Inserzioni più recenti di Storia e Saggistica

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Quando i media staccano la spina

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Storia del blackout informativo durante gli "anni di piombo"

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Archivio NuoviLibri.It

Autore: Gilberto Mastromatteo

Editore: Prospettiva Editrice

Prima edizione: --/2006

Edizione corrente: --/2006

EAN-ISBN: 9788874181

Pagine: 351

Prezzo di copertina: 12,00 Euro


Descrizione
"Staccate la spina e non ci sarà più terrorismo".

Lo propose ai mass media italiani il sociologo canadese Marshall McLuhan, alla vigilia del sequestro di Aldo Moro.

Ma il vero "blackout" dell'informazione sull'eversione armata, in Italia, lo avevano attuato per anni proprio i giornali, le radio e la televisione.

Questa tesi di Storia Contemporanea, discussa nel 2004 all'Università di Macerata, traccia un'analisi del rapporto tra mass media e brigatismo rosso durante l'intera decade degli anni '70.

Dall'iniziale "strabismo" della stampa riguardo alla collocazione politica del gruppo eversivo, all'attacco delle Brigate Rosse nei confronti dei giornalisti, fino ai due casi in cui il "blackout" prospettato da McLuhan venne discusso e in parte attuato: il sequestro Moro, nel 1978, e quello del magistrato Giovanni D'Urso, a cavallo tra il 1980 e il 1981.

Ma il libro offre anche uno spaccato dell'Italia e del giornalismo di trent'anni fa, di quelle contraddizioni sulle quali si sono sviluppati l'Italia e il giornalismo di oggi.

In appendice è riportata un'intervista concessa dal giornalista de "L'Espresso" Mario Scialoja.


Note biografiche
Gilberto Mastromatteo è nato ad Ancona nel 1978.

Giornalista pubblicista, dall'agosto del 2002 collabora con il "Corriere Adriatico", il quotidiano delle Marche.

Nel luglio del 2004 si è laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli studi di Macerata con il voto di 110 e lode, discutendo questa tesi.


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Professione reporter di guerra

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Da Russel ad Al-Jazeera.
Storie, analisi ed evoluzione di un mestiere difficile.

9788874184309.jpg

Archivio NuoviLibri.It

Autore: Vincenzo Damiani

Editore: Prospettiva Editrice

Prima edizione: --/2007

Edizione corrente: --/2007

EAN-ISBN: 9788874184309

Pagine: 212

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

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Descrizione
Il reporter di guerra è davvero un dinosauro sepolto dalla polvere del tempo?

Parte dalla provocazione di uno dei più grandi inviati di guerra italiani, Mimmo Candito, il viaggio nel mondo dell'informazione di guerra.

Un excursus storico lungo 150 anni che affonda le proprie radici nel 1854, quando l'irlandese Bill Russell per la prima volta raccontò dalla Crimea le brutalità di una battaglia dal proprio interno.

Da allora l'informazione si è velocizzata. Russell impiegava un mese per confezionare il suo pezzo, oggi Internet sforna una notizia al minuto.

Una bulimia d'informazione che, in realtà, allontana prima il giornalista dai fatti e poi il lettore.

Proprio come i reporter di guerra, paradossalmente sempre più lontani dalla prima linea, le televisioni si nutrono d'immagini, ma il tubo catodico spesso deve accontentarsi di cartine geografiche o fermi immagine.

E così, l'informazione si trasforma in "infotainment" e chiacchiericcio.

O per dirla all'americana, talk show.

Ma non sempre è stato così. C'è stato - e c'è chi la guerra la racconta fuori dai denti, come Barbini.

Poi arriva il Vietnam, la tv, la Cnn e l'Iraq, Al-Jazeera, la Rete delle reti e tutto cambia.

Fino ai giornalisti embedded.


Indice
Introduzione

Capitolo I
1.1 Russell il "pioniere"
1.2 La corsa al telegrafo
1.3 Il telefono
1.4 La guerra dei Boxer
1.5 La guerra russo-giapponese e la conservazione dei Barbini
1.6 La Grande Guerra e la fine dell'età d'oro
1.6.1 Arriva la censura
1.6.2 Cinema e fotografia arruolati
1.6.3 Gibbon e Ferguson: testimoni diversi
1.6.4 Arrivano gli italiani
1.6.5 La fine dell'incubo
1.7 La radio
1.8 Etiopia: va in scena l'improvvisazione italiana
1.9 Guerra civile spagnola: il dilemma del reporter
1.9.1 Montanelli: la stecca fuori dal coro
1.10 La Seconda Guerra Mondiale: giornalismo di propaganda
1.10.1 Regimi fascisti e propaganda radiofonica
1.10.2 La museruola agli inviati e le veline
1.10.3 Povero Teschi
1.10.4 Quando il lavoro non paga
1.10.5 Reportage o bollettini militari?
1.10.6 Giornalisti con la pistola
1.10.7 La "resistenza" della censura
1.10.8 Di nuovi liberi

Capitolo II
2.1 Gli anni della "guerra fredda"
2.2 Caccia al "rosso"
2.3 Il Vietnam e la "guerra in salotto"
2.3.1 La prima fase: il news management della guerra fredda
2.3.2 Come ai tempi di Russell
2.3.3 L'autocensura
2.3.4 Anche i giornalisti muoiono
2.3.5 "Una sporca guerra"
2.3.6 "Tutta colpa della tv"
2.3.7 Non solo televisione
2.3.8 Fine della guerra inizio di una nuova era
2.4 Malvinas, Grenada e Panama
2.5 Il "buco nero" dell'Afghanistan
2.6 Malvinas: una strana guerra
2.7 Grenada e il corrispondente che non c'è
2.8 Panama e la "guerra live"
2.9 L'Iraq di Bush senior
2.9.1 La Cnn e il mezzo busto di Peter Arnett
2.9.2 Vendere la guerra
2.9.3 Il JIB e il codice Schwarzkopf
2.9.4 Il briefing e la "pentavision"
2.9.5 Corrispondenze dal campo nemico
2.9.6 Reportage "inutili"
2.9.7 Tg tutti uguali
2.9.8 Il Vietnam esorcizzato
2.10 Disinformazione nei Balcani
2.10.1 "Buoni e cattivi"
2.10.2 Inforwar
2.10.3 Kosovo: una guerra virtuale senza morti militari
2.10.4 "Tutti fuori"
2.10.5 War reporter o " bar reporter" ?
2.10.6 Il caso Debray e la propaganda di Milosevic
2.10.7 La televisione perde la guerra
2.10.8 Arriva la rete delle reti
2.10.9 Attenzione: pericolo propaganda
2.10.10 Attacco alla democrazia
2.10.11 Kosovo: analisi dell'informazione italiana
2.11 Le guerre invisibili
2.12 11 settembre 2001: Usa sotto attacco
2.12.1 La notizia unica: analisi dell'evento "11 settembre" . Il Corriere della Sera
2.12.2 Lotta al terrorismo
2.12.3 Comunicare e comunicare. 24-hour channel
2.12.4 Tra il blocco dei mujaheddin e i briefing statunitensi
2.12.5 "Chiamata alle armi" per le agenzie pubblicitarie
2.12.6 La storia si ripete
2.12.7 Le apparizioni di Osama
2.12.8 Iperattivo: autocensurarsi
2.12.9 Kabul off-limits
2.12.10 Al Jazeera, la Cnn araba
2.12.11 Reporter temerari
2.12.12 La guerra asimmetrica
2.12.13 La fuga dei reporter delusi
2.12.14 Storie di una giornalista coraggiosa: Maria Grazia Cutulli
2.13 L'Iraq di Bush junior
2.13.1 Alla conquista dell'opinione pubblica
2.13.2 Patriottismo statunitense e giornalisti embedded
2.13.3 Fox News: come non essere giornalisti
2.13.4 "All news"
2.13.5 Reporter con gli elmetti
2.13.6 Goebbels fa scuola in Usa
2.13.7 Tanto di cappello agli italiani
2.13.8 La caduta di Saddam e l'inizio dell'inferno

Capitolo III
3.1 Professione reporter
3.2 Il bagaglio di Eta Beta
3.3 Gli alberghi dei giornalisti
3.4 "Linguaggio e pass"
3.5 Le fonte dell'informazione: il taxista
3.5.1 La popolazione autoctona
3.5.2 Le fonti militari
3.6 Tra censura, rapimenti, prigione e morte: un mestiere difficile
3.7 Come cambiano i tempi
3.7.1 L'Mjw
3.7.2 Il robot-reporter
3.8 La tecnologia al servizio: internet e i "war blog"

Capitolo IV
4.1 La società dell'immaginazione
4.2 L'antenato della tv: la fotografia
4.3 Gli esordi
4.4 L'età d'oro
4.4.1 La fotografia durante la Grande Guerra: i periodici illustrati
4.4.2 Il mito di Robert Capa e i suoi amici di (dis)-avventura
4.4.3 Il Vietnam e il nuovo modo di "scattare"
4.4.4 Tra dovere professionale e quello morale
4.4.5 Fotoreporter o artista?
4.5 La morte dietro l'angolo
4.6 Verso quale fotogiornalismo?

Capitolo V
5.1 La guerra e la televisione
5.2 L'evento mediatico e la "television war"
5.3 Infotainment
5.4 Le sinergie tra istituzioni politiche, militari e i network televisivi
5.5 La guerra l'argomento privilegiato del piccolo schermo
5.6 La guerra "spalmata" e chiaccherata
5.7 I video messaggi
5.8 Informazione, infotainment o "disinfotainment"?
5.9 Iraq e Kosovo
5.9.1 Kosovo: la guerra delle emozioni
5.9.2 "L'Iraq delle donne"
5.10 L' impero delle immagini
5.10.1 Il mercato delle immagini
5.10.2 "Fabbricare" un'immagine e fabbricare un servizio
5.10.2.1 Gli effetti sonori e il montaggio
5.11 Maneggiare con cautela
5.12 Il collegamento in diretta
5.13 "C'è il satellite?"
5.14 Le piccole telecamere portatili
5.15 Gli eserciti dell'informazione internazionale
5.16 Al-Jazeera e il mondo arabo
5.17 Le concorrenti di Al-Jazeera: "BBC" e "Fox News"
5.17.1 Il patriottismo informativo di Murdoch

Appendice
Intervista a Maddalena Tulanti
Intervista a Mauro Montali
Intervista a Ennio Remondino


Note biografiche
Vincenzo Damiani è nato a Bari il 22 novembre 1980.

Laureatosi a pieni voti nel 2004 (facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università di Macerata), dal maggio del 2005 collabora con il quotidiano barese "Corriere del Mezzogiorno", edizione pugliese del Corriere della Sera.

Iscritto all'albo dei giornalisti pubblicisti, a 26 anni è alla sua prima pubblicazione.


Estratto
Introduzione

La guerra è un tipo di conflitto armato.

Il conflitto è un fenomeno naturale che assume forme e dinamiche diverse nel tempo.

I suoi modelli possono essere più o meno ricorrenti nella Storia, essere ad esempio epocali, locali, unici o rapidi.

I conflitti bellici appartengono alla categoria che potremmo definire "sociale", ovvero sono, in un certo senso, di gruppo, coinvolgono milioni di persone.

Spesso (se non sempre) non sono altro che la continuazione in armi dei contrasti economici e politici.

Non è raro che una guerra nasca dall'opposizione tra una fascia sociale privilegiata e tecnologicamente avanzata ed una temporaneamente arretrata.

L'epoca da noi etichettata come "moderna" appare costellata da conflitti (guerra dei Trent'anni, guerre coloniali, I e II Guerra mondiale, Guerra Fredda fino al terrorismo internazionale che purtroppo stiamo vivendo sulla nostra pelle) tra "potenti, ricchi che impongono lo sfruttamento come pedaggio per accedere al benessere, e poveri che vogliono diventare ricchi senza pagare i pedaggi richiesti".

Nella dinamica della storia moderna e contemporanea è quasi un dato ricorrente, e oserei dire inevitabile, che il benessere venga prodotto a scapito di qualcun altro: da qui la fonte profonda dei conflitti.

Ma non si pensi che nell'antichità funzionasse in modo diverso, anche i nostri antenati, anche i valorosi Romani soffrivano di mali simili.

Cosa intendiamo, invece, per comunicazione?

Comunicare è quel processo di trasferimento dell'informazione, contenuta in un segnale, attraverso un mezzo (canale), da un sistema (emittente) ad un altro (ricettore): il segnale è dotato di significato e tale da poter provocare una reazione nel ricettore.

Appare chiaro quale funzione, assolutamente basilare, svolga la comunicazione all'interno della vita sociale.

A questo punto, come si può definire la comunicazione di massa?

Come un processo di comunicazione diffuso dai mass media, rivolto ad un numero di destinatari potenzialmente illimitato.

Comunicazione di massa non è sinonimo di mass media, che, altresì, sono le tecnologie utilizzate per rendere possibile la prima.

La stampa è stata il primo (e per molti secoli l'unico) mezzo di comunicazione di massa.

Possiamo considerarla la più antica industria culturale che, grazie al suo inventore, l'orafo Johann Gutenberg, a partire dalla metà del XV secolo ha favorito l'esplosione dell'umanità occidentale, diffondendo la cultura a 360 gradi e innalzando il livello culturale del mondo, dando così inizio all'età della comunicazione, processo che verrà completato e modificato dai media elettronici.

Una migliore tecnologia, l'alfabetizzazione, il commercio, la democrazia, hanno contribuito alla penetrazione del quotidiano tra la "gente comune", oltre che nella cerchia dell'elite colta.

Col XIX secolo comincia la corsa allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione sempre più nuove, più rapide e in grado di coprire grandi distanze.

L'avvento della radio fornisce un potente contributo alla realizzazione della civiltà di massa.

Non stupisce, pertanto, che alle origini della straordinaria fortuna del fascismo in Italia, si trovino due fatti concomitanti: da una parte l'assassinio di Matteotti e le leggi liberticide che mettono fuori legge i partiti politici e aboliscono la libertà di stampa; e dall'altra l'inizio, in Italia, delle trasmissioni radiofoniche da parte dell'ente di Stato Eiar.

Potente mezzo che contribuisce ad immettere le masse nella vita politica.

Il giornale non è più il principale veicolo delle notizie.

L'invenzione del telegrafo, seguita da quella del telefono, ha portato notevoli cambiamenti sociali, modificando la struttura economica, ampliando la possibilità di accesso alle notizie da parte dell'audience e ha contribuito alla creazione della moderna industria dell'informazione e della pubblicità .

La televisione, invece, produce una serie di conseguenze di tipo sociale ancora in fase di studio.

Dall'invenzione del telefono e della radio ad oggi, le telecomunicazioni hanno fatto un enorme salto di qualità .

Vi è, ormai, in tutto il mondo una rete efficiente e consolidata che fonde insieme i vecchi sistemi a mezzo cavo con le comunicazioni radio satellitari.

Nascono i media telematici, cosi chiamati perché combinano le telecomunicazioni e l'informatica, definiti quindi elemento chiave nella comunicazione.

Internet, ovvero l'autostrada dell'informazione o anche la Rete delle reti. Inizialmente fu ideata per esigenze di carattere militare: il ministro della Difesa degli Stati Uniti d'America, nei primi anni Settanta, decise di realizzare ARPAnet, una rete capace di comunicare dati anche in caso di una guerra nucleare.

Col passare degli anni, diverse reti locali, appartenenti ad istituzioni di ricerca, si attaccarono ad ARPAnet creando i primi siti, che di seguito furono connessi tramite linee telefoniche.

Ma la distanza notevole rendeva la tariffa troppo alta, per cui vennero creati i cosiddetti "nodi".

Internet esplode definitivamente nel 1994 con l'apertura delle connessioni ad aziende, enti privati e cittadini. Ecco la nascita del web, una modalità di connessione con caratteristiche ipertestuali che hanno reso popolare la Rete delle reti.

Può essere considerato, oggi, uno strumento di comunicazione sociale.

Per cui è opportuno usare le dovute cautele ponendo appropriati controlli.

Proprio in questa direzione, le autorità preposte stanno cercando di muoversi sul piano normativo a livello internazionale.

E siamo alla guerra e alla comunicazione assieme.

Un binomio nato ufficialmente circa 150 anni fa, ma in realtà esistente, in forme diverse, da sempre.

Scopo del lavoro è proprio questo: descrivere e analizzare questo rapporto cosi lungo, difficile ma, allo stesso tempo, molto affascinante.

In particolar modo, sarà analizzato il ruolo del reporter di guerra, personaggio entrato nell'immaginario di tutti diventando quasi una figura mitologica.

Ma quale ruolo riveste esattamente l'inviato?

Le crisi internazionali e le guerre potrebbero essere viste come prodotti di officine militari-diplomatiche in cui il reporter di guerra si trova a sbirciare.

L'inviato potrebbe essere considerato lo storico del presente, ma oggi ha assunto un ruolo ancora più essenziale.

A detta di molti, oggigiorno i conflitti si combattono su due fronti: la prima linea (ma è giusto parlare ancora di prima linea?) e a livello mediatico.

Più di qualcuno suppone che, addirittura, le guerre si vincano prima di tutto con i media e poi con le "bombe intelligenti".

Questo perché l'opinione pubblica ha assunto un ruolo sempre più importante, è diventata l'attore principale.

Si pone, sempre più, come protagonista sulla scena politica mondiale.

Alla vigilia dell'ultimo conflitto in Iraq, la stampa americana ha affermato che era in atto un confronto tra due contendenti: Bush e, udite udite, l'opinione pubblica mondiale.

Come sottolinea Giorgio Fabretti "non esiste, però, opinione pubblica senza qualcuno o qualcosa che le dia voce, che la riveli".

Ed è in questo contesto che si inseriscono i media e i giornalisti che rappresentano gli eventi.

Sono i media a formare l'opinione pubblica, a darle, quantomeno, evidenza.

L'informazione è ambivalente: da un lato può condizionare, orientare le opinioni ma al tempo stesso sono una risorsa per conoscere, comprendere.

L'opinione pubblica è diventata l'altra potenza in campo e i primi ad essersene accorti sono proprio i signori della guerra, che quando pianificano un'azione la fanno con un occhio ai sondaggi.

Quindi, nei conflitti odierni grande rilevanza rivestono le televisioni, i giornali, le radio che dovrebbero, seguendo l'etica e la deontologia giornalistica, non schierarsi o mobilitarsi, come è avvenuto, invece, in diversi casi.

Il compito del giornalista è quello di riportare i fatti, raccontare cosa accade.

L'esempio più eclatante di informazione al servizio è quella degli embedded, giornalisti in divisa al seguito delle truppe militari nell'ultima guerra in Iraq.

Quella degli "embedded" è da considerarsi una vera e propria strategia militare, un'arma utilizzata per condizionare l'informazione.

Il reporter ha uno status effettivo equivalente a quello di un bambino curioso e fastidioso, al quale i grandi dicono "lasciaci lavorare".

"Dire tutta la verità" è la formula del giuramento del giornalista: un giuramento quasi impossibile, a meno che non si limiti a riferire solo quello che vede.

Ma non va sempre cosi.

Il reporter vive tra mille contraddizioni esistenziali che lo logorano.

I primi due capitoli sono di "ricostruzione storica".

In queste pagine è stato ripercorso un secolo e mezzo di guerre che hanno avuto risalto sui mezzi di comunicazione di massa.

Ma l'attenzione non si è soffermata sui conflitti in sé, quanto sulle difficoltà dei giornalisti a raccontarli.

Si è cercato di seguire la linea evolutiva del giornalismo di guerra attraverso le storie dei protagonisti, alcuni aneddoti simpatici o crudeli, e con l'aiuto delle dichiarazioni di alcuni personaggi del mondo dei media.

Questo percorso, lungo 150 anni, è stato suddiviso in due capitoli, per una ragione semplice: il Vietnam, con l'arrivo della televisione, ha segnato uno spartiacque per l'informazione di guerra e l'inviato.

Dal Vietnam in poi, le regole verranno riscritte, un'era si chiuderà e se ne aprirà una completamente nuova e diversa.

Lo stile del racconto muterà, ma non solo.

Il mestiere del reporter di guerra subirà un'accelerazione in tutti i sensi, l'irlandese Russell, capostipite della generazione, andrà definitivamente in pensione e si inizierà a fare posto ai cyber-reporter.

Il terzo capitolo è dedicato interamente alla figura del reporter di guerra.

Il proposito è quello di analizzare e spiegare l'evoluzione del mestiere.

Ma non solo.

Infatti, attraverso la registrazione di testimonianze dirette, si è provato a raccontare come vive il giornalista catapultato nelle zone calde, come si muove, quali sono i suoi salvavita, come riesce a raccogliere informazioni utili e ad evitare le trappole della censura, per non trasformarsi nell'arma della disinformazione.

Largo spazio sarà dato anche ai rischi del mestiere e alle sue dure conseguenze.

Il capitolo si chiude con una riflessione sul futuro di questo lavoro.

Prima di arrivare a parlare di televisione, si è ritenuto opportuno ricordare l'importanza della fotografia e del fotoreporter.

Potremmo dire che la foto ha dato avvio alla società dell'immagine.

Il suo contributo è stato fondamentale, senza le foto forse conosceremmo la storia a metà .

Ovviamente non si può parlare di fotografia di guerra senza menzionare l'inarrivabile Robert Capa, riconosciuto da tutti come il più grande.

Qualcuno per caso non ha presente la foto del miliziano scattata in Spagna?

Ed eccoci alla televisione.

Parlare del tubo catodico non è mai facile, illustri professionisti ci provano da decenni e, oramai, le teorie si susseguono e sovrappongono una all'altra.

Figuriamoci parlare di guerra in televisione.

Il compito è ingrato, ma allo stesso tempo ricco di soddisfazioni ed intrigante.

La televisione ha cambiato il modo di combattere.

Senza la tv la guerra sarebbe diversa.

Oggi, c'è quasi una commistione tra le strategie militari e quelle televisive, sono nate delle sinergie.

La strategia mediatica è entrata a fare parte integrante della pianificazione della campagna militare.

La guerra si è trasformata in media event, un nuovo programma della neo-televisione, dell'infotainment.

Le telecamere sono diventate l'arma più adatta a creare consenso.

Come asserisce Ennio Remondino "la televisione non ha certo inventato la guerra, ma ne è diventata la sublimazione, lo strumento indispensabile per confermare o distruggere le ragioni stesse di un conflitto".

Questi e tanti altri i temi da affrontare, concedendo largo spazio all'analisi di due network che si sono affacciati prepotentemente sul palcoscenico internazionale: Al-Jazeera e Fox News, una emittente del Qatar, l'altra del magnate australiano Murdoch.

Due network che, come vedremo, intendono il giornalismo in maniera differente e hanno un approccio alla news completamente opposto.

Ovviamente parlando di tv non si può non toccare l'argomento Cnn, la madre di tutte le all-news.

In appendice sono raccolte le interviste a tre dei migliori inviati di guerra italiani: Ennio Remodino, Maddalena Tulanti e Mauro Montali.


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Informazione e disinformazione di guerra

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Il caso di Al Jazeera

9788874184293.jpg

Archivio NuoviLibri.It

Autore: Francesco Congiu

Editore: Prospettiva Editrice

Prima edizione: --/2007

Edizione corrente: --/2007

EAN-ISBN: 9788874184293

Pagine: 218

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia


Descrizione:
Come è stato possibile far credere che un vecchio dittatore in declino, alle prese con un paese al collasso, potesse davvero costituire un pericolo imminente per la pace mondiale?

E cosa ancora più singolare, come è stato possibile collegare questo personaggio con Osama bin Laden e gli attentati dell'11 settembre?

Guerra e informazione, disinformazione e guerra; la notizia nei contesti bellici e la sua distorsione sistematica sono le parole chiave intorno a cui ruota questa indagine.

Ampio spazio, nel libro, viene dato alla narrazione mediatica dei due conflitti iracheni.

Cosa è cambiato e cosa è rimasto immutato rispetto all'operazione Desert Storm?

Il capitolo conclusivo, attua un cambio di prospettiva, focalizzando l'attenzione sulla rappresentazione della "guerra al terrorismo" vista attraverso lo sguardo dei mezzi di informazione arabi e in particolare del network satellitare Al Jazeera.

Vengono analizzate le implicazioni, i fattori positivi e le eventuali problematiche conseguenti alla diffusione di un punto di vista arabo autonomo e relativamente omogeneo, all'interno di un Mediascape non più interamente dominato dal monopolio occidentale dell'informazione.


Indice
Capitolo I. Armi di distrazione di massa
1.1 Informazione e propaganda di guerra
1.2 E gli inglesi fecero scuola: le false foto del generale
1.3 La guerra psicologica
1.4 Vietnam: la guerra entra in salotto
1.4.1 La sconfitta in diretta TV
1.5 Mai più come in Vietnam

Capitolo II. Iraq 1991-2004. Storia di una guerra infinita
2.1 La prima guerra del Golfo
2.1.2 Il feroce Saladino
2.1.3 Bambini strappati alle incubatrici
2.1.4 Desert Storm: la tempesta della informazione
2.2 Iraq 2003: una guerra annunciata
2.2.1 11 settembre: inizia la guerra infinita
2.2.2 Taci, il nemico ti ascolta!
2.2.3 E alla fine il Mullah fuggì in motocicletta
2.2.4 Scompare bin Laden, entra in scena Saddam
2.2.5 Bugie preventive
2.2.6 Giocare con la paura
2.3 Tempo di guerra
2.3.1 Notizie con le stellette: i giornalisti embedded
2.3.2 Media in mimetica: il patriottismo informativo
2.3.3 Sul set di Piazza Paradiso
2.3.4 La guerra come un film di Hollywood

Capitolo III. Il punto di vista arabo. Il caso Al Jazeera
3.1 Nasce Al Jazeera, la prima fonte araba di informazione indipendente
3.2 Il palinsesto che fa paura agli emiri: i rapporti con il mondo arabo
3.3 Al Jazeera e le contraddizioni del Qatar
3.4 Al Jazeera, Afghanistan e bin Laden
3.5 Al Jazeera e la guerra in Iraq

Considerazioni conclusive

Bibliografia


Note biografiche
Francesco Congiu (1977), si è laureato in Scienze della Comunicazione all'Università di Bologna, discutendo la tesi da cui è tratto questo libro.

Ha collaborato, come redattore, con la rivista bolognese" Zero in Condotta" e per alcuni portali di informazione web.

Ha lavorato, come copywriter, presso Interattiva, una software house milanese specializzata nel Digitale Terrestre.

Attualmente lavora come Content Manager presso "Abbeynet", una azienda informatica attiva nel campo della comunicazione VoIP.

È alla sua prima pubblicazione.

Contatti
francesco.congiu@gmail.com


Estratto
Introduzione

Nonostante non sia mai stato efficacemente dimostrato che i rapporti intercorsi tra l'organizzazione terroristica Al Qaeda e l'Iraq siano stati diversi da quelli con lo Yemen, l'Arabia Saudita o lo stesso Pakistan, e dato ancor più sorprendente, nonostante lo stesso Bin Laden abbia più volte esternato attraverso i suoi minacciosi proclami l'odio profondo per il regime "infedele" di Saddam Hussein, secondo un sondaggio effettuato dalla CNN, alla vigilia dell'attacco all'Iraq il 76% degli americani era convinto che vi fossero prove attendibili di aiuti dell'Iraq ad Al Qaeda, mentre il 72% credeva che Saddam fosse coinvolto negli attentati dell'11 settembre.

Le moderne armi di inganno di massa funzionano perché fanno affidamento su tecniche già sperimentate: la paura causata dal dopo 11 settembre, gli allarmi sul terrorismo e le deportazioni di massa; una coalizione di media che ripetono all'infinito le dichiarazioni ufficiali del Governo con scarsa analisi critica; l'uso di un linguaggio che nasconde o inverte i significati (ad esempio, "cambio di regime", "liberazione", "coalizione del Bene" e "asse del male"); e la sostituzione nella sfera pubblica degli intellettuali indipendenti con "esperti" autoproclamati istruiti da attrezzatissime agenzie di pubbliche relazioni, che applicano al "prodotto" "guerra" le stesse tecniche di marketing e comunicazione utilizzate per vendere un automobile o uno shampoo.

La narrazione della guerra mostrata dai mass media americani, e di riflesso, come conseguenza del crescente processo di concentrazione del mercato editoriale globale, della maggior parte dei media occidentali, ci ha presentato una versione purificata del conflitto, asettica, quasi chirurgica.

Le immagini trasmesse da tutte le televisioni presentavano per lo più visioni dall'alto, o da lontano, sui cieli in fiamme di Baghdad o sul paesaggio piatto del deserto solcato dalle sagome dei tank e dei blindati.

Più un videogame che una guerra.

Senza volti, senza corpi, senza dolore.

Senza il volto segnato dal panico di nessun soldato che riportasse il grande show del conflitto alle Dimensioni dell'umano.

Dal punto di vista occidentale, il conflitto iracheno è stato scandito dai servizi dei giornalisti embedded, letteralmente "incastonati" al seguito delle truppe, una delle novità che hanno caratterizzato la copertura mediatica dell'operazione Iraqi Freedoom.

Questi nuovi protagonisti del giornalismo di guerra, protetti e assistiti dall'esercito, si sono rivelati una delle armi vincenti in mano alla propaganda Usa per la conquista del "fronte interno" dell'opinione pubblica americana.

La copertura mediatica della prima guerra del Golfo, segnata da una manciata di immagini del cielo di Baghdad attraversato dalle scie luminose delle bombe e della contraerea irachena, ossessivamente ripetute dalla CNN, ha decretato il successo globale del network di Atlanta, che con le sue breaking news in onda 24 ore su 24, ha rivoluzionato i tradizionali criteri giornalistici di selezione e scelta delle notizie, imponendo un modello dell'informazione a "ciclo continuo", il cosiddetto "giornalismo fast food".

Il secondo capitolo della saga bellica statunitense in Medio Oriente ha invece registrato il trionfo del "giornalismo patriottico" inaugurato da Fox news, il nuovo canale satellitare all news nato proprio per fare concorrenza alla Tv del gruppo Time Warner.

Secondo i dati diffusi dall'istituto Nielsen, una sorta di Auditel americano, il maggior beneficiario del conflitto in termini di ascolti è stata proprio Fox News, che ha fatto del patriottismo integrale e dell'appoggio incondizionato al secondo conflitto iracheno il proprio marchio di fabbrica, promuovendo uno stile aggressivo e sensazionalistico di sicura presa sul pubblico.

Il nuovo canale di informazioni via cavo è tuttavia solo la punta dell'iceberg della News Corporation, il gigantesco impero editoriale presieduto da Rupert Murdoch, che grazie all'acquisizione del canale satellitare Direct Tv, oltre alle svariate Sky Tv sparse in tutto il mondo, può contare sulla smisurata cifra di 120 milioni di abbonati distribuiti in 52 paesi.

La News Corporations inoltre pubblica 175 giornali nel mondo, tra cui The Times, The Sunday Times, The Sun, The News of the World, nel Regno Unito, il New York Post ed il Weekly Standard negli Stati Uniti.

40 milioni di esemplari alla settimana in totale, venduti in tutti i continenti.

William Randolph Hearst, il simbolo dell'influenza raggiunta dal "Quarto Potere" all'epoca dell'"età dell'oro della stampa", e alla cui figura non a caso si ispira Citizen Kane, il capolavoro cinematografico di Orson Welles, al confronto con l'estensione smisurata dell'impero mediatico di Murdoch, farebbe la figura di un editore di bollettini locali.

Hearst, attraverso una violenta campagna stampa a favore dell'intervento militare a Cuba, uno degli ultimi possedimenti spagnoli, trascinò praticamente gli Stati Uniti nel conflitto ispano-americano, ribattezzata da molti come la guerra di Hearst.

Allo stesso modo, come ha scritto Federico Rampini su La Repubblica nei giorni immediatamente successivi alla caduta di Saddam, "l'intervento in Iraq passerà alla storia come la vittoria privata di Rupert Murdoch, per il suo ruolo decisivo nel 'venderla' all'opinione pubblica angloamericana mobilitando la potenza planetaria dei suoi mass media.

E' stato il motore ideologico di questa guerra".

Tuttavia, nonostante l'appoggio incondizionato della corazzata mediatica di Murdoch, e della maggior parte dei grandi network informativi statunitensi, abbia fornito un sostegno importante all'amministrazione Bush per convincere l'opinione pubblica americana circa "la giustezza della guerra" intrapresa in Iraq, l'opinione pubblica internazionale, definita dal New York Times, sull'onda delle grandi manifestazioni contro la guerra che hanno portato in piazza 110 milioni di persone in tutto il mondo, come "la seconda superpotenza mondiale", è rimasta piuttosto scettica riguardo alla necessità di un intervento militare; sia prima, durante la lunga campagna mediatica che ha preceduto l'inizio delle ostilità; che dopo, di fronte al perdurare della crisi irachena una volta decretata ufficialmente la fine della guerra.

Secondo un sondaggio pubblicato negli Stati Uniti4, alla vigilia dell'inizio delle operazioni militari in Iraq, mentre il 59% degli americani si dichiarava favorevole alla guerra, solo il 39% dei britannici, i cui soldati erano in procinto di partire a fianco delle forze Usa, appoggiava l'intervento militare "alleato".

In Italia, Spagna e Polonia, paesi inclusi nella "coalizione dei volenterosi" che sostenevano la spedizione angloamericana nel Golfo, la percentuale dei sostenitori della guerra crollava rispettivamente al 17, al 13 e al 21% degli intervistati.

Percentuali simili in Germania e Francia, dove solamente il 27 e il 21% dichiarava di non essere contrario all'intervento.

In Russia infine, l'operazione Iraqi freedoom era approvata da appena il 10% della popolazione.

Nello stesso Iraq "liberato", appena nove giorni dopo il trionfale abbattimento della statua del rais, anziché lanciare mazzi di fiori ai soldati americani, come enfaticamente raccontato dalla "coalizione" dei media occidentali, migliaia di persone affollavano le strade di Baghdad per protestare contro l'occupazione americana.

Sinistri presagi di una situazione di crisi che a qualche mese di distanza sarà descritta come "l'inferno iracheno".

"A un anno esatto dalla presa di Baghdad - recita un lancio dell'Ansa del 9 Aprile 2004 - la guerra in Iraq sembra ricominciare più vigorosa che mai.

Si combatte da nord a sud del Paese e si aggiorna di continuo il conto dei morti".

Lo stesso giorno, mentre i commentatori dei media cominciano a evocare sempre più insistentemente lo spettro di un nuovo Vietnam, la tv satellitare araba Al Jazeera trasmette le angoscianti immagini dei tre ostaggi giapponesi rapiti da un gruppo di guerriglieri iracheni, bendati, legati e con il coltello alla gola, costretti a gridare invocazioni ad Allah.

Immagini crude e brutali che contrastano drammaticamente con la rassicurante visione della guerra proposta dai mezzi di informazione occidentali.

Attraverso lo sguardo delle telecamere delle tv satellitari arabe, la sensazione è quella di assistere ad un'altra guerra, molto diversa da quella iper-patriottica andata in onda sui media americani: è la storia di una violenza quotidiana contro civili inermi, con immagini terrificanti di corpi smembrati, bambini attoniti, donne in lacrime.

Mentre sugli schermi della CNN e delle altre testate giornalistiche occidentali andava in onda la lunga sequenza della rimozione della statua di Saddam Hussein da Piazza del Paradiso, più o meno "patriotticamente" commentata a seconda della nazionalità e della proprietà dell'emittente, le emittenti arabe mostravano le vittime civili dei bombardamenti angloamericani urlanti dal dolore accolte negli ospedali iracheni.

Come accennato sopra, l'introduzione dei giornalisti embedded ha rappresentato la novità più significativa nella copertura mediatica del secondo conflitto iracheno da parte dei media occidentali.

Un'interpretazione illuminante dei motivi che hanno spinto Victoria Clarke, responsabile della comunicazione del Dipartimento di Difesa statunitense, nonché ex dirigente della Hill & Knowlton, una delle più stimate agenzie di pubbliche relazioni specializzate nella creazione di eventi mediatici al servizio di governi e di Stati in situazioni di crisi, nel mettere a punto la strategia di comunicazione che contemplava i giornalisti "arruolati" al seguito delle truppe, viene dalle parole di Steve Gorman, corrispondente della Reuters da Los Angeles.

Secondo Gorman, che scrive un mese prima dello scoppio del conflitto," preoccupati che il pubblico rimanga profondamente scettico riguardo l'entrata in guerra, gli ufficiali del Pentagono hanno detto che è nel loro interesse fornire ai media occidentali l'accesso alle zone di combattimento per contrastare il potenziale di disinformazione che potrebbe venire da fonti di notizie arabe".

In una guerra caratterizzata dalla debolezza e dall'estrema incertezza del disegno politico che l'accompagna, "la conquista dei cuori e delle menti" dei popoli coinvolti nel conflitto e dell'opinione pubblica del pianeta, come più volte enfaticamente sottolineato dagli stessi membri dell'amministrazione americana, rappresentava infatti il primo obbiettivo strategico da raggiungere; in modo "da conquistare ex post, con la forza travolgente delle immagini, il consenso e la ragione che erano mancati alla vigilia".

Non stupisce, quindi, che all'interno di un conflitto programmato in funzione della sua rappresentazione mediatica, e per questo caratterizzato da ingenti sforzi comunicativi, inediti in quanto a dimensioni e durata dell'apparato propagandistico messo in campo, la presenza delle Tv arabe sia stata definita dal presidente della Commissione Federale per le Comunicazioni degli Stati Uniti, Reed Hunt, come un vera e propria "forza geopolitica".

L'esplosione delle emittenti satellitari in lingua araba è stata l'altra grande novità che ha caratterizzato la copertura mediatica del secondo conflitto iracheno.

Una novità non di poco conto, che con la rottura del monopolio occidentale delle informazioni, ha messo in moto una vera e propria rivoluzione nel sistema della comunicazione globale, destinata a produrre conseguenze profonde nel mondo arabo, un'area in cui la libertà d'informazione è sempre stata fortemente limitata o addirittura assente.

Una delle cause principali del terremoto in atto nel sistema informativo arabo, un contesto mediatico tradizionalmente caratterizzato dal servilismo e dal conformismo, in cui la maggior parte dei grandi media è controllata, direttamente o indirettamente, dai poteri politici, è da imputare sicuramente allo strepitoso successo di Al Jazeera, la tv satellitare in onda 24 ore su 24 che ha conquistato fama planetaria con la spregiudicata messa in onda dei messaggi di Osama Bin Laden dopo i tragici attentati dell'11 settembre 2001.

Nata nel 1996 a Doha, grazie ai finanziamenti dello sceicco Hamad Khalifa al-Thani, l'emiro del Qatar, oggi può contare su un pubblico di circa 45 milioni di abbonati distribuiti nei paesi del Medio Oriente e nelle comunità arabe sparse ovunque nel mondo.

Nei giorni seguenti all'attacco angloamericano, Google e Lycos, i maggiori motori di ricerca su Internet, affermatosi come mezzo di comunicazione ormai maturo, pienamente funzionale alla febbrile ricerca di informazione e di aggiornamento in una situazione di crisi quale il contesto bellico iracheno, hanno registrato che Al Jazeera è stato il termine più comune ricercato dai navigatori, tre volte più frequente della parola "sesso".

Contemporaneamente il sito di Al Jazeera, dove erano disponibili le immagini della guerra che i network americani avevano deciso di censurare, è stato fatto oggetto di massicci attacchi da parte di alcuni hacker, che hanno reso irraggiungibile per un lungo periodo sia la versione araba che quella inglese.

L'approccio aggressivo orientato al sensazionalismo e alla ricerca ossessiva dello scoop, che contraddistingue le nuove tv arabe, Al Jazeera in testa, è stato spesso etichettato dai media occidentali come fiancheggiatore dell'estremismo e del fondamentalismo islamico.

Il comportamento dell'emittente qatariota in particolare, ha scatenato roventi polemiche da parte del governo americano.

La Casa Bianca ha stigmatizzato più volte l'antiamericanismo, a suo giudizio, imperante nel network arabo, accusato di essere il megafono di Al Qaeda, e ha più volte esercitato la sua pressione diplomatica nei confronti dell'emiro del Qatar, affinché la riportasse a più miti consigli.

Uno degli obbiettivi che questo lavoro si propone di raggiungere, è quello di analizzare come i media occidentali hanno inquadrato il terremoto in atto nel mondo dell'informazione araba; un cambiamento che a parere di Roberto Reale, "provocherà conseguenze profonde negli anni che seguiranno questa guerra".

Come case study verrà preso in considerazione il ruolo svolto da Al Jazeera, in virtù della sua posizione di leadership e di fattore di rottura all'interno del mondo dell'informazione araba.

L'informazione, o per meglio dire "la disinformazione" in tempo di guerra, è il tema centrale affrontato nel primo capitolo: un excursus storico che intende ripercorrere la copertura informativa dei maggiori conflitti combattuti nell'arco del ventesimo secolo.

Nel suo celebre studio sulla "Grande Guerra", il politologo Harold Lasswel individuò alcuni temi ricorrenti nella propaganda di tutte le nazioni belligeranti, incentrati sulla contrapposizione tra "amici" e "nemici", tra forze del bene e forze del male.

All'interno di questo sistema di classificazione il nemico assume le sembianze del male assoluto da estirpare, diviene il responsabile di tutte le sofferenze e di tutte le ingiustizie dell'umanità e per questo deve essere annientato.

Il racconto della guerra che oggi ci viene riproposto a quasi un secolo di distanza, dimostra come questi temi siano presenti non solo nella propaganda, ma nel contesto informativo in generale.

Basta rileggere i servizi giornalistici o i discorsi del presidente americano Bush sulla seconda guerra del Golfo per ritrovarli tutti, insieme a un linguaggio non troppo dissimile dalla retorica politica classica.

"Naturalmente la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra, né in Germania.

Questo è comprensibile.

Ma, dopotutto, sono i governanti del paese che determinano la politica, ed è sempre facile trascinare con sé il popolo, sia che si tratti di una democrazia, o di una dittatura fascista, o di un parlamento, o di una dittatura comunista.

Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre portato al volere dei capi.

È facile.

Tutto quello che dovete fare è dir loro che sono attaccati, e denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo, in quanto espongono il paese al pericolo.

Funziona allo stesso modo in tutti i paesi.

A parlare in questo modo non è un esperto in pubbliche relazioni assunto dalla amministrazione Bush per convincere l'opinione pubblica sulla necessità di intraprendere la "guerra al terrorismo" contro "gli stati canaglia".

Si tratta di un discorso pronunciato dal gerarca nazista Hermann Goering durante il processo di Norimberga, ma la somiglianza con le argomentazioni presentate in seguito agli attacchi dell'11 settembre da autorevoli commentatori cosi come da molti membri del Governo Usa sono imbarazzanti.

Il 6 dicembre 2001, il procuratore generale John Ashcroft, l'equivalente statunitense del nostro ministro della Giustizia, in risposta alle polemiche sulle restrizioni delle libertà civili in seguito all'approvazione del Patriot Act, in una deposizione davanti al Congresso definì "i nostri oppositori" come "coloro che spaventano gli amanti della pace con lo spettro della perdita di libertà; il mio messaggio è questo: i vostri metodi aiutano soltanto i terroristi, corrodono l'unità nazionale e indeboliscono la nostra risolutezza.

Offrono cartucce ai nostri nemici e scoraggiano gli amici dell'America. In questo modo la gente di buona volontà viene incoraggiata a restare in silenzio di fronte al Male".

"L'essenziale della dominazione politica - scrisse il sociologo francese Patrick Champagne - consiste in meccanismi essenzialmente di ordine simbolico, poiché l'azione politica più importante è nascosta e consiste soprattutto nell'imposizione di sistemi di classificazione del mondo sociale".

All'interno del corpo sociale, ai tempi di Goering come ai giorni nostri, le situazioni di crisi permettono ai governi di creare "una scala di lealtà che premia il patriota e il buon cittadino, mentre punisce chi si dichiara neutrale e agisce con violenza contro chi viene considerato, a torto o a ragione, un traditore.[...]

Dalla fine dell'Ottocento in poi, lo strumento con cui la verità patriottica è stata fatta arrivare nei villaggi più remoti dei paesi in guerra sono stati ovviamente i mass media".

"Mai come durante lo stato di guerra v'è scollamento tra la realtà e la sua riproduzione ideologica di massa. Tutto nell'informazione di guerra congiura ad affidarle intenzioni e scopi che prescindono dai fatti".

I mezzi di informazione, nonostante la loro funzione di cronaca, sono stati spesso usati nella storia come strumenti di propaganda.

In tempo di guerra la distinzione tra notizia giornalistica e propaganda diventa assai sottile.

"La guerra - scrive Fabrizio Tonello - consacra una tale superiorità del campo politico su quello giornalistico che discutere dell'autonomia di quest'ultimo non ha alcun senso.

Quando il governo chiama all'azione, i giornalisti rispondono più prontamente e con maggiore entusiasmo delle reclute".

"I mass Media - scriveva nel 1991 Rossella Savarese a proposito della prima guerra del Golfo - influenzano l'opinione pubblica perché non sono considerati strumenti di propaganda anche se essi impiegano di fatto codici non verbali per stabilire priorità qualitative e scale di valori, come la misura dei titoli e la collocazione degli articoli, elementi che non vengono percepiti come messaggi persuasori.[...]

La propaganda infatti non è altro che questo: prendere posizione a favore o contro qualcosa attribuendo alla propria scelta valori positivi in opposizione a quelli di un avversario vero o supposto.

Il linguaggio che essa impiega può essere terribilmente informativo".

Stabilire se queste riflessioni siano ancora valide a 13 anni di distanza, nell'era di Internet e della comunicazione satellitare, sarà il compito del secondo capitolo, che prende in considerazione la narrazione mediatica dei due conflitti iracheni da parte dei media occidentali.

Cosa è cambiato e cosa è rimasto immutato nello scenario mediatico rispetto all'operazione "Tempesta nel deserto"?

Il terzo capitolo, si occuperà infine del ruolo assunto dai mezzi di informazione arabi e in particolare della rete satellitare Al Jazeera nella rappresentazione mediatica di questa guerra.

Verranno analizzate le implicazioni, i fattori positivi e le eventuali problematiche che a giudizio dei nostri commentatori, comporta la diffusione di un punto di vista arabo autonomo e relativamente omogeneo all'interno di un Mediascape non più interamente dominato dal monopolio occidentale dell'informazione.

In una guerra in cui i nostri mezzi di informazione sono stati sistematicamente inondati come non mai da un vero e proprio diluvio di notizie false, frutto di un copione mediatico sapientemente preparato da tempo a tavolino grazie a una massiccia campagna di pubbliche relazioni magistralmente orchestrata al servizio dei governi americano e britannico, con la cruda forza delle immagini, le emittenti arabe hanno clamorosamente smentito le ottimistiche interpretazioni della "guerra umanitaria e democratica" suggerite dai dipendenti del Pentagono agli acritici mass media della "coalizione".

Come sottolinea Roberto Reale, "questo tipo di testimonianza ha cambiato le cose anche a casa nostra. Per la prima volta negli ultimi anni, le cosiddette 'bombe intelligenti', gli 'effetti collaterali', sono progressivamente usciti di scena.

Se queste espressioni asettiche, queste forme di ipocrisia sono state finalmente rimosse dal vocabolario di molti commentatori, il merito è proprio dei tanti filmati girati sul campo di battaglia".

Questa volta la CNN, il leader mondiale dell'informazione ai tempi della prima guerra del Golfo, così come gli altri mezzi di informazione e le agenzie di stampa di tutto il mondo hanno dovuto attingere dalle informazioni provenienti da Al Jazeera e dagli altri network arabi che con la loro documentazione filmata hanno mostrato per la prima volta ai poco avvezzi spettatori occidentali il vero tragico volto della guerra.


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Archivio NuoviLibri.It

Autore: Roberto Quaglia

Editore: Edizioni PonSinMor

Prima edizione: 04/2006

Edizione corrente: 09/2007

EAN-ISBN: 9788890277511

Pagine: 504

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 14x21 cm

Prezzo di copertina: 19,00 Euro

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Descrizione
Dopo "Tutto quello che sai è falso", giunto dal 2003 a 65.000 copie di tiratura, che si apriva con il saggio di Roberto Quaglia, "Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sull'11 settembre 2001, ma che non avete mai osato chiedervi", l'autore completa ora la sua ricerca analizzando sino in fondo i misteri dell'11 settembre e degli eventi successivi che stanno cambiando la faccia del mondo.

Un Boeing 737 che si getta in picchiata sul Pentagono senza che nessuno in città lo veda, lasciando solo un buco di 6 metri sulla facciata del Pentagono e nessun detrito.

Tre solide torri a struttura d'acciaio che per la prima volta nella storia si disintegrano ed in violazione delle leggi della fisica precipitano con inverosimile simmetria al suolo a velocità di caduta libera.

Fantomatici dirottatori arabi che non risultano nelle liste dei passeggeri imbarcati, ecco solo alcuni elementi del giallo del secolo.

Ma ogni mistero ne richiama un altro.

E allora ecco i probabili nessi tra 11 settembre e le guerre per il petrolio, la fine delle libertà e il tramonto della democrazia, il riscaldamento globale e le imminenti guerre biologiche.

Il tutto nell'assurdo silenzio dell'Europa e dei suoi mezzi d'informazione, che hanno alle spalle una tradizione culturale più solida e articolata di quella americana.

Le nuove verità emergenti non sono però al di sopra di tutti i sospetti.

Molte "sconvolgenti rivelazioni" hanno l'aspetto di miti diversivi.

Dove finisce la realtà, e dove inizia il mito?

E qual è l'opzione Dottor Stranamore che incombe come una spada di Damocle sul futuro dell'umanità?

In questo lavoro Quaglia incastona tutti i pezzi del puzzle, riportando accuratamente le fonti delle informazioni presentate, ma non si limita a ciò.

Attingendo alle sue risorse immaginative, l'autore assortisce evidenza dei fatti e fiction, serietà argomentativa e satira, ironia e sarcasmo.

La logica stringente di Quaglia demolisce la versione ufficiale degli eventi, mentre con abilità narrativa e gusto del paradosso riesce a coinvolgere e tenere con il fiato sospeso il lettore dall'inizio alla fine.

Valerio Evangelisti, autore della prefazione, conclude: Quale che sia stata la vera storia dell'11 settembre, alla fine del libro e delle sue argomentazioni stringenti, si esce con una convinzione: nessuno, quella storia, ce l'ha mai raccontata per intero.

Per tentare di ricostruirla, il libro di Quaglia si rivela indispensabile.


Indice
Tre Ufo di Valerio Evangelisti,
Introduzione
Parte prima
Avviso paradossale
Prologo reboante
Il concetto di complotto
Minimizzare le perdite - Massimizzare lo shock
A chi hanno giovato i tragici fatti dell'11 settembre?
Wishful thinking? - Il presagio
Domande curiose
Storia rivisitata dell'11 settembre 2001, versione 1.0 (estremamente soft)
Il mito dell'inefficienza
Tradimento semplice
Fare il tifo non basta
Operazione Northwoods: uccidere i propri cittadini per poter invadere Cuba
Dalla capretta al bunker il salto non è breve affatto
La minaccia dell'antrace
I servizi segreti pakistani
Altre coincidenze
È stato Osama Bin Laden, ovvero come balzare dall'ignoranza all'onniscienza
Gore Vidal chiede l'impeachment
Le visioni di Storia rivisitata dell'11 settembre 2001, versione 3.0 (hard, ma non troppo)
L'aereo contro il Pentagono
L'eresiarca francese
Era solo un wurstel
Le mutevoli proprietà del DNA
Rumsfeld il veggente
La strana composizione dell'equipaggio del Volo 77
Monumento al passeggero ignoto
I dolori del giovane cospirazionista
Storia rivisitata dell'11 settembre 2001, versione 3.1 (variante delle false rivelazioni)
Fake opposition e controllo del danno
Storia rivisitata dell'11 settembre 2001, versione 4.0 (100% hard)
Il crollo delle due torri, anzi tre
Una catastrofe a propulsione diesel
Il rogo del Reichstag nel remake di Hollywood
Il terremoto misterioso
La moviola non è bella se non è litigarella
...ed i misteri persero tutto il loro mistero!
Testimonianze dalle torri e dintorni
Appuntamento con la morte al settantanovesimo piano
La terribile SADM
Magia contro Termite
Il WTC7, la Torre che si suicidò per amore
Scommettere tutto sul crollo delle torri - come vincere ad una lotteria impossibile
E poi fu tutto oro quel che non luccica!
Storia rivisitata dell'11 settembre 2001, versione 5.0 100% hard + important patches per fixare alcuni major bugs
I migliori stuntmen del mondo
Chi fa da se fa per tre
I dirottatori fantozziani
Il ritorno dei morti viventi
Puzza nauseabonda
Le improbabili telefonate delle vittime
Miti con il trademark
Doppio sacrificio di torre e scacco matto al Rais
Storia rivisitata dell'11 settembre 2001, versione 6.0 (110% hard + alcuni incredibili plug-ins)
Altri misteri incalzano
Il video dei pompieri come i fondi del caffè?
Proprio sotto al nostro naso
Il mistero dei transponder telepatici
Il volo fatato degli aerei replicanti
Confusione crescente
United 93, l'aereo dai destini multipli
Storia rivisitata dell'11 settembre 2001, versione 6.12 beta 205
Perché la versione 6.12 della storia è in fase beta?
UFO a Manhattan
Il Manhattan Hologram Cocktail
Storia rivisitata dell'11 settembre 2001, plug-ins & adds-on a volontà
Plug & pray
Prendi i Soldi e Taci
Plausible Deniability
La nuova Pearl Harbour
Bias di conferma
Fahrenheit 911
Il mito della libertà
Il bias opposto: genesi dei cospirazionisti
L'epidemia di SARS
Il caso dei microbiologi scomparsi
Perché ammazzare microbiologi è un'attività di moda?
Guerra bioeconomica
Sfoltimento dellâ umanità
Criptocrazia
Chi sono allora i cospiratori?
La biblioteca di Babele
Suggestioni di tipo allucinatorio
Nei miei panni
Giudizi possibili
Il delitto perfetto
Internet, l'ex strumento militare
Sesto potere
Le armi di banalizzazione di massa
Hollywood docet
Trailer degli attentati prossimamente su questi schermi
Chi sa chi lo sa?
Film sull'11 settembre
Uno scontro tra fedi
I Versetti Satanici dell'Occidente
Come demolire questo libro
Consigli per giornalisti principianti
La fantascienza non è mai una cosa seria
L'importante è omettere
Kennedy - un precedente esemplare
Cosa succede in Germania?
L'ultima spiaggia: sfruttare la dabbenaggine degli sciocchi per fare loro credere che gli intelligenti sono matti
Un po' di cortina fumogena non guasta mai
Come dimenticare tutto ciò che avete letto sinora
Pulizie di primavera nel vostro cervello
Lunga vita al bispensiero!
Parte seconda
Fisiologia imperiale
Il complesso di Goebbels
L'inizio della «guerra eterna»
Onnipotenza americana
Spiritualità di un impero
Iraqi Freedom.
Analisi critica di uno sceneggiato problematico
Desert Storm, Episode One
Impotenza americana
Un lieve conflitto di interesse?
L'uccisione di Saddam: Patibolo batte Cancro 4-3
I funamboli di Al Qaeda
La vittoria finale dei cartoni animati
Il Capro dei Capri
Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare?
Gli scrittori di fantascienza al servizio del terrore?
Giochi pirotecnici nel quadro strategico
Peak Oil, ovvero la fine della baldoria.
No free lunch any more
L'America ballerà eternamente il valzer di Strauss?
La Russia ha vinto la Guerra Fredda
Solo l'antiamericanismo salverà gli USA
Il sogno americano è un incubo?
La demolizione controllata dell'America
Le bombe a Londra nel 2005: il Teatro dell'Assurdo nel Mondo Nuovo delle Favole
Agosto 2005, preludio di una guerra nucleare rimandata
Lo scacchiere geopolitico ad Aprile 2007 ed il punto sul lavaggio del vostro cervello
Parola di leader
Colpo di scena nella telenovela globale, Stati Uniti e Russia si scambiano i ruoli! (ma gli spettatori, distratti dalla pubblicità, non se ne accorgono)
L'aereo più pazzo del mondo è oggi una realtà quotidiana
Una risata ci seppellirà
La catastrofe climatica che sconvolgerà il mondo
Se i cattivi sono buoni, siamo fritti
Scenari fantascientifici
Prima o poi la realtà supera sempre la fantasia.
Ma noi ci proviamo lo
Premio Nobel per la Pace a George W. Bush
Quotazione del terrorismo in borsa
Hacker Attack & September11 Doomsday
Come salvare la pelle con la cosmesi semantica
L'estinzione di massa dei memi
La ribalta delle superstizioni
nel Medioevo prossimo venturo
Epidemie chirurgiche
Duelli fra malattie
Bioblitzkrieg!
Guerre climatiche
Gli arabi sono marziani travestiti
Il marchio di Al Qaeda über alles
Guerra civile frattale
Abolizione dei giorni feriali
I rettiliani di Icke gettano la maschera
Condizione Venere
La dittatura del surrealismo
Il muro del caos
Un futuro di basso profilo?
...oppure il migliore dei futuri possibili?
La danza dei veli nel marketing dei miti a strati
Links di approfondimento
Postfazione
Alcuni giudizi sull'Autore e sul suo libro


Recensioni
"Il primo libro affascinante scritto sull'11 settembre...
I nostri libri precedenti sull'11 settembre (compresi quelli scritti da me) sono esulceranti, esasperanti, raziocinanti, ma difficilmente affascinanti."
Maurizio Blondet (2008)


"La più stringente, brillante, documentata controinchiesta sugli attentati dell'11 settembre 2001...
Quale che sia stata la vera storia dell'11 settembre, alla fine del libro e delle sue argomentazioni stringenti, si esce con una convinzione: nessuno, quella storia, ce l'ha mai raccontata per intero.
Per tentare di ricostruirla, il libro di Quaglia si rivela indispensabile".
Valerio Evangelisti (2006)


"Questa interessante opera, della quale è da poco uscita per la casa editrice
Edizioni PonSinMor la seconda edizione ampiamente aggiornata, è, purtroppo, uno dei libri italiani sull'argomento più ignorati dalla stampa e dall'informazione.
Tanto dalla informazione ufficiale (e non ci meraviglia affatto) quanto da quella cosiddetta 'alternativa' (fa eccezione una bella recensione di M. Blondet).
È un autentico peccato, in primo luogo perché l'autore, uno scrittore di fantascienza molto noto all'estero, soprattutto nell'est europeo, ha avuto il merito di essere stato uno dei primi nel nostro paese, se non il primo in assoluto, a studiare e divulgare i tanti misteri inquietanti della Nuova Pearl Harbor.
Molti lettori si ricorderanno il brillante articolo 'Tutto Quello che Avresti Voluto Sapere sull'11 Settembre (e su tutto il resto) e Non Hai Mai Osato Chiedere' uscito nel libro di enorme successo della "Nuovi Mondi Media", 'Tutto ciò che sai è falso' (e scritto originariamente per la rivista online Delos).
A partire da quelle poche ma dense pagine sono nate la prima, e adesso la seconda edizione di 'Il Mito dell'11 Settembre'."
Comedonchisciotte.com (2008)


Note biografiche
Roberto Quaglia, (nato a Genova nel 1962), scrittore eclettico ed originale e critico italiano di fantascienza, è autore di numerose opere letterarie, molte delle quali tradotte in inglese ed in rumeno.

In italiano, varie sue opere brevi sono state pubblicate sulla rivista Futuro Europa della casa editrice Perseo Libri.

Negli anni novanta si è occupato per breve periodo anche di politica, ed è stato Consigliere Comunale a Genova dall'inizio del 1995 alla fine del 1997.

Dal 1989 attivo nel mondo del fandom di fantascienza, è dal 2002 vicepresidente della ESFS (European Science Fiction Society).

Collabora sin dal 1995 alla rivista di fantascienza Delos, sulla quale tiene una rubrica mensile dal titolo "Pensiero Stocastico".

Fin dal 1997 crea e possiede uno dei domini internet più irriverenti, assurdi, ma assiduamente visitati, in lingua italiana www.affanculo.org.

Informazioni più dettagliate sono disponibili in rete all'indirizzo www.robertoquaglia.com.


Bibliografia

Romanzi
Pane burro e paradossina Volume I (1985) e Volume II (1999), doppio romanzo, edito in lingua rumena da Nemira nel 1999, prefazione di Robert Sheckley

Il Vagabondo dell'Etere (1990), edito in rumeno da Nemira nel 1994.

Altre opere
Lassù qualcuno mi concupisce (1992) in inglese.

Il futuro della fantascienza (1995) saggio pubblicato in inglese sul Souvenir Book ufficiale di Intersection, la 53esima SF Worldcon, l'annuale Convention Mondiale di Fantascienza, tenutasi a Glasgow nel 1995.

Dio S.r.l. (1998), collezione di racconti, edito in lingua rumena da Nemira.

Pensiero stocastico
(1993), edizioni Delos Books raccolta degli articoli pubblicati per delos.fantascienza.com. Ne esiste una versione differente anche in rumeno con il titolo Gandirea Stocastica (1994), edizioni Nemira.

Tutto quello che sai è falso (2003), edizioni NuoviMondiMedia, autore del primo saggio, il controverso "Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sull'11 settembre 2001, ma che non avete mai osato chiedervi".


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Europa

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Idea, valore, costruzione e costituzione

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Autore: Matteo Iannò, Diego Medina Morales

Editore: Laruffa Editore

Prima edizione: 12/2007

Edizione corrente: 12/2007

EAN-ISBN: 9788872213704

Pagine: 244

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

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Descrizione
Il cammino imboccato dall'Europa negli anni Cinquanta del secolo scorso pone oggi ciascuno Stato "e con esso, naturalmente, i suoi cittadini" nella condizione di dover ripensare la propria storia e rivedere il concetto stesso d'Europa.

Si tratta in sostanza di ripensare il proprio passato alla ricerca dei caratteri comuni e comunque unificanti per poter passare da una serie di storie nazionali ad una eurostoria sovranazionale, alla storia dell'integrazione europea.


Note biografiche
Matteo Iannò insegna storia delle relazioni internazionali presso la Libera Università Kore di Enna.

Ha realizzato ricerche presso l'Università di Ginevra e di Cordoba.

È autore di articoli e saggi a carattere storico.


Diego Medina Morales insegna presso l'Università di Cordoba, in Spagna.

Ha realizzato ricerche presso l'Università di Bologna e di Bayreuth, in Germania.

È autore di diversi saggi in spagnolo, italiano e tedesco, su tematiche riguardanti la filosofia del diritto, la sociologia politica e la filosofia del diritto.


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