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Il professore Bouc

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Teorie di un irascibile

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Autore: Jean-Luc Coudray

Traduttore: Viviana Mucci

Editore: Edizioni Idea

Prima edizione: 01/2008

Edizione corrente: 01/2008

EAN-ISBN: 9788890302244

Pagine: 125

Rilegatura: brossura

Prezzo di copertina: 10,00 Euro

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Descrizione
I racconti, le novelle e i disegni di questo autore contemporaneo francese sono tutti caratterizzati da una dominante componente umoristica.

«Se è necessario raccontare delle storie per scrivere, detesto raccontare per raccontare», afferma lo stesso Coudray.

«Tutti i comportamenti e i pensieri dei miei personaggi devono essere mossi da una necessità e questa necessità è spesso quella dell'humour».

Il professore Bouc, lo stravagante studioso che si avventura in esperienze spaziali, quali un viaggio sulla Luna e su Giove, con i suoi ragionamenti assurdi arriva alla conclusione che non si può contare su niente, né tanto meno sulla scienza e sulla concezione che l'uomo si è fatto dell'universo.

Jean-Luc Coudray lotta contro la gravità della vita e l'irrisorio, vestendo di nuovo tutte le circostanze che ci assalgono.

Nei suoi racconti tutto conduce a situazioni assurde o in ogni caso inattese.

In questo libro la fonte dell'ironia di Coudray è la «scienza» del professore Bouc, una scienza snaturata che mette il suo potere dimostrativo al servizio dell'humour.


Note biografiche
Nato a Bordeaux nel 1960, Jean-Luc Coudray ha pubblicato in Francia undici opere, tra novelle, testi umoristici, disegni e soggetti di fumetti.

In Italia ha già pubblicato la "Guida filosofica del denaro" e recentemente Il signor curato (Edizioni Idea, gennaio 2008).


Estratto
Le invenzioni del professore Bouc

Il fatto che il professore Bouc continuasse a occuparsi di ricerca scientifica da fuorilegge e che, essendo stato escluso dal mondo dell'astronomia, avesse rifiutato qualsiasi evidenza scientifica e tecnologica del suo tempo, ormai non era più un segreto per nessuno.

Da quando lavorava da solo, si era messo in testa di riscoprire ogni cosa da zero, servendosi unicamente di strumenti rudimentali.

Lo si poteva scorgere mentre osservava ingenuamente la Luna con un piccolo cannocchiale e annotava su un taccuino osservazioni grossolane e imprecise, disseminate di interrogativi:

«Esistono oceani lunari?».

«Il nostro satellite è abitato?».

Di settimana in settimana, il professore copiava su quadernetti i suoi progressi quotidiani puerili e inquietanti.

Era alquanto strano, ad esempio, scoprire che aveva reinventato la calcolatrice meccanica di Pascal per prevedere le eclissi solari.

Ma nessuno si aspettava di vederlo in giro, col cannocchiale in spalla, sulla sua ultima reinvenzione, una vecchia bicicletta d'epoca con i cerchioni di legno, appositamente studiati per spostamenti più rapidi.

«Troppo facile», borbottava la gente.

«Non inventa niente di nuovo».

Eppure, chino sulle sue scartoffie, il professore Bouc aveva l'aria di chi sa il fatto suo e, andando per tentativi, riuscì a trovare il principio del motore a vapore, secondo il quale costruì un autoveicolo che raggiungeva i trenta chilometri orari, con grande dispendio di combustibile.

Tutte quelle invenzioni gli aguzzarono l'ingegno, lo avvicinarono alla filosofia e lo indussero a definire il metodo del dubbio sistematico, l'abbiccì di una mente scientifica.

Il professore Bouc tendeva a un crescente isolamento dal mondo moderno.

Ma cominciò a destare l'interesse dei più quando inventò l'antenato del razzo, oggetto che, per l'appunto, non aveva antenato.

Certo, il razzo del professore non andava né molto lontano né molto in alto, ma che ingegno!

Racchiudeva la grandezza dei secoli andati, in cui non venivano costruite semplici macchine, ma vere e proprie opere d'arte nella forma e nello stile.

Così, le invenzioni del professore Bouc andavano a rimpiazzare gli anelli mancanti della catena evolutiva degli oggetti articolati.

L'anziano accademico inventò anche alcuni locomotori destinati a occupare i posti vacanti della storia della locomotiva.

Un giorno costruì una sorta di rudimento della carriola così perfetto che venne spontaneo chiedersi se la carriola fosse stata davvero inventata di sana pianta, saltando a piè pari quell'indispensabile e ben riuscito intermediario.

Il professore Bouc riuscì a dare forma agli antenati degli oggetti apparentemente più moderni e fortuiti.

Il suo lungo lavoro sotterraneo permise al mondo scientifico e artificiale di affondare le proprie radici in un passato nuovo e sempre più credibile.

Il frigorifero, la televisione e il videoregistratore riscoprirono così le loro origini.

I videogiochi, i cellulari e i microcomputer si arricchirono di una vasta genealogia.

I cani robot, i televisori portatili, i gadget più futili e demenziali, insomma, risalirono alla matrice, sulla base di ricordi di impeccabile precisione.

Ma non è finita.

Autore di un passato che oramai si proclamava fonte delle invenzioni contemporanee, il professore Bouc divenne il padre spirituale di ogni scoperta scientifica e tecnologica del suo tempo.

Colmò il niente che precede ogni vera creazione dell'ingegno con una storia che riduceva ogni invenzione a pura fatalità.

Con congetture ben impostate sminuì il merito e il valore dei geni dell'umanità.

Mise in ridicolo gli uomini illustri, facendoli apparire nient altro che umili scavatori dediti a portare alla luce gli oggetti che già corredavano la Storia del professore Bouc.

E gli astronomi che avevano espulso l'accademico sapevano che ormai ogni loro scoperta era destinata a finire in pasto alla prodigiosa macchina genealogica che aveva assemblato, nella più completa impunità, quel fuorilegge della scienza.




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Margarita Hesse

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Autore: Manfredo Kempff

Traduttore: Antonio Vigilante

Editore: Edizioni Idea

Prima edizione: 01/2008

Edizione corrente: 01/2008

EAN-ISBN: 9788890302237

Pagine: 206

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 12x18 cm

Prezzo di copertina: 15,00 Euro

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Descrizione
In un ambiente machista, conservatore e ipocrita, Margarita Hesse incarna una donna che si confronta con i pregiudizi e le ipocrisie della società e del potere.

Scandalizza tutta la città quando, come delirando, comincia a raccontare pubblicamente e con indifferenza i suoi amori adulteri con un uomo molto in vista, Tomas del Riego.

L'ambizione senza scrupoli dei politici, le loro infedeltà, il rigetto della classe politica da parte della popolazione, i sollevamenti militari, le congiure di palazzo, fanno di Margarita Hesse un libro avvincente che riproduce aspetti dell'atmosfera politica e sociale latinoamericana in tempi non ancora lontani.

Margarita Hesse è un libro di sottile psicologia e ironia nell'esplorare il ruolo possibile o reale delle donne in politica e dietro la politica.


Note biografiche
Manfredo Kempff Suarez è nato a Santa Cruz de la Sierra (Bolivia) nel 1945.

Gran parte della sua attività professionale è stata dedicata alla diplomazia e al giornalismo.

Tra le varie mansioni diplomatiche all'estero, è stato ambasciatore della Bolivia in Spagna e in Uruguay.

Inoltre, ha ricoperto importanti incarichi di governo, tra cui vice ministro degli Esteri e Ministro dell'Informazione nel suo paese.

Margarita Hesse è il suo secondo romanzo, pubblicato nel 1996 e in una seconda edizione nel 2001, dopo il grande successo che "Luna de locos" ha riscosso in tutta l'America latina.

Questa seconda opera, con i suoi particolari risvolti psicologici e politici, ha consacrato le qualità creative e letterarie dell'autore.


Estratto
Primo quaderno

Non so perché scrivo oggi, nella solitudine in cui mi sono ritirato.

Forse è una confessione giudiziale, una lettera alla mia famiglia, una prova nel caso fossi assassinato o, semplicemente, il mio testamento.

Forse non è niente di quel che suppongo e quando avrò finito di scrivere questi ricordi che mi mortificano, li butterò nel cestino della spazzatura.

Solo Dio sa che sarà di questi paragrafi e solo Lui sa che sarà di me, ateo fino a ieri.

Sono Tomas del Riego, un uomo che ebbe tutto e che è stato rovinato dalle impertinenze di una donna che lo ha fatto perdere.

Lei si chiama Margarita Hesse e nonostante tutto il male che mi ha fatto, apparentemente per un arteriosclerosi o una nevrosi o per un rancore nato dallo scoprire che le sono stato infedele con una ragazza che ha la metà della sua età, va dicendo ai quattro venti che mi ama.

E così racconta a tutti che è la mia amante e mi svergogna pubblicamente parlando delle mie intimità che da settimane costituiscono un pettegolezzo quotidiano.

Chiaramente, la conosce tutta la città, e quando dico «tutta» mi riferisco, naturalmente, a tutti coloro che si trovano al suo livello sociale e al mio.

Mi viene a cercare nel piccolo appartamento dove mi sono recluso, totalmente solo, senza nemmeno un maggiordomo, e io non la ricevo perché ho paura di ulteriori scandali.

Margarita mi parla, senza muoversi dalla porta, dicendomi che tutto quello che è successo tra lei e me è derivato dagli intrighi delle sue odiose amiche e di gente cattiva, che lei sa che hanno voluto uccidermi per colpa sua, e chiede che la perdoni.

Sostiene anche che lei non ha mai svelato il nostro amore, che devo andare a vivere a casa sua, oppure che potremmo scappare a Parigi, Madrid, o dove voglio, con tutti i suoi milioni.

Mi dice, persino, che se amo un altra, è disposta a perdonarmi e che darà dei soldi a quella tipa affinché non mi infastidisca e se ne vada per sempre.

Stranamente, è gelosa di una sconosciuta ma non di mia moglie.

Non le rispondo niente e resto seduto a terra appoggiato alla porta, ascoltando, incredulo, le divagazioni di questa donna, che fu così discreta, così colta, così delicata, e che, improvvisamente, si è convertita nell'essere più pericoloso che una mente malata possa creare.

Dopo anni in cui siamo stati amanti, ho perso il mio focolare, mi hanno buttato fuori del mio posto di ministro e il mio studio, che era così prestigioso e redditizio, si è convertito in un antro di fantasmi, dove non appare più nessuno.

Ed è persino possibile che finisca in galera se arrivassero ad accusarmi di averla voluta assassinare.

Io che non ho mai potuto uccidere nemmeno uno scarafaggio!


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Il signor curato

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Filosofie di un curato di campagna

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Autore: Jean-Luc Coudray

Traduttore: Viviana Mucci

Editore: Edizioni Idea

Prima edizione: 11/2007

Edizione corrente: 11/2007

EAN-ISBN: 9788890302213

Pagine: 96

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 11x17 cm

Prezzo di copertina: 11,00 Euro

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Descrizione
Autore di novelle e racconti umoristici e fumetti, Jean-Luc Coudray offre ancora una volta una prova delle sue eccezionali doti di narratore e creatore di personaggi.

La scrittura agile e veloce come pennellate e l'ironia che sconfina nella poesia e nella filosofia caratterizzano tutti i racconti di questo autore francese contemporaneo.

In questo breve racconto il protagonista assoluto è un curato.

Coudray ci guida nel suo mondo, nelle sue riflessioni solitarie su Dio, la fede e la vita, e nei suoi divertenti battibecchi con il diocesano.

Emerge una visione di Dio tutt'altro che ecclesiastica: il curato percepisce Dio nella natura, nella forza vitale del creato e nel mondo fisico e carnale.

Le chiese, dice, «sono scafandri di pietra», strani oggetti dove si pensa che per incontrare Dio sia necessaria una «cassa di isolamento sensoriale».

Ogni passaggio del racconto è intriso di sottile ironia: nella dialettica e nella cultura del paradosso il curato ha individuato la via per giustificarsi dalle accuse del diocesano e per trarre sempre gioia e profitto dalle conseguenze delle sue azioni.

Le sue argomentazioni e la sua visione del mondo risultano divertenti e allo stesso tempo fanno riflettere.

Avrà forse sempre ragione?

Ma è così importante avere ragione?

E cosa significa?

Un giorno accade qualcosa di quanto meno insolito: Lucifero, tra un impegno infernale e l'altro, si presenta al curato, e molto cortesemente gli chiede di scambiare due chiacchiere


Note biografiche
Nato nel 1960 a Bordeaux, Jean-Luc Coudray scrive novelle, testi umoristici ed è autore di fumetti e disegni d'humour.

In Francia ha pubblicato ventidue opere: undici novelle, racconti e brevi testi, e undici album di fumetti e disegni d'humour.

Tra le sue pubblicazioni: "Nona", "La Famille immobile", "Outrages à l'Evolution", "Les Histoires de M. Mouche", "2001 après Jésus-Christ".

In Italia è stata già tradotta e pubblicata la Guida filosofica del denaro.


Estratto
VI

Il curato aveva messo su un po' di pancetta.

Può sembrare strano che un uomo votato a un cammino di santità permettesse al suo stomaco segni di debolezza.

Ma il piacere di un buon pasto garantiva di terminare in modo positivo ogni segmento della giornata, rischiarandola e anticipando una lieta conclusione.

Perché l'organo della digestione, contrariamente a quello della riflessione, non si stanca mai delle stesse cose e prova regolarmente una ingenua soddisfazione, con l'innocenza che Dio si aspetta dall'anima.

Mangiare, bere e dormire sono i primi peccati vitali del bambino, oltre ai quali non conosce né gioia né riconoscenza.

Prestando molta attenzione alle richieste del suo corpo, il curato conservava l'istinto di amore dell'organismo satollo.

Perché la peggior tentazione per un timorato di Dio non è la golosità, né tanto meno il sesso, ma la disperazione.

Il curato, che cercava nella diversità del mondo le tracce della fedeltà di Dio, le trovava appunto nelle soddisfazioni corporali, che non conoscevano interruzione.

Ogni singolo cosciotto di montone gli avrebbe sicuramente procurato un sentimento di comunione con le cose, come è certo che due più due fa quattro.

Quale preghiera, quale meditazione avrebbe potuto destare una gioia altrettanto prevedibile?

Eppure c'erano poveri la cui pancia era vuota, e che non disponevano, come lui, di una tavola riccamente imbandita tre volte al giorno.

A questo il curato rispondeva che la sua pancia era il povero, i cui gridolini di fame giungevano al suo orecchio prima dei lamenti delle pance più lontane.

Certo, sapeva contenersi, sebbene una lieve rotondità dimostrasse il contrario.

Ma per poter amare chiunque, magro o grasso che fosse, era opportuno somigliare un po' all'uno e un po' all'altro.

La pancetta di troppo predisponeva il curato all'arte del perdono, come pure la sua inclinazione alla siesta pomeridiana o a un certo ozio mattutino.

Bisogna anche dire che il suo appartamento non era troppo riscaldato, e che un piccolo strato di grasso era il modo migliore per non sprecar legna.

Alcuni peccati permettono delle virtù, e la miglior virtù è quella di fare la scelta giusta.

A ogni modo, per suonare le campane o impressionare un assemblea con la sua presenza, al curato qualche chiletto faceva comodo.

Il sovraccarico ponderale è sinonimo di inerzia.

Ma l'inerzia, che è resistenza al cambiamento, è un primo passo verso i principi universali.

Qualche volta, certo, capitava che il curato cedesse al canto adulatore di un buon vino.

Fu perciò rimproverato di mascherare con l'ebbrezza le profonde angosce umane, per contemplare in modo artificioso le bellezze del cielo e della terra.

Ma secondo il curato, il vino, che nasconde alla coscienza la sua parte cattiva, agisce come la vita religiosa che dirige l'uomo verso la bontà.

Lo stato di ebbrezza non è affatto una menzogna, ma semplicemente un cambio di prospettiva.

Così, uno o due bicchieri di vino bianco al giorno gli consentivano di verificare lo stato della sua parte migliore.

È anche vero che era già capitato di avvistare il timorato di Dio, ed egli stesso lo confessava senza remore, mentre barcollava, in preda alla enorme difficoltà di interpretare correttamente il mondo dal punto di vista filosofico, morale e fisico, tanto da non riuscire a ritrovare né la strada della fede, né quella della verità, né quella della sua camera.

Ma tali smarrimenti, che si dileguavano con la stessa spontaneità di come si fa giorno, avevano la funzione di consolidare la modestia del curato che, in tal modo, si privava completamente dell'eventualità di sentirsi superiore al prossimo.

Il consumo di vino e la frequentazione di una donna sono solo il modo in cui gli uomini vagheggiano Dio.

Per questo i peccati della vita sono solo i sogni del giorno, mentre i sogni del sonno sono i peccati della notte.

«Il mondo è ben ordinato per ragioni pratiche», diceva a volte il curato, «ma è sostenuto da Dio, che è la grande follia originale.

L'ubriachezza, mettendo in subbuglio l'ordine del mondo, permette di vedere Dio».

Capitava anche che, vittima di consistenti digestioni, prolungasse il riposino mentre i fedeli aspettavano l'apertura della chiesa.

Quando poi apriva gli occhi e le porte, l'ora della messa era ormai passata.

Le persone, accalcate, si precipitavano in chiesa.

Erano trionfanti perché il curato era caduto in errore.

Alcuni rendevano migliore la propria anima con il perdono, altri si facevano grandi mostrandosi indifferenti alla colpa, altri ancora sovrastavano il curato con rimostranze e lamentele; tutti approfittavano della situazione.

«Traendo beneficio dal mio errore mi sollevate», li ringraziava il curato, tagliando corto la predica perché si era fatta ora di pranzo.


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La notte parla

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Autore: Louis Guillaume

Traduttore: Viviana Mucci

Editore: Edizioni Idea

Prima edizione: 11/2007

Edizione corrente: 11/2007

EAN-ISBN: 9788890302220

Pagine: 84

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 11x17 cm

Prezzo di copertina: 13,00 Euro

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Descrizione
«Con tre parole, Louis Guillaume ci colma di fantasticherie», scriveva Gaston Bachelard.

La notte di Louis Guillaume ci «parla», perché è la notte dei racconti e dei loro misteri, dei tedeschi romantici, della via lattea, della foresta dove realtà e fantasia si confondono.

Per esprimere esperienze incerte, al limite tra l'onirico e il reale, Louis Guillaume sperimenta e perfeziona lo strumento del poema in prosa, che egli stesso definisce come un genere che ben si adatta alla veggenza e alla esplorazione dei sogni, e che getta un ponte tra «simbolismo e surrealismo».

La notte parla è il frutto di questi studi: una raccolta di poemi in prosa, che nel 1961 ottenne a Rodez il premio Antonin Artaud.

L'opera risulta molto interessante da un punto di vista stilistico, come ricerca di nuove forme espressive che diano sempre più spazio all'immaginazione e all'onirico.

Come un incantatore, Louis Guillaume ammalia il lettore con le sue «immagini notturne» e lo trasporta dolcemente verso un mondo fatto di magia.

In questa edizione La notte parla è magistralmente introdotta da Jean-Yves Debreuille, docente di letteratura nell'Università di Lione.


Note biografiche
Poeta venuto dal mare, isolano di Bréhat, dove ha trascorso la sua infanzia in compagnia di marinai e pescatori, ha donato alla letteratura francese una delle voci più intime, sempre alla ricerca del senso nascosto delle cose, filtrate dall'esperienza onirica.

Profondamente segnato dalla lettura di Bachelard e Albert Béguin, ammiratore di Milosz e amico di Max Jacob, è considerato in Francia uno dei padri della poesia in prosa.

La sua opera, mai pubblicata prima in Italia, si rivela pienamente con "Plein absence", 1947, "Ecrit de Babylone", 1950, "Noir comme la mer", 1951, "Chaumière", 1951, "Etrange Forêt", 1953, 2La Feuille et l'épine", 1956.

La notte parla è il primo esperimento ben riuscito di una traduzione della sua poesia in prosa.


Estratto
Prefazione

Henri Michaux affermava che «la notte si muove».

Per Louis Guillaume, «la notte parla».

Ma quale notte?

Di certo non la notte elettrica dei surrealisti, ma quella dei racconti e dei loro misteri, dei tedeschi romantici e in parte, forse, anche quella della via lattea e degli abeti sotto la neve di Apollinaire.

L'autore di "Sônes d'Armor", di "Noir comme la mer" e di "Étrange forêt" rimane legato alla Bretagna, paese di antico immaginario dove, tra nebbia e foreste, leggenda e realtà poco si distinguono, e dove con i periti in mare il contatto è forte quanto quello con i viventi.

In questo paese si ritrovano le origini del poeta, e qui si è svolta la sua infanzia.

Egli pone la sua vita al centro di una continuità di cui la morte traccia gli orizzonti, uno verso il passato, l'altro verso il futuro.

Orizzonti penetrabili e che tuttavia limitano lo sguardo, come la foresta che il più delle volte fa da sfondo alla scena.

Il «margine della foresta dove nessun uomo si arrischia» è nel contempo un «limitare» le cui radure sono disseminate di rocce e di menhir «al chiarore della luna», che lo rendono simile al mare, con le sue «grandi sagome di scogli con lo zoccolo affondato» e il colore latteo della foschia.

A dire il vero, più che paesaggi reali, entrambi rappresentano il cerchio immaginario al centro del quale si colloca l'individuo, che si rigenera perfino nel suo presente universo cittadino: «La foresta, il mare, l'infanzia, il chiarore si portavano davanti alla mia ombra attraverso i vicoli oscuri che formavano la città».

Chiarore livido, come la luna, la nebbia, le rocce, i licheni.

«Lo strano barlume del sonno» è un film in bianco e nero.

Per associazione, la neve e la brina ricoprono sovente i paesaggi, fissandoli nei loro riflessi immobili: «L'argento grigio dell'inverno patinava ogni cosa».

Hanno un effetto calmante, come il «balsamo del chiaro di luna», che «si spalma sui sassi, leviga la sabbia, si stende sull'erba del greto».

Immerso in questa bianca dolcezza, il poeta stesso ne diventa parte: «Io ero quella via lattea di armonia».

Una via, ancor prima di essere voce; al centro del sogno, il poeta si sente come al centro del mondo, più appagato che smarrito.

Certo, si rappresenta «solo a bordo» di una barca «sola in mezzo all'immensità buia», rivestito dalla «fragile corazza» del tempo, ma nondimeno il suo sguardo è rapito e il desiderio magnetizzato da un segno, sia esso un'ancora che riluce nella profondità dei flutti, l'improvvisa trasparenza che rivela il cuore che batte di un vecchio menhir, o gli «uomini invisibili» di cui paradossalmente percepisce la presenza «a migliaia di leghe proprio di fronte a [sé]».

Tanto da affermare di trovarsi, in quei luoghi, di notte, al centro di un «meraviglioso caleidoscopio».

Tutt'a un tratto, la visione si trasforma in rivelazione.

È la donna che per tutta la vita ha contemplato senza vedere che d'improvviso si «avvicina al vetro dei [suoi] sogni».

Scorge il cuore del menhir, un «grande orologio» dove poter seguire «il pulsare dei secoli».

L'immobilità recettiva del sognatore permette allora l'accesso.

«Non più tetti, non più focolari. [ ] Il cancello si apre sul largo».

Alla lieta sorpresa segue un azione di cui il poeta rivendica rischi e responsabilità: «Assumo da solo il rischio di questa scalata verso gli altipiani dove non esiste sera né mattina ».

La totale assenza di riferimenti temporali che delimitino la notte è indice dell'abbattimento del confine tra sogno e realtà, dei limiti del corpo e del mondo, dell'«io» e del «tu», del linguaggio e delle cose: «Diventavamo la lingua degli scogli, l'oblio della sabbia, il cuore delle crepe».

Si tratta di un accesso all'Altro, che può essere tanto la donna amata, quanto il lato nascosto di se stesso, o il luogo di una comprensione nuova, che più che una risposta è una diversa prospettiva da cui poter esaminare la questione.

In particolare, svaniscono i limiti che l'esclusione dei contrari comporta nella vita di tutti i giorni.

Gaston Bachelard era a questo proposito particolarmente sensibile, e il 4 dicembre del 1956 scriveva a Louis Guillaume: «Lei fa del fuoco un'acqua limpida. [ ] Sono finiti i tempi delle monoimmagini».

In "La fiamma di una candela" esprime la forza che trova nel «rogo di linfa» che designa «la vecchia quercia»: «Rogo di linfa, parole mai dette, seme sacro di una lingua nuova che deve pensare il mondo con la poesia».

In questo universo allargato, dove coesistono tutti i possibili, le fustaie sono «limpide», le pietre cantano, un paesaggio può essere «un deserto di presenze e di attese», ci si può scoprire «ricchi di ciò che abbiamo perso», e perfino ritrovare se stessi, non come uomini usati e disillusi, ma come bambini che si meravigliano di fronte al futuro: «Forse sono io quello che ho appena incontrato, là, sulla soglia della vita».

E si può anche dire alla donna amata: «Tu sai che mai tornerò e che, tuttavia, sarò sempre qui».

Ma è un incontro effimero: questi istanti di pienezza durano quanto un sogno.

«In un attimo colgo il senso di ciò che mi accade. [ ] Ma tutto svanisce. Sono cieco».

I segni si confondono tra loro, le presenze si fanno sfumate, torna la solitudine, la realtà impone di nuovo i suoi limiti.

La notte non rivela più niente, è solo assenza di luce e riferimenti: «E all'improvviso, quella fu la notte in cui scintillavano le luci acide della città, la notte desertica dove ancora vaghiamo».

Ma l'esplorazione non è stata vana.

«Svuotato, oscuro, liberato, potei finalmente vivere [ ] come un vivente che si stupisce di respirare, e altra certezza non ha, ormai, se non di morire».

Tale è il potere del sogno, ma tali sono anche i suoi limiti: dà breve luce, ma non lascia conquista alcuna.

Va troppo veloce perché gli si possa star dietro e, nell'inseguirlo, ci perdiamo noi stessi di vista.

Dà accesso a un altrove da noi stessi, che tuttavia non può essere fissato nella lingua del qui.

L'ultimo testo parla di tale paradossale situazione del poeta, che più di ogni altro ha la parola sulla punta della lingua, ma quando si appresta a scriverla si accorge di averla persa.

La notte parla ma non dice niente.

Per cercare di esprimere queste esperienze incerte preservando la parte incontrollata che ne costituisce la rivelazione, Louis Guillaume perfeziona uno strumento su cui si sofferma in particolare alla fine degli anni Cinquanta: il poema in prosa.

Adotta il verso regolare e il verso libero, nel 1958 pubblica "Hans ou les songes vécus", un romanzo il cui titolo si riferisce a quel viavai tra sogno e realtà che suscita tutto il suo interesse.

È dunque alla ricerca di una forma che permetta una diffusione senza vincoli, per evitare di scivolare irreversibilmente nell'onirismo, perché il suo scopo resta quello di vedere giusto ed esprimere correttamente.

E quella forma potrebbe essere proprio il poema in prosa, che non deve attenersi ad alcun protocollo, ma che nell'esperienza fissa i limiti del suo valore.

Guillaume espone le sue riflessioni durante la conferenza alla Sorbona del 27 febbraio 1960, in piena preparazione de La notte parla, che sarà pubblicata un anno più tardi: "L'évolution du poème en prose d'Aloysius Bertrand à nos jours".

Definisce questo genere uno strumento che ben si adatta alla veggenza e alla esplorazione dei sogni, e che getta «un ponte tra simbolismo e surrealismo».

Gli attribuisce i tre caratteri che più emergono dalle esperienze descritte in La notte parla: organicità del testo, infondatezza di fronte a qualsiasi tentativo narrativo o dimostrativo, brevità.

Sono istantanee che non hanno la pretesa di apparire coerenti, ma ciascuna di esse è un flash sul mistero del nostro essere al mondo, nell'«eternità senza parola» da cui il poeta strappa, frammento dopo frammento, ciò che può essere detto.


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Cortina di fumo

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Autore: Robert Sabbag

Traduttore: Giuseppe Marano

Editore: Edizioni Socrates

Prima edizione: 12/2003

Edizione corrente: 12/2003

EAN-ISBN: 9788872020180

Pagine: 340

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 13,5x24,0 cm

Prezzo di copertina: 14,70 Euro

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Descrizione
Sulla scia del successo di Mr Nice, il libro di Howard Marks che ha venduto 16.000 copie, ecco un altra storia vera sulla carriera di un trafficante un po' svitato.

La vita spericolata di Allen Long, regista mancato diventato trafficante di successo tra Colombia, Messico e Stati Uniti.

Il libro, pieno di suspense e situazioni divertenti, appassiona non solo i giovani cosiddetti alternativi, ma anche chi ama lasciarsi trascinare da rocambolesche avventure, magari comodamente seduto sulla poltrona di casa.

A metà tra racconto biografico e romanzo d'avventura, il libro narra la storia vera di Allen Long, un regista mancato diventato uno dei pionieri del traffico di stupefacenti tra Sudamerica e Stati Uniti.

Negli anni Settanta gli States erano attraversati da correnti di cultura alternativa che facevano dell'uso della cannabis una bandiera di libertà e di emancipazione.

Il commercio della droga non era ancora un'esclusiva della criminalità organizzata, ma spesso era il frutto dell'iniziativa improvvisata di un manipolo di intraprendenti fumatori, senza qualche rotella ma con molto fegato.

Uno di questi era Allen Long.

Partito per il Messico con il progetto di girare un documentario sul traffico di marijuana e rimasto a corto di finanziamenti, Long si rese conto che entrare nel business della droga sarebbe stato ben più redditizio, oltre che divertente.

Da qui l'inizio di una serie di avventure ad alto tasso di adrenalina, aerei carichi di droga che atterrano su autostrade californiane, macchine lanciate contromano nelle stradine della periferia messicana, poliziotti che interrogano cadaveri e festini a base di poker, donne e droga e soprattutto tanti, tanti soldi.

Storia avvincente ed esilarante che si legge tutta d'un fiato, Cortina di fumo rappresenta l'esaltazione di uno spirito d'avventura senza tempo e senza limiti.


Note biografiche
Robert Sabbag è nato a Boston.

Dopo aver studiato medicina alla Georgetown University, è diventato giornalista.

Scrive su diverse riviste, tra cui Rolling Stone.

Da un suo articolo per "The Time Magazine" sulla protezione dei testimoni è stato tratto il film "Witness Protection" che ha ricevuto due nomination al "Golden Globe Awards", una delle quali per il miglior film.

Tra i suoi libri precedenti ricordiamo il best seller "Con la neve fino agli occhi".


Estratto
Allen Long discendeva da una stirpe di aviatori americani piuttosto esigua.

In effetti, era il primo.

Una mattina, alle prime luci dell'alba, mentre il suo DC-3 violava lo spazio aereo colombiano vicino alla costa del Sud America, gli si presentò, palpabile come le vette della Sierra Nevada che si stagliavano all'orizzonte, la probabilità di essere anche l'ultimo.

« Rosso a Bianco, Rosso a Bianco, ho brutte notizie per lei, signore ».

9788872020180bis.jpgNegli affari di Allen Long, di cui l'aviazione era solo una parte, le brutte notizie di solito erano sempre pessime notizie e trasmesse su una frequenza aria-aria da una pista d'atterraggio clandestina in Colombia, dovevano essere anche peggio.

« Signore, mi dispiace, ma non potete atterrare » gracchiò la voce dalla radio di bordo.

« Dovete tornare indietro, non potete atterrare. Ripeto, dovete tornare indietro ».

Long e il suo equipaggio, che erano in volo da quindici ore, fissarono stupiti la fonte di questo annuncio, guardando tutti e tre a occhi sgranati il quadro comandi come se la radio stessa fosse impazzita.

La risposta di Long fu brusca.

Aprì il microfono e disse: « Non possiamo tornare indietro ».

Né potevano atterrare nella vicina Barranquilla, né oltre il confine, in Venezuela.

Dire che l'aereo non era "autorizzato" sarebbe stato quanto meno riduttivo, ma Long lo disse lo stesso e, salvo elencare le alternative che avevano di fronte, non aggiunse molto altro.

« Dobbiamo atterrare e fare rifornimento, o precipitiamo con l'aereo ».

Combinazione, fecero entrambe le cose.


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