Inserzioni contenenti “non sono un alieno”
Autore: Gabriele Sannino
Editore: WLM Edizioni
Prima edizione: 10/2008
Edizione corrente: 10/2008
EAN-ISBN: 9788890259647
Pagine: 209
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,8x20,4 cm
Prezzo di copertina: 11,50 Euro
Argomento: Narrativa Italiana
Descrizione
"Quella sera ero turbato ma sostanzialmente felice.
Lo ero poiché non ero quindi il solo a sostenere questo tipo di segreto; e chissà, pensai, quanti ce ne sono allora come me, nella mia stessa situazione, sparsi qui su questo mondo: proprio come tutte quelle stelle lassù che altro non sono che dei soli intorno ai quali ci possono essere altri pianeti, con chissà magari quante vite.
Sì. Non potevo essere solo, non potevo essere l'unico.
No, decisamente.
Né in questo mondo né nell'intero universo.
Quelle innumerevoli stelle luminose mi diedero, quella sera e non solo, la forza di sperare ancora.
Sperare che le cose in qualche modo si sarebbero sistemate, e che la vita prima o poi sarebbe stata splendente anche per me.
Quanto desideravo essere come quelle stelle.
Fiere, brillanti, pulsanti di luce propria.
Quanto desideravo trovar luce dentro di me, quell'indispensabile luce che mi avrebbe fatto vivere proprio come quei meravigliosi astri, che mi avrebbe consentito di non essere più l'ombra di me stesso, la mia proiezione, che avrebbe dato luce e chiarore alla mia vita e a tutto ciò che sarebbe stato intorno a me: altre vite, altri mondi. Altre stelle."
La ricerca della propria identità costa la fatica della coerenza con sé stessi e con gli altri: solo vivendo senza menzogne il proprio orientamento omoaffettivo è possibile godere del rispetto e della solidarietà degli amici, dei colleghi e dei famigliari.
E ottenere qualcosa di più dalla vita.
Enrico Oliari
Prefazione
"Nihil umanum a me alienum puto" ovvero "Nulla di ciò che appartiene all'esperienza umana lo ritengo a me estraneo".
Le parole di Terenzio di cui sopra, credo esprimano bene il vissuto di Walter, il protagonista del libro.
L'esperienza che forma, trasforma e alle volte de-forma, ma che sempre accompagna il fiume verso il mare, suo compimento.
Inutile dirlo - tanto meno ribadirlo - che la vita la si vive in diretta, senza prove generali.
Siamo stati messi su un palcoscenico, si è aperto il sipario e via... ognuno a fare il proprio meglio, potendo fare affidamento in fin dei conti solamente su se stesso.
Il percorso che intraprende Walter è un percorso di Bildung, parolona tedesca che esprime un concetto universale: ossia la formazione umana intesa quale sentiero che conduce nell'essenza più intima e spirituale di ciascun individuo, là dove il microcosmo umano si rispecchia nel macrocosmo dell'Universo.
È un riallacciarsi alla Paideia greca, all'Humanitas latina e alla Caritas medioevale.
Chi di noi non è accecato dai riflettori e assordato dagli applausi del pubblico pagante si cerca, e lo fa proprio intraprendendo un viaggio che può essere denominato per l'appunto Bildung.
Esso richiama a sé il concetto di Umanità, di Amicizia, di Emancipazione sociale, di Cultura e di Tolleranza.
Quanto di tutto ciò possiamo ritrovare nell'esperienza viva, fatta di carne e di sangue, di Walter?
A mio parere, molto.
A cominciare proprio dal senso di umanità, di un destino comune presente nei pensieri del giovane protagonista mano a mano che cresce, che si affaccia alla vita ricevendo non solo carezze, ma anche schiaffi.
Naturalmente leggendo il romanzo è possibile "sentire" e "vivere" tutto il travaglio interiore che ha portato Walter dal vedersi come una monade leibniziana, chiusa nel proprio solipsismo, al percepirsi membro attivo di una comunità.
Pensiamo alle sue considerazioni sull'interiorità:
"È incredibile come gli esseri umani tendano a soppiantare la loro natura.
Lo fanno con la natura fisica, quella che vediamo appunto, la fauna e la flora per essere più precisi, ma anche con la natura della loro stessa anima.
Ed è questo il punto più inquietante.
Se elimini la tua natura interiore, figuriamoci cosa combini con quella che è intorno a te ".
Poi l'Amicizia, vero sottofondo spirituale di tutto il romanzo, tanto da rendere impossibile scegliere e riportare una sola citazione al riguardo.
Tanti nel testo i passaggi in cui viene preso di petto questo strano sentimento, mai nettamente distinguibile dall'Amore proprio perché sua sfumatura.
Chissà, è forse l'amicizia una venatura dell'Amore, o è vero il contrario?
Nonostante gli sforzi di molti filosofi che ci hanno preceduto, non si è mai giunti a una soluzione dell'enigma... meglio così, perché credo fermamente che ogni definizione uccida ciò che tenta di definire.
Allora rimaniamo nell'ambiguità dei sentimenti, nel chiaroscuro dell'esistenza.
Cerchiamo di andare oltre il principio di non contraddizione di aristotelica memoria, in forza del quale "A non può essere anche non A".
Io personalmente guardo al grande Eraclito e alla sua armonia dei contrari!
La parola Amore credo possa essere considerata al pari di uno scrigno che racchiude in sé l'essenza di ciò che chiamiamo umanità, umano e uomo.
Libera tutti noi dall'Inumanità proprio perché, per quanto la vita possa essere dolore, quando diviene esistenza si intreccia ai fili della Speranza.
Speranza anche di un'emancipazione sociale: infatti Walter "lotta" proprio per affermare se stesso come persona libera da sensi di colpa, imbarazzi, pregiudizi o quant'altro individui acefali cerchino di rovesciargli addosso.
A tal proposito facciamo memoria di un passaggio tratto dal testo:
"L'ottusità e il buio continuano a imperare e ad avanzare in un eterno vuoto dilagante.
Continuiamo di fatto a essere etichettati e derisi, continuiamo a essere scherniti, e ad alimentare questo processo ci pensano proprio gli stereotipi che gli omofobi si aspettano.
E la giostra continua a girare, col suo carico di meraviglia, di perbenismo, e di stupidità ".
Utilizzo il verbo rovesciare in quanto lo ritengo appropriato a esprimere l'ondata di violenza più o meno subdola e più o meno evidente che il ragazzo si trova a dover in qualche modo fronteggiare nello sviluppo delle vicende narrate.
Nel leggere tutto ciò, quanti di noi corrono con la memoria agli anni della propria adolescenza?
Purtroppo penso non pochi.
Anni spesso difficili, contrassegnati da solitudine e dolore, eppure fortemente intrisi di Bildung.
Le difficoltà e il silenzio di cui ci si sente circondati rafforzano, plasmano il carattere e ci permettono di scorgere la luce di quel diamante che si cela nelle profondità e nelle oscurità della nostra interiorità.
Un pensiero di Antoine de Saint-Exupery credo possa aiutarmi ad esprimere meglio il mio sentire:
"Mi è sempre piaciuto il deserto.
Ci si siede su una duna di sabbia.
Non si vede nulla.
Non si sente nulla.
E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio".
Alla fine in molti ce l'abbiamo fatta: la Vita, realizzatasi in amicizia vera e sincera e in profonda forza interiore, ci ha aiutato a superare in un modo o nell'altro l'ottusità dilagante e a imboccare il sentiero del divenire ciò che siamo.
Il tutto nell'ottica di una cultura della tolleranza: intesa, come ci ricorda tra gli altri Voltaire, come rispetto per il pensiero e la persona dell'altro.
Infatti il protagonista sogna per sé e per le persone che ama "un mondo dove ciò che conta non è con chi ti va di costruire un futuro o semplicemente con chi ti va di andartene a letto, ma chi sei veramente, che valori hai, che tipo di persona sei e cosa sei in grado di offrire di buono a questo mondo ".
Walter ha intrapreso un lungo percorso, iniziato sui banchi del liceo e che proseguirà ben oltre le pagine di questo libro.
Una strada che lo condurrà a divenire sempre più intimo con la persona che è, e che scoprirà nelle sue mille e una sfaccettature attraverso la sua stessa Esistenza.
A Gabriele, autore del testo, e a tutti i lettori auguro di continuare "seguendo" le orme di Walter nel sentiero che lui indica a noi; e lascio loro, come guida, un aforisma di Antoine de Saint-Exupery che da sempre è una delle mie bussole:
".....bisogna vivere per poter scrivere....."
Simone De Andreis
Note biografiche
Gabriele Sannino, nato nel 1978 e campano d'origine, vive nel Nord-Italia dove fa il militare di professione.
Questo libro pieno di ottimismo è la sua prima fatica letteraria.
Estratto
Capitolo I
La più grande cosa del mondo è saper appartenere a se stessi.
Michel de Montaigne
Ho sempre saputo di essere «diverso» da quella che chiamano «normalità terrestre», e questo sin da piccolo.
Dicono che la coscienza e i ricordi nel bambino prendano forma e consistenza verso i sei anni.
Fin dal mio ingresso a scuola i miei amici mi erano molto più simpatici delle mie amiche, li sentivo più vicini (chissà poi perché?).
Stringevo con loro piccole alleanze, cercando di avere più complicità possibile, specie con quelli carini.
Ricordo con affetto il mio primo giorno di scuola in prima elementare:quando, appena entrato in classe, mi sedetti vicino a un bambino che buffamente aveva il banco pieno zeppo di pupazzetti.
Era sicuramente il suo modo per sentirsi meno solo, per affrontare quella nuova e misteriosa avventura culturale e sociale che è la scuola in quella candida età.
Preso posto, gli chiesi se potevo giocare con uno dei suoi giocattoli (caspita, com'ero sveglio a provarci già in maniera così subitanea!).
Lui, dopo un po di renitenza, mi prestò uno dei suoi Snoopy, con il quale mi intrattenei fino a quando la maestra non iniziò a imporre la sua presenza e la sua disciplina, staccandomi dal balocco.
Mi piaceva quel bambino e mi piacevano i suoi giochi.
Già a quell'età sentivo questo tipo di trasporto.
Gli anni alle scuole elementari e medie passarono velocemente tra piccole cotte (che oscillavano tra il quotidiano e il mensile) accompagnate da sguardi furtivi; talvolta, intendiamoci, anche generosamente ricambiati.
Crescevo con i miei dubbi, le lacune scolastiche, le marachelle, le prime note di demerito a scuola; insomma crescevo come può crescere qualsiasi adolescente, ma con un tormento interiore che cercavo di soffocare e di sopire a tutti i costi: cioè la mia passione segreta per i ragazzi.
Doveva essere il piccolo segreto che mi sarei tenuto per sempre dentro, per non far soffrire tutte le persone che mi stavano vicino e che volevano quello che mia madre voleva per me.
Capii quali fossero i suoi desideri un giorno quando a sei anni mi chiese: «Ti piace quella bambina?» Io le risposi che mi piaceva un bambino che giocava più in là, nel parco.
Contrariata lei mi disse: «Ma caro, ti devono piacere le bambine non i bambini!»
«Ma a me piacciono i bambini» replicai, riconfermando i miei gusti.
«Perché sei piccolo. Vedrai che quando sarai più grande ti piaceranno le bambine!», affermò lei con vigore.
Mi ripetevo e mi ridicevo: «beh nessuno è perfetto», per giustificare il persistere nelle mie spontanee convinzioni.
«L'importante è che loro (gli altri) non lo sappiano e io sono a posto, poi magari cambierò per davvero! Chissà, forse la mamma ha ragione.»
Talvolta questi pensieri prendevano il sopravvento e tutto ciò era decisamente ansiogeno per me, ma quando le mie paure mollavano la presa, mi sentivo come tutti gli altri.
Mi sentii finalmente uguale ai miei compagni di scuola e di gioco quando frequentai le medie.
Iniziai con loro a parlare dell'altro sesso talvolta, anzi sovente, in maniera sessista.
Forse il solo modo che conoscono gli adolescenti per parlare dell'altro sesso: non avendo ancora avuto il benché minimo confronto con esso ed essendone, in fondo, anche abbastanza spaventati.
Io, per spirito di emulazione, mi divertivo a parlare delle donne in maniera dispregiativa.
Mi sentivo uno di loro, un «vero uomo»!
Avevo iniziato a sentire storie del tipo che quello che va con gli uomini e che si fa infinocchiare è uno detto «frocio», che è diverso, che è negativo, che più che un uomo vero è una mezza donnicciola.
Io non dovevo essere una mezza donnicciola, dovevo essere un uomo al cento per cento, ma che dico, al mille per mille!
Per cui quelle cose, quei desideri che ancora mi riguardavano, dovevo farli sparire dalla mia mente, perché
oramai era giunta l'ora di farlo, se volevo essere pienamente come gli altri.
In quel periodo iniziai una sorta di quotidiano e costante training autogeno, soprattutto nei miei momenti di solitudine a casa, nei quali mi concentravo sull'eliminazione del problema.
Non potete neanche immaginare quanto mi sia grato per quei giorni.
Quei momenti così ispettivi della mia personalità mi hanno fatto sviluppare l'abitudine al parlarmi, all'interrogarmi.
Se solo la gente si parlasse e soprattutto si ascoltasse un po' più spesso.
Forse al mondo ci sarebbe meno stupidità.
Io all'epoca però mi parlavo solamente, e infinite volte lo facevo in maniera imperativa, ma era pur sempre l'inizio di un percorso importante ed evolutivo. Mettiamola così!
Un episodio molto importante e perturbante durante la mia adolescenza si verificò all'età di sedici anni, cioè esattamente quando ero al terzo anno del mio mitico e tanto agognato liceo scientifico.
Ricordo che un giorno, in classe, durante un intervallo tra una lezione e l'altra, una mia amica, Benedetta, mi si avvicinò dicendomi:
Sai Walter, c'è la tipa della terza B Hai presente Veronica?
Quella carina, bionda, con gli occhi verdi; lei dice che gli piaci un casino ma che non ha il coraggio di dirtelo e soprattutto di chiederti di uscire.
Cosa? Io? Perché io?
Non mi sembrava vero; e questo non solo per via della mia età e della mia poca esperienza, ma soprattutto perché era una donna!
Sì, scemo, proprio tu! Dai che è carina! Potresti anche farcelo, un pensierino
Sì, hai ragione, ma
Cosa? Dai timidone, fatti avanti!
In quel frangente di conversazione, un mio compagno di classe esordì con una dichiarazione che proprio non mi aspettavo, visti i miei sforzi nel nascondere le mie pulsioni e il mio ostentato machismo in fatto di donne:
Ma Benedetta, forse a Walter piace qualcun altro o qualcos'altro , e scoppiò in una risata sarcastica.
Cosa vorresti dire, Fabio? Che Walter è frocio?
Ma dimmi un po', come ti permetti!
Ma Walter, digli qualcosa, no?
Rimasi come impietrito.
Mi sentii come se il castello che avevo eretto in difesa di quel piccolo segreto fosse stato improvvisamente espugnato, e per giunta non da un orda di cavalieri efferati ma da uno solo di quelli!
E avevo l'incubo che dopo di lui anche gli altri avrebbero finito col demolire il prezioso e bugiardo maniero.
Dopo quella sensazione di terrore, fui mosso da uno scatto d'ira allorché mi difesi:
Frocio sarai tu, idiota che non sei altro!
Chi ti credi di essere?
Allora, vuoi vedere chi è frocio?
Dai, fatti sotto cretino, che ti mostro io chi è la checca qui lo hai capito o no?!
Tentai di avanzare verso di lui, decisamente minaccioso.
Smettila Walter, Dai, Fabio scherzava, non prendertela in questo modo, replicò Benedetta, spaventata dalla
mia reazione così forte.
Deve dirmelo lui se stava scherzando, e poi io non gli credo!
Su queste cose non si dovrebbe mai neanche scherzare!
A quel punto Fabio, tra lo stizzito e l'impaurito, voltò le spalle come per scrollarsi quella situazione divenuta pesante, bollando:
Ma stai zitto, cosa fai ora, il frocio-filosofo?! Ma va
Mi scaraventai su di lui, lo voltai e gli diedi un pugno in faccia, e poi un altro e un altro ancora; oramai la mia mente era completamente sconvolta dall'ira.
Benedetta era atterrita e iniziò a urlare e a richiamare l'attenzione degli altri compagni di classe, che nel frattempo si erano tutti stretti a cerchio cercando di dividerci.
Mentre la zuffa era quasi arrivata al suo epilogo, il professore di matematica entrò in classe e, scorgendo la situazione, ci divise definitivamente chiedendo cosa fosse successo.
Nessuno parlava, nessuno voleva dire qual era stato il vero motivo, eppure tutti lo avevano sentito dire quelle «fantasticherie» sul mio conto.
Come in genere capita in questi casi, andammo entrambi dal preside e, dopo aver fatto anche lì scena muta, fummo espulsi per tre giorni ma con l'obbligo della frequenza.
Ricordo nitidamente quel giorno, mentre tornavo a casa.
Ero fiero di me.
Avevo affrontato chi per primo aveva osato chiamarmi «frocio», di petto, picchiandolo addirittura.
Era la prima volta in assoluto che mi capitava.
Io. Sì, proprio io che ero sempre stato un pacifista convinto.
Ma andava più che bene così.
Nessuno doveva dirmi che io ero uno di quelli "Insomma" "Uno di quei gay".
Che magari si truccano, si travestono, si camuffano da donne.
Sì perché con tutto rispetto, a meno che non cambino definitivamente sesso, il loro è comunque di fatto un camuffamento.
Il bello è che ancora oggi sono più o meno di quest'ultimo avviso.
Anche se con molte più sfumature e soprattutto con molto più rispetto verso tutto ciò che può sembrare «diverso».
Certo di queste piccole e intense ma tanto tormentate riflessioni, tornai a casa col volto leggermente tumefatto.
Mia madre fu inorridita al mio apparire e subito mi fornì del ghiaccio per quei lividi che iniziavano a ingrossarsi.
Walter dimmi, cosa diamine ti è successo?
Non hai mai fatto a pugni con nessuno.
Non ti è mai piaciuto picchiare la gente!
Mamma ti prego non farne un dramma! Capita C'è sempre una prima volta, no?
Dai ti prego raccontami quello che ti è successo, ho il diritto di saperlo, non credi?
Niente, mamma. Ti prego non farmi più domande.
Non è successo proprio nulla. Fabio mi ha spinto mentre uscivamo di classe e io, arrabbiato, mi sono scaraventato su di lui.
Se non me lo dici, lo chiedo ai tuoi professori, replicò, tranquilla, percependo che mentivo.
Ok, ti dirò la verità. Ma devi promettermi che non ti arrabbierai per quello che sto per dire.
Te lo prometto, tesoro mio.
Vedi, Benedetta, durante l'intervallo, mi si è avvicinata e mi ha detto che Veronica, una ragazza della terza B, vorrebbe uscire con me, ma non ha il coraggio di chiedermelo.
Così mentre parlavo con lei, Fabio si è introdotto bruscamente nella conversazione, dicendomi che lui per primo le ha chiesto di uscire.
E mi ha minacciato che se l'avessi fatto me l'avrebbe fatta pagare!
Allora ti piace? esclamò stupefatta, mentre i suoi occhi erano bassi e fissavano silenti e riflessivi il pranzo che stava preparando.
No, Cioè sì. Certo che sì.
Il punto è che lui dopo avermi minacciato, mi ha strattonato e io mosso dall'ira gli ho sferrato un pugno.
Capisco. Tesoro, non vale la pena fare a pugni per le donne, disse sorridendo per quello che aveva appena sentito.
Certo mamma, me lo ricorderò.
Ora vado a cambiarmi, mi metto più comodo.
Tu hai già mangiato? Papà e Agnese ci sono per il pranzo oggi?
Tua sorella oggi esce alle sedici da scuola e tuo padre aveva un pranzo di lavoro.
Purtroppo saremo solo noi.
Dai, vatti a cambiare che nel frattempo metto su la pasta.
Fu così che me la cavai con mia madre, alias una donna investigativa e difficile da ingannare, e il mio castello di menzogne, almeno in casa, fu nuovamente eretto più forte che mai.
A proposito mamma, mi hanno sospeso per tre giorni con obbligo di frequenza.
Cosa?! Ma tu sei matto?!
Capitolo II
Incredibile!
Quel giorno la notizia di una possibile donna nella mia vita aveva ammorbidito mia madre in maniera tale che perfino una sospensione era finita col passare in secondo piano!
Fu così che il giorno dopo, tranquillo e beato della fortezza che avevo eretto a casa e che sempre più, vista l'approvazione tacita di mia madre, mi sembrava inespugnabile, mi recai a scuola.
Nei corridoi, prima di entrare in aula per la prima ora, vidi nuovamente Benedetta:
Ciao Walter, come stai? Spero bene! Ieri poi in mezzo a quella babele non ti ho più visto.
Volevo scusarmi con te.
Di cosa volevi scusarti, Benedetta? Non è mica colpa tua. È Fabio che per me rimane un coglione.
E anche un omofobico, direi! aggiunse.
Omo che?! le dissi con uno sguardo un po' attonito.
Walter, devo spiegarti sempre tutto, l'omofobia è la paura della diversità intesa in questo caso come omosessualità.
Dovresti saperlo.
Perché dai per scontato che io lo sappia? dissi con un'aria un po' stizzita.
Dai, non prendertela. Sei un po troppo permaloso a volte, sai?
Piuttosto, stamane ho visto Veronica e indovina un po'? Mi ha chiesto ancora di te.
In quel momento mi si accese come una lampadina nel cervello: se fossi uscito con Veronica e magari per un motivo o un altro l'avessi portata a casa, avrei risolto tutti i miei problemi, sia con la classe sia con mia madre.
In questo modo la mia pseudo-eterosessualità ne sarebbe uscita vittoriosa.
E io con lei.
Dille che voglio uscire, dissi a Benedetta mentre cercava di farfugliarmi pregi e vezzi (non certo difetti) della sua cara amica.
Cosa? Dici sul serio Walter?
Sì. Non sto affatto scherzando. Veronica è molto sexy e mi piacerebbe andar fuori con lei.
Anzi, sai cosa credo in tutta onestà, Betty? Che Fabio sia soltanto geloso di tutta questa storia, insomma che non la mandi proprio giù.
Beh vorrà dire che ingoierà la pillola volente o nolente, rispose sorridendomi.
Entrambi scoppiammo in una fragorosa risata, dopodiché col sorriso ancora stampato in faccia, entrammo in aula per l'inizio delle lezioni.
Quel giorno Fabio non mi rivolse neanche una parola, né io a lui.
Finita la scuola e tornato a casa, Benedetta mi telefonò, appena dopo il pranzo, dicendomi che aveva parlato con Veronica e che, se avessi voluto, avrei potuto chiamarla fin da subito.
Caspita Betty, sei più efficiente di un agenzia quando ti ci metti! le dissi più volte entusiasta.
Fu così che la sera stessa la chiamai e lei accettò il mio istantaneo invito per andare al cinema.
Ero preoccupatissimo, agitatissimo, e questo perché era il mio primo appuntamento, per giunta con una ragazza.
E mi sentivo un po' una merda, dato che la usavo semplicemente per salvare la mia pseudo-immagine davanti alla mia famiglia e soprattutto davanti alla scuola.
Ma l istinto di sopravvivenza, come quasi sempre capita, prevalse.
Presi dal mio garage il mio scooter e andai a prenderla.
Quando scese di casa rimasi semplicemente esterrefatto: Veronica era davvero una ragazza bellissima, alta, slanciata, sinuosa, con dei capelli il cui colore mi ricordava le spighe di grano dorate baciate dal sole d estate.
E i suoi occhi verdi assomigliavano per davvero a uno smeraldo.
Troppo «Shakespeare» la similitudine?
Beh, resta comunque la verità. Chissenefrega.
A ogni modo qualsiasi ragazzo avrebbe dato chissà cosa per uscire con lei, una delle ragazze più carine della scuola, e lei invece aveva scelto me.
Quello sicuramente sbagliato per lei.
Rimasi come rimbambito quando mi salutò e montò sul motorino, poi diedi un colpo di acceleratore e ci dirigemmo verso il cinema.
Mentre eravamo in corsa fu lei a rompere il ghiaccio: Allora Walter, ti piace il mio vestito?
Sì, certo, Veronica. È bellissimo.
Non sei decisamente un cicisbeo.
Cosa è un cicisbeo? chiesi incuriosito.
Piuttosto, chi è un cicisbeo? aggiunse con un sorriso.
Sì, dai, quella roba lì!
Scoppiò in una gran risata.
Poi mi spiegò: I cicisbei erano, durante il Settecento, i corteggiatori delle dame, i gentiluomini galanti che tenevano loro compagnia e che allietavano le loro giornate con musica, poesia e complimenti vari "e tu ne sei un po' avaro" mi riferisco proprio a questi ultimi.
«Bella e colta», pensai tra me e me.
Scusami se non ti ho chiesto di uscire prima, ma sono un po' timido. Ma, giuro, posso migliorare!
In quel momento sentii un brivido passarmi per il corpo.
Stavo spudoratamente mentendo. Per giunta a me stesso.
Soprattutto.
Arrivati al cinema, la nostra scelta cadde su un musical intriso di struggente romanticismo, che suscitò il nostro entusiasmo durante la visione.
Durante il film lei mi abbracciò, come spesso capita tra fidanzatini, e io mi sentii a disagio in quanto per me era tutto nuovo, e soprattutto era tutto falso!
A fine serata la riaccompagnai a casa, e lì la mia paura più grande prese forma: lei era stata bene con me ed era evidente che voleva baciarmi prima di entrare nel portone.
Ma io non avevo mai baciato nessuno fino a quel momento e l'idea che potesse accadere con lei mi impaurì il doppio.
A un certo punto Veronica, vedendo che io non ero di certo un buon corteggiatore "pardon, cicisbeo" mi mise le mani intorno al collo e mi sfiorò le labbra.
Io mi tirai indietro atterrito e stavo quasi per toglierle le mani, quando guardai quel bellissimo viso dolce che altro non chiedeva se non un mio gesto d'affetto e così, pian piano, appoggiai le labbra sulle sue e tentai di baciarla.
Non posso credere che baci così. È la prima volta per caso, Walter? esclamò.
Io ero terrorizzato al pensiero di dover confessare anche questa verità.
No, è che.
Tranquillo. Ti mostro io come si fa. Sai, sono brava, a dire del mio ex! Si fa così
Mi prese le labbra e mi baciò mostrandomi il movimento rotatorio della lingua.
Fu incredibile.
Lei mi baciò con tale dolcezza e savoir faire che a me piacque tantissimo, tant'è vero che i baci divennero due e poi tre e poi quattro e sempre più appassionati.
Ero meravigliato di me, ma andò bene così. Anzi benissimo.
Forse potevo veramente cambiare, e forse avevo trovato la ragazza che poteva operare questa sorta di miracolo.
Tornai a casa felice di tutta quella serata.
Ero stato benissimo con Veronica e volevo rivederla.
Dovevo assolutamente rivederla, perché con lei, con la sua bellezza e dolcezza, sarei potuto cambiare, avrei potuto far felice oltre che gli altri, soprattutto me stesso. Finalmente.
Mi chiedevo come lei avesse potuto operare tutto ciò, e cominciai così a mettere in discussione tutto quello che di me avevo pensato fino a quel momento.
«Posso cambiare, posso farcela», pensai ad alta voce durante il viaggio di ritorno verso casa.
Mi sono chiesto per molto tempo cosa fosse realmente successo quella sera, soprattutto perché avevo avuto sul serio una reazione fisica ed emotiva con quella splendida ragazza.
Ciò, naturalmente, finiva col confliggere con l'identità che mi ero costruito fino a quel momento.
In realtà solo oggi mi rendo conto realmente, col senno di poi, di cosa mi fosse successo e cosa ancora succede a tante persone impossibilitate a esprimere realmente sé stesse.
Ero semplicemente represso nella mia sessualità e ciò, unito al bisogno che avevo e che ancora ho "per fortuna" di un contatto, di un affetto, di dolcezza, di amore insomma, mi aveva spinto tra le braccia di quella splendida e innocente creatura, che in realtà non meritavo affatto.
Quella sera tornai a casa con un sorriso stampato in faccia, che sembrava come incollato, e a mia madre naturalmente raccontai il motivo:
Sai sono felice stasera, le dissi per introdurre il discorso e perché vedevo in lei il solito sguardo riflessivo e un po' curioso.
Cosa mi vuoi dire Walter? Hai buone novelle? Ti sento anch'io felice stasera.
Ho passato una bellissima serata che mi ha cambiato decisamente la vita e me la cambierà anche in futuro, ne sono certo!
Cioè? Dimmi tutto, avanti, sai che sono curiosa.
Ho conosciuto una ragazza a scuola, me l'ha presentata Benedetta, sono uscito con lei ed è andata benissimo.
Sul serio Walter? Oh, tu non puoi sapere che sollievo è per, continua, scusami. Ti ho interrotto.
A quella frase il cuore mi si gelò.
Mia madre forse sapeva di me e voleva rimuoverlo quanto lo volevo io.
Beh Lei si chiama Veronica, stasera siamo andati al cinema e abbiamo visto un musical molto romantico, che ha fatto un po' da preambolo al resto della serata.
Cioè dimmi, cosa è successo?
Niente mamma, non farmi raccontare certe cose, sono un ragazzo discreto, non mi va.
Mia madre era entusiasta e io con lei: insomma, sembrava stessimo vivendo entrambi una sorta di momentanea isteria collettiva. Vivevamo un sogno.
Il giorno dopo mi recai come al solito a scuola e appena entrai in classe, Benedetta, già del tutto informata dei fatti, mi si avvicinò e mi abbracciò.
Disse immediatamente che era contentissima per noi e che eravamo una splendida coppia.
Calma Benedetta, non correre troppo con la fantasia, ti prego! Siamo usciti solo ieri e per la prima volta.
Lei è pazza di te, credimi, te lo dice la tua Betty!
A questa frase il mio umore già di per sé un po' ballerino subì una netta spaccata e il motivo era palese.
Stavo ingannando una persona, una splendida persona che non meritava affatto di essere imbrogliata in quel modo.
Continuavo a pensarlo.
Ma continuavo anche a illudermi che forse col tempo e continuando questa frequentazione avrei potuto, se non cambiare, quantomeno adeguarmi a lei e perché no, Affezionarmi a lei.
In realtà non riuscivo a capire. Non volevo.
Onestamente credo che l'affezione, da che mondo è mondo, è un sentimento decisamente diverso dall'amore: meno profondo, meno potente, ma efficace comunque per vivere bene con una persona, se questo è ciò a cui auspichiamo.
L'amore invece, come lo intendo io ora "soprattutto ora, avendo maturato nuove consapevolezze, nuove esperienze" è un sentimento sublime, esclusivo; che, se rivolto a una persona, non si limita a una semplice coesistenza ma a una sorta di unicità che non svanisce davanti al primo intoppo, ma davanti a questo cerca un compromesso, cerca di rimodellarsi, cerca nuovi profili, purché sopravviva; e che col tempo muta nella sua forma espressiva, ma non nella sua fondamentale sostanza.
È un amore che ha una sua base, una rampa di lancio.
Questo è per me un sentimento d'amore, che è ben diverso da un sentimento d affezione.
Il mio dubbio amletico ora stava nella possibilità di amare o meno Veronica e di riuscire a renderla felice come meritava di essere.
Ma la vera domanda era: si può amare a comando? E soprattutto, ci si può «accontentare» in amore?
Recensione
È una voce spontanea e vivace, quella che ci racconta le vicende di questo romanzo: le parole disinibite e disinvolte di un ragazzo, che mantengono la loro impulsiva freschezza anche quando alle prese con un profondo processo di scoperta e accettazione di se stesso.
È un lungo percorso, quello di Walter, che dalle prime prese di coscienza dell'infanzia si snoda fino ad arrivare ai turbamenti della consapevolezza nel periodo delicato dell'adolescenza: il momento in cui ogni persona si trova ad uscire dal bozzolo del proprio io infantile per scoprire e dispiegare le fragili ali della maturità adulta.
Questo racconto può senz'altro essere definito quindi un romanzo di formazione, un tassello di un ricco filone: il percorso dall'innocenza all'esperienza di un giovane uomo, argomento che ha catturato la penna di tanti celebri artisti.
Cosa rende quindi unica questa narrazione, quindi?
Walter ci presenta da vicino, in diretta la propria esperienza di vita incentrata sulla scoperta della propria omosessualità, da sempre in contrasto con ciò che gli viene presentato come normale e - più importante per la sfera emotiva e affettiva di un bambino - con le aspettative della propria madre.
Proprio questo aspetto profondamente sensibile ed emotivo della sua personalità lo porterà da una parte ad intuire precocemente la verità sulle proprie inclinazioni, ma dall'altra a combatterle disperatamente nei primi momenti di tale presa di coscienza.
Questa battaglia con se stesso sarà vinta al prezzo di grandi sofferenze, ma gli frutterà anche grandi ricompense: la scoperta, o riscoperta , di persone che ricopriranno un ruolo chiave nella sua vita, che lo aiuteranno a definirla e a definirsi alla luce del loro affetto e sostegno.
Come l'amica d'infanzia Benedetta, da sempre complice, che si rivelerà tale anche nelle esperienze più coraggiose, senza che il suo appoggio venga mai meno.
E, anche se in un più complesso gioco di luci ed ombre, anche Veronica, che da ragazza-schermo di dantesca memoria si rivela essere il dolce sogno irrealizzabile di un amore convenzionale del protagonista, per poi divenirne un qualche modo la "donna angelo" portatrice di una grazia e un amore diversi ma non per questo meno preziosi e sinceri.
Per proseguire con gli echi della Divina Commedia, che ruolo riservare alla sorella Agnese se non quello del Virgilio a cui l'anima errante si rivolge per prima come confessore e guida?
La forza della saggezza in grado di percorrere al suo fianco una strada ardua e dolorosa, una maturità conquistata con la sofferenza a cui Walter affida i suoi passi incerti.
Anche quando disperso in una selva oscura di dubbi e disperazione, Walter non cammina da solo: il suo viaggio è difficile, in certi punti si troverà a discendere nei propri personalissimi "abissi infernali" con tanto di ombre spettrali che getteranno ulteriori paure sulla sua strada; ma sa che, protetto dalle sue tre donne , infine riuscirà a raggiungere il Paradiso cui anela.
Michela Tafelli