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La notte parla

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9788890302220.jpg

Autore: Louis Guillaume

Traduttore: Viviana Mucci

Editore: Edizioni Idea

Prima edizione: 11/2007

Edizione corrente: 11/2007

EAN-ISBN: 9788890302220

Pagine: 84

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 11x17 cm

Prezzo di copertina: 13,00 Euro

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Descrizione
«Con tre parole, Louis Guillaume ci colma di fantasticherie», scriveva Gaston Bachelard.

La notte di Louis Guillaume ci «parla», perché è la notte dei racconti e dei loro misteri, dei tedeschi romantici, della via lattea, della foresta dove realtà e fantasia si confondono.

Per esprimere esperienze incerte, al limite tra l'onirico e il reale, Louis Guillaume sperimenta e perfeziona lo strumento del poema in prosa, che egli stesso definisce come un genere che ben si adatta alla veggenza e alla esplorazione dei sogni, e che getta un ponte tra «simbolismo e surrealismo».

La notte parla è il frutto di questi studi: una raccolta di poemi in prosa, che nel 1961 ottenne a Rodez il premio Antonin Artaud.

L'opera risulta molto interessante da un punto di vista stilistico, come ricerca di nuove forme espressive che diano sempre più spazio all'immaginazione e all'onirico.

Come un incantatore, Louis Guillaume ammalia il lettore con le sue «immagini notturne» e lo trasporta dolcemente verso un mondo fatto di magia.

In questa edizione La notte parla è magistralmente introdotta da Jean-Yves Debreuille, docente di letteratura nell'Università di Lione.


Note biografiche
Poeta venuto dal mare, isolano di Bréhat, dove ha trascorso la sua infanzia in compagnia di marinai e pescatori, ha donato alla letteratura francese una delle voci più intime, sempre alla ricerca del senso nascosto delle cose, filtrate dall'esperienza onirica.

Profondamente segnato dalla lettura di Bachelard e Albert Béguin, ammiratore di Milosz e amico di Max Jacob, è considerato in Francia uno dei padri della poesia in prosa.

La sua opera, mai pubblicata prima in Italia, si rivela pienamente con "Plein absence", 1947, "Ecrit de Babylone", 1950, "Noir comme la mer", 1951, "Chaumière", 1951, "Etrange Forêt", 1953, 2La Feuille et l'épine", 1956.

La notte parla è il primo esperimento ben riuscito di una traduzione della sua poesia in prosa.


Estratto
Prefazione

Henri Michaux affermava che «la notte si muove».

Per Louis Guillaume, «la notte parla».

Ma quale notte?

Di certo non la notte elettrica dei surrealisti, ma quella dei racconti e dei loro misteri, dei tedeschi romantici e in parte, forse, anche quella della via lattea e degli abeti sotto la neve di Apollinaire.

L'autore di "Sônes d'Armor", di "Noir comme la mer" e di "Étrange forêt" rimane legato alla Bretagna, paese di antico immaginario dove, tra nebbia e foreste, leggenda e realtà poco si distinguono, e dove con i periti in mare il contatto è forte quanto quello con i viventi.

In questo paese si ritrovano le origini del poeta, e qui si è svolta la sua infanzia.

Egli pone la sua vita al centro di una continuità di cui la morte traccia gli orizzonti, uno verso il passato, l'altro verso il futuro.

Orizzonti penetrabili e che tuttavia limitano lo sguardo, come la foresta che il più delle volte fa da sfondo alla scena.

Il «margine della foresta dove nessun uomo si arrischia» è nel contempo un «limitare» le cui radure sono disseminate di rocce e di menhir «al chiarore della luna», che lo rendono simile al mare, con le sue «grandi sagome di scogli con lo zoccolo affondato» e il colore latteo della foschia.

A dire il vero, più che paesaggi reali, entrambi rappresentano il cerchio immaginario al centro del quale si colloca l'individuo, che si rigenera perfino nel suo presente universo cittadino: «La foresta, il mare, l'infanzia, il chiarore si portavano davanti alla mia ombra attraverso i vicoli oscuri che formavano la città».

Chiarore livido, come la luna, la nebbia, le rocce, i licheni.

«Lo strano barlume del sonno» è un film in bianco e nero.

Per associazione, la neve e la brina ricoprono sovente i paesaggi, fissandoli nei loro riflessi immobili: «L'argento grigio dell'inverno patinava ogni cosa».

Hanno un effetto calmante, come il «balsamo del chiaro di luna», che «si spalma sui sassi, leviga la sabbia, si stende sull'erba del greto».

Immerso in questa bianca dolcezza, il poeta stesso ne diventa parte: «Io ero quella via lattea di armonia».

Una via, ancor prima di essere voce; al centro del sogno, il poeta si sente come al centro del mondo, più appagato che smarrito.

Certo, si rappresenta «solo a bordo» di una barca «sola in mezzo all'immensità buia», rivestito dalla «fragile corazza» del tempo, ma nondimeno il suo sguardo è rapito e il desiderio magnetizzato da un segno, sia esso un'ancora che riluce nella profondità dei flutti, l'improvvisa trasparenza che rivela il cuore che batte di un vecchio menhir, o gli «uomini invisibili» di cui paradossalmente percepisce la presenza «a migliaia di leghe proprio di fronte a [sé]».

Tanto da affermare di trovarsi, in quei luoghi, di notte, al centro di un «meraviglioso caleidoscopio».

Tutt'a un tratto, la visione si trasforma in rivelazione.

È la donna che per tutta la vita ha contemplato senza vedere che d'improvviso si «avvicina al vetro dei [suoi] sogni».

Scorge il cuore del menhir, un «grande orologio» dove poter seguire «il pulsare dei secoli».

L'immobilità recettiva del sognatore permette allora l'accesso.

«Non più tetti, non più focolari. [ ] Il cancello si apre sul largo».

Alla lieta sorpresa segue un azione di cui il poeta rivendica rischi e responsabilità: «Assumo da solo il rischio di questa scalata verso gli altipiani dove non esiste sera né mattina ».

La totale assenza di riferimenti temporali che delimitino la notte è indice dell'abbattimento del confine tra sogno e realtà, dei limiti del corpo e del mondo, dell'«io» e del «tu», del linguaggio e delle cose: «Diventavamo la lingua degli scogli, l'oblio della sabbia, il cuore delle crepe».

Si tratta di un accesso all'Altro, che può essere tanto la donna amata, quanto il lato nascosto di se stesso, o il luogo di una comprensione nuova, che più che una risposta è una diversa prospettiva da cui poter esaminare la questione.

In particolare, svaniscono i limiti che l'esclusione dei contrari comporta nella vita di tutti i giorni.

Gaston Bachelard era a questo proposito particolarmente sensibile, e il 4 dicembre del 1956 scriveva a Louis Guillaume: «Lei fa del fuoco un'acqua limpida. [ ] Sono finiti i tempi delle monoimmagini».

In "La fiamma di una candela" esprime la forza che trova nel «rogo di linfa» che designa «la vecchia quercia»: «Rogo di linfa, parole mai dette, seme sacro di una lingua nuova che deve pensare il mondo con la poesia».

In questo universo allargato, dove coesistono tutti i possibili, le fustaie sono «limpide», le pietre cantano, un paesaggio può essere «un deserto di presenze e di attese», ci si può scoprire «ricchi di ciò che abbiamo perso», e perfino ritrovare se stessi, non come uomini usati e disillusi, ma come bambini che si meravigliano di fronte al futuro: «Forse sono io quello che ho appena incontrato, là, sulla soglia della vita».

E si può anche dire alla donna amata: «Tu sai che mai tornerò e che, tuttavia, sarò sempre qui».

Ma è un incontro effimero: questi istanti di pienezza durano quanto un sogno.

«In un attimo colgo il senso di ciò che mi accade. [ ] Ma tutto svanisce. Sono cieco».

I segni si confondono tra loro, le presenze si fanno sfumate, torna la solitudine, la realtà impone di nuovo i suoi limiti.

La notte non rivela più niente, è solo assenza di luce e riferimenti: «E all'improvviso, quella fu la notte in cui scintillavano le luci acide della città, la notte desertica dove ancora vaghiamo».

Ma l'esplorazione non è stata vana.

«Svuotato, oscuro, liberato, potei finalmente vivere [ ] come un vivente che si stupisce di respirare, e altra certezza non ha, ormai, se non di morire».

Tale è il potere del sogno, ma tali sono anche i suoi limiti: dà breve luce, ma non lascia conquista alcuna.

Va troppo veloce perché gli si possa star dietro e, nell'inseguirlo, ci perdiamo noi stessi di vista.

Dà accesso a un altrove da noi stessi, che tuttavia non può essere fissato nella lingua del qui.

L'ultimo testo parla di tale paradossale situazione del poeta, che più di ogni altro ha la parola sulla punta della lingua, ma quando si appresta a scriverla si accorge di averla persa.

La notte parla ma non dice niente.

Per cercare di esprimere queste esperienze incerte preservando la parte incontrollata che ne costituisce la rivelazione, Louis Guillaume perfeziona uno strumento su cui si sofferma in particolare alla fine degli anni Cinquanta: il poema in prosa.

Adotta il verso regolare e il verso libero, nel 1958 pubblica "Hans ou les songes vécus", un romanzo il cui titolo si riferisce a quel viavai tra sogno e realtà che suscita tutto il suo interesse.

È dunque alla ricerca di una forma che permetta una diffusione senza vincoli, per evitare di scivolare irreversibilmente nell'onirismo, perché il suo scopo resta quello di vedere giusto ed esprimere correttamente.

E quella forma potrebbe essere proprio il poema in prosa, che non deve attenersi ad alcun protocollo, ma che nell'esperienza fissa i limiti del suo valore.

Guillaume espone le sue riflessioni durante la conferenza alla Sorbona del 27 febbraio 1960, in piena preparazione de La notte parla, che sarà pubblicata un anno più tardi: "L'évolution du poème en prose d'Aloysius Bertrand à nos jours".

Definisce questo genere uno strumento che ben si adatta alla veggenza e alla esplorazione dei sogni, e che getta «un ponte tra simbolismo e surrealismo».

Gli attribuisce i tre caratteri che più emergono dalle esperienze descritte in La notte parla: organicità del testo, infondatezza di fronte a qualsiasi tentativo narrativo o dimostrativo, brevità.

Sono istantanee che non hanno la pretesa di apparire coerenti, ma ciascuna di esse è un flash sul mistero del nostro essere al mondo, nell'«eternità senza parola» da cui il poeta strappa, frammento dopo frammento, ciò che può essere detto.


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9786001653735.jpg

Autore: Marcello Marabotti

Editore: OTMA Edizioni

Prima edizione: 07/2007

Edizione corrente: 07/2007

EAN-ISBN: 9786001653735

Pagine: 62

Rilegatura: a mano

Dimensioni: 6,0x8,0 cm

Prezzo di copertina: 8,00 Euro

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Descrizione
Non fuorvii il titolo, curioso, accattivante.

Un titolo che rimanda ad atmosfere baricchiane di cui forse vuole essere omaggio.

Perché la raccolta di poesie con la quale Marcello Marabotti, giovane poeta milanese, classe 1985, si racconta per la prima volta al pubblico è in realtà permeata di una tessitura sintattica e concettuale estremamente eterogenea.

Poeta delle piccole cose soffuse di un lirismo dimesso di reminescenze sabiane, vicino all'impronta prosaica dell'ultimo Montale, Marabotti stupisce per la capacità tutta pascoliana di cogliere il mistero intrinseco della quotidianità fatta di situazioni, gesti, fugaci pensieri.

Cantore della vita di cui narra con forte taglio autobiografico i legami affettivi, sensazioni, profumi, ambienti, Marabotti parla della vita attingendo a piene mani dalla propria: nascono così fulminei aforismi di oraziana memoria, lampi di eros di elegante bellezza, paesaggi o situazioni vivi nell'immediatezza del contingente o trasfigurati nel ricordo, affetti profondi.

Nel silenzio interiore proteso a giungere al porto sepolto emergono verità nascoste, lanciate dalla catapulta del cuore, intrise di malinconia.

Basta poco e tutto diventa poesia grazie alla naturalezza con la quale Marabotti esprime il sentimento vero, mai banale, mai scontato, anche quando l'essenza dell'attimo è stata già individualmente vissuta da generazioni di poeti.

Marabotti fotografa l'attimo con la sensibilità intuitiva dei veri poeti, quelli investiti dal sacro fuoco di Apollo, quelli che si fanno veggenti; non necessita di sperimentalismi linguistici a volte forzati per affermare la propria originalità nella speranza di tracciare solchi diversi.

L'unicità del canto è una conquista.

E Marabottisembra essere sulla buona strada.


Note biografiche
Marcello Marabotti è studente presso la facoltà di Lettere all'Università Statale di Milano.

Chissà, forse un giorno faremo l'amore sull'orlo del mare è la sua prima raccolta di poesie.

Ha pubblicato anche la poesia "A lei" nell'antologia "Parole d'Amore" (Giulio Perrone Editore 2006).

Collabora col quindicinale SegrateOggi dal 2005 e diverse riviste on line di cultura, musica e cinema.


Estratto
A lei

Respiri, sogni o forse, solo
Dormi
In questa notte color inchiostro,
Avvolta nel candido miele del tuo meriggiare
Ti guardo,
Da stupido o da fanciullo,
Sorridere di sole grande e,
Piangere di luna blu
Nell'accartocciarsi dei miei autunnali giorni
Come delle foglie il dolce abbandono
A te,
Io
Amerò


Incontro

Poco negli occhi, forse solo qualche carezza
Calore di qualche pezza, nella notte una manciata di rintocchi
Dentro,
Loro due

Forse troppo freddo, poco sole
Ora al tramonto
Brune foglie sul viale, che viale non è
Molta gente, tanto ricca di raccolto
Quanto povera di terra

Dentro,
in un bosco di aranci e oleandri in fiore,
Loro due

- Convenite che, sebbene io non valga tutti questi signori,
- Quello che amate sono io..-

Parole nella nebbia dei pensieri, al tramonto
Silenzio nelle mani strette,
le loro
Paura di mostrargliele, farle vedere
Quella alcuna esperienza della vita

A quella ragazza, prossima donna
Che possedeva
La dolcezza negli occhi e
L' amore sulle labbra

Il fuoco in legno

Chissà, forse ora potresti fare
il fuoco in legno
Chissà, forse ora potresti togliere
i vetri da terra,
Farmi camminare

Tagliare il mio orecchio, le mie labbra
Le mie parole,
Darle in pasto al tuo cuscino,
Ai tuoi capelli

Dimmi chi sei, nel buio, di mattina,
Fra le mie coperte, fra le tue albe o
Nello specchio del caffè,
Senza guardarmi negli occhi, senza respirare
Senza chiamarmi, solo lasciandomi ascoltare
Poi, guardami senza guardare, dritto oltre me
E abbandonami, si lascerà fare, forse,
Come il levigare del mare


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Dove nessuno posava lo sguardo

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Poesie oltre il muro

978-88-7258-4.jpg

Autore: Gabriele Aral

Editore: La Piccola Editrice

Prima edizione: --/2007

Edizione corrente: --/2007

EAN-ISBN: 978-88-7258-4

Pagine: 84

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 14x21 cm

Prezzo di copertina: 10,00 Euro


Descrizione
Aral sa che la scrittura è autoterapia e riscatto, un qualcosa che serve in primo luogo a chi la esercita e poi, se si è abbastanza bravi, anche agli altri.

La scrittura poetica lo ha aiutato a prendere le distanze dalla propria esperienza, dalla sofferenza e dal dolore, e a trasformarle in una sorta di fraternità offerta agli altri.

Non c'è in questi versi il gridato, l'invettiva, e nemmeno l'esibizione di sé, il vittimismo, l'autocompiacimento.

Il dettato è piano, comprensibile, sussurrato.

Aral parla, non urla, e il tono è quello della confidenza.

Perché ha già raggiunto, cioè conquistato, la verità che salta fuori da questi versi: la vera libertà è quella interiore, mentale, creativa.


Indice
Introduzione di Sara Bauli e Simonetta Brighi

Prefazione di Ernesto Ferrero

Perché il cuore ha bisogno di magia

Il giardino nascosto
Poesia
A me gli occhi
Il mio compagno è un poeta
Bianco

Mura di cinta

Dove nessuno posava lo sguardo
Ispezione
Questo lungo giorno
Il Palazzo
Quel muro grigio tutto intorno
Dieci giorni al verdetto
Mammagialla
La fortezza di Volterra

Io esisto

Io esisto
Lettere
Vergogna
Un vento che non conosco
L'arte del biliardo
Su questo treno sconosciuto e indifferente
Wa

La mia libertà

Evasione
Un giorno d'estate
Come ho scoperto il mondo
Ulisse
Alfabeto in viaggio
Notturno

Ho un cuore soltanto e non dimentica mai

Ogni giorno di prigione
Per non pensare a te
A mia sorella
Isabella
A chi forse non la leggerà
Quella finestra
All'amico José

I giorni che verranno

15 luglio 2030
Domani
La nascita di una farfalla
Il mio sguardo sul mondo
Il volo


Note biografiche
Gabriele Aral, nato a Roma nel 1975, è detenuto dal 2002; dal settembre 2006 si trova nella Casa di reclusione di Volterra.

Diplomatosi presso il Liceo Classico Virgilio di Roma, attualmente frequenta in carcere un corso di studi per conseguire il Diploma di Geometra.

Nelle edizioni del Premio Letterario Nazionale Emanuele Casalini, nel 2004: 1° classificato, nel 2005: 3° classificato, nel 2006: 1° classificato.

Ha ottenuto inoltre riconoscimenti dalla Giuria nel PremioNazionale Iris di Firenze e nel Premio Letterario Internazionale Archè di Anguillara Sabazia Città d Arte.


Estratto
Il mio compagno è un poeta

Voi vorreste una poesia,
ma il mio compagno di cella
non conosce la metrica e i versi,
né è padrone di ritmica e stile,
eppure scrive poesie.

II mio compagno scrive poesie
quando mi racconta la sua vita,
e parla dei paesi che non vedrà mai
e dei mestieri che mai farà.

II mio compagno scrive poesie
quando sa che nessuno verrà a trovarlo,
eppure tende l'orecchio all'altoparlante
senza far rumore, senza respirare
in attesa di quel nome che non viene mai.

Scrive poesie
quando si accorge della mia tristezza
e mi racconta le sue storie buffe
finché il suo sorriso non diventa il mio.

II mio compagno scrive poesie
quando riesce a ricordare
il profumo dei capelli di una donna,
e poi mente a se stesso
dicendo che si può vivere anche senza.

Il mio compagno lo sa:
chi si sente giudicato, brama giudicare
ed il più debole è sempre condannato,
ma ha scritto poesie
quel giorno che all'aria ha detto loro:
Chi si azzarda a toccarlo fa i conti con me! .

Ma a volte viene la notte
e non si cura del sole o delle stelle,
il buio inghiotte ogni pensiero ed ogni sentimento,
allora sul suo corpo scrive versi con la lametta
e non ci sono né premi, né giurie per lui
ma giorni in isolamento.

Il mio compagno scrive poesie
quando la guardia gli grida contro ingiustamente
e lui non reagisce,
perché la vita è altrove
e sa che la guardia non l ha capito.


Io esisto

Io esisto.
Quando andate a dormire o quando vi svegliate, io esisto.
Quando lavorate o ridete con gli amici, io esisto.
Quando vi tuffate nella vostra normalità,
o vi proteggete con la vostra indifferenza, io esisto.

Al di là dello spazio in cui mi confinate
e oltre il tempo che fate trascorrere, io esisto.
Al di sopra della vostra falsa morale
e nel profondo delle vostre coscienze, io esisto.

Uccidetemi, io non morirò.
Perché io sono il vostro tradimento
io sono la vostra ipocrisia
io sono il vostro inutile oblio.

Il mio compagno è un filosofo,
è uno scienziato, è un letterato
è un artista, un pagliaccio, un soldato,
un musicista, un marinaio, un mendicante, un magistrato
e lo è tutti i giorni.
Tutti i giorni è un poeta
ma nessuno
ha il coraggio di leggere le sue poesie.


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Le mie bolle. Poesie

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Prefazione di Dacia Maraini

9788872584095.jpg

Autore: Candida Proietti

Editore: La Piccola Editrice

Prima edizione: --/2007

Edizione corrente: --/2007

EAN-ISBN: 9788872584095

Pagine: 88

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 14x21 cm

Prezzo di copertina: 8,00 Euro

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Descrizione
Le "bolle", bolle fisiche incise sulla pelle liscia di un corpo avvenente, rappresentano la metafora di un'esistenza sofferta, deturpata dall'evento improvviso di uno scacco.

Ed allora la poesia, come ogni espressione dell'anima umana, parte e si alimenta di sensazioni, emozioni, di slancio interiore, e le parole, "parole per far capire", sconfinano nell'oltre, penetrano l'invisibile, fanno emergere il mistero, cantano melodie mai scritte: parole come occhio dell'anima.

La poesia di Candida si dipana attorno al perenne dissidio tra "scatole in buste lese" della realtà greve e il desiderio "confuso", il "territorio, [dove] manca qualcosa", dell'apertura verso orizzonti dove "il cuore chiama".

Limite, smarrimento, stanchezza, dolore, silenzio, che come trama sottile costellano questi canti poetici, prorompono poi in "travolgente sentimento", in "armoniosi quadri", nelle "tenere circonferenze" del cuore, sino ad esaltarsi in respiri di amore "come piuma leggera che vola" e "corpi annullati".


Indice
Prefazione di Dacia Maraini

Le mie bolle
Poesia
Poeti

Tenere circonferenze

Amore
Quel volto
Non vederti
Ah l'amore!
Candele blu
Pensando all'amore
Mani
Un quadro
2 ore non mi bastano
Percorrendo
Se...

Intervalli emozionali

Parole
Bagliori di vita
Il mio dolore
I miei passi
Spazi
Desiderio
Passioni
Facce spente
No
Una giornata
Questa sera
Guardare
Sempre
Se potrò dire "ho vinto"
Sogno
Donna
Futuro
Quando tornerai

Acquerelli

Momenti
Ispirazione
L'albero maestro
Tramonto
Il fiore
Semplici parole
Senza limiti
Il mare
Papavero rosso
Allegria
Profumo
La luna
Mattino
La fontana
Campagna
Giochi
Il treno
La collina
Farfalle
Gioco
La giostra

Tracce

La foto
Ombra
Madre
Ricordo
Il mio paese
La ciliegia
Celleno Vecchio
Il Convento


Note biografiche
Candida Proietti, nata a Celleno nel 1966, attualmente è residente a Vetralla (VT).

Esprime la sua vena artistica alternando la poesia alla pittura.

Ha avuto riconoscimenti in vari Premi poetici ed alcune delle sue poesie sono raccolte in diverse Antologie.

È presente nel "Catalogo Antologico Poeti del Viterbese".


Estratto
Amore

Amore folle che guarda il mare,
respira il profumo del mare,
osserva il tramonto e il gabbiano volare.

Amore da cogliere che si lancia, ti prende,
stringe la tua anima talmente forte da farla sentire una piuma,
piuma leggera che vola,
fino a toccare la spensieratezza.

Amore triste che ti chiude in una scatola,
senza poter avere occhi trasparenti
per ammirare i colori della vita,
sempre più dura.

AMORE pensiero vero, pensiero felice,
dove porti?

Porta l'euforia di un momento a sognare,
porta la voglia di esser vivi fuori dal silenzio,
porta il giusto a lottare,
rendilo esteso come un prato verde,
accarezzalo con il tuo calore.

Amore, non chiudere i cuori,
di chi attentamente ascolta
il ticchettìo di un orologio.


Parole

Dovrei dire parole tante
parole, parole per far capire,
le cerco, le arrotolo nei
miei desideri,
le faccio uscire,
non bastano ne ho ancora bisogno.

Le cerco impensate,
originali,
diverse,
che come frecce vadano dritte al cuore,
emozionino.

Dove trovo tante parole?

Corro nella camera, in un angolo,
in una via,
le cerco.

Cerco parole che vadano oltre,
impossibili,
che lascino un segno,
un commento,
giro tra sentire,
contatto, volare,
mi fermo su EMOZIONE,
che bella parola,
vorrei emozionare il silenzio,
emozionare un'anima,
emozionare il giorno e la notte,
riempire il vuoto di chi sta solo.


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Quello che le foglie non dicono

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9788862110518.jpg

Autore: Giuseppe Columbo

Editore: La Riflessione - Davide Zedda Editore

Prima edizione: 11/2007

Edizione corrente: 11/2007

EAN-ISBN: 9788862110518

Pagine: 100

Prezzo di copertina: 10,00 Euro

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Descrizione
È quella di Giuseppe Columbo, una poesia decisamente introspettiva e amara, fatta di rapporti desiderati e vissuti ma poi irrimediabilmente perduti, una poesia che si esprime attraverso una trama di immagini dalla forte valenza metaforica.

Un velo di malinconica tristezza accompagna l'intera silloge dove l'autore affida ai suoi versi, la propria vocazione per una poesia dei sentimenti e del ricordo "tu che ormai voli dovunque ...non sapendo di esserti fermata qui tra i miei ricordi".

L'amore ne è il principale motivo ispiratore, ma è un amore lacerante e tormentato che tradisce le aspettative e genera una stato di tormentato desiderio inappagato "lacrime versate...delusioni devastanti" e ancora "brividi bruciati e già scomparsi".


Note biografiche
Giuseppe Columbo nasce a Cagliari nel 1979.

Studente universitario in procinto di laurearsi presso la facoltà di Scienze della formazione del capoluogo sardo, è alla sua prima pubblicazione


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