generale Luigi Cadorna, Capo della flotta Paolo Thaon di Revel.
Dal 15 maggio al giugno del 1916 le truppe austriache si avventarono contro le nostre linee, sempre fermate.
Fu occupata Gorizia e poi all'alba del 24 ottobre 1917, le forze nemiche sferrarono un attacco che ebbe effetti devastanti sulle nostre posizioni.
Le truppe italiane, stanche e non sostituite da troppo tempo, prive di riserve e di adeguata copertura, investite da un attacco violentissimo dell'artiglieria nemica, cedettero agli austro-ungarici a Caporetto.
Una compagnia bavarese composta da 70 uomini, al comando di un giovane ufficiale, Erwin Rommel, riuscì, con una manovra di accerchiamento, a sorprendere e a far prigionieri millecinquecento italiani.
All'indomani della disfatta, costata più di duemila morti e di duecentomila feriti, il generale Cadorna parlò di tradimento di alcuni reparti del IV corpo d'armata e della II armata, ma in seguito fu appurato che il contingente ritenuto responsabile era stato invece sterminato da un attacco con gas letali.
Nello stesso giorno cadde il governo Boselli.
Il 16 novembre, il Re scese a Roma per insediare il ministero Orlando, visitò la famiglia e, passando per Padova, risalì a Peschiera dove gli alleati avevano indetto un convegno per discutere la situazione.
Vestiva l'uniforme grigioverde e decise di sostituire Cadorna con Diaz poi parlò ai vari rappresentanti degli stati alleati da solo.
Parlò due ore, in inglese, mostrando una risolutezza tale che il risultato fu l'eroica difesa sul Piave.
... Era una mattina di pioggia sottile e gelida, e la nebbia evaporava dal fiume Mincio coprendo le strade.
Ormai da giorni il cielo era coperto da nuvole, che scendevano come lacrime su Peschiera del Garda, in un tempo di guerra e distruzione, dopo la disfatta di Caporetto.
Davanti al Palazzo del Comandante inizia (...) pian piano a formarsi una folla di gente, che attende intrepida l'arrivo del Re Vittorio Emanuele III e delle forze alleate di Francia e Inghilterra.
La situazione politica è molto tesa e delicata, basta un passo falso per perdere la partita.
Il Re Soldato lo sa, ma nonostante tutto scende dalla sua auto, a testa alta, e con passo sicuro entra nel Palazzo del Comandante, oggi conosciuto come Palazzina Storica, seguito dagli altri partecipanti al Convegno.
A fianco a lui ci sono i rappresentanti politici dell'Italia Giorgio Sidney Sonnino ministro degli esteri e Vittorio E. Orlando Presidente del consiglio e primo ministro.
Per la Gran Bretagna partecipa David Lloyd Gorge e il suo braccio destro Smuts accompagnati dai loro generali Gen. William Robertson e il Gen. Woodrow Wilson.
Per la Francia il primo ministro Paul Pailevé e Franklin Bouillon accompagnati dai loro generali Gen. Ferdinand Foch e dal Gen. Camille Barrére.
Vittorio Emanuele III voleva fortemente questo incontro, dopo il convegno fallimentare di Rapallo dove Armando Diaz non era riuscito a convincere gli alleati.
Il re soldato dirige l'incontro in modo deciso e sicuro, pronunciando il famoso proclama che incitò la resistenza sul Piave, e che avrebbe portato alla vittoria della Guerra:
"Italiani, Cittadini e Soldati!
Siate un esercito solo.
Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni recriminazione è tradimento.
Questo mio grido di fede incrollabile nei destini d'Italia suoni così nelle trincee come in ogni remoto lembo della Patria, e sia il grido del Popolo, che combatte, del Popolo che lavora.
Al nemico che, ancor più che sulla vittoria militare, conta sul dissolvimento dei nostri spiriti e della nostra compagine, si risponda con una sola coscienza, con una voce sola: Tutti siam pronti a dar tutto, per la Vittoria, per l'onore d'Italia".
La forza con cui il Re condusse il Convegno colse gli astanti impreparati, quasi smarriti, tanto che di quel fatale intervento nessuno riuscì a stilare un verbale...
Mafalda seguiva la madre con Jolanda e Giovanna: il Quirinale, diventato Ospedale n. 1, era pieno di feriti, di sofferenza, di lacrime.
Per quaranta mesi, poi tutto finì.
L'Italia aveva vinto a Vittorio Veneto.
Il 2 novembre 1918 le truppe italiane occuparono Trento e Trieste e la sera del 3, a Villa Giusti, presso Padova, fu firmato l'armistizio e venne diramato il bollettino della Vittoria, a firma del generale Diaz:
"I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza".
Il generale tedesco Ludendorff dichiarò che a Vittorio Veneto l'Austria non aveva perduto una battaglia, ma l'intero conflitto e se stessa, trascinando anche la Germania nella propria rovina e il Capo di Stato Maggiore austriaco, von Arz, che l'Italia poteva vantarsi di aver vinto la grande guerra.
Ermete Gioviano Gaeta, con lo pseudonimo di E.A. Mario scrisse la Leggenda del Piave, una delle più celebri canzoni patriottiche italiane, che da quel momento divenne il simbolo della vittoria, anche se in realtà non fu mai cantata durante il conflitto.
Il Re, che volle conoscerlo personalmente, lo nominò Commendatore della Corona.
I cannoni tacquero, ma il 17 luglio, in una cantina di Ekaterinenburg, i comunisti trucidarono lo Zar Nicola e la Zarina Alessandra, con lo Zarevich Alessio e le Principesse Olga, Tatiana, Maria e Anastasia.
Un tempo era concluso, un mondo, quello della giovinezza di Elena, era scomparso per sempre.
Mafalda soffrì e pianse con la madre, si strinse a lei, le carezzò la fronte quasi a voler allontanare tutto quel dolore.
La guerra era terminata. Mafalda, non più bambina, tornò poco a poco serena.
L'incubo era cessato, rimanevano i ricordi, tristi e amari, fantasmi fluttuanti nella mente, ma per fortuna, solo ricordi.
Il ministro della guerra Gasparotto dispose la costituzione di una commissione per la designazione di un soldato sconosciuto che assurgesse a simbolo di tutti i caduti e i dispersi, un eroe sublime e puro che racchiudesse in se tutte le migliori virtù del soldato italiano.
A questo triste compito fu designata Maria Bergamas, il cui figlio Antonio aveva disertato dall'esercito austriaco per arruolarsi volontario in quello italiano, cadendo in combattimento senza che il suo corpo fosse mai identificato.
La cassa con il Milite Ignoto fu spedita con un treno speciale, in un vagone appositamente disegnato, sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma, a velocità ridottissima, in modo che in ciascuna stazione la popolazione avesse modo di onorare il passaggio del convoglio.
La salma fu tumulata al Vittoriano a piazza Venezia, nella Capitale, sotto la statua della Dea Roma, il 4 novembre, alla presenza del Re e della Famiglia, di tutte le rappresentanze dei combattenti, delle vedove, delle madri dei caduti e delle bandiere di tutti i reggimenti.
L'epigrafe porta la scritta Ignoto Militi e le date di inizio e fine del conflitto, MCMXV e MCMXVIII.
Il Milite Ignoto fu decorato con la Medaglia d'oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
"Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria".
Muty, com'era chiamata in famiglia Mafalda, forse per quella sua tranquilla e silenziosa natura, per quella compostezza discreta, per quel suo incedere un po' trasognato, possedeva il dono della pietà e della bontà e una particolare sensibilità che nascondeva, sotto un'apparente timidezza, un'intensa spiritualità.
Nata sotto il segno dello Scorpione, nella stagione in cui la natura si ammanta di veli e le foglie abbandonano gli alberi pronti al sonno, intuiva ogni situazione, scopriva la naturale essenza delle persone con l'imponderabile fluido della semplicità; era forte di carattere, teneramente caparbia, rigorosa e gentile e con una salute un po' cagionevole.
L'inappetenza costituzionale, fin dalla nascita, fu fonte di molte preoccupazioni, procurandole avitaminosi e anemia; da adulta mangiava pochissimo, talvolta si concedeva qualche sorso di vino, mai liquori e mai sigarette.
A ventitré anni, con un'altezza di 1,56 cm, pesava 43 Kg. e la sua gracilità e magrezza, al limite dell'anoressia, le davano un aspetto diafano e fragile...
Ma pur così magra, pallida e di scarso appetito, Mafalda disponeva tuttavia di un'eccezionale energia nervosa.
Aveva, ripeto, una grande carica vitale.
In casa e fuori era continuamente in movimento.
Il tennis (giocava piuttosto male ma con grande accanimento), i pic-nic, le escursioni in montagna, il ballo, la trovavano entusiasticamente in prima fila nonostante la gracile costituzione e altri suoi limiti fisici...
La Principessa, infatti, era atrofica ai muscoli inferiori delle gambe, come il padre, e aveva i cosiddetti piedi piatti, motivo per il quale indossava solo scarpe con un particolare plantare, che erano confezionate espressamente per lei in una calzoleria artigianale di Via Veneto, a Roma.
La spontaneità che albergava in Casa Savoia era esemplare.
Ambrogio Clerici, aiutante di campo di Vittorio Emanuele ne fu particolarmente colpito: "C'è tanta affabilità e tanta signorile ospitalità... e l'etichetta è così bandita che uno si trova subito a suo agio...
È una vera, bella famiglia.
La Principessa Jolanda è una figura slanciata, molto elegante, somiglia molto alla madre: è un'amazzone intrepida e abilissima, molto appassionata per i cavalli...
La Principessa Mafalda è d'indole più tranquilla e più mite, una figura bionda... monta anch'essa a cavallo ma senza passione... una birichina interessante è la Principessa Giovanna, bella ragazzina piena d'intelligenza, di brio, di gioconda spensieratezza.
Il Principe Ereditario è un bellissimo figliolo... è molto assennato per la sua età... rassomiglia molto alla Regina e diventerà un bellissimo uomo dallo sguardo penetrante e dal cuore ottimo..."
La contessa Sofia Jaccarino, figlia di Hélène Rochefort de la Rochelle, aristocratica russa di antica nobiltà francese e compagna di studi della Regina Elena a Pietroburgo, raccontò, in un suo Diario, momenti privati della Famiglia, fornendo una testimonianza diretta che ha il colore e il sapore di realtà lontane e che rivela aspetti singolari e inaspettati delle persone cui si riferisce:
"La principessa Mafalda ci ha invitato a fare un giro con la sua automobile, una Fiat decapitabile.
Guidava con molta maestria: abbiamo fatto delle corse spericolate per la villa, attraversando campi, salendo e scendendo le colline a gran velocità...
Anche quella domenica fu trascorsa come in genere tutte le domeniche.
E poiché si era d'estate, alle 8 ci riunimmo tutti vicino a un chiosco per pranzare all'aperto con i "pacchi" contenenti cibi freddi.
Ognuno aveva il suo e i piatti erano di cartone.
Alla fine li facevamo volare a mo' di dischi.
In seguito siamo andati alla Villa dove, nel gran salone al primo piano, si è ballato; vestiti come eravamo, molto semplicemente.
Alle 11 abbiamo lasciato la Villa e ci hanno accompagnato a casa in automobile.
Ognuno aveva con sé una porzione del dolce preparato dalla Regina...
A Villa Savoia, durante la settimana, le principesse erano sempre occupate nei loro studi.
La Principessa Giovanna seguiva privatamente i corsi di ginnasio e in più prendeva lezioni di pianoforte dal Maestro Amfiteatrof e di violino dal professor Emanuele del conservatorio di Santa Cecilia.
Tutte parlavano benissimo l'inglese e il francese fin dall'infanzia.
La disciplina negli studi era molto rigorosa e gli orari molto rispettati.
Mi ha sempre colpito la grande obbedienza delle principesse e del principe ai loro insegnanti, governanti e istitutrici: bastava una parola, un cenno, un'occhiata soltanto.
E senza discussioni.
Non parliamo poi della loro deferenza verso i genitori, per i quali tutti i figli nutrivano un sentimento di tenera venerazione.
Non facevano nulla senza il loro consenso.
D'altra parte l'amore della Regina per i figli era tale che non negava mai loro mai niente.
Ella ne seguiva costantemente l'educazione e li vigilava in ogni tempo perché era una madre tenerissima...
Dato che la settimana era sempre occupata negli studi la domenica era completamente dedicata agli svaghi e perciò molto attesa.
Se il tempo non lo consentiva ci si riuniva nel salone del primo piano...
Talvolta la Regina si faceva vedere un momento per assistere alle nostre scorribande.
Molto più di rado vedevamo anche S.M. il Re se si trovava lì a passare nel giro delle sue continue occupazioni.
Quasi sempre era in compagnia del suo aiutante di campo di servizio.
Se ci vedeva un po' intimiditi dalla sua presenza, pur così piena di modestia e lontana da ogni sussiego (ma per noi era pur sempre il Re) ci metteva subito a nostro agio con qualche battuta spiritosa.
L'umorismo in famiglia era molto spiccato e anche la gran cortesia.
La cortesia arrivava al punto che quando si doveva entrare o uscire da una porta, non c'era caso che il Re passasse avanti, ma sempre dava la precedenza, specialmente alle persone del gentil sesso, fossero la dama di corte o la cameriera o anche ragazze molto giovani come noi.
Durante la settimana eravamo spesso invitate a pranzo.
Si andava in abito da sera.
Dopo pranzo c'era il cinema, oppure si restava a conversare...
Il Re quasi sempre si ritirava dopo un quarto d'ora e noi si rimaneva ancora, mai però troppo a lungo, perché i padroni di casa non amavano far tardi...
La Regina organizzava ogni tanto dei piccoli spettacoli teatrali o dei concerti.
In un locale di Villa Savoia fu allestito un piccolo palcoscenico e ricordo alcune recite molto divertenti con Dina Galli e Angelo Musco.
Anche Beniamino Gigli cantò diverse volte.
In quegli anni tra noi giovani si ballava molto spesso; anche allora il ballo era la grande passione dei giovani..."
Muty adorava ballare, in particolare il charleston, il fox-trot, lo shimmy e possedeva un'importante collezione di dischi.
Il suo cantante preferito era Charlie Kuntz, amava Gershwin, la lirica e la danza classica e non perse mai una stagione lirica o una stagione di balletti all'Opera.
Volle incontrare Beniamino Gigli e Mafalda Favero e, nel 1922, Giacomo Puccini a Torre del Lago.
Il Maestro promise che le avrebbe dedicato la Turandot.
Non ne ebbe il tempo, perché morì lasciando l'opera incompiuta.
La prima rappresentazione dell'opera fu diretta da Toscanini che non nascondeva i suoi sentimenti antifascisti.
Mussolini, invitato alla rappresentazione, fece sapere che sarebbe intervenuto solo se, prima dell'inizio, fosse stata suonata Giovinezza.
Il Maestro rifiutò e Mussolini non partecipò, ma nell'intervallo mandò un mazzo di fiori con la dedica: "Mussolini a Puccini".
Continua la contessa Jaccarino: "Mi è stato chiesto se si parlava di politica tra i principi e i loro amici.
Rispondo che non se ne parlava mai, per la semplice ragione che tali argomenti non erano proprii delle nostre riunioni.
Ognuno poteva avere la sua personale opinione ma non ne facevamo oggetto delle nostre conversazioni.
Ricordo però un episodio che mi è rimasto impresso.
Nei primi anni del fascismo, uno dei ragazzi invitati alle piccole riunioni domenicali aveva messo all'occhiello della sua giacca il distintivo del partito.
La cosa non piacque al principe Umberto, poiché trovava che era fuori luogo mettere in casa sua un distintivo che indicasse un qualsiasi colore politico..."
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