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Operazione Abeba

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La vera storia di Mafalda di Savoia

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Autore: Maria Enrica Magnani Bosio

Editore: Soletti

Prima edizione: 06/2009

Edizione corrente: 06/2009

EAN-ISBN: 9788895628028

Pagine: 240

Rilegatura: brossura fresata

Dimensioni: 13,5 x 21 cm

Prezzo di copertina: 15,00 Euro

Argomento: Storia e Saggistica


Descrizione
... Credo che l'amica Maria Enrica Magnani Bosio raggiunga con questo lavoro uno dei punti più alti del suo percorso letterario.

Con mano sicura riesce non solo a ricostruire un'epoca intera ma, soprattutto, a renderla viva, pulsante, dinamica.

Un mondo, quello, che vede protagonista la giovane Mafalda, ricco di passioni e speranze, di idee e progetti: un'alba radiosa che terminerà "troppo rapidamente" in una notte profonda e gelida.

Di questo mondo, di questa sofferta stagione della nostra storia, l'Autrice ci consegna un ritratto sorprendente per fedeltà e ricchezza di colori.

E ricco di umanità; come ricca di umanità fu la vita della fragile, esile, dolce Mafalda .

Dalla presentazione di Emanuele Filiberto di Savoia


Note biografiche
Maria Enrica Magnani Bosio. Nativa della piemontese Rivoli, da sempre appassionata di storia, dopo aver lavorato in aziende di famiglia, nel giornalismo e in radio private, si è dedicata totalmente alla ricerca e allo studio, privilegiando la Storia Patria e i Savoia.

Commediografa, conferenziera e biografa di Casa Savoia, è membro della Consulta dei Senatori del Regno d Italia; delegato Provinciale di Vercelli delle Guardie d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon e, infine, responsabile del Dipartimento Storico del "Circolo Reale Carlo Alberto" di Milano.

Ha pubblicato i seguenti volumi:

Il principe dei Narcisi. Biografia di Carlo Emanuele I, unico Duca sabaudo nato a Rivoli, Mario Astegiano Editore, 1998

Le Rose di Maggio. Biografia di Vittorio Amedeo II, Mario Astegiano Editore, 1999

L'ultima Sindone. Manoscritto inedito sul Sacro Lino con note e commenti, Mario Astegiano Editore, 2000

La Cuerda. Giovanna la Pazza, Mario Astegiano Editore, 2000

Croce Bianca in Campo Rosso. I Savoia, una Dinastia Millenaria, Edizioni Imago, 2002

Dentro il Grande Fratello. Francesco è stato nominato, Vecchi editore, 2004

Emanuele Filiberto, il Restauratore. Biografia, Edizioni Imago, 2005

Io sono Giovan Battista Viotti, per la Provincia di Vercelli, Edizioni Whitelight, 2006

Il Tempo Abitato. Viaggio tra Grange e Terre d'Acqua, Edizioni Whitelight 2007

I Luoghi di una Dinastia. Le Residenze Sabaude, Umberto Soletti Editore, 2008

Principessa Mafalda. Titanic italiano, con L. Garibaldi e G. Giorgerini, De Agostini, 2010


Estratto
OPERAZIONE ABEBA
Capitolo I - La Famiglia

Il 14 novembre 1902 Vittorio Emanuele III partì per l'isola di Montecristo, sul panfilo Jela, per una vacanza venatoria e distensiva dopo le visite di Stato all'estero, senza Elena, di nuovo in dolce attesa per il mese successivo.

Trascorse i tre giorni seguenti a caccia, poi, improvvisamente, senza apparente motivo, ordinò al capitano dello yacth, Giorgi di Pons, di salpare verso Livorno.

Alla stazione di Grosseto balzò sul treno reale, ansioso di raggiungere Roma dove arrivò del tutto inatteso.

Poche ore dopo, all'una e trenta del 19 novembre, diventò padre della sua secondogenita, evento previsto per Natale, o per un errore di calcolo del ginecologo reale o per un'anticipazione della natura.

Comunque fosse, Vittorio Emanuele si trovava dove il suo istinto lo aveva guidato: accanto alla moglie.

Pioveva quella notte, quando nacque Mafalda.

Pioveva come sempre accadde per sottolineare i momenti lieti o tristi della vita di Elena: "Piove, quando si muovono i Santi" recitava un vecchio proverbio montenegrino.

L'anno precedente, il primo giugno, era venuta alla luce Jolanda, così chiamata, si disse, in onore della protagonista della Partita a Scacchi di Giacosa, in realtà per desiderio di Vittorio Emanuele di onorare l'altra Jolanda, la figlia di Carlo VII di Francia, andata sposa sedicenne, agli inizi del '400, ad Amedeo IX, il Beato.

La gioia dei Sovrani, allora, non era stata turbata dal disappunto della Regina Margherita perché non era arrivato l'atteso erede al trono, anzi settecentocinquanta colombi, liberati dalla Torre del Campidoglio, volarono sulla penisola ad annunciare il lieto evento, dodici colpi di cannone furono sparati dal cannone di Castel Sant'Angelo e quattordici bambini, nati lo stesso giorno, ricevettero in dono un corredino e una somma di denaro.

In ogni modo la Regina Madre, in occasione del battesimo, pur delusa, aveva sospeso, per festeggiare la nipote, il lutto per il marito indossando un abito bianco.

Nessun cenno dal Vaticano, nessun messaggio augurale da Leone XIII che tacque, tuttavia nella chiesa del Sudario fu esposto il Santissimo Sacramento e cantato un Te Deum di ringraziamento.

L'arrivo di Jolanda, chiamata poi Anda in famiglia, aveva fugato le ansie, nonostante la delusione per il sesso che non garantiva la continuità dinastica: quella nascita, infatti, metteva fine ai tanti pettegolezzi sulla sterilità dei Sovrani - quasi certamente sposi maltusiani - e segnato un momento di grande impatto emotivo, poiché la neonata era la prima Savoia nata nell'Urbe.

Per festeggiare l'evento, il negus d'Etiopia, Menelik, aveva inviato quattro zanne d'elefante, come piedi della culla per la piccola principessa, in segno di pacificazione dopo Adua, mentre lo zar, Nicola II, con uno strafalcione rimasto celebre, si era congratulato per la nascita del principe ereditario e Tommaso Villa, presidente del Senato, altrettanto a sproposito, nel discorso di congratulazioni, l'aveva definita... un benefico precursore...

La bellissima bambina, appena giunta, pur non assicurando la successione, portò ugualmente una grande felicità nella Famiglia; la chiamarono Mafalda, tratto da un'alterazione portoghese di Matilde o meglio di Mahalt in francese antico - il suono h, inesistente in portoghese, venne sostituito con il suono f - a sua volta derivato dal germanico Mechtild o Matchild, composto dalle parole forza e combattimento e quindi dal significato di forte in combattimento.

Il nome, insolito e particolare, fu imposto dallo stesso Sovrano in ricordo di Matilde, figlia di Amedeo III, primo conte di Savoia e sorella di Umberto III, il Beato, che nel 1146 aveva sposato Alfonso di Borgogna, primo Re del Portogallo da cui ebbe una figlia, l'unica Mafalda della storia sabauda, promessa sposa di Alfonso II d'Aragona, che preferì il monastero alle nozze, morendo in odore di santità.

"Ho creduto bene di scegliere il nome della mia antenata portoghese perché madrina della neonata sarà mia zia, la Regina Maria Pia di Portogallo" spiegò il Re, il 3 dicembre nella sala del Trono al Quirinale, rispondendo agli auguri delle delegazioni di ottantaquattro senatori e settantadue deputati, guidate da Saracco e Biancheri e, per nulla preoccupato per il sesso della neonata, aggiunse: "Bisogna accettare ciò che Dio ci manda".

Si scatenò una ridda di dubbi: i giornalisti, nell'annunciare l'evento, lo accompagnarono con un punto interrogativo, Mafalda?

Gli altri nomi, scelti da Elena, furono Maria come la sorella perduta, Elisabetta come la duchessa di Genova, seconda madrina, Anna come un'altra sorella e Romana in onore di Roma.

Un antico paesino del Molise, Ripalta sul Trigno, immerso tra oliveti e boschi di querce secolari, vallate piene di verde, colli e fontane e caratterizzato da una rocca edificata tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, ma preceduta almeno da altre due fasi, databili tra l'XI ed il XIII secolo, in onore della Principessa decise di chiamarsi Mafalda, con R. D. 7 ottobre 1903.

Per lo stesso motivo, una nota casa di pasta alimentare inventò le Mafaldine, ancora oggi in commercio.

La piccola pesava alla nascita 3500 g, aveva la carnagione chiara e somigliava al padre e forse per questo, con l'andare del tempo, divenne ... l'unica che sapeva farlo ridere ...

Il Re volle che diventasse cristiana senza indugio: a soli quattro giorni, nel salone rosso del Quirinale, domenica 23 novembre, fu consacrata da Monsignor Lanza, alla presenza del presidente del Senato Giuseppe Saracco e del Notaio della Corona Giovanni Giolitti.

Nella barocca Cappella Paolina, gemella della Sistina, edificata da Carlo Maderno nell'ambito del progetto di papa Paolo V Borghese, teso a fare del Quirinale una funzionale sede alternativa ai Palazzi Vaticani, e riaperta per l'occasione, lunedì 15 dicembre, Mafalda ricevette il battesimo ufficiale, al cospetto, per la prima volta dopo la Presa di Porta Pia, di un membro della Santa Sede - autorizzato dal cardinale vicario di Roma Pietro Respighi - Don Ferrarini, l'umile parroco della chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio a Fontana di Trevi, al quale Umberto I era solito elargire cospicue elemosine... per le miserie segrete...

Assistevano, vestite di bianco, la Regina Madre Margherita, la Regina Elena e le dame di corte che portavano sull'abito il monogramma del servizio della loro Sovrana, una sfavillante E di brillanti, adagiata su una coccarda azzurra.

Qualche tempo dopo sulla rivista "Regina" apparve una foto della principessina accompagnata dalle seguenti parole: "L'Italia partecipa della lietezza materna della Regina e del gaudio paterno del Re.

È la festa di un popolo ed è una vibrazione che ha un'eco in ogni cuore di madre.

E la raccolta e la dispersa gente italiana s'affisa ancora una volta nella Monarchia, eleva gli sguardi verso gli occhi bellissimi della Regina".

Il tempo scorreva veloce.

Il 20 luglio 1903 morì Leone XIII.

Al suo posto, su pressioni di Vittorio Emanuele III, venne eletto Pio X, Giuseppe Melchiorre Sarto, Patriarca di Venezia, venuto a Roma con nessuna velleità di elezione.

Era un uomo gioviale, bonario, con una forte componente ironica: a un porporato francese che gli pronosticava che non avrebbe potuto essere eletto perché non conosceva il francese aveva risposto: "Grazie a Dio, e poi ho comprato il biglietto di andata e ritorno!"; diventato Papa rispose a un prelato che gli raccomandava di attribuire il cappello cardinalizio a un collega: "Non sono un cappellaio, sono semplicemente un Sarto".

Pragmatico e concreto, di fronte alle interdizioni richieste dalle autorità religiose parigine, per il tango, ballo sensuale importato dall'Argentina, che cominciava a sottrarre spazio in Europa al valzer e alla polka, dette disposizioni affinché una coppia di ballerini gli fornisse un'idea precisa della nuova danza, per valutarne direttamente, di persona, gli aspetti scandalosi.

Avvenuta l'esibizione riservata, il sommo Pontefice disse: "A me sembra che sia più bello il ballo alla friulana, ma non vedo che gran peccato vi sia in questo nuovo ballo", disponendo la revoca della sanzione ecclesiastica prevista per chi lo avesse praticato.

L'anno seguente, il 15 settembre del 1904 a Racconigi, in un'altra notte di pioggia, alle 23 esatte, nacque Umberto, Nicola, Tommaso, Giovanni, Maria, nell'appartamento privato dei Sovrani, nell'ala piccola a sinistra, con ambienti art-deco, in una camera da letto laccata di bianco con l'immagine della Santa Sindone appesa alla parete.

La felicità dei sovrani fu talmente grande che si decise di diffondere la notizia della nascita con un ritardo di qualche ora per concedere ai genitori il tempo di godere in pace e da soli... la creatura benedetta venuta ad allietare la casa di una donna e di uomo che si amano.

Per festeggiare la felice circostanza Vittorio Emanuele elargì alla Cassa Mutua dei vecchi operai un milione di lire e spedì alla Madre un conciso telegramma: "Mamma, ho avuto un figlio".

Aveva in cuor suo sperato, come Carlo Alberto, quando si preoccupava per la successione: "Dieu veuille nous donner un garçon!" ed era stato esaudito.

La Tribuna scrisse: "L'annunzio del Principe nato, diffonde un senso di sicurezza nel popolo d'Italia".

La Regina Margherita arrivò in automobile, a causa dello sciopero dei treni, e quando seppe il nome del neonato... ebbe un sussulto e gli occhi le si riempirono di lacrime...

Da Torino giunsero la principessa Letizia Bonaparte e la Duchessa Elena d'Aosta.

La facciata del municipio di Racconigi fu illuminata da tremila lampadine e le campane di tutte le chiese suonarono a distesa, ma Milano, che aveva proclamato una manifestazione generale di protesta in opposizione all'intervento dell'esercito al Sud per le agitazioni contadine, non espose la bandiera.

Raggiunsero il piccolo centro piemontese, con un treno speciale, anche Giolitti e il Sindaco di Roma, mentre nella Città Eterna, la Patarina , dava dall'alto del Campidoglio il solenne annuncio al popolo.

Il 16 settembre il neonato fu consacrato nella Cappella del Castello, ma il battesimo ufficiale fu impartito, con grande sfarzo, il 4 dicembre nella Cappella Paolina del Quirinale, da Monsignor Beccaria, rappresentante del Vaticano, con la dispensa speciale di Pio X, e dal solito Don Ferrarini.

Il Principe di Piemonte ebbe come eminenti padrini, Guglielmo II e il Re Edoardo VII d'Inghilterra, rappresentati dal principe Alberto di Prussia e dal duca Arturo di Connaught.

Erano presenti inoltre Nicola del Montenegro con le tre figlie, il principe Vittorio Napoleone e tutti i principi di Casa Savoia.

Altri anni sgombri di nuvole per la Famiglia, che il 13 novembre del 1907 fu allietata dalla nascita a Roma, al Quirinale, di Giovanna, Elisabetta, Antonia, Romana, Maria, due giorni dopo il trentottesimo compleanno di Vittorio Emanuele.

L'atto di nascita fu steso il 16 dello stesso mese da Tancredi Canonica, Presidente del Senato, in veste di ufficiale di Stato Civile, al quale la contessa Bruschi Falgari, dama di corte, presentò la neonata e il battesimo fu imposto l'11 marzo 1908, madrina la bisnonna, principessa Elisabetta di Sassonia, duchessa di Genova e madre della Regina Margherita.

Il nome ricordava l'altra principessa di Savoia, Giovanna, figlia di Amedeo V, nata forse nel 1307 a Bourg en Bresse e sposa di Andronico III Paleologo, imperatore d'Oriente.

I giorni si rincorrevano, segnati da avvenimenti pubblici ma soprattutto dalla quotidianità della vita famigliare.

I Sovrani, schivi e discreti, preferivano una vita quasi borghese in cui Vittorio Emanuele si comportava da funzionario dello Stato e Elena da mamma e da casalinga.

La Regina, infatti, aveva ridotto al minimo gli impegni pubblici per occuparsi personalmente dei figli, provvedendo da sola alla loro educazione e alla loro formazione, col solo aiuto delle nurses alle quali si sostituiva spesso e volentieri, soprattutto nelle ore dei pasti e delle pulizie personali.

"Io sono sempre stata mamma - confiderà alla giornalista Sofia Bisi Albini, che fu la sua prima biografa, in una delle rare interviste concesse - da piccina fui la mamma delle mie bambole, le ho amate, educate, allevate come se fossero piccole creature vive...

Poi, giovinetta, fui la mamma del mio fratellino Pietro.

Quando egli nacque mia madre si ammalò gravemente della malattia che ancora trascina e la fa soffrire.

Io lo allevai col biberon ed egli dormì in camera mia fino al giorno che mi sposai...

Conosco l'animo dei bambini perchè li amo.

Basta amarli veramente.

Io ho sempre pensato che chi non capisce i bambini non li capisce perché non li sa amare..."

Salutista convinta e igienista intelligente, Elena cresceva i suoi figli come creature normali, facendoli vivere il più possibile all'aria aperta: "Noi dobbiamo allevare i bambini proprio come fiori, sotto il sole, liberi di scorrazzare quanto e come vogliono, di osservare, di discorrere di ridere.

Soprattutto non ci dobbiamo stancare delle loro chiacchiere, ma interessarci ad esse, perché ci rivelano tutto il lavorio del loro spirito, ed è solo così che possiamo conoscerli.

Tutto ciò che si vuole si ottiene dai fanciulli.

Io non credo che vi siano bimbi cattivi.

Tutti, anche quelli che hanno nel sangue germi corrotti, si possono rendere buoni.

Basta amarli più degli altri.

Basta allevarli nella gioia".

Raccontava, con emozione, di come si rotolavano nella sabbia sulla spiaggia di San Rossore, dove era loro permesso di correre a piedi nudi, di come girovagavano liberi a Castelporziano, a Sant'Anna di Valdieri o a Racconigi, in groppa a Bersagliere, Black, Prince e Dragontina, i loro pony, di come riuscivano a godere della bellezza della natura.

"Essi se ne stanno curvi, con le manine sulle ginocchia, a osservare un cespo di fiori, così come guardano in un nido gli uccellini che aprono i beccucci.

Per essi i fiori, non solo si muovono, respirano, mangiano, ma palpitano, soffrono, ridono.

Un giorno che un cuginetto si mise a frustare erbe e fiori, il piccolo Umberto urlò di spasimo, pensando allo spasimo loro.

Se si lascia mancare qualche cosa a un bambino, o lo si maltratta, egli si deforma nell'anima, così come la fame lo deforma nelle ossa; è per questo che fra i poveri, noi troviamo tanti delinquenti..."

I giornali dell'epoca parlavano dei Sovrani in punta di penna, con una sorta di riverente affezione, con simpatia e partecipazione.

Data la notizia che lasciata Racconigi si erano recati in Val di Gesso, riportavano: "... La vita che essi vi conducono è delle più intime e raccolte; il Re è costretto ad allontanarsi assai spesso per dovere o pel piacere della caccia allo stambecco ..., mentre la Regina Elena non si muove mai.

Suo passatempo prediletto in quella montanina villeggiatura è la pesca delle trote, colla canna.

La gentil Signora vi attende lì, presso le palazzine medesime, collocandosi sopra un'enorme roccia rotolata dall'alto dei monti, sulla sponda del torrente: ed intanto i principini si baloccano, si rincorrono nell'attigua prateria, un sito che ogni mamma giudicherebbe ideale per la ricreazione dei bambini...

Ma altre occupazioni trattengono, non di rado, l'augusta Signora: le occupazioni che la pietà suggerisce al suo cuore sensibilissimo.

Infatti la sua presenza quassù è una benedizione per tutti i poveri dei dintorni".

La semplicità regale e la serenità, con cui Elena allevava i suoi figli, la fecero entrare di diritto nel cuore di tutti gli italiani: l'alone di simpatia che circondava la Famiglia si diffuse in tutta la penisola, si manifestò nelle copertine dei quotidiani, nelle fotografie dei piccoli Savoia che entrarono in ogni casa, nei primi cartelloni pubblicitari che ritrassero, sedute a tavola con un gran tovagliolo al collo, Jolanda e Mafalda che invitavano tutti i bambini buoni a mangiare la... pastina glutinata Buitoni, gustata a mensa anco da Umberto... raccomandata con certificati di primo ordine dai migliori medici del tempo tra cui il professor Quirico, - direttore del servizio sanitario della Real Casa e medico personale della Regina Elena - e nell'annuncio, pubblicato su tutti i giornali, che informava che... l'alimento Mellin è stato consigliato e largamente adoperato dalla famiglia di S.M. il Re d'Italia...

Vittorio Emanuele non interferì mai, se non quando volle, nel 1913, che Umberto fosse affidato all'ammiraglio Attilio Bonaldi, nato a San Francisco in California, capitano di fregata e aiutante di campo generale... uomo di dottrina e di mondo, marinaio valente, un vero maestro... che ebbe la carica di Governatore del Principe Ereditario, come imponeva la miglior tradizione di Casa Savoia.

L'educazione delle ragazze continuò dunque ad essere affidata a mamma Elena che scelse i precettori per le materie umanistiche, la matematica e la pedagogia, ma alle quali insegnò personalmente a cucinare, a cucire, a ricamare, oltre che a riassettare le loro camere e a tenere in ordine i loro indumenti: le principesse assimilarono così i basilari principi di quella che un tempo si chiamava economia domestica, crescendo in modo semplice e comune, allevate senza l'incubo del protocollo e dell'etichetta di Corte, in una famiglia che anteponeva l'amore e la spontaneità dei caratteri e delle personalità ad ogni tipo di imposizione formale.

Tuttavia non era una formazione troppo permissiva e lassista in cui tutto era concesso, quanto piuttosto un indirizzo molto amorevole che non escludeva castighi e severità all'occorrenza e che rifletteva i modelli educativi in cui era cresciuta Elena a Cettigne.

... Già a sei anni Jolanda possedeva una piccola ma perfetta macchina per cucire, fatta in modo da non mettere in pericolo le sue piccole dita e fin da allora ha incominciato a fare ogni giorno gli orli a dodici pannolini per bambini poveri...

In seguito, tutte le principesse impararono a usare la macchina per fare la maglia e quella per fare il burro e non era raro vedere le Ragazze Savoia in cucina, intente a preparare il pranzo o la merenda con le loro mani.

A tutto questo occorre aggiungere il profondo senso della coscienza del proprio ruolo, mai disgiunto tuttavia dalle più elevate pulsioni della sfera affettiva, che la Regina infuse nei figli e che li accompagnò, come un viatico, in tutte le circostanze tristi e liete della loro vita.

Coinvolgendoli in tutte le manifestazioni private e in molte di quelle pubbliche, insegnò loro il valore della famiglia e il senso dell'appartenenza ma soprattutto la dignità e la prudenza di chi, per nascita, era chiamato a compiti non sempre facili o vicini alla propria natura.

Furono Jolanda e Mafalda ad accompagnare i genitori a Fontanafredda, nella tenuta di Mirafiori, per incontrare la contessa Bianca de Larderel, vedova di Emanuele Filiberto Guerrieri, figlio di Vittorio Emanuele II e di Rosa Vercellana, incontro che segnò la riconciliazione tra i due rami della Dinastia, dopo anni di distacco e di freddezza e sempre con tutti i loro figli, vestiti alla marinaretta, Elena e Vittorio Emanuele scortarono i Sovrani di Svezia, Gustavo V e Vittoria, in una gita riservata a Tor Paterno.

Con loro diedero il benvenuto al duca Arthur di Connaught e al principe ereditario tedesco Guglielmo, partecipando a una corsa di cavalli a Tor di Quinto e, il 22 ottobre 1909, a Racconigi, con Giolitti e il sindaco di Roma, Nathan, sulla scalinata principale del Castello, accolsero lo Zar di Russia, Nicola II.

Insieme in automobile lo accompagnarono anche alla Basilica di Superga, mausoleo dei Savoia.

La visita dello Zar culminò con la firma di un accordo segreto, sottoscritto il 24 ottobre, tredicesimo anniversario delle nozze di Elena e Vittorio Emanuele, che mirava a bloccare l'espansione austriaca nei Balcani, nel quale, tra le altre cose, venivano riconosciuti i diritti italiani su Tripoli.

Per onorare l'ospite era stato rimesso in funzione il carillon della fontana monumentale, muto dai tempi di Carlo Alberto.

Nicola, prima di ripartire, elargì ai poveri la somma di diecimila franchi e donò al Principe Umberto un magnifico villaggio russo animato in miniatura, grande come una stanza del palazzo.

Non erano solo occasioni mondane a riunirli: alla fine della breve avventura della guerra contro la Turchia, che terminò il 18 ottobre dell'anno seguente con la firma del trattato di Ouchy, Elena accolse i feriti e i reduci nella reggia di Caserta e più volte, accompagnata dai figli, visitò l'ospedale, carica di regali e di sorrisi, incoraggiando con fermezza i bambini a vincere il malessere provocato loro dalla vista del sangue e delle ferite e insegnando loro la virtù teologale della carità.

Il 26 dicembre 1914 nacque a Roma Maria, Francesca, Anna, Romana.

Vittorio Emanuele concesse al primo ministro Antonio Salandra il Collare dell'Annunziata e il seggio di Senatore a Guglielmo Marconi e Luigi Albertini, ma la nascita fu festeggiata un po' in sordina, a causa della situazione internazione alquanto agitata.

La tenerezza che univa la Famiglia cresceva, la serenità infinita intraducibile degli affetti, sempre più tangibilmente segnava lo scorrere delle loro vite: le ragazze spesso lasciavano bigliettini affettuosi sul letto della madre oppure la raggiungevano in camera da letto, mentre lei si preparava per un ricevimento...

Mafalda era la più lieta.

Sembrava dovesse avere una vita più felice di tutte... rideva sempre ed era molto estroversa...

Elena la fotografava spesso, così come ritraeva gli altri suoi figli, e nel suo piccolo studio sviluppava da sola le lastre.

Muty era una bambina dagli occhi grandi e neri, il viso ingenuo, i capelli ordinati e morbidi, il sorriso dolcissimo: creatura spontanea, fantasiosa, che sapeva ricavare note sorprendenti e immaginose da ogni situazione, aveva un'anima sensibile, un cuore puro, innocente, generoso che a San Rossore avrebbe voluto restituire al mare i pesci che venivano pescati dai suoi, pregando che si spezzassero le reti.

Quando questo non avvenne corse nella stanza dei bambini a piangere, da sola.

La trovarono con gli occhi rossi.

Oppure quando, a una battuta di caccia cui partecipavano anche il padre e la sorella Jolanda, sventolò un fazzoletto per far fuggire i camosci.

Non fu rimproverata, ma da quel momento tutti presero a considerarla con un'attenzione particolare.

Umberto cominciò a chiamarla "la Biondina" e a vezzeggiarla con una tenerezza straordinaria: uniti da una profonda affinità di carattere, entrambi avevano ereditato la stessa sensibile natura di Elena, cui erano profondamente legati
.
Un complesso di emozioni intime e assolute ispiravano, in Mafalda, la poesia e la musica e quando qualcosa la faceva soffrire suonava a lungo l'arpa o il violino che furono il suo conforto negli anni della guerra.
La prima guerra mondiale.

Il 6 settembre 1914, alla morte di Pio X, era stato incoronato Giacomo Della Chiesa che aveva preso il nome di em>Benedetto XV.

Il suo programma, che era quello di restituire alla Roma vaticana l'attendibilità sul piano politico e diplomatico, gli fece assumere la parte di un profeta sprovveduto fra le grandi potenze che credevano nell'utilità del conflitto.

Rimase inascoltato fin dal suo primo messaggio, quando parlò di flagello dell'ira di Dio e quando definì la guerra orrenda carneficina che disonora l'Europa civile e, più avanti, quando la circoscrisse come fosca tragedia dell'odio umano e dell'umana demenza.

Il suo pensiero, Pacem in Terris, cinquant'anni prima di Giovanni XXIII, non fu inteso, come non sarà compreso, anni dopo, Papa Roncalli.

Entrambi, in tempi diversi, mostrarono di preoccuparsi più degli uomini che della Chiesa come centro di potere, più delle anime che del Palazzo.

A dispetto degli sforzi compiuti dal Pontefice in nome della pace, il 20 maggio 1915 la Camera, con 407 voti a favore e 74 a sfavore, approvò il disegno di legge che conferiva a Vittorio Emanuele III i pieni poteri.

"Il terribile incendio - commentò Benedetto XV - si è esteso alla nostra diletta Patria".

Il 23, l'ambasciatore duca Averna notificò a Vienna la dichiarazione di guerra e a mezzanotte del 25, un martedì, il Re lasciò la capitale per il fronte dopo aver rivolto ai soldati un proclama incitandoli... a piantare il tricolore d'Italia sui termini sacri che natura pose ai confini della Patria... forse ricordando le parole del Kaiser Guglielmo: "Con un popolo come questo si va dove si vuole".

Partirono con lui il Duca d'Aosta, il Duca degli Abruzzi, il Duca delle Puglie e il Conte di Salemi, partirono gli ufficiali, i graduati, i fanti, i soldati.

A casa, ad attendere, rimasero le donne che sostituirono gli uomini ovunque era possibile.

Capo di Stato Maggiore dell'esercito era il generale Luigi Cadorna, Capo della flotta Paolo Thaon di Revel.

Dal 15 maggio al giugno del 1916 le truppe austriache si avventarono contro le nostre linee, sempre fermate.

Fu occupata Gorizia e poi all'alba del 24 ottobre 1917, le forze nemiche sferrarono un attacco che ebbe effetti devastanti sulle nostre posizioni.

Le truppe italiane, stanche e non sostituite da troppo tempo, prive di riserve e di adeguata copertura, investite da un attacco violentissimo dell'artiglieria nemica, cedettero agli austro-ungarici a Caporetto.

Una compagnia bavarese composta da 70 uomini, al comando di un giovane ufficiale, Erwin Rommel, riuscì, con una manovra di accerchiamento, a sorprendere e a far prigionieri millecinquecento italiani.

All'indomani della disfatta, costata più di duemila morti e di duecentomila feriti, il generale Cadorna parlò di tradimento di alcuni reparti del IV corpo d'armata e della II armata, ma in seguito fu appurato che il contingente ritenuto responsabile era stato invece sterminato da un attacco con gas letali.

Nello stesso giorno cadde il governo Boselli.

Il 16 novembre, il Re scese a Roma per insediare il ministero Orlando, visitò la famiglia e, passando per Padova, risalì a Peschiera dove gli alleati avevano indetto un convegno per discutere la situazione.

Vestiva l'uniforme grigioverde e decise di sostituire Cadorna con Diaz poi parlò ai vari rappresentanti degli stati alleati da solo.

Parlò due ore, in inglese, mostrando una risolutezza tale che il risultato fu l'eroica difesa sul Piave.

... Era una mattina di pioggia sottile e gelida, e la nebbia evaporava dal fiume Mincio coprendo le strade.

Ormai da giorni il cielo era coperto da nuvole, che scendevano come lacrime su Peschiera del Garda, in un tempo di guerra e distruzione, dopo la disfatta di Caporetto.

Davanti al Palazzo del Comandante inizia (...) pian piano a formarsi una folla di gente, che attende intrepida l'arrivo del Re Vittorio Emanuele III e delle forze alleate di Francia e Inghilterra.

La situazione politica è molto tesa e delicata, basta un passo falso per perdere la partita.

Il Re Soldato lo sa, ma nonostante tutto scende dalla sua auto, a testa alta, e con passo sicuro entra nel Palazzo del Comandante, oggi conosciuto come Palazzina Storica, seguito dagli altri partecipanti al Convegno.

A fianco a lui ci sono i rappresentanti politici dell'Italia Giorgio Sidney Sonnino ministro degli esteri e Vittorio E. Orlando Presidente del consiglio e primo ministro.

Per la Gran Bretagna partecipa David Lloyd Gorge e il suo braccio destro Smuts accompagnati dai loro generali Gen. William Robertson e il Gen. Woodrow Wilson.

Per la Francia il primo ministro Paul Pailevé e Franklin Bouillon accompagnati dai loro generali Gen. Ferdinand Foch e dal Gen. Camille Barrére.

Vittorio Emanuele III voleva fortemente questo incontro, dopo il convegno fallimentare di Rapallo dove Armando Diaz non era riuscito a convincere gli alleati.

Il re soldato dirige l'incontro in modo deciso e sicuro, pronunciando il famoso proclama che incitò la resistenza sul Piave, e che avrebbe portato alla vittoria della Guerra:

"Italiani, Cittadini e Soldati!

Siate un esercito solo.

Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni recriminazione è tradimento.

Questo mio grido di fede incrollabile nei destini d'Italia suoni così nelle trincee come in ogni remoto lembo della Patria, e sia il grido del Popolo, che combatte, del Popolo che lavora.

Al nemico che, ancor più che sulla vittoria militare, conta sul dissolvimento dei nostri spiriti e della nostra compagine, si risponda con una sola coscienza, con una voce sola: Tutti siam pronti a dar tutto, per la Vittoria, per l'onore d'Italia".

La forza con cui il Re condusse il Convegno colse gli astanti impreparati, quasi smarriti, tanto che di quel fatale intervento nessuno riuscì a stilare un verbale...

Mafalda seguiva la madre con Jolanda e Giovanna: il Quirinale, diventato Ospedale n. 1, era pieno di feriti, di sofferenza, di lacrime.

Per quaranta mesi, poi tutto finì.

L'Italia aveva vinto a Vittorio Veneto.

Il 2 novembre 1918 le truppe italiane occuparono Trento e Trieste e la sera del 3, a Villa Giusti, presso Padova, fu firmato l'armistizio e venne diramato il bollettino della Vittoria, a firma del generale Diaz:

"I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza".

Il generale tedesco Ludendorff dichiarò che a Vittorio Veneto l'Austria non aveva perduto una battaglia, ma l'intero conflitto e se stessa, trascinando anche la Germania nella propria rovina e il Capo di Stato Maggiore austriaco, von Arz, che l'Italia poteva vantarsi di aver vinto la grande guerra.

Ermete Gioviano Gaeta, con lo pseudonimo di E.A. Mario scrisse la Leggenda del Piave, una delle più celebri canzoni patriottiche italiane, che da quel momento divenne il simbolo della vittoria, anche se in realtà non fu mai cantata durante il conflitto.

Il Re, che volle conoscerlo personalmente, lo nominò Commendatore della Corona.

I cannoni tacquero, ma il 17 luglio, in una cantina di Ekaterinenburg, i comunisti trucidarono lo Zar Nicola e la Zarina Alessandra, con lo Zarevich Alessio e le Principesse Olga, Tatiana, Maria e Anastasia.

Un tempo era concluso, un mondo, quello della giovinezza di Elena, era scomparso per sempre.

Mafalda soffrì e pianse con la madre, si strinse a lei, le carezzò la fronte quasi a voler allontanare tutto quel dolore.

La guerra era terminata. Mafalda, non più bambina, tornò poco a poco serena.

L'incubo era cessato, rimanevano i ricordi, tristi e amari, fantasmi fluttuanti nella mente, ma per fortuna, solo ricordi.

Il ministro della guerra Gasparotto dispose la costituzione di una commissione per la designazione di un soldato sconosciuto che assurgesse a simbolo di tutti i caduti e i dispersi, un eroe sublime e puro che racchiudesse in se tutte le migliori virtù del soldato italiano.

A questo triste compito fu designata Maria Bergamas, il cui figlio Antonio aveva disertato dall'esercito austriaco per arruolarsi volontario in quello italiano, cadendo in combattimento senza che il suo corpo fosse mai identificato.

La cassa con il Milite Ignoto fu spedita con un treno speciale, in un vagone appositamente disegnato, sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma, a velocità ridottissima, in modo che in ciascuna stazione la popolazione avesse modo di onorare il passaggio del convoglio.

La salma fu tumulata al Vittoriano a piazza Venezia, nella Capitale, sotto la statua della Dea Roma, il 4 novembre, alla presenza del Re e della Famiglia, di tutte le rappresentanze dei combattenti, delle vedove, delle madri dei caduti e delle bandiere di tutti i reggimenti.

L'epigrafe porta la scritta Ignoto Militi e le date di inizio e fine del conflitto, MCMXV e MCMXVIII.

Il Milite Ignoto fu decorato con la Medaglia d'oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

"Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria".

Muty, com'era chiamata in famiglia Mafalda, forse per quella sua tranquilla e silenziosa natura, per quella compostezza discreta, per quel suo incedere un po' trasognato, possedeva il dono della pietà e della bontà e una particolare sensibilità che nascondeva, sotto un'apparente timidezza, un'intensa spiritualità.

Nata sotto il segno dello Scorpione, nella stagione in cui la natura si ammanta di veli e le foglie abbandonano gli alberi pronti al sonno, intuiva ogni situazione, scopriva la naturale essenza delle persone con l'imponderabile fluido della semplicità; era forte di carattere, teneramente caparbia, rigorosa e gentile e con una salute un po' cagionevole.

L'inappetenza costituzionale, fin dalla nascita, fu fonte di molte preoccupazioni, procurandole avitaminosi e anemia; da adulta mangiava pochissimo, talvolta si concedeva qualche sorso di vino, mai liquori e mai sigarette.

A ventitré anni, con un'altezza di 1,56 cm, pesava 43 Kg. e la sua gracilità e magrezza, al limite dell'anoressia, le davano un aspetto diafano e fragile...

Ma pur così magra, pallida e di scarso appetito, Mafalda disponeva tuttavia di un'eccezionale energia nervosa.

Aveva, ripeto, una grande carica vitale.

In casa e fuori era continuamente in movimento.

Il tennis (giocava piuttosto male ma con grande accanimento), i pic-nic, le escursioni in montagna, il ballo, la trovavano entusiasticamente in prima fila nonostante la gracile costituzione e altri suoi limiti fisici...

La Principessa, infatti, era atrofica ai muscoli inferiori delle gambe, come il padre, e aveva i cosiddetti piedi piatti, motivo per il quale indossava solo scarpe con un particolare plantare, che erano confezionate espressamente per lei in una calzoleria artigianale di Via Veneto, a Roma.

La spontaneità che albergava in Casa Savoia era esemplare.

Ambrogio Clerici, aiutante di campo di Vittorio Emanuele ne fu particolarmente colpito: "C'è tanta affabilità e tanta signorile ospitalità... e l'etichetta è così bandita che uno si trova subito a suo agio...

È una vera, bella famiglia.

La Principessa Jolanda è una figura slanciata, molto elegante, somiglia molto alla madre: è un'amazzone intrepida e abilissima, molto appassionata per i cavalli...

La Principessa Mafalda è d'indole più tranquilla e più mite, una figura bionda... monta anch'essa a cavallo ma senza passione... una birichina interessante è la Principessa Giovanna, bella ragazzina piena d'intelligenza, di brio, di gioconda spensieratezza.

Il Principe Ereditario è un bellissimo figliolo... è molto assennato per la sua età... rassomiglia molto alla Regina e diventerà un bellissimo uomo dallo sguardo penetrante e dal cuore ottimo..."

La contessa Sofia Jaccarino, figlia di Hélène Rochefort de la Rochelle, aristocratica russa di antica nobiltà francese e compagna di studi della Regina Elena a Pietroburgo, raccontò, in un suo Diario, momenti privati della Famiglia, fornendo una testimonianza diretta che ha il colore e il sapore di realtà lontane e che rivela aspetti singolari e inaspettati delle persone cui si riferisce:

"La principessa Mafalda ci ha invitato a fare un giro con la sua automobile, una Fiat decapitabile.

Guidava con molta maestria: abbiamo fatto delle corse spericolate per la villa, attraversando campi, salendo e scendendo le colline a gran velocità...

Anche quella domenica fu trascorsa come in genere tutte le domeniche.

E poiché si era d'estate, alle 8 ci riunimmo tutti vicino a un chiosco per pranzare all'aperto con i "pacchi" contenenti cibi freddi.

Ognuno aveva il suo e i piatti erano di cartone.

Alla fine li facevamo volare a mo' di dischi.

In seguito siamo andati alla Villa dove, nel gran salone al primo piano, si è ballato; vestiti come eravamo, molto semplicemente.

Alle 11 abbiamo lasciato la Villa e ci hanno accompagnato a casa in automobile.

Ognuno aveva con sé una porzione del dolce preparato dalla Regina...

A Villa Savoia, durante la settimana, le principesse erano sempre occupate nei loro studi.

La Principessa Giovanna seguiva privatamente i corsi di ginnasio e in più prendeva lezioni di pianoforte dal Maestro Amfiteatrof e di violino dal professor Emanuele del conservatorio di Santa Cecilia.

Tutte parlavano benissimo l'inglese e il francese fin dall'infanzia.

La disciplina negli studi era molto rigorosa e gli orari molto rispettati.

Mi ha sempre colpito la grande obbedienza delle principesse e del principe ai loro insegnanti, governanti e istitutrici: bastava una parola, un cenno, un'occhiata soltanto.

E senza discussioni.

Non parliamo poi della loro deferenza verso i genitori, per i quali tutti i figli nutrivano un sentimento di tenera venerazione.

Non facevano nulla senza il loro consenso.

D'altra parte l'amore della Regina per i figli era tale che non negava mai loro mai niente.

Ella ne seguiva costantemente l'educazione e li vigilava in ogni tempo perché era una madre tenerissima...

Dato che la settimana era sempre occupata negli studi la domenica era completamente dedicata agli svaghi e perciò molto attesa.

Se il tempo non lo consentiva ci si riuniva nel salone del primo piano...

Talvolta la Regina si faceva vedere un momento per assistere alle nostre scorribande.

Molto più di rado vedevamo anche S.M. il Re se si trovava lì a passare nel giro delle sue continue occupazioni.

Quasi sempre era in compagnia del suo aiutante di campo di servizio.

Se ci vedeva un po' intimiditi dalla sua presenza, pur così piena di modestia e lontana da ogni sussiego (ma per noi era pur sempre il Re) ci metteva subito a nostro agio con qualche battuta spiritosa.

L'umorismo in famiglia era molto spiccato e anche la gran cortesia.

La cortesia arrivava al punto che quando si doveva entrare o uscire da una porta, non c'era caso che il Re passasse avanti, ma sempre dava la precedenza, specialmente alle persone del gentil sesso, fossero la dama di corte o la cameriera o anche ragazze molto giovani come noi.

Durante la settimana eravamo spesso invitate a pranzo.

Si andava in abito da sera.

Dopo pranzo c'era il cinema, oppure si restava a conversare...

Il Re quasi sempre si ritirava dopo un quarto d'ora e noi si rimaneva ancora, mai però troppo a lungo, perché i padroni di casa non amavano far tardi...

La Regina organizzava ogni tanto dei piccoli spettacoli teatrali o dei concerti.

In un locale di Villa Savoia fu allestito un piccolo palcoscenico e ricordo alcune recite molto divertenti con Dina Galli e Angelo Musco.

Anche Beniamino Gigli cantò diverse volte.

In quegli anni tra noi giovani si ballava molto spesso; anche allora il ballo era la grande passione dei giovani..."

Muty adorava ballare, in particolare il charleston, il fox-trot, lo shimmy e possedeva un'importante collezione di dischi.

Il suo cantante preferito era Charlie Kuntz, amava Gershwin, la lirica e la danza classica e non perse mai una stagione lirica o una stagione di balletti all'Opera.

Volle incontrare Beniamino Gigli e Mafalda Favero e, nel 1922, Giacomo Puccini a Torre del Lago.

Il Maestro promise che le avrebbe dedicato la Turandot.

Non ne ebbe il tempo, perché morì lasciando l'opera incompiuta.

La prima rappresentazione dell'opera fu diretta da Toscanini che non nascondeva i suoi sentimenti antifascisti.

Mussolini, invitato alla rappresentazione, fece sapere che sarebbe intervenuto solo se, prima dell'inizio, fosse stata suonata Giovinezza.

Il Maestro rifiutò e Mussolini non partecipò, ma nell'intervallo mandò un mazzo di fiori con la dedica: "Mussolini a Puccini".

Continua la contessa Jaccarino: "Mi è stato chiesto se si parlava di politica tra i principi e i loro amici.

Rispondo che non se ne parlava mai, per la semplice ragione che tali argomenti non erano proprii delle nostre riunioni.

Ognuno poteva avere la sua personale opinione ma non ne facevamo oggetto delle nostre conversazioni.

Ricordo però un episodio che mi è rimasto impresso.

Nei primi anni del fascismo, uno dei ragazzi invitati alle piccole riunioni domenicali aveva messo all'occhiello della sua giacca il distintivo del partito.

La cosa non piacque al principe Umberto, poiché trovava che era fuori luogo mettere in casa sua un distintivo che indicasse un qualsiasi colore politico..."


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I Wandervögel: una generazione perduta

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Immagini di un movimento giovanile nella Germania prenazista

9788872020128.jpg

Autore: Winfried Mogge

Traduttore: Enrico Fletzer, Leda Spiller

Editore: Edizioni Socrates

Prima edizione: 11/1999

Edizione corrente: 11/1999

EAN-ISBN: 9788872020128

Pagine: 140

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 13,5x24,0 cm

Prezzo di copertina: 16,00 Euro

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Descrizione
Oliviero Toscani, provocatorio maestro della fotografia, rende omaggio ai Wandervögel: "Fin da quando eravamo studenti a Zurigo, quando ci incontriamo tra compagni, continuiamo a scambiarci l'augurio Gut Licht (buona luce), il saluto dei Wandervögel, che attraverso l'uso della loro "cassettina della luce", la macchina fotografica, seppero far conoscere e imporre un preciso stile di vita".

Emarginati perché ingiustamente assimilati ai movimenti della gioventù nazista, i Wandervögel vengono oggi finalmente riscoperti.

Il loro narcisismo estetico, la loro maniera di porsi, ripresa poi dalla Bauhaus, hanno ancora una forte influenza non solo su tutta la moda moderna, ma anche sul costume, costituendo un modello di libertà e di anticonformismo.

In 89 antiche fotografie la ricostruzione della storia dei Wandervögel.

Emarginati perché ingiustamente ritenuti espressione del regime nazista, essi ricevono oggi il loro giusto riconoscimento di artisti, scopritori di un uso originale e innovativo della fotografia, creatori di uno stile di vita sovvertitore di ogni ordine e conformismo.

"Con il loro amore per la natura e per l'arte, la libertà dagli schemi imposti dalla società, con il loro narcisismo estetico, i Wandervögel crearono un mondo nuovo, tutto loro e uno stile di vita che ha influito non poco sul gusto e la moda di oggi"
(Oliviero Toscani)


Note biografiche
Winfried Mogge, nato il 15 agosto 1941 a Iserlohn in Westfalia e cresciuto a Iserlohn e a Colonia, si è laureato in giornalismo a Norimberga, dove è stato direttore del Centro di formazione per adulti di Rothenfels (Bassa Franconia).

A Berlino e a Erlanger ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia e letteratura tedesca.

Dal 1976 dirige l'Archivio del Movimento giovanile tedesco nel castello di Ludwigstein (Hessen).

Fa lavoro di ricerca e scrive di storia tedesca, storia contemporanea, storia del Movimento giovanile e storia dell'arte.


Estratto
«È una bella giornata di primavera.

Stai vagando,l'animo leggero, lungo verdeggianti pendii montani, assaporando l'aria marzolina.

All'improvviso ti colpiscono dei canti che vengono nella tua direzione.

Con passi rapidi ed elastici figure gioiose di giovani piegano verso il bosco vicino.

Sono Wandervögel,che accompagnano con le chitarre canzoni di marcia e canti allegri e salaci.

Ti superano sfrecciando, con un saluto allegro; troppo rapidi, quasi, per poter assaporare appieno la pura bellezza del paesaggio.

Ma in fondo al corteo c'è anche qualcuno che, qua e là, si sofferma con lo sguardo ad osservare, come per raccogliere e fissare impressioni.

Una scatoletta nera, la "trappola per i raggi", penzola al fianco di questi giovani, e dallo zaino spuntano, insolenti, i piedi aguzzi del cavalletto.

Al loro "salve", che ti risuona contro in segno di saluto, si risponde senza esitazione "Gut Licht!", "Buona Luce!".

Sono sicuramente le ultime leve della nobile arte fotografica, che al piacere dell'escursione uniscono quello di un'attenta osservazione».

Con queste parole, riportate nel 1911 dalla rivista «Wandervögel», si esprimeva in termini entusiastici uno dei fotografi non professionisti del Movimento giovanile tedesco, per il quale la macchina fotografica, chiamata la "trappola per i raggi" o la "cassettina della luce", era l'equipaggiamento d'obbligo in tutte le escursioni, i convegni, le feste.

9788872020128bis.jpgA questi fotografi "molti dilettanti, ma alcuni diventati in seguito autentici professionisti" si deve una documentazione unica nel suo genere, finora poco sfruttata e, come tale, ancora non interpretata: un archivio fotografico del Movimento giovanile degli anni tra l'Impero e la Repubblica di Weimar, un patrimonio di immagini che nessun altro gruppo di quell'epoca ha prodotto e tramandato in tale abbondanza.


Uno di questi fotografi era Jilius (detto "Jule") Gross che, firmandosi come "Ufficio fotografico del Wandervögel" diventò una specie di istituzione, il fotografo dei Wandervögel per eccellenza.

La sua opera, presentata qui per la prima volta attraverso una raccolta selezionata delle sue fotografie, consentirà un accesso privilegiato al tema del Movimento giovanile tedesco.


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Cagliari - Passeggiate semiserie - Castello

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9788862110549.jpg

Autore: Giuseppe Luigi Nonnis

Editore: La Riflessione - Davide Zedda Editore

Prima edizione: 11/2007

Edizione corrente: 11/2007

EAN-ISBN: 9788862110549

Pagine: 270

Prezzo di copertina: 10,00 Euro

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Descrizione
Giuseppe Luigi Nonnis presenta una seconda edizione interamente riveduta del libro di Castello, già uscito nel 1999 e totalmente esaurito.

Questa seconda edizione segue la pubblicazione del libro dello stesso autore dedicato al quartiere della Marina.

È ancora Cagliari, con un suo quartiere storico.

È ancora una passeggiata fatta girovagando per le vie di Castello a guardare monumenti e chiese, ad ammirare panorami improvvisi ed immensi.

Una passeggiata fatta narrando, con sottile ironia, fatti recenti e lontani, quando non remoti, di questo antico e fascinoso quartiere a volte turrito e lunare, talaltra solare e colorato.

La prefazione è ancora quella del professor Giovanni Lilliu al quale l'autore deve una parte importante del suo amore per l'isola e per la città.


Note biografiche
Giuseppe Luigi Nonnis è cagliaritano, come conferma anche questo libro, di origini ogliastrine: praticamente è sardo.

È nato come quasi tutti i contemporanei nel secolo scorso.

Ad essere precisi è nato nella prima metà del secolo, insomma un uomo del '900, che però cerca di partecipare con curiosità ed interesse, alle faccende di questo XXI secolo, che è già scombinato di suo per cui non c'è bisogno di dargli una mano almeno in questo senso.

Giuseppe Luigi Nonnis è stato per ventidue anni dirigente scolastico, che un tempo si diceva preside o direttore didattico.

Ha diretto per diciassette anni la scuola di Borgo sant'Elia, con qualche necessaria e non sempre allegra fatica, ma anche col piacere di lavorare con personale di grande valore e non pochi cittadini del quartiere, coraggiosi e intelligenti.

Nel 1986 ha pubblicato un saggio di indirizzo storico nel libro "Assemini Storia e Società".

Il lavoro fu coordinato da Giancarlo Sorgia.

Nel 1989 ha pubblicato un saggio nel libro "Meana, Radici e Tradizioni", insieme tra gli altri ai professori Giancarlo Sorgia e Giovanni Lilliu.


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Macerata nella prima guerra mondiale

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9788890387562.jpg

Autore: Silvia Bolotti

Editore: Edizioni Codex

Prima edizione: 02/2010

Edizione corrente: 02/2010

EAN-ISBN: 9788890387562

Pagine: 94

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

Argomento: Storia e Saggistica

Anteprima limitata del libro su Google Ricerca Libri


Descrizione
Il libro analizza dettagliatamente la particolare situazione politica e sociale della città di Macerata durante la prima guerra mondiale.

Partendo dalla ricostruzione degli scenari italiano e marchigiano, ci si sofferma, in seguito, su quello maceratese, dove una popolazione in maggioranza neutralista non trovando l'appoggio delle forze politiche locali, schierate tra le file interventiste, si dovette rassegnare a combattere il conflitto.

La città, benché lontana dai teatri di guerra, sperimentò comunque tutte le difficoltà legate ad uno stato di conflittualità: dalla partenza in massa degli uomini per il fronte alla contrazione del mercato alimentare, dalla limitazione delle libertà personali alle incessanti richieste di denaro da parte dello Stato.


Indice
Introduzione

1. L'Italia alla prova bellica

2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra

3. Il dibattito politico a Macerata

4. Dentro la città: l'assistenza civile e militare

5. Il settore primario e la guerra: una crisi scongiurata

6. La tutela e la difesa della popolazione

7. La nuova alimentazione di guerra

8. La partecipazione economica di Macerata: i Prestiti Nazionali

9. La propaganda bellica nella città

10. I protagonisti della guerra: i soldati contadini e gli intellettuali

Indice analitico

L'autrice


Note biografiche
bolotti-thumb-120x180.jpgSilvia Bolotti è nata a Fabriano il 21 dicembre 1983.

Laureatasi in Storia della società, della cultura e della politica presso l'Università degli studi di Perugia, ha concluso la sua formazione all'Università di Macerata conseguendo la Laurea specialistica in Ricerca storica e risorse della memoria con una tesi in Storia delle Marche in età Contemporanea.

Attualmente è membro del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.

Questo è il suo primo libro.


Estratto
2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra

Le Marche, uscite dall'Unità d'Italia con un nuovo assetto geo-politico, si affacciarono al Novecento in una condizione di assoluta arretratezza; infatti l'inchiesta Jacini, voluta dal governo e conclusasi alla fine dell'Ottocento, mostrava una terra economicamente agricola, ma di una agricoltura povera, una popolazione perlopiù analfabeta, misera e spesso costretta all'emigrazione.

Nonostante il desolato quadro che l'inchiesta aveva tracciato la regione iniziò, in età giolittiana, il cammino verso una modernità politica, grazie alla questione marchigiana e al terremoto elettorale del 1909, e verso una modernità sociale avviata dalla clamorosa "sentenza Mortara" e proseguita grazie alla diffusione nel territorio di 400 periodici che favorirono la formazione di una nuova opinione pubblica.

Alla vigilia della prima guerra mondiale le forze di sinistra locali contendevano, con scarsi successi, gli scenari politici alle élite di destra (tornate trionfalmente alla vittoria dopo il 1909) fatte di notabili liberali, spesso provenienti da altre regioni, che difficilmente perdevano le elezioni in quanto sostenuti dal governo centrale, dai cattolici (grazie, anche, al patto Gentiloni del 1913) e a volte dalla massoneria.

L'esperienza drammatica del conflitto ben presto modificò le alleanze creando nuovi parti contrapposte.

Infatti, se i repubblicani, alcuni gruppi di liberali e soprattutto i nazionalisti erano tutti favorevoli, pur per differenti motivi, all'intervento italiano, i socialisti e gli anarchici si dichiararono per la neutralità, mentre, i cattolici, inizialmente neutrali (in virtù, soprattutto, del patto Gentiloni) divennero con la partecipazione italiana alla guerra sostenitori di quest'ultima.

La spaccatura ideologica che investiva le forze politiche era identica in ogni provincia marchigiana. Ancona, Pesaro, Macerata, Ascoli Piceno e Fermo furono percorse da doppie ondate di manifestazioni: quelle degli interventisti, principalmente repubblicane, e quelle neutraliste in molti casi bloccate dalle forze di polizia.

Di lì a breve, comunque, le Marche sarebbero entrate nella con-flagrazione mondiale con la stessa classe dirigente che aveva vinto la tornata elettorale del 1913 e che rimase in carica fino alla fine del conflitto sostenendo sempre (tranne in occasione della caduta del ministero Salandra) i governi italiani che si alternarono nei quattro anni di guerra.

Dal lato economico, invece, lo stato di belligeranza ebbe pesanti ripercussioni sul giovanissimo settore secondario della regione (alcune industrie furono costrette a chiudere, altre modificarono la propria produzione, mentre altre ancora grazie alle commesse statali decollarono), ma anche sul primario.

La maggior parte dei soldati marchigiani erano contadini analfabeti che per combattere al fronte dovettero lasciare la cura dei campi alle donne le quali, rimaste sole, si adattarono a qualunque tipo di lavoro, anche ai più faticosi.

All'alba del 24 maggio 1915, poche ore dopo la dichiarazione di guerra italiana, Ancona, Senigallia e altre città del litorale furono bombardate dalla flotta austriaca.

Questo traumatico evento, più volte ripetutosi durante il conflitto, divise le Marche in due: la fascia costiera che partecipava attivamente alle manovre belliche e le restanti zone interne caratterizzate da condizioni di abbandono e di miseria come, ad esempio, Macerata e Fermo.

Lungo il litorale, spesso violato dal fuoco nemico, la tragedia della conflagrazione si palesò davanti agli occhi increduli di alcuni cittadini che assistettero all'affondamento a causa di una tempesta, nell'autunno del 1917 del pontone armato "Cappellini", nel tratto di mare tra Marzocca e Montemarciano, e all'arenamento dell'altra unità navale "Faà di Bruno" al largo di Marotta.

Nelle città dell'entroterra lontane dai clamori delle battaglie le popolazioni locali vivevano in condizioni difficili.

Dopo pochi mesi di guerra i generi alimentari cominciarono a scarseggiare, soprattutto a causa delle requisizioni imposte dal governo, mentre la successiva decisione di introdurre la tessera annonaria fece fiorire il mercato nero dove beni di prima necessità raggiungevano prezzi esorbitanti.

A tutto questo, poi, si aggiunsero: le difficoltà di ospitare le centinaia di profughi, la stanchezza per un conflitto troppo lungo e la diffusione della "spagnola" che uccise più di ottomila marchigiani.

Caso eclatante fu quello di Macerata dove lo scoppio della Grande guerra, ma soprattutto l'ingresso italiano nel conflitto, segnarono l'inizio di un periodo piuttosto difficile per la popolazione locale.

Più incline verso gli ideali pacifisti, la cittadinanza non ebbe in questo senso una valida rappresentanza.

I portavoce del neutralismo cioè i socialisti e gli anarchici, infatti, trovarono pochi spazi di manovra nella provincia maceratese.

I socialisti, a causa della chiusura del loro periodico nel periodo bellico, fecero da spettatori durante il dibattito tra neutralisti e interventisti, mentre gli anarchici erano, nel territorio, praticamente inesistenti.

Nel frattempo gli interventisti del posto cioè i liberali e i radicali versavano fiumi di inchiostro a sostegno della belligeranza nazionale, che mese dopo mese, diveniva sempre più probabile.

Dopo l'ingresso italiano questi non rinunciarono mai, neanche di fronte alle palesi difficoltà italiane, a difendere le loro posizioni interventiste.

Accanto ai liberali e ai radicali agirono i cattolici prima convinti pacifisti e poi sostenitori della guerra nazionale.

Intanto a Macerata, mai bombardata o attaccata da forze di terra, si entrava poco in contatto con il lato più oscuro del conflitto; il che, però, non significa assolutamente che la città rimase una oasi di felicità dentro una nazione che si batteva.

La guerra c'era, era presente sotto forme differenti, la popolazione vi faceva i conti ogniqualvolta ci si doveva spostare di notte (a causa dei provvedimenti contro l'illuminazione nelle strade), si dovevano comprare generi alimentari (a causa del razionamento del cibo) o quando gli Istituti di assistenza e i giornali locali chiedevano contributi per ragioni di volta in volta differenti, ma sempre volti a fornire assistenza a chi si trovava al fronte o a chi, rimasto in patria, era in difficoltà.

Se la popolazione, nelle fasi iniziali del conflitto, malvolentieri si rassegnò all'idea di combattere, negli anni successivi (principalmente negli anni centrali della guerra) iniziò rumorosamente, attraverso alcune manifestazioni, a far sentire il proprio dissenso.

Bisogna anche riconoscere, però, che ci fu una considerevole partecipazione economica e morale dei cittadini, favorita dalla martellante attività di propaganda volta a dimostrare che una eventuale sconfitta avrebbe determinato l'inizio di un nuovo periodo di schiavitù per la giovane Italia.

Fu così che a Macerata l'organizzazione di conferenze e assemblee, l'affissione di manifesti e la distribuzione di volantini riuscirono a tenere alto il morale della cittadinanza persuadendola, inoltre, ad offrire il proprio tributo.

Gli anni della belligeranza furono traumatici tanto per chi, tra mille difficoltà, viveva nel paese, quanto per chi cercava di sopravvivere in trincea.

La fame, la sete, il freddo e il caldo, il rincaro dei prezzi, il terremoto del '16 e l'epidemia di spagnola iniziata nel 1917 compromisero fisicamente e psicologicamente i marchigiani che tentarono di innescare moti insurrezionali, nel fronte interno, o cercarono il modo per fuggire dai campi di battaglia disertando o fingendosi pazzi per trovare rifugio nell'ospedale San Benedetto di Pesaro.

Alla conclusione del conflitto la regione probabilmente non comprese subito di aver pagato un tributo di vite umane decisamente alto.

I dati statistici, a tal proposito, parlano di un 90% di maschi adulti marchigiani richiamati alle armi, di questi, più dell'11% non tornerà a casa: 8 famiglie su 10 videro partire almeno un loro caro per i campi di battaglia, e molte non li videro tornare per le ferite, le malattie o le tribolazioni patite in trincea.


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Macerata nella prima guerra mondiale di Silvia Bolotti, Edizioni Codex, 12,00 Euro


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Il caso di Pausula

sansoni-fronte2.jpg

Autore: Emanuela Sansoni

Editore: Edizioni Codex

Prima edizione: 05/2009

Edizione corrente: 05/2009

EAN-ISBN: 9788890387517

Pagine: 112

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

Argomento: Storia e Saggistica

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Descrizione
Il libro analizza dal punto di vista legislativo e sociale i turbolenti anni che seguirono la costituzione del nuovo Stato italiano.

Vengono prese in esame in particolar modo le disposizioni che riguardarono più da vicino il mondo religioso e che stabilirono, con la legge del 7 luglio 1866 e quella del 15 agosto 1867, la definitiva soppressione di molte congregazioni religiose, la conseguente cessione allo Stato di tutte le relative proprietà e la dispersione dei religiosi che vi vivevano.

Partendo dalla realtà nazionale italiana e passando attraverso la peculiarità marchigiana viene proposto il caso di Pausula (l'attuale Corridonia), una piccola città della provincia di Macerata in cui il passaggio epocale dal regime papalino a quello laico ebbe una forte ripercussione sui principali aspetti civili, sociali ed affettivi della vita dei suoi abitanti.


Indice
Introduzione

1. La Situazione delle Marche dall'Unità al 1867

2. La legislazione del Regno d'Italia dal 1860 al 1864

3. La legge n. 3036 del 7 luglio 1866

4. La legge n. 3848 del 15 agosto 1867

5. La situazione legislativa nella provincia di Macerata

6. Le conseguenze delle leggi di soppressione a Pausula

7. L'ordine dei minori conventuali

8. Le clarisse di San Giovanni Battista

9. L'ordine dei minori osservanti

10. L'ordine dei cappuccini

11. La reazione della Chiesa

Indice analitico

L'autrice


Note biografiche
Emauela Sansoni è nata a Velletri il 2 dicembre 1975.

sansoni10.jpgSi è laureata nel 2003 in Lingue e Letterature straniere moderne presso l'Università di Macerata, con una tesi in lingua e letteratura tedesca.

Dopo il periodo universitario ha compiuto un periodo di studi presso la Friedrich Universität di Jena.

Nel 2008 ha conseguito la Laurea in Lettere, laureandosi con una tesi in Storia delle Marche in età Contemporanea.

Attualmente vive e lavora a Corridonia.


Estratto
1. La Situazione delle Marche dall'Unità al 1867

La questione della soppressione delle corporazioni religiose suscitò numerosi ed accesi dibattiti che divisero tanto l'opinione pubblica quanto il Parlamento.

Da una parte si collocava chi in senso anticlericale voleva annullare il potere della Chiesa, dall'altra una visione più conciliatrice sosteneva la necessità di riconoscere al clero un'importanza reale all'interno della società italiana.

La storiografia degli ultimi trent'anni ha studiato queste due linee di pensiero dal punto di vista religioso, culturale, istituzionale e sociale riuscendo in questo modo ad offrire una chiara visione della situazione a livello nazionale.

Per quanto riguarda l'ambito marchigiano, le pubblicazioni hanno prediletto, nella trattazione, le tematiche preunitarie.

Come spesso accade, il clamore e in qualche modo il fascino della lotta armata hanno nascosto la reale portata del processo di integrazione della regione nell'Italia unita, processo che al momento della conquista militare, era ancora tutto da avviare.

Eppure, dopo le tante parole dedicate a quei pochi momenti di scontro tra l'esercito piemontese e quello pontificio, il silenzio.

Del periodo immediatamente successivo la battaglia di Castelfidardo, con cui le Marche furono annesse al Regno di Sardegna e poi a quello d'Italia, solo pochi hanno scritto.

Tra questi testi ce ne sono, però, alcuni che descrivono in maniera approfondita e sotto diversi punti di vista quel momento di fondamentale importanza che fu il periodo postunitario.

Uno dei primi autori che si sono interessati a questo periodo storico è Michele Polverari che, con il suo scritto "Lo stato liberale nelle Marche: il commissario Valerio" (1978), ha analizzato in maniera approfondita l'opera svolta da Lorenzo Valerio durante il 1861, anno in cui quegli si trovò per quattro mesi nelle Marche.

L'autore affronta, percorrendo in dettaglio le decisioni prese dal regio commissario inviato ad operare in nome di Vittorio Emanuele II, uno studio dell'economia, della società e delle istituzioni della regione, riuscendo a fotografare bene soprattutto quelli che furono i momenti immediatamente posteriori all'annessione.

Di taglio più documentaristico e supportato da un notevole studio d'archivio è il saggio di Francesco Avarucci (1979), "Documentazione archivistica sulla soppressione degli ordini religiosi in provincia di Macerata dopo l'annessione" contenuto nel volume "Aspetti della cultura e della società nel Maceratese dal 1860 al 1915": l'autore ha proposto vari dati statistici che hanno mostrato la portata del cambiamento successivo ai decreti eversivi.

Di quasi dieci anni dopo è l'intervento (1987) di Paola Magnarelli all'interno della collana Einaudi "Le regioni d'Italia", in cui l'attenzione è rivolta prevalentemente alla società marchigiana e alla svolta epocale che comportò per la regione il passaggio dallo Stato pontificio al Regno d'Italia.

Benché in questo testo le soppressioni siano pressoché accennate, esso risulta fondamentale per la comprensione degli aspetti sociali, economici e religiosi delle Marche in età liberale.

La sua lettura, quindi, è da ritenersi necessaria soprattutto per il formarsi di una visione d'insieme dell'ambiente su cui le leggi di soppressione andarono ad agire.

Preponderante per lo studio delle soppressioni a livello marchigiano è, invece, il testo del 1997 di Antonella Gioli: "Monumenti e oggetti d'arte nel Regno d'Italia: il patrimonio artistico degli enti religiosi soppressi tra riuso, tutela e dispersione; inventario dei beni delle corporazioni religiose".

In esso l'autrice prima rivisita il dibattito parlamentare che portò all'emanazione delle due leggi, poi sviluppa uno studio preciso e puntuale delle conseguenze che i provvedimenti ebbero soprattutto sui monumenti; il libro, infatti, più che un taglio storico-cronologico propone un'ampia visione architettonico-artistica, in cui risulta prevalente la trattazione dei grandi dissesti che le due disposizioni legislative provocarono.

In modo particolare l'autrice riflette sulla forte incertezza che si creò all'interno della regione per quanto riguarda la riorganizzazione delle proprietà degli ordini soppressi: indecisione che provocò spesso la perdita di opere d'arte di grande valore, nonché l'abbandono di imponenti edifici; il testo offre inoltre una visione delle vicende che colpirono i beni artistici ed architettonici, affidandosi a numerosi esempi che vanno a toccare moltissimi luoghi marchigiani.

Un altro scritto sicuramente importante è quello di Mauro Compagnucci, "Le conseguenze urbanistiche delle soppressioni civili degli ordini religiosi attuate nella provincia di Macerata nel corso del 19° secolo" (2002).

Qui l'attenzione è posta sull'attaccamento che la popolazione mostrava nei confronti dei sacerdoti; l'autore concentra la sua analisi su tutte le conseguenze civili e sociali che le leggi ebbero.

All'indagine sulle leggi e sulla società marchigiana mancava, a questo punto, uno studio che analizzasse in maniera approfondita la politica postunitaria della regione: mancanza supplita dal lavoro di Marco Severini Protagonisti e controfigure (2002), in cui viene scandagliata minuziosamente la storia politico-elettorale dell'Italia liberale, delineando le caratteristiche di fondo dei deputati e degli elettori marchigiani; la lettura di questa ampia ricerca risulta fondamentale anche per avere una visione che contestualizza le Marche nel più largo quadro nazionale.

Il periodo immediatamente successivo all'annessione d'Italia fu un momento di fondamentale importanza.

Una volta conquistati i territori, infatti, il nuovo Regno rimaneva ancora tutto da fare e organizzare.

Occorreva, innanzitutto, operare un modellamento delle diverse legislature allora vigenti sulla base di quella piemontese.

Ciò provocò un vero e proprio sconvolgimento nella vita di chi fino allora aveva vissuto la dominazione pontificia.

Un essenziale punto di discordia era rappresentato dalle disposizioni che riguardavano più da vicino il mondo religioso.

In tutta la regione la presenza del clero era infatti massiccia e costituiva un punto nevralgico della forza della Chiesa.

Le reazioni alle disposizioni legislative sull'asse ecclesiastico provocarono grandi dissensi.

Il caso di una piccola cittadina della provincia di Macerata, Pausula, dove l'influenza dei cattolici era stata tradizionalmente molto forte è un esempio particolarmente interessante per cercare di capire le vicende che colpirono gli ordini soppressi, nonché le reazioni degli abitanti, che con i religiosi avevano un legame intenso.

Un legame che, tra l'altro, rimase intatto nel tempo nonostante la loro scomparsa di certi ordini.

Tuttora alcuni luoghi della città vengono chiamati con i nomi degli antichi frati che vi abitavano.

Pausula entrò a far parte del Regno d'Italia in seguito al 18 settembre 1860. In quella giornata venne combattuta la battaglia di Castelfidardo, che vide la vittoria delle truppe piemontesi su quelle pontificie, con la successiva annessione tanto delle Marche quanto dell'Umbria al nuovo Stato di Vittorio Emanuele II.

In vista dell'imminente invasione delle due regioni centrali, il re aveva predisposto un esercito di 40.000 uomini, divisi in due tronconi.

Uno, condotto dal generale Enrico Cialdini, seguiva lungo l'Adriatico la via delle Romagne, per occupare le Marche; l'altro, guidato dal generale Manfredo Fanti, doveva arrivare in Umbria, passando attraverso gli Appennini.

Da parte sua, il papa aveva chiesto l'aiuto dei francesi, capitanati dal generale Lamoricière, che da Spoleto stava cercando di raggiungere Ancona, oltrepassando prima Tolentino e poi Macerata.

Lungo la strada, però, incontrò, a Castelfidardo, Cialdini, temibile nemico, decisamente meglio equipaggiato.

Lo scontro frontale av-venne presso la frazione Crocette.

Le forze papali, molto inferiori dal punto di vista numerico, non avevano molta speranza e se a questo si aggiungono una serie di errori di valutazione da parte del comandante francese l'esito della battaglia appariva scontato.

In poche ore le truppe del generale Cialdini costrinsero l'avversario ad una fuga frettolosa e disorganizzata verso Ancona.

Contemporaneamente, tutto questo permise al Fanti di marciare da Tolentino verso Macerata, dove entrò il 20 settembre dello stesso anno.

Intanto, due commissari, uno di Morrovalle, il conte Francesco Grisei, l'altro di Civitanova, il cavaliere Francesco Frisciotti, organizzarono un corpo di volontari, provenienti sia dal Maceratese che dall'Ascolano, che presero il nome di Cacciatori delle Marche.

Il loro compito era quello di sostenere al meglio l'esercito ufficiale e regolare, ostacolando le mosse di quello pontificio.

Quando il 18 settembre ricevettero la notizia della vittoria a Castelfidardo, si appostarono presso Cupramarittima, dove catturarono un gruppo di fuggiaschi appartenenti alle sconfitte truppe papaline.

Il Lamoricière, intanto, si era rifugiato, insieme ad una parte dei suoi uomini, in Ancona.

Qui tentò inutilmente di difendersi a tutti i costi, illudendosi di ricevere un aiuto dal proprio paese.

Ma i piemontesi ritenevano necessario conquistare la città il prima possibile.

L'assedio venne organizzato su due lati: via mare, con la flotta comandata dal vice ammiraglio Persano, e via terra, dal vittorioso Cialdini.

Anche questa volta la potenza dell'esercito rivale frantumò ogni aspettativa del Lamoricière, che ufficialmente si arrese il 29 settembre, consegnando la piazza e costituendosi prigioniero insieme a quel che rimaneva del suo presidio.

L'occupazione delle Marche era finalmente completata.

Pausula e le Marche passavano dal regime pontificio allo Stato laico e liberale ed entravano ufficialmente a far parte del nuovo Regno d'Italia proclamato ufficialmente a Torino il 17 marzo 1861.


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La Legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula di Emanuela Sansoni, Edizioni Codex, 12,00 Euro


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