Inserzioni più recenti di Narrativa Italiana

Kin dei monti

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Autore: Piero Burzio

Editore: Edizioni Angolo Manzoni

Prima edizione: 03/2008

Edizione corrente: 03/2008

EAN-ISBN: 9788862040167

Pagine: 256

Rilegatura: Brossura

Dimensioni: 17x24 cm

Prezzo di copertina: 18,00 Euro


Descrizione
Il 25 aprile del 1945, in quel di Viù, Kin compie dieci anni.

Questa è la storia del piccolo Kin e di nonno Kin, dedicata a tutti coloro che hanno avuto dieci anni, e non se li sono dimenticati.

Racconto storico della Liberazione e fiaba filosofica, che dal buio di una cantina ci fa salire alla luce libera della montagna, dove l'impulso appassionato dell'infanzia - come scrive Georges Bataille - "si inebria di nuovo di libertà inutile".

Forse

Note biografiche
Piero Burzio (Torino, 1964), filosofo, saggista e romanziere, nasce nel 1964 a Torino dove vive e lavora.

Tra i suoi scritti, "Introduzione alla lettura della Fenomenologia dello Spirito di Hegel" (Utet, 1996), Ferite del Lógos. Pierre Klossowski e la filosofia della religione (L'Arciere, 2001), "Filosofia contemporanea" (Sei, 2003), La passeggiata del filosofo (Sei, 2004), "Il pensiero delle origini. Da Talete ai sofisti" (Edizioni Angolo Manzoni - Collana Saggi, 2007); attualmente sta lavorando a un saggio su Georges Bataille.

Ha soggiornato a lungo in Brasile, esperienza da cui è nato il romanzo Il flauto d acqua dolce (Edizioni Angolo Manzoni, 2007), con cui ha esordito nella narrativa.

È professore di Storia e Filosofia nei Licei e docente collaboratore all'Università di Torino.

Promotore di un «Salotto eno-gastro-letterario», dal 2000 tiene corsi all'Università Popolare di Torino.

Le sue passioni sono la musica e lo sci-alpinismo.


Estratto
«Kin stette un po' sovrappensiero.

E tu, Pietro, che finale gli hai dato?

Il vecchio non se l'aspettava quella domanda...

Poteva dirgli il suo finale?

Quell'uomo uscito dalla caverna era tornato indietro per raccontare la sua avventura ai compagni

Aveva spiegato che bisognava andare a vedere il sole vero, fuori della caverna.

Ma quelli non lo avevano ascoltato.

E un malaugurato giorno, uno di essi lo aveva colpito mortalmente; e lui, cadendo, aveva ancora visto la luce delle lanterne poco più in alto e aveva pensato che, chissà, forse tutto è una grande caverna e i soli che vi risplendono sono soltanto soli di cartapesta».


La Collana Corpo 16 GRANDI CARATTERI presenta una veste grafica mirata al lettore ipovedente e tuttavia leggibile per tutti.


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Autore: Gianpietro Scalia

Editore: Edizioni Angolo Manzoni

Prima edizione: 03/2008

Edizione corrente: 03/2008

EAN-ISBN: 9788862040150

Pagine: 104

Rilegatura: Brossura

Dimensioni: 17x24 cm

Prezzo di copertina: 10,00 Euro


Descrizione
In un universo a dimensione di una stanza con vista sulla luna, una Bambina si confronta con la vita: i medici, il padre, un burattinaio, due innamorati rivali, la bellissima infermiera Sasha e la Gatta Anemica.

Nel cielo di Scalia, la Stella Polare non è mai la certezza, ma sempre la Speranza.


Note biografiche
Gianpietro Scalia attualmente vive e lavora a Piacenza.

Medico ospedaliero, appassionato di letteratura e informatica, scrive da sempre per esorcizzare l'indifferenza.

La Strega e il Condottiero è la seconda opera pubblicata, sempre per i tipi della Edizioni Angolo Manzoni, dopo La Piazza Viaggiante dei Sogni e delle Illusioni (2° classificato Premio Kriterion 2006).

g.scalia@libero.it è il suo indirizzo di posta elettronica.


Estratto
«La mia gatta anemica si è sollevata e si è stiracchiata allungando le zampe sulla coperta e inarcando il corpo.

Si è raddrizzata ed è venuta verso me.

Si è sfregata contro la mia mano, facendo una specie di saltello tutte le volte che la mia mano le sfiorava il corpo.

Poi con un balzo è scesa giù dal letto ed è andata verso la finestra che dava sulla veranda.

Si è messa a guardare fuori, come se stesse fissando un punto preciso nel cielo.

In quel momento ho avuto la netta sensazione che volesse dirmi qualcosa, così mi sono fatta forza e sollevandomi sui gomiti ho cominciato anch'io a guardare fuori, e attraverso le tende leggere ho visto la luna che sbucava da oltre i tetti delle case »


La Collana Corpo 16 GRANDI CARATTERI presenta una veste grafica mirata al lettore ipovedente e tuttavia leggibile per tutti.


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Il mio angelo

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Quando gli angeli mettono la coda ma non perdono le ali

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Autore: Eliana Matania Ruggiero

Editore: WLM Edizioni

Prima edizione: 11/2007

Edizione corrente: 11/2007

EAN-ISBN: 9788890259616

Pagine: 204

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 13,8x20,5 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro


Descrizione
Giulia è una dinamica donna di 35 anni, lavora in una grande banca in campo finanziario e per lavoro fa la spola tra Milano e Roma.

Semplice e complicata allo stesso tempo, sessualmente libera ma profondamente romantica, in un continuo susseguirsi di opposti, Giulia affronta con brio ed intelligente ironia la sua vita, guardando se stessa attraverso gli uomini che ha amato.

In un viaggio in treno verso il sud incontra una donna e da quel momento la sua vita prende una piega del tutto inaspettata.

L'autrice suggerisce, attraverso questo libro, l'idea che tutti siamo originariamente bisex.

Poi, con il tempo, ciascuno di noi manifesta naturalmente una maggiore attitudine a legami eterosessuali oppure omosessuali.

Il libro ripercorre il percorso di crescita dell'autrice attraverso l'amore: cominciato attraverso la conoscenza di uomini e approdato infine nella costruzione di un rapporto stabile con una donna.

La vicenda, narrata al presente come se l'autrice la raccontasse direttamente al lettore, è sapientemente interrotta da riquadri che ripropongono le vicende del passato, descrivendone le gioie e i dolori.

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È sempre un esperienza coinvolgente cominciare a leggere un racconto autobiografico: la mente del lettore si trova proiettata in modo diretto all'interno del mondo interiore della persona che racconta, direttamente in contatto con i suoi pensieri.

Vede il mondo attraverso i suoi occhi, ascolta con le sue orecchie, e si crea un fluido confronto tra le due personalità che si trovano a valutare l'esperienza raccontata.

La voce in prima persona singolare si espone in modo schietto, rivolgendosi in modo diretto alla seconda persona singolare, il lettore, come si farebbe con un confidente disposto a porgere orecchio; questa onesta disponibilità all'ascolto, mediata dal mezzo paziente della parola scritta, richiede implicitamente comprensione e apertura mentale.

Un rapporto di sincerità reciproca che è particolarmente vero nel caso de "Il mio angelo": lo stile della narrazione è spontaneo, agile e scorrevole; si rivela ricco di capacità comunicativa, e ha la facoltà di trasmettere con immediatezza i pensieri e le emozioni di un microcosmo intellettivo ed emotivo.

La scelta di usare il tempo presente per la narrazione mi sembra significativa.

Il romanzo si apre senza preamboli come uno spaccato sull'attualità di un periodo chiave della vita di una persona - su cui si proiettano frequentemente le esperienze formative del passato, con il suo bagaglio di difficoltà e incertezze - che sembra far risuonare alle orecchie il celebre incipit << Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai in una selva oscura>>; ma da subito si avverte il forte e costante impulso al cambiamento, alla positività, alla ricerca incessante della felicità.

Tutti i turbamenti, le avversità e le incomprensioni diventano prove da superare verso un miraggio di luce che si vuole ad ogni costo raggiungere.

L'incitamento è verso un immagine positiva dell'esistenza, che accomuna tutti e si dipana lavorando e lottando giorno per giorno al fianco delle persone che ci affiancano lungo la strada, grazie al loro sostegno e nonostante i loro difetti.

La voce narrante dell'autrice presenta spassionatamente la propria vita, e spiega con disinvoltura il proprio punto di vista sugli argomenti più svariati: dalle occupazioni quotidiane a vissuti personali ed intimi; tutto sempre con la massima sincerità e candore, senza nascondere nulla, senza imporre giudizi né temere quelli altrui.

Una vera sfida alle falsità e alle ipocrisie che spesso le persone usano come mezzo di difesa della propria intimità; a volte per il solo motivo di non esporre il proprio nucleo più sensibile e vulnerabile, per mancanza di fiducia e apertura verso il prossimo.

Emblematico in questo è il ruolo massiccio svolto dal mondo della telecomunicazione moderna, e dalla sua funzione di intermediario delle relazioni interpersonali, rese sempre più "virtuali": in particolare la costante presenza di internet e dei suoi mezzi di comunicazione quali e-mail, chat e variazioni sul genere.

Tali strumenti permettono sì di entrare in contatto con altri individui, ma celano una spersonalizzazione dei rapporti che a volte si rivela insidiosa, soprattutto quando nasce il legittimo desiderio di proseguirli su un livello più concreto e tangibile.

È un autentico gioco d'azzardo, che può portare sorprese gradite quanto spiacevoli; e lo sviluppo di un senso critico nell'uso di tali strumenti è un abilità più che mai necessaria da acquisire.

È un atto di grande coraggio voler comunicare le proprie esperienze, le proprie scelte, in particolar modo quando riguardano una sfera tanto intima come la sessualità; questo è vero soprattutto quando si decide di percorrere una strada diversa da quella più "comoda", che lascia esposti all'impietoso giudizio di chi non accetta altre vie che quella convenzionale.

Per questo è prezioso il contributo di chi si apre agli altri consapevolmente e senza farsi intimidire, condividendo il proprio percorso di vita.

Percorsi in certe occasioni anche dolorosi, ma che rappresentano le tappe di una maturazione e una crescita innanzitutto nella comprensione e nell'accettazione di sé.

Conosci te stesso era la frase incisa nel tempio di Delfi che per Socrate rappresentava la massima saggezza.

Ritengo che tale sentenza esprima bene la portata del significato trasmesso da una storia personale come quella che l'autrice ha generosamente voluto raccontarci, con grande tolleranza e umanità.


In cerca d'Amore
protendiamo le mani
graffiandoci, pungendoci,
con le spine affilate del mondo.

Fenici intrepide
spalanchiamo le ali
nonostante le bufere
del dolore, e sfidiamo il Fato
per trovare la compagna di volo
che ci apra l'altra metà del cielo.

Michela Tafelli


Note biografiche
Il percorso dell'autrice, come quello della protagonista del libro, è un percorso ricco di sfumature e cambiamenti, intimi quanto professionali. Eliana Matania Ruggiero è nata a Napoli nel 1967 e in quella città, odiata e amata, ha vissuto fino ai 23 anni.

Da quel momento ha girato l'Italia come direttore di scena durante tournè teatrali e si è trasferita a Roma, dove ha studiato cinema.

In questa città ha vissuto per tredici anni passando dal cinema al mondo finanziario fino a trasferirsi nel 2003 a Milano dove vive da allora accanto la sua compagna.


Estratto
Il mio angelo.
Quando gli angeli mettono la coda ma non perdono le ali.

Storia lievemente romanzata
di quell'avventura continua che è la mia stessa vita
come lo è la vita di tutti noi
quando non smettiamo di
sognare ridere giocare amare cambiare
rimetterci in gioco
rischiare
scoprire i nostri limiti e superarli
vivere le nostre fantasie e non diventarne dipendenti
Quando non smettiamo di vivere!

di Eliana Matania Ruggiero

A Cristina mia compagna di vita
Che mi ha fatto scoprire
cosa significa essere realmente amate

Ad Antonio Natacha e Alfredo
Che non hanno mai smesso per un attimo
di credere in me e di essermi amici

Alla mia famiglia
Che mi ha cresciuto nelle mie diversità
Accettandole sempre tutte
Senza mai smettere di amarmi

A mio padre
Che non è più tra noi
Tutto ciò che io sono lo devo a lui
tutta la gioia di vivere
l'amore per l'arte
l'onore nella vita
l'intrepida curiosità
le ampie vedute fino ad orizzonti ancora sconosciuti


Tu non sei piccola, perché
già sei cresciuta: sei grande e
giochi con il tempo e la vita
-come tutti facciamo-
per il gusto di vivere.

Vola libera e felice,
al di là dei compleanni,
in un tempo senza fine, nel persempre.
Di tanto in tanto noi c'incontreremo
-quando ci piacerà-
nel bel mezzo dell'unica festa che non può mai finire.

Richard Bach: Nessun luogo è lontano


Capitolo 1

La grande stazione di Milano, come sempre, è affollata.

Dall'entrata principale guardo dal basso la lunga scala mobile che porta verso i treni.

Con un lungo sospiro riprendo fiato, un po' corto per aver dovuto circumnavigare il grande edificio, i cui corridoi sono perennemente e inesorabilmente chiusi per lavori.

Sistemo meglio sulle spalle lo zaino e mi appresto quindi a salire.

Mio unico altro bagaglio: il marsupio che porto in vita, e nella mano destra un giubbotto di jeans con un aquila stampata sul retro.

Sorrido guardando come oramai sia più che logoro, eppure ogni estate con ostinazione lo porto sempre con me.

Maglietta, jeans e scarpe da ginnastica; non mi serve altro per un viaggio di oltre sei ore.

Mi guardo intorno, tra fiumi di persone che si affrettano verso i treni o le biglietterie.

Con un sorriso appena accennato li osservo correre e qualche volta spingersi tra loro, immagine abituale in questa frenetica città.

Spesso mi sono chiesta, a dire il vero, perché mai vadano sempre di fretta.

Per strada vedo ogni giorno signore in tailleur e tacchi alti rischiare di cadere pur di prendere l'autobus, anche se subito dietro ne arriva un altro.

Come ho potuto vedere in qualsiasi orario, alle stazioni della metro, gente di ogni età voler a forza entrare in carrozze affollatissime, pur sapendo che dopo poco ne arriva certamente un'altra.

Ho sempre sorriso al vedere queste comiche scenette e sorrido anche ora.

Sarà la mia rilassata indole napoletana, ma il correre per arrivar primi proprio non è nella mia natura.

Compro qualcosa, in fondo come sempre sono in anticipo.

Qualcosa da bere, una bottiglietta di minerale liscia; un pacco di biscotti (ma si, in barba alle diete!); qualcosa da leggere, un quotidiano, un fumetto.

Le riviste per donne invece, come la società pensa debbano essere, le lascio da sfogliare a qualcun'altra.

Mi avvio quindi verso il treno, fermandomi per timbrare il biglietto.

Bene Giulia , dico a me stessa, stavolta te ne sei ricordata.

Troppe volte mi è successo infatti di dover pregare il controllore di non multarmi per questa mia distrazione.

Niente da fare, non sono proprio la classica biondina che sbatte gli occhioni e tutto le è concesso.

Eh no; a me, donna mora, tipica bellezza mediterranea, morbida nelle linee e prorompente nell'aspetto, dai capelli lunghi e arruffati o, come un mio amico spesso dice, più simili ad un cespuglio di rovi, pettinatura semplice il più delle volte e di certo non costruita - multa!

Carrozza di seconda classe, rigorosamente.

Guardo il biglietto, trovo il mio scompartimento.

Vuoto, prenotazioni solo da Firenze.

Bene, magari rimanessi da sola con i miei pensieri fino a Firenze.

In genere non amo chiacchierare durante i viaggi.

Sono una donna molto socievole, ma i viaggi m ispirano ricordi e sogni.

Preferisco chiudermi nei miei pensieri, immaginando eventi che so che non possono accadere, inventando lieti finali a quelle storie che hanno in vario modo segnato la mia vita.

Così vorrei fare anche questa volta, nella mente la volontà soprattutto di porre la parola fine su Dario, quell'uomo che così tanto ha espresso il mio esatto opposto.

Io con una natura femminile e maschia, lui con il suo essere maschile e femmina.

Lo conobbi circa due anni fa.

La naturale conseguenza di un percorso durato 33 anni, un percorso che ha portato a conoscermi attraverso gli uomini che hanno attraversato fino ad ora la mia vita.

A partire da mio padre Attilio, il mio papà naturale che divorziò da mia madre quando io avevo 6 anni.

Un padre di cui ero innamoratissima, come ogni bambina, e che mi fece sentire un vertiginoso senso d'abbandono, troppo preso dalla sua nuova famiglia.

Un padre a cui non ho voluto parlare per tre anni, e a cui però devo molto proprio per questo; perché il suo abbandono significò passare la mano della mia crescita, come quella di mia sorella, al nuovo compagno di mia madre: Bruno.

È solo Bruno che da allora in poi mi ha fatto da padre, ed è solo a lui che devo di certo tanta parte di me: l'amore per tutto ciò che è arte, l'amore per l'indipendenza, per la tolleranza e una visione aperta sul mondo e la nostra vita.

Senza dimenticare il mio perenne e storico amico Antonio, mio padre spirituale; colui che, nel mio ventesimo anno d'età, vide per primo Giulia, dietro una ragazza che nascondeva ogni parte di sé in maglioni enormi e informi con occhiali grossi come fondi di bottiglia.

Antonio, il quale per primo fece spuntare le ali alla giovane Giulia, semplicemente raccontandosi, avendo fiducia in lei.

Un incontro, come tutti quelli nella nostra vita, che portò ad entrambi beneficio e crescita.

Antonio, per il quale la giovane Giulia si prese una cotta tremenda e profonda, fino a rendersi conto, attraverso la sua fedele amicizia e pazienza, che non era quello l'Amore che lei doveva vivere per sé.

Aldo, il bresciano, il mio primo grande e reale amore, un amore di letto che servì a farmi vivere finalmente il mio essere femminile.

Lui era tanto macho e fece sentire me tanto femmina.

Raimondo, un vero e proprio esaurimento nervoso, un amore mentale, tutto ciò che mi era mancato prima.

Un perfetto indeciso cronico, con cui passavo intere nottate parlando, per cercare di dare un significato a quella che lui neanche riusciva a definire una storia.

Un uomo dalla parlantina incredibile che riusciva a portare dalla sua parte ogni discorso, con mio grande sfinimento e allo stesso tempo divertimento.

Alfredo, piccolo grande uomo, che ancora oggi riempie la mia vita con la sua umanità.

Unico uomo, fino ad ora, che non sia scappato da me, che mi ha amato, che ha sognato con me e forse anche più di me.

Il buon Alfred, come gli amici sempre lo chiamano.

L'unione dell'amore fisico con quello mentale.

Eternamente nobile ed elegante, legato all'apparire dei modi, così in contrasto con i miei, ma che mai ha mancato realmente di rispetto al mio essere.

Animale ambiguo e sensuale.

Bisessuale, si, primo uomo realmente femminile nel cuore, ma maschio nel carattere, tanto da arrivare poi a scontrarsi continuamente con il mio essere maschile.

Quanta fatica, dopo aver esaurito fino all'ultimo i motivi del nostro stare insieme, per costruire e portare ad evoluzione questo bellissimo e complice rapporto di stima ed amicizia che ora abbiamo.

Infine eccolo, Dario.

Conosciuto una sera nei mondi "on-line" delle chat, dopo mesi d'accese passioni virtuali, condite da una ripresa alla vita e ai giochi.

Quest'uomo ha rappresentato l'unione perfetta, o quasi, d'ogni parte di me fino a questo momento conosciuta.

Quante emozioni in quel brevissimo periodo che siamo stati insieme.

Quanto dolore infinito e profondo, mai provato fino ad ora, in questi due anni di ritorni e nuove fughe dalla mia vita, da me e da se stesso.

Per dar forma a questo fortissimo legame che io sento, che lui non ignora ma che non ammette.

La fatica di costruire una parvenza di pseudo-amicizia ha tolto ogni residuo d'energia dalla mia anima.

Adesso però le malinconie fanno parte del passato.

Le ho affogate saltellando da un incontro ad un altro.

Ho applicato una sana cura del sesso, direi una sorta di strana rassegnazione, che ha rappresentato però la mia liberazione dal dolore.

Naturalmente in quest'ultimo mese Dario ha nuovamente provato ad affogarmi dentro i tormenti per quest'amore non vissuto.

Sembra infatti quasi impossibile stare vicini senza finire con il far l'amore.

Ma la conclusione poi è sempre la stessa.

Fugge come una lepre.

Fugge anche quando io non lo rincorro.

Fugge anche in un momento come questo in cui nulla mi aspetto e nulla chiedo.

Un momento in cui i sogni e le illusioni su di lui, sui di un noi, fanno parte solo del mondo dei miei più nascosti desideri, che so non realizzabili.

Lui fugge.

È l'unica cosa certa in questa storia e, temo, anche nella sua comprensione di cosa sente o non sente per me.

E allora via, adesso sono io a fuggire: fuga verso il mare, sola andata, il ritorno se ci sarà lo deciderò al momento.

All'avventura, com'è sempre stata tutta la mia vita, mai programmata ma vissuta giorno per giorno.

Eccomi qui, seduta a guardare fuori del finestrino coloro che si accingono a salire su questo treno che fra non molto partirà verso il sud e il suo calore.

"È libero quel posto?"

Mi giro, affacciata alla porta a vetri una donna.

Deve avere circa la mia età, 34 anni.

Non molto alta, come me, 1.60 avrei detto senza tacchi.

Indossa semplici ma attillati blue jeans e una magliettina aderente rosa pallido.

Un fisico magro e scattante anche se non perfetto.

I capelli biondi e un po' ricci sono a caschetto.

Gli occhi, scuri come i miei, brillano e un sorriso si accentua di risposta al mio.

No, non avrei detto bella; ma particolare, sì.

"Sono prenotati da Firenze in poi... perciò ora sono liberi", le dico dopo qualche istante.

"Oh bene, vuol dire che ci penserò a Firenze dove spostarmi".

Entra posando la borsa sul sedile di fronte al mio.

La guardo poi prendere la valigia che cerca con difficoltà di sollevare sui ripiani superiori.

"Aspetta ti aiuto, lascia fare a me, so come fare", le dico alzandomi.

La sento ridacchiare mentre mi osserva mettere a posto la sua valigia.

"Sei forte, sai; io non ci sarei mai riuscita".

"Non è questione di forza, ma di metodo; basta sapere come si fa", rispondo finendo di sistemare in alto quel pesante bagaglio.

"Oh bene, poi mi insegnerai il modo allora".

Poi .

Come se avesse già stabilito che ci fosse un poi.

La guardo sorridendo e le faccio un cenno d'assenso, non sapendo bene cosa rispondere.

"Io mi chiamo Angela, piacere" mi dice allora allungando la mano verso di me.

Angela, bel nome, penso mentre le stringo la mano; non una mano affusolata, ma neanche una mano di chi fa un lavoro d'intelletto; mano calda e morbida, comunque.

"Io sono Giulia, piacere mio".

Il treno parte, esce dalla stazione, percorre ad andatura lenta ma costante i primi chilometri allontanandosi dal centro di Milano e dalla sua afa, cui proprio non sono riuscita ad abituarmi in questi mesi.

Vorrei chiudermi come al solito nei miei pensieri, ma mi ritrovo invece, con mia sorpresa, a non volerlo fare.

Osservo il paesaggio che scorre ma senza guardarlo, perché il mio sguardo è invece catturato dal viso di questa donna che si riflette nel vetro.

Sfoglia una rivista, una di quelle che avevo lasciato da leggere ad altre donne diverse da me, penso.

Ogni tanto alza lo sguardo, mi scopre ad osservarla... e sorride.

Quel sorriso credo sia un po ipnotico, ogni volta che appare, come una chiave di violino, fa risuonare anche il mio.

Non è la prima volta che mi ritrovo a guardare una donna, in genere una donna particolarmente bella di cui non posso non apprezzare la bellezza, come se stessi ammirando un'opera d'arte.

Di rado però mi capita di sentire questo calore particolare per un semplice sorriso, un sorriso di una donna che oggettivamente non avrei potuto definire bella.

Oh sì lo so, come fantasia l'ho sempre avuta, fare l'amore con una donna.

Mi sono sempre chiesta come potrebbe essere, ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, mi sono sempre detta.

Comunque non ho mai escluso la possibilità che un giorno scoprissi e dessi voce ad un'altra parte di me.

Ma non mi è mai capitato che una donna mi si avvicinasse.

Chissà perché ho sempre pensato di attirare più un uomo, per il mio fisico, che non una donna.

Come mai mi venissero proprio ora questi pensieri, proprio non so.

La sento ridacchiare.

"Oh questa poi".

Alza gli occhi su di me e continua "a volte ci trovo scritte delle cose davvero incredibili su questi giornali, sai".

"Immagino; ma a dirti la verità non sono giornali che in genere leggo: preferisco un sano fumetto o un bel libro, ai pettegolezzi nazionali".

A volte mi prenderei a schiaffi.

Ma perché mai sottolineare una cosa del genere?

In fondo cosa m'importa se legge quelle riviste?

La guardo, probabilmente l'ho offesa e dovrei chiederle scusa.

Ancora sorride e risponde con una leggera risatina.

"Hai ragione, sai; è che io non sono abituata a leggere libri - so di essere un po' ignorantella - e leggo queste tanto per passare il tempo.

Tu cosa leggi in genere? Vedo solo un fumetto con te. Non stai leggendo nulla di bello? Un libro, che so, qualcosa del genere?

Ecco, se voleva spiazzarmi c'è riuscita alla grande.

Tutto potevo aspettarmi tranne che rispondesse sorridendomi e dandomi pure ragione.

Un improvviso rilassamento mi prende e abbandono ogni diffidenza verso questa donna che si era permessa di venire a disturbare i miei ricorrenti quanto incongruenti sogni.

Credo dovrei ringraziarla per questo.

"Beh, a dirti il vero ho appena finito un magnifico libro di una grande scrittrice: si chiama Le nebbie di Avalon ed è molto bello."

"Dai, davvero? E di cosa parla? Ti va di raccontarmelo? Se non ti disturba?"

Così mi avventuro nel resoconto di questo libro.

Comincio come se stessi facendo una recensione, poi cambio registro.

Racconto le avventure, i personaggi, e le emozioni che avevo sentito; e mentre racconto vedo i suoi occhi brillare, attenta, come una bimba a cui stessi raccontando una favola.

E proprio come una bimba ne chiede ancora e ancora.

Non so quanto tempo sia passato.

I paesaggi che scorrono continuano a far da sfondo ai miei racconti e alle sue allegre risate.

Questo mi rammenta quelle sottili differenze tra Dario e gli altri uomini della mia vita, amanti o amici che fossero, che tra loro hanno una particolarità sempre in comune.

Oltre un lato femminile, anche se espresso spesso in maniera diversa, gli uomini della mia vita mi sanno far ridere, e di gusto.

Con Dario infatti era così.

Ma la delizia che avevo nel far ridere lui era ancora maggiore.

Chissà come mai questo paragone mentale tra il mio grande amore e questa giovane donna, che sta rendendo allegro ora questo mio viaggio.

Sarà forse perché non riesco mai a staccarmi dal pensiero di quest'uomo?

Ma tu sei sposata?, mi domanda quando oramai abbiamo superato da un po' Bologna.

No, io no. E tu - immagino di sì, a vedere la fede , le rispondo indicando la sua mano.

Un leggero velo sui suoi occhi mi fa intuire qualcosa.

Si, sono sposata - da 16 anni - e ho anche una bimba di 7 .

Io invece non sono stata sposata, ma ho convissuto per 2 anni - ed è stato come un matrimonio, credimi.

Tu di dove sei? Dall'accento direi di Roma le domando cercando di cambiar discorso.

Sì, sono di Roma e sto tornando a casa.

Sono stata qualche giorno da alcuni parenti su a Milano.

E tu, invece? Non sembri milanese .

Non lo sono, infatti.

Sono venuta a Milano qualche mese fa per un lavoro.

Ma adesso ho deciso che tornerò a Roma, dove ho casa.

Qui ero in un residence.

Sono napoletana, comunque .

Torni a Roma, dunque. Ma non vedo molti bagagli con te.

È un impressione o mi è sembrato sorridesse di più quando ho detto che tornavo a vivere a Roma?

Aspetto un attimo prima di rispondere.

Adesso in realtà ci torno per poco tempo; il grosso è rimasto nella mia casa di Roma.

Il resto delle mie cose le prenderò dopo questa breve vacanza .

E perché le dico che sto andando a Roma quando ho un biglietto per Napoli?

Ah ecco, adesso capisco. E che lavoro fai?

Sono promotrice finanziaria, ma ora ho un ruolo manageriale all'interno della mia banca .

Ridacchia.

Scusa, te l'ho detto che sono un po' ignorantella, cosa significa?

Ridacchio anche io.

Mi piace questa semplicità e spontaneità anche nell'ammettere un suo difetto, sempre che difetto sia.

Il promotore è un professionista che si occupa di gestire i risparmi delle persone in modo da farli fruttare al meglio.

Adesso però mi hanno messa a capo di una sezione particolare di formazione all'interno della mia banca e quindi mi occupo meno dei miei clienti, che sono rimasti in pochi.

Ah sì, adesso è più chiaro; sembra davvero interessante come lavoro, non so perché penso che sia un lavoro dove si guadagna bene.

Come mai viaggi in treno in seconda? E poi non hai l'aspetto di una "capa"!

Adesso rido proprio.

Sì hai ragione. Si guadagna bene.

Ma sai, io sono un po' particolare come persona.

Mi sento molto proletaria a volte e un po' figlia dei fiori.

Ancora non so come ho fatto ad andare avanti in questo lavoro con questa mente che mi ritrovo.

Ma ci sto riuscendo.

Accavallo le gambe in una comoda posizione prima di proseguire.

In ogni caso è anche stata una decisione improvvisa quella di partire, gli aerei erano pieni e il primo treno disponibile era questo.

In prima c'erano solo posti per fumatori.

Ah vedi? Avrei dovuto essere io al tuo posto. Io fumo e invece sto in seconda in un vagone per non fumatori.

Ridiamo insieme.

Dai ti accompagno fuori, così ti fumi una sigaretta .

Sembra contenta di questa mia galanteria e accetta volentieri.

Ci alziamo quindi e camminando in fila indiana nello stretto corridoio di quel vecchio intercity, arriviamo fino all'inizio del vagone dove si può fumare.

Il tempo passa e quasi non me ne accorgo.

Siamo nuovamente all'inizio del vagone e siamo quasi a Firenze.

Firenze, città magica e allegra, vivace e ironica come lo sono i toscani in genere.

Il Chianti e le sue meravigliose verdi colline; la tagliata al rosmarino, per la quale vado letteralmente matta.

Ho molti amici a Firenze, conosciuti navigando nei mondi virtuali delle chat, che hanno accompagnato molti dei miei percorsi.

Quante risate allegre e spensierate, a volte ludicamente impertinenti.

Quante telefonate ricche d'intelligenti viziosi giochi o di pianti consolatori.

Sì, ho molto che mi lega ancora oggi a questa città e molto devo a quegli amici che qui vivono e che nel mio cuore sono rimasti.

Il treno si ferma nella stazione di Santa Maria Novella e vedo molta gente che si avvicina per salire.

Forse adesso dovrai spostarti se arrivano quelli che hanno prenotato, le dico guardando con una certa apprensione la folla di gambe e valigie che lottano per entrare.

Si è vero .

Ci guardiamo, nessuna delle due vuole interrompere.

Interrompere cosa?

Che cos'è che non voglio interrompere io?

E cosa lei?

Senti, Roma non è lontana, se ti sposti con quella valigia pesante rischi di non trovare lo stesso un posto libero e di far maggiore fatica; perché non rimani lì?

Almeno la valigia è a posto, ci sono i sedili fuori e se ci stanchiamo possiamo fare a turno con il mio posto .

Ancora quell'aria compiaciuta per un mio gesto galante, quasi cavalleresco.

Grazie, sei davvero gentile, è un bel gesto .

Di nulla, stiamo chiacchierando, mi fa piacere continuare .

Cominciano a salire i nuovi passeggeri, intravedo qualche straniero, un paio di soldati di leva.

Nel nostro scompartimento entrano i 5 mancanti.

Tre giovani ragazzi muniti di zaino in spalla, che magari viaggiano con la formula interrail, penso.

Ma esiste ancora quella formula, poi?

Nei posti ancora liberi si sistema poi una coppia di mezza età.

Angela va a prendere la borsa che aveva lasciato su un sedile e torna indietro.

Vedo che dà un occhiata al suo cellulare.

Un messaggio, forse.

Lo legge mentre si accende un altra sigaretta.

Ti viene a prendere qualcuno? mi domanda rimettendo il cellulare nella borsa.

No, nessuno.

Nessuno a Roma, dove non dovrei scendere, ma mia sorella a Napoli, si! Devo avvertirla .

Che cosa fai allora, prendi un taxi?

In genere prendo la metro e poi un autobus fino a casa le rispondo, fiera del mio stile proletario.

Dove abiti a Roma?

A Montesacro, e tu?

Ma dai, sai che non siamo lontane? A Talenti, la conosci come zona?

Certo che la conosco, annuisco mentre le sorrido.

Senti, ma se prendessimo un taxi insieme?

Io con questa valigia faccio fatica in metro, mio marito mi ha mandato un messaggio e non può venirmi a prendere, è andato fuori Roma per lavoro e non torna prima di domani sera, mi dice guardandomi e mordendosi leggermente un labbro.

Va bene, non c'è problema; ma tua figlia con chi è?

Con i miei che stanno in provincia, è andata da loro in questo periodo di vacanze, così sta anche con la sua cuginetta .

Bene, allora è cosa fatta, prendiamo un taxi insieme .

Il treno riparte, di andare a sedere non ne abbiamo voglia.

Mi chiede del mio lavoro, della mia vita.

E io le parlo, come faccio sempre con tutti del resto.

Tu sei come un libro aperto mi disse una volta un mio caro amico.

Le parlo di Dario, di Raimondo, di Alfredo.

Le parlo di Natacha, la mia più grande e unica reale amica, mia anima gemella in tutto, mia sorella e compagna di percorsi.

Unica donna con cui riesca realmente a ragionare.

Vuoi molto bene a questa tua amica, hai un rapporto speciale con lei, sembra quasi che la ami .

In un certo senso sì.

L'amicizia è una forma d amore per me, posso dire di amarla ma non provo desiderio per lei, questa è la sola differenza .

Quindi sei profondamente etero .

La guardo, è stata una domanda inaspettata, o forse no, e neanche dovrei meravigliarmi: molte persone vedendo me e Natacha insieme hanno pensato e creduto ci fosse un rapporto che andasse al di là di un amicizia.

Ma non è così.

Sì sono etero, almeno fino ad ora .

Fino ad ora?

Sì, dico sempre così perché non do mai nulla per scontato.

Non mi è mai capitato e quindi non posso sapere se mi piacerebbe con una donna.

Di certo so che non potrei mai rinunciare agli uomini le rispondo con il mio tono sempre scherzoso e giocoso.

Ride alla mia battuta.

Certo ti capisco, la ciccia è ciccia, non ci si può rinunciare .

E io rido ancora di più, con quanta semplicità è riuscita a dire una cosa del genere e senza arrivare ad essere volgare.

Continuiamo a parlare un altro po', soprattutto parlo io.

Lei è un ottima ascoltatrice e il suo evidente interesse a tutto ciò che dico stimola me a continuare.

Mi ricorda me quando bevevo ogni parola di Dario, amando i suoi racconti di luoghi che io non avevo visto, di periodi politici che non avevo vissuto, di percorsi di vita così diversi dai miei.

Fra tre quarti d ora arriveremo a Roma, andiamo a sederci per riposarci un po'.

Le cedo il mio posto da subito, lo preferisco, le dico.

Lei si siede e mi ringrazia con lo sguardo.

Mi siedo anche io su quegli angusti sedili dei corridoi, che credo abbiano inventato per far soffrire chi non ha avuto l'accortezza di prenotare un comodo posto.

Guardo per un po' i paesaggi che scorrono.

Riconosco le campagne laziali e comincio a sentire quella sensazione di ritorno a casa che solo Roma, e non la mia città natale Napoli, mi dà.

Forse perché a Roma sono cresciuta come donna, dai miei 23 anni in su.

Forse perché è in quest'epica e affascinante città che ho costruito le mie importanti amicizie e amori.

Forse perché qui ho costruito Giulia, la donna.

Mando un sms a mia sorella avvertendola del mio cambio di programma.

Dopo poco mi volto verso Angela, vedo che si è addormentata.

La testa appoggiata al vetro, il volto sembra sereno e dolce.

Le braccia abbandonate sui braccioli.

Il seno che si muove al ritmo dei suoi respiri sotto la sua maglietta.

Non è un seno grande, no; un seno piccolo direi, ma sul suo corpo sta bene.

Strano, mi dico, mi sono sempre piaciute le donne dal seno grande, che trovo più femminili, forse perché io sono così.

Ma lei non starebbe bene con un seno più grande, sta bene così .

La sto fissando, eh sì, le sto fissando il seno, non c'è dubbio.

Beh questa non è cosa che mi meravigli, lo faccio spesso; le guardo sempre le belle donne, guardo le foto, anche hard se mi capitano.

Ma lei non assomiglia per nulla alle donne che avevo guardato o ammirato fino ad ora, decisamente no.

Uno dei ragazzi mi sta guardando, credo si sia accorto dell'attenzione che avevo nell'osservare Angela, chissà cosa pensa ora.

Lo guardo anche io come per sfida.

Lui si volta, non riesce a sostenere il mio sguardo fermo.

Riprendo a guardare il paesaggio che corre veloce, oramai ci siamo quasi, qualche minuto e siamo arrivati a Roma.


Capitolo 2

La voce dell'altoparlante del treno annuncia l'arrivo nella stazione di Roma, svegliando di soprassalto, come sempre accade, molti dei passeggeri.

La donna della coppia anziana credo imprechi sottovoce in calabrese, facendomi sorridere.

Anche Angela si è svegliata, per un attimo uno sguardo confuso sul suo volto, poi vede me e riprende contatto con la realtà.

Dobbiamo sbrigarci, su, prima che salga la ressa sul treno.

A Roma sale sempre molta gente, in genere, entro nel vagone chiedendo permesso e comincio a prendere la sua valigia mettendola nel corridoio.

Poi prendo zaino, marsupio e giacchetto, e lei la sua borsa.

Insieme scendiamo dal treno con non poca fatica.

Per fortuna la grande valigia di Angela ha le rotelle, perché di trovar carrelli per ora non se ne parla.

Caspita quanta gente, avevi ragione, si guarda intorno nella stazione che sembra un formicaio in piena attività.

Oramai si avvicina il periodo estivo.

Maggio inoltrato.

Un maggio particolarmente caldo e piovoso, questo.

Di certo, penso, le zanzare tigre avranno costruito casa nel mio giardino e dovrò chiamare la disinfestazione.

Chissà Morgan, il mio splendido gatto certosino newage, come sta.

Nel residence avevo un terrazzo e ho potuto tenerlo con me a Milano per parecchio tempo.

Poi, quando ho visto che si avvicinava il tempo in cui voleva correre dietro alle gatte, l'ho riportato nel suo giardino a Roma, affidandolo ai miei amici che a turno gli hanno portato da mangiare.

Di sicuro mi terrà il muso perché sono stata lontana da lui per un mesetto.

Oh, lui quando sono a casa non si fa vedere quasi mai, se non per mangiare e farsi fare due veloci carezze.

Un gatto quasi selvatico oramai, ma di cui vado fierissima.

Vederlo crescere forte, nonostante l'occhietto offeso (di qui il nome Morgan, come il pirata), vederlo fare la sua vita di gatto libero, ma tenuto in gran cura, mi rende felice.

Però, pur non essendoci quasi mai in casa, quando non mi vede per un po' di tempo si offende a morte, si sente abbandonato.

Gatti; madre natura (il Padreterno, Buddha o chi per lui) quando li ha creati era davvero di buon umore!

Credo che non ci sia nulla di più gratificante che instaurare un rapporto d amicizia e fiducia con un gatto: animale sensuale, dolce, simpatico, che con la sua nobiltà pretende un rapporto di stima oltre che d'affetto.

Se non lo rispetti nella sua essenza, lo perdi.

Molti di noi dovrebbero imparare dai gatti.

A che pensi?, mi domanda guardandomi con occhio un po' furbetto mentre ci dirigiamo verso l'entrata dove ci sono i taxi.

Pensavo al mio gatto e a come lo troverò, le rispondo sorridendo.

Ma dai, hai un gatto? Noi invece dei cani. Andrea, mio marito, insieme a suo padre li usa per andare a caccia .

Più di uno? Ma avete un terrazzo?

No, abbiamo una villetta un po' più in là della zona di Talenti; sai quella strada che porta da una parte sulla Nomentana e dall'altra procede verso l'interno? Quella zona meno abitata? Lì mio marito ci ha costruito.

Lui ha un impresa di famiglia di costruzioni.

Una villetta a due piani e un giardino dove ha i cani .

Ah ecco, adesso ho capito.

Beh bello però, una villetta.

Io ho un appartamento a pian terreno, due camere, studio, salone e un bel giardino.

L'ho scelta apposta così per via del gatto.

Prima abitavo in un monolocale, ma sempre con giardino.

E poi amo le piante, soprattutto quelle grasse, ne ho d'ogni genere .

Siamo oramai in fila per prendere i taxi, per fortuna non ci sono molte persone davanti a noi.

Sono le 16.00 e fa caldo.

La lunga pensilina che procede dall'uscita della stazione fino alla zona dei taxi di Piazza dei Cinquecento, costruita durante il periodo in cui Rutelli era sindaco, ci ripara dal sole.

Mi ricordo quando questa piazza era abbandonata a se stessa, insieme a tutto il complesso della stazione.

E ora invece all'interno ci sono negozi, librerie, fontane; anche in quei sottopassaggi che prima erano maleodoranti in ogni angolo, ex regno di barboni e tossici.

E all'esterno, panchine, parcheggi organizzati anche per le moto, alberi.

Beh, questa promessa però l'ha mantenuta, il signor Rutelli.

Era meglio che rimaneva a fare il sindaco, avrebbe fatto meno danni .

Io invece, prosegue Angela, non ho per nulla il pollice verde, mi muoiono pure le piante grasse!

Arriva il nostro turno e saliamo sul taxi.

Dico all'autista il mio indirizzo poiché sono di certo la più vicina dalla stazione.

C'è traffico ma non molto, è un ora abbastanza tranquilla questa per camminare.

Guardo fuori del finestrino come per riconoscere le strade.

Piazza Indipendenza, Porta Pia, la Nomentana, i suoi palazzi puliti e ordinati, non saprei dire di che epoca.

Mai saputo nulla d'architettura, pur avendo un padre architetto.

E quei parchi che si intravedono dai cancelli.

Ho sempre pensato che non sarebbe stata male una casa in un posto del genere.

Ma poi ho optato per Montesacro, dove avevo abitato per molto tempo, prima del mio monolocale a Montemario.

Montesacro è più a misura d'uomo, tranquilla ma ben servita.

Piccole case da non più di 4 piani, o anche meno, in quelle stradine alberate che d'estate mi fanno pensare di essere non nella città eterna ma in un paese vacanziero di collina.

A volte esco la sera tardi in pantaloncini e sandali, per andare a riempire un paio di bottiglie alla fontanella d'acqua nella piazzetta di fronte.

E spesso mi attardo, bevendo un po' di quell'acqua fresca direttamente dalla fonte e dando uno sguardo al cielo stellato, solo un po' coperto dalle luci della città.

Siamo quasi arrivati.

Passiamo il ponte sulla tangenziale - circonvallazione, olimpica, la si chiama in tutti i modi, ma mai in quello giusto probabilmente, questa strada a scorrimento veloce a due sensi di marcia che attraversa parte della città.

Comincio a sentire un certo senso di disagio.

Non dovevo essere a Roma ma a Napoli.

Sono scesa con lei non so neanche io perché e fra poco la saluterò.

Arrivati a questo punto forse dovrei far qualcosa, altrimenti tutto questo non avrebbe senso.

Ma no, mi dico, in fondo mi piace l'avventura e aver cambiato programma al volo mi stimola.

Voglio vedere come sta il mio gatto, salutare i miei cari vecchi amici e poi vediamo cosa fare.

Senza programmi, come al solito.

Ti va se ci scambiamo i numeri di cellulare?

Ecco, è stata lei a far qualcosa.

Certo che mi va, è naturale.

Ce li scambiamo in un attimo, mentre stiamo quasi per giungere a casa mia.

Senti, mi dice tentennando un po', forse imbarazzata, forse timorosa, non lo riesco a capire bene, io non so se tu hai programmi per stasera ma, visto che abitiamo vicine, se ti fa piacere, puoi venire a cena da me. Io sono da sola e mi farebbe molto piacere .

La guardo per un attimo, non so cosa dire; o meglio, vorrei dire subito sì, ma mi sembra strano andare a cena da una donna appena conosciuta.

Oh, con gli uomini l'ho sempre fatto: quando mi scatta un feeling immediato proseguo a volte fino a notte inoltrata, ben oltre la cena.

Ma è la prima volta che sono invitata a cena da una donna.

Certo, le mie amiche m invitano, ma qualcosa mi ha fatto pensare ad un invito più simile a quello fatto da un uomo.

E poi io cucino molto bene, a detta di tutti .

Ah beh, se mi dici questo allora non posso che accettare.

Io odio cucinare - anche se so farlo - e adoro farmi invitare a cena da qualcuno che cucini per me.

Beh però, è stata una scelta davvero difficile la mia, sì, ci ho pensato molto, una decisione meditata e ponderata davvero.

Oh Giulia, questo tuo istinto e travolgente passione dove ti porterà un giorno?

Mah, non è importante in fondo dove, importante è che da qualche parte si arrivi .

La vedo sorridere ancor più di quanto aveva fatto fino ad ora, sembra una bimba accontentata in una qualche richiesta.

Bene, allora ti cucinerò qualcosa di buono e particolare.

C'è qualcosa che non ti piace?

Ti piace la carne?

Sai abbiamo il camino a casa e possiamo farla sulla brace .

Pure il camino? Bello, sì mi piace molto la carne - sono una carnivora - e sulla brace poi è una delizia.

Ma non ti applicare troppo, dai: carne e insalata sono più che sufficienti. Io porto il vino e un po' di gelato, se vuoi .

Sì va bene, ti do l indirizzo, ecco.

A che ora vieni?

Alle 20.00 va bene?

Benissimo, ti aspetterò.

Il taxi arriva davanti casa mia.

Scendo, prendo da dietro lo zaino, lascio ad Angela 20 euro che forse è anche più di quello che serva per pagare il taxi, lei protesta ma io insisto.

La saluto e mi avvio verso il cancello.

Il taxi si allontana, io cerco nel marsupio le chiavi, che per fortuna avevo preso con me; passo il cancello, entro nel portone, la mia porta è sul fondo.

Apro, scaravento le mie cose nell'ingresso che dà sul salone e richiudo la porta.

Casa mia, eccomi di nuovo a te .

La luce esterna filtra attraverso le persiane chiuse formando giochi di luce tutto attorno.

Poso le chiavi su un angoliera di legno dove è sistemata la segreteria e la base del telefono cordless, mio ultimo acquisto tecnologico, che finisco per dimenticarmi in ogni angolo della casa - costringendomi poi a corse folli quando squilla, nel vano tentativo di trovarlo prima che la segreteria entri in funzione.

I messaggi li ho ascoltati con il codice da Milano ieri sera e non ce ne sono di nuovi.

Sul tavolo ovale in legno, uno degli acquisti di Ikea, la posta raccolta in questo ultimo mese: bollette, fatture, raccomandate di multe mai ritirate e pagate, una cartolina di Natacha dalla Corsica insieme al suo compagno.

Speriamo che vada tutto bene tra loro.

A sinistra del salone c'è il muretto che fa da separé con la cucina, pieno di cianfrusaglie di ogni genere.

A fianco della cucina un piccolo corridoio porta al bagno principale e alla mia stanza da letto.

Alla destra dell'ingresso invece un altro piccolo corridoio porta a un bagno di servizio e ad altre due stanze, un piccolo studio e una per gli ospiti.

Ho preferito, potendo ora permettermelo, comprare una casa abbastanza grande, pur essendo single.

Mi piace sapere di poter ospitare qualcuno con comodità, come ad esempio i miei genitori o mia sorella con il suo fidanzato.

Nel piccolo studio c'è il computer, memore di notti attraverso i mondi variegati di internet, testimone delle mie poesie e dei diari raccolti negli ultimi tre anni.

Do uno sguardo all'angolo a destra delle porte a vetro del salone, dove si trova il televisore da ben 29 pollici a schermo piatto con il suo bell'impianto surround e il lettore dvd, ricordando il momento in cui me ne appropriai per premiarmi di un grosso cliente acquisito, quando ancora vivevo nel monolocale.

Non so come feci allora a trovare la giusta sistemazione: quel televisore occupava un quarto della mia piccola casa.

Adesso in questo grande salone sembra addirittura piccolo.

Ma il divano e le poltrone sistemate davanti spezzano un po' l'ambiente, rendendolo più intimo e meno dispersivo.

Apro le persiane rinforzate, la luce fuori è ancora forte.

Esco nel giardino, attraverso la prima parte un po' coperta che forma una sorta di patio, dove ho potuto sistemare tavolino e sedie e anche lo spazio per lo stendipanni.

Guardo lo stato delle mie piante.

Il giardino è semi-circolare con un muretto di cinta piuttosto alto.

Intorno solo altri giardini, che danno una maggiore intimità.

Solo i tre piani sopra di me vi si affacciano con poche finestre.

Lungo il muretto ho disposto vari tipi di piante e un paio di panchine di legno.

Gerani soprattutto e piante grasse di ogni genere.

Guardo quella filiforme e rampicante che ho preso ad Ischia, vicino ai magnifici giardini della Mortella.

Un paradiso in un paradiso.

Un parco orto botanico con rarità da tutto il mondo, costruito dal compositore di inizio secolo William Walton, con l'aiuto dell'architetto di giardini Russel Page.

In primavera da questa pianta sboccia un fiore grande di un giallo accecante che dura per qualche giorno.

Da una parte gli oleandri oramai in fiore e dall'altra le mie palmette, che resistono e mi hanno seguito per vari traslochi da tempo immemore.

E la pianta, come la chiamo io, da giungla.

Un tipo di rampicante semigrasso sempreverde che si moltiplica con una velocità da conigli e adesso ha ricoperto tutto il muretto fino alla sommità.

Provo a chiamare un po' per vedere se Morgan appare.

Niente all'orizzonte; vado ad aprire le persiane di tutta casa e a mettere su un po' di musica, in genere riconosce il rumore e arriva.

Torno dentro e mi avvicino allo stereo che si trova nell'angolo a sinistra delle vetrate.

Certo questo stereo potrebbe raccontarne di cose.

Amplificatore e stratosferiche casse da ben 126 watt si ricordano i miei 18 anni.

Quante feste hanno visto queste casse.

Una volta furono anche portate fin nella casa di campagna di un comune amico, ex compagno di Natacha, dove passammo uno dei capodanni più divertenti che mi ricordi.

Sembrava una discoteca, le avevamo appese con delle corde al soffitto.

Si ballò tutta notte fino all'alba.

Si bevve ogni sorta di cocktail, preparati con infamia da Katia, sorella di Nat, che con la sua incredibile resistenza all'alcool fece pensare a tutti che fossero leggeri e innocui.

Alla mattina c'era gente che vomitava ovunque, quelli che non vomitavano deliravano.

Tranne Katia: lei no, lei era lì che sistemava e riportò a casa i pochi sopravvissuti.

Una strage tra le più esilaranti mai vissute.

Guardo tra i cd, tutti rigorosamente masterizzati con musica scaricata da internet, e scelgo una delle compilation da me create.

Le migliori canzoni, a mio gusto, dei Queen.

Fa notevolmente caldo e decido di prendermi qualcosa da bere.

Apro il frigorifero di quelli post-moderni color blu notte, intonato al resto della cucina, trovando miracolosamente un succo di carote, forse non ancora scaduto.

Mi sono sempre chiesta a che pro comprare un frigo così grande quando è più deserto del deserto dei tartari.

Avrei dovuto prendere un frigo tutto congelatore, per la mia collezione di pasti surgelati già pronti.

Mah, se non avessi l'animo da proletaria mi prenderei una cuoca che mi fa trovare qualcosa di decente da mangiare la sera, meno male che almeno a pranzo mangio fuori al ristorante.

O forse dovrei trovarmi un uomo che mi faccia da moglie.

Dario ad esempio era bravissimo in questo.

Bevo direttamente dalla bottiglietta il mio succo di carote.

Mi vado a sedere su una delle panchine fuori nel giardino e mi rilasso.

Allora, sono circa le 17.00.

Faccio i calcoli mentali di quanto tempo prima devo uscire da casa per arrivare in tempo, fermandomi a prendere il gelato e il vino.

Decido di andare in moto, fa abbastanza caldo ed evito problemi di parcheggio e traffico.

Ragiono sul tempo che mi serve per fare una doccia e rinfrescarmi.

Devo anche lavarmi i capelli assolutamente, sono in uno stato pietoso.

E come mi vesto?

Mio dio, mi rendo conto che sto ragionando proprio come quando esco per un incontro galante con un uomo.

Mi viene anche in mente che dovrei allora depilarmi e trovare un completo intimo, magari sexy, che mi piaccia.

Giulia, tu ti vuoi depilare e mettere un completo intimo per andare a cena da una donna?

Ma sei sicura di quello che fai? Ma sei sicura di volerlo? Ma sei sicura che non hai male interpretato certi sguardi?

Ad un tratto il terrore e l'incertezza s impadroniscono di me.

Non so se veramente lo vorrei.

La fantasia è un conto, la realtà è un altra.

Certo però sarebbe una bella e diversa distrazione da Dario.

Oramai ho vissuto tutto quello che poteva venirmi in mente per distrarmi da lui.

Dai giochi telefonici e virtuali agli incontri occasionali conditi con erotismi raffinati di giochi tendenzialmente sado, tra bende, corde e interpretazioni di ruoli di sottomissione.

Tutto quello che fosse gioco e non avesse nulla a che fare con il sesso vero e proprio, che da solo non mi ha mai comunicato nessuna particolare eccitazione; e che non fosse far l'amore, che se non mi portava emozioni e turbamenti, finiva col deprimermi invece che rilassarmi.

E tutto questo per non pensare a lui, il mio grande amore.

Mi rimaneva la fantasia di una donna.

Ma realizzare questa fantasia per non pensare ad un uomo, mi sembra un punto di partenza sbagliato.

No, devo chiamarla e inventarmi qualcosa.

Oppure presentarmi come ora, in blue jeans e maglietta, senza trucco e capelli aggrovigliati.

Così non do adito a nessun pensiero.

D'altronde, se non sbaglio nel mio istinto, è proprio così che lei mi ha conosciuto.

Chiudo gli occhi e cerco di lasciar andare questi pensieri così confusi.

Sento un miagolio e il rumore sordo tipico del salto dal muretto del mio gatto.

Apro gli occhi e lo vedo correre verso di me.

Hei Morgy, muss-muss, bellissimo gatto della mamma, vieni qua, quanto sei bello, mi alzo e gli vado incontro.

Lui si ferma e comincia a fare su e giù strusciandosi contro il tavolo, ma allontanandosi un po' quando mi avvicino, e con fare scontroso miagola di continuo.

Lo sapevo, mi sta sgridando, adesso me ne canta di tutti i colori perché l'ho lasciato da solo per tanto tempo.

Dai Morgy, non ti ho mica abbandonato.

Hai mangiato tutti i giorni o quasi. Ho i testimoni, sai.

E poi ho chiesto di te sempre, credimi, lui non sembra convinto ma dopo un po' cede e si fa prendere in braccio.

Come sempre comincia a fare le fusa al primo tocco.

Me lo metto tra le braccia a pancia in su e lo riempio di coccole e baci.

Dopo poco sento che si ribella, proprio come un figlio oramai cresciuto che non sopporta più di tanto le affettuosità della mamma, e allora lo rimetto giù.

Vado in cucina con lui che mi segue.

Prendo una delle sue scatolette, rigorosamente di marca da veterinario e non da supermercato, che mi costano un occhio, e che contengono un medicinale per la sua insufficienza pancreatica cronica.

Lui si arrampica con le zampe davanti sul lavabo, la cui base di legno porta i segni di questa sua inarrestabile abitudine, strofinando la testa all'altezza della mia coscia.

Tieni amore mio, mangia la tua bella pappa; adesso la mamma si va a preparare che ha un invito a cena da una bella signora, ecco fatto, ho in pratica deciso.

Sempre così nella mia vita.

Le decisioni che hanno significato cambiamenti importanti sembrano prese in un attimo.

In realtà sono sempre il risultato di un percorso.

In fondo ho sempre avuto di queste fantasie e più volte in chat avevo pensato che sarebbe stato bello essere contattata da una donna.

Ma non mi era mai capitato e quindi non mi ero mai posta il problema.

Adesso è accaduto e la risposta è venuta da sé.

Niente tentennamenti; dubbi sì, ma decisione presa.

Forse mesi fa non sarebbe stato così, chissà.

Un amico spesso sostiene che la mia vita sembra i primi 5 minuti del film "Roger Rabbit": accade di tutto e in un attimo.

Ogni volta che non mi sente per un po' teme quello che potrei raccontargli.

La verità è che ci sono sempre processi a volte inconsci, non a tutti palesi, che mi portano alle mie decisioni o anche cambiamenti di rotta.

Beh, in ogni modo è una curiosità sessuale che forse stasera potrei togliermi.

Ma non mi ci vedo innamorata di una donna, in una relazione con una donna non riesco proprio ad inquadrarmi.

O forse mi dico così per un qualche subdolo condizionamento?

Io che ho sempre asserito che non ho pregiudizi di sorta?

Io che ho amato ben due uomini bisessuali nella mia vita?

No, non mi ci vedo e basta.

Una curiosità sessuale che inoltre può distrarmi dal pensare a quel maledetto.

Va bene, ho perso anche troppo tempo in questi labirinti di pensieri.

In stanza da letto apro le ante del grande armadio a muro e guardo con sconforto il mio guardaroba non troppo fornito.

Tutto quello che di nuovo avevo comprato a Milano è ancora là.

Fa capolino un pantalone di lino bianco non ancora indossato dalla primavera scorsa.

Scelgo una maglia corta e un po scollata che metta in evidenza il generoso decolté, o "davanzale per gerani" come lo chiama mio padre.

Prendo un reggiseno bianco trasparente, rinforzato per sostenere la mia quinta abbondante, ma bello nelle forme; un perizoma, bianco anche lui, che a trasparenze e pizzi gli assomiglia.

Questo è uno dei miei grandi problemi da sempre.

Cercare dei completi intimi, come dei costumi a due pezzi, è davvero impossibile, portando di seno una taglia grande ma di vita una taglia minore.

Mi ritrovo sempre degli slip in questi completi che assomigliano a quelli di mia nonna, o magari anche bisnonna.

Per cui sono sempre costretta a crearmeli da sola, riuscendo però a volte anche meglio degli stilisti del genere.

Niente calze, fa troppo caldo per le autoreggenti, uniche calze che uso, odiando letteralmente i collant che mi stringono in vita e avendo abolito i gambaletti che bloccano la circolazione ai polpacci.

Infine decido di abbinare al tutto i sandali aperti di colore nero con quel po' di tacco da renderli eleganti ma anche comodi.

Entro nel bagno dalla porta che dà sulla mia camera e parto con la restaurazione completa.

Alle 19.00 sono pronta, vestita pulita e addirittura truccata per questa serata.

Chiudo persiane, stereo e luci; apro la porta di casa, un impermeabile da moto dall'appendiabiti nell'ingresso, un bel respiro e via.

Dal Box che si trova di fronte all'ingresso del condominio prelevo la moto, uno scooter 150 della Honda di recente acquisto, pratico per il lavoro e la città, e per qualche fuga alle spiagge di Ostia d'estate.

Certo chiamarla moto è fuorviante, penso; da brava ex motociclista quale sono, riesco a notare la differenza tra il cavalcare una Custom che tempo fa possedevo e questo comodo grande scooter.

La sensazione di libertà e di dominio sulla strada che la classica moto mi dava non ha paragone.

Quei bei tempi in cui si andava in giro solo in chiodo e blue jeans, in cui il lavoro da fonico del suono nel cinema non mi imponeva regole di abbigliamento come ora.

Vero anche che il lavoro di promotrice finanziaria ha costretto la mia anima di camionista e motociclista ad avere un aspetto esteriore un po' più curato, facendo così uscire quel po' di femminile apparenza che è in me.

La Giulia che stasera veste di lino e si trucca per una cena da una nuova amica è ben diversa dalla Giulia che qualche anno addietro forse metteva una linea di nero sugli occhi il giorno di capodanno.

Accendo la moto per farla scaldare un po' dopo tanto tempo che è stata ferma, e chiudo il box.

La borsa nel bauletto, casco acqua-marina in tinta con lo scooter, e parto.

Lungo la strada mi fermo da Rosati, che a Montesacro sembra essersi impossessato della zona con un grande bar che funge anche da tavola calda, pasticceria e gelateria, un ferramenta di fronte e un altro bar più piccolo in zona.

Scelgo un vino rosso non troppo pesante, un po' di gelato misto di creme e gusto yogurt - che non mi faccio mai mancare, pur piacendo alla fine quasi esclusivamente a me - e riprendo la moto.

Non impiego molto per arrivare, le indicazioni di Angela erano state chiare.

Parcheggio davanti al muro di cinta della villetta, ricordandomi di mettere sia catena che antifurto, necessari in una zona così isolata.

Mi guardo attorno, una zona di nuova costruzione, dove sono nate poche villette a due piani, non residenziali ma pulite e graziose, probabilmente abitate da famiglie che non necessitano di vivere in città, o che per il tipo di vita preferiscono una casa più grande anche se un po' fuori, invece di un piccolo appartamento cittadino.

E non do tutti i torti in fondo a chi fa questa scelta.

Case per famiglie in ogni caso, e non per single come me, che avrebbero seri problemi a ritrovarsi da soli in questi posti sperduti.

Suono il campanello, mi sistemo meglio la giacchetta del completo di lino, l'impermeabile l'ho lasciato nel bauletto della moto, ed entro quando il cancello per l'ingresso a piedi si apre.

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Sento il mio cuore che batte, non è tachicardia ma riconosco il sintomo di quando sono agitata.

Non riesco ad addormentarmi serenamente.

È ancora tra le mie braccia, si è addormentata dopo poco.

È troppo intimo come gesto, quello di dormire insieme la prima notte.

È un qualcosa che per me assume immediatamente un significato diverso, si va già oltre una bella serata.

So che queste sono solo mie stupide remore mentali, stiamo solo dormendo insieme, nulla di più.

Ma non riesco a dormire, avrei bisogno di rimanere da sola, capire cosa è accaduto dentro me.

Adesso tornano i pensieri e le domande.

Ho fatto l'amore con una donna.

Ho scavalcato un altro muro, aperto una nuova porta, superato un altro limite.

E ora?

Sorrido a me stessa per l'articolato dialogo tenuto nella mia mente.

La mia testa a volte è un tale brulicare di pensieri che se non avessi la valvola di sfogo dello scrivere, chiacchierare, dibattere nei forum e nelle chat, forse per davvero darei i numeri.

Intanto mi guardo in giro, nella grande lingua di spiaggia, dove invece brulica la più incredibile varia umanità mai vista.

Travestiti dai corpi statuari, coperti di minuscoli tanga, in cui riescono a far quasi scomparire i loro attributi maschili, che di maschile, per fortuna loro, non hanno nulla.

Lesbiche con costumi che forse indossava mia nonna.

Ragazze di borgata perizomatissime, ma seguite a millimetri di distanza da ragazzotti che cercano di ostentare al massimo quella che loro credono essere virilità.

Ragazzi davvero belli insieme ad altri ragazzi non meno belli, che liberamente si tengono per mano e si baciano.

La famigliola con pargoli, chiaramente di ampie vedute e probabilmente con forti tendenze di sinistra.

E qualche nudista sparso qua e là.

Insomma, di tutto di più.

Esattamente come piace a me.

Un ambiente libero, allegro, ma non troppo chiassoso.


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Ultimi fuochi

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Archivio NuoviLibri.It

Autore: Angelo Quattrocchi

Editore: Malatempora

Prima edizione: 01/2007

Edizione corrente: 01/2007

EAN-ISBN: 9788884250728

Pagine: 176

Prezzo di copertina: 11,00 Euro

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Descrizione
Un thriller fantapolitico che racconta il finale della ribellione di trenta anni fa, che cominciò nel 1977 Bolognese, finì nella farsesca tragedia dell'ammazzamento di Moro.

Protagonisti dentro alla storia, un nucleo anomalo con Marco (il guerriero intellettuale), Adelina (la pasionaria gentile), Peppe (il raccordo tra gli inflessibili e gli anarchici), Pino (il movimentista), Patrizia detta Patty (la Mata Hari) ed altri ancora, con finale a sorpresa.

Scritto da un protagonista e storico del movimento, che altalena tra fatti e fiction.


Note biografiche
Angelo Quattrocchi esordisce in inglese con 'The beginning of the end' (E quel Maggio fu: rivoluzione!) nel 1968.

Poi 'Wounded knee. Indiani alla riscossa' nel 1973, sulla rivolta nella riserva di Pine Ridge.

Tra gli altri suoi libri ricordiamo 'La battaglia di Genova'(2001), 'Elizabeth Bathory. La torturatrice' (2005) e 'Il Pastore Tedesco' (2005).


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Pittori Piuttosto Pittoreschi

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Autore: Massimo Zanicchi

Editore: Giraldi Editore

Prima edizione: 10/2007

Edizione corrente: 10/2007

EAN-ISBN: 9788861550858

Pagine: 189

Prezzo di copertina: 12,50 Euro

Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia


Descrizione
Pittori Piuttosto Pittoreschi è composto di venti storie vere, verosimili e sfacciatamente false.

Vuole essere un omaggio e, al tempo stesso, una rivisitazione di eventi legati alla vita ed alle opere di alcuni dei grandi maestri della pittura mondiale.

I racconti che compongono la raccolta creano un turbinio di generi in cui il dramma va a braccetto con il sarcasmo, ed il cinismo con la malinconia.

Al lettore sono garantiti momenti di divertimento alternati a riflessioni sulla caducità umana.

L'insuccesso, la vecchiaia, la malattia, la follia e la morte sono alcune delle tematiche trattate sempre con un tono lieve agevolato da una scrittura scorrevole.

Protagonista assoluto della antologia è

Vincent Van Gogh, spalla nel racconto di apertura, principale attore di quello di chiusura e figura che torna a far capolino in alcune delle altre storie.

Ciascun racconto prende spunto dalla biografia dell'artista che ne è protagonista.

Ogni storia, infatti, è ambientata nei luoghi e si svolge nell'epoca in cui il pittore citato ha realmente vissuto.

Ligabue, perciò, non può che aggirarsi per la pianura padana, Van Gogh, nel racconto Lobo-tomia, si mozza il famoso orecchio nella casa gialla di Arles, e Rembrandt dipinge le proprie opere monumentali nell'Amsterdam del diciassettesimo secolo.

Le trame dei racconti spaziano dalla verosimiglianza ad una falsità credibile, al lettore quindi viene sempre instillato il dubbio che ciò che sta leggendo possa essere veramente accaduto.


Indice
Prefazione di Iva Zanicchi

Due parole prima di cominciare

Incontri ravvicinati di un certo tipo

Letto ventinove

Le belve della pianura Padana

Lobo-tomia

Nel laghetto delle ninfee

Il ritrattista sui generis

Il titolatore

Viva la mela

Le ultime parole famose

Il Cristo giallo e la signora Gauguin

Un'insolita staffetta

Faccia da ronda

Un nano gentiluomo

A volte ritornano?

Incompiuta ma gioconda

L'hooligan ante litteram

Il ragazzo con le orecchie da pirla

Scomposizioni

Consigli pratici

Un girasole reciso

Ringraziamenti


Note biografiche
Massimo Zanicchi, nasce alle porte di Milano, dove risiede.

Laureato in giurisprudenza, è socio fondatore dell'associazione culturale Quintomiglio e collabora con la rivista locale "Sud Est Milano".

Con i suoi racconti, alcuni dei quali tratti anche da Pittori Piuttosto Pittoreschi, ha vinto diversi premi tra i quali il secondo posto al concorso nazionale "Ruba un raggio di sole per l'inverno" (tema: Il punto) organizzato dall'associazione ARTEA di Città di Castello (Perugia).

Pittori Piuttosto Pittoreschi è il suo primo libro, ma ha già in cantiere, con Silvano Scaruffi, un nuovo titolo: "Write Club", che sarà pubblicato da Giraldi.


Copertina dipinta da Giulia Marzani e Valentina Marzani, artiste diplomate alla Accademia delle Belle Arti di Milano.


Estratto
Due parole prima di cominciare.

Pittori Piuttosto Pittoreschi è composto di storie vere, verosimili e sfacciatamente false.

Vuole essere un omaggio ed al tempo stesso una rivisitazione di eventi legati alla vita ed alle opere di alcuni artisti i cui quadri ho avuto la fortuna di poter ammirare dal vivo.

La scelta di scrivere racconti che prendano spunto dalle vicende umane ed artistiche di pittori famosi può essere esplicata con un curioso aneddoto riguardante Vincent Van Gogh.

Correva l'anno millenovecentotrentacinque quando il MOMA, il museo di arte moderna di New York, ospitò la prima esposizione di opere del famoso artista olandese negli Stati Uniti.

La fama del pittore, ormai morto da quarantacinque anni nel completo anonimato, era in costante e vertiginosa ascesa.

Hugh Troy, giovane artista americano, meravigliato dalla grande affluenza di pubblico e dal clamore suscitato dalla mostra, ebbe una trovata geniale.

Era convinto che la gran parte dei visitatori fosse attirata maggiormente dai dettagli curiosi della vita del pittore piuttosto che dal valore dalle sue opere.

Per levarsi lo sfizio di dimostrare la correttezza della propria intuizione ricorse ad uno stratagemma grottesco.

Procuratosi un trancio di carne confezionò un finto orecchio e lo adagiò in una vetrinetta dal fondo di velluto blu.

Concluse il lavoro sistemando alla base dell'espositore la seguente didascalia: Questo è l'orecchio che Vincent Van Gogh si tagliò ed offrì ad una prostituta francese il 24 Dicembre 1888.

Gli organizzatori accolsero con entusiasmo la bizzarra trovata esponendola in una posizione privilegiata.

Il finto orecchio, in breve, divenne paradossalmente l'opera con più folla al proprio cospetto.

Suscitò uno scompiglio tale da costringere la direzione del MOMA a rimuovere l'artefatto stesso.

Da questo breve episodio si può evincere quale interesse siano in grado di attirare le vicende umane di coloro che hanno giocato un ruolo primario, o meno, nella storia della pittura.

Van Gogh può rappresentare il caso più eclatante, tuttavia, se si scava a fondo nella vita di coloro che hanno lasciato un segno tangibile nel mondo dell'arte qualche aneddoto curioso lo si può rintracciare.

In generale, il discorso varrebbe per la vita di chiunque.

La differenza è insita nel fatto che l'eco dell'esistenza di noi esseri qualunque si smorza con maggiore velocità e difficilmente riesce a captare l'interesse dei più.


Recensione
di Massimiliano Marconi
Sul sito www.poetika.it

Una circonferenza perfetta - o, se preferite, un magistrale "O" di Giotto - incornicia i venti racconti scritti da Massimo Zanicchi e riuniti sotto il "titolo strampalato" (cito dalla prefazione di "zia" Iva Zanicchi) di "Pittori Piuttosto Pittoreschi": una personalissima galleria che inizia e finisce con due efficaci ritratti colti allo zenith e al nadir della parabola artistica di un genio di nome Vincent Van Gogh.

Cronologicamente parlando, invece, la raccolta spazia dal XV Secolo, svelando un Leonardo da Vinci amareggiato e un po' deluso per la sua incapacità di portare a termine quell'effigie di donna che lo "fissa incompleta con il suo sorriso sornione", e arriva fino al XX Secolo, dove un Andy Warhol in vena di confidenze si sbilancia in suggerimenti e consigli rivolti a giovani pittori impazienti di raggiungere il successo, affinché facciano tesoro della sua esperienza.

E anche in questo caso il cerchio si chiude: sia Leonardo che Warhol si sono infatti cimentati con la rappresentazione dell'Ultima Cena.

Apro una piccola parentesi dedicata a chi ha già letto il libro: se vi viene da obiettare che il cerchio temporale è sbagliato, che il pittore a noi più vicino di cui scrive Zanicchi non è Warhol bensì Keith Haring, ebbene, andate a rileggervi il racconto "Letto ventinove"!

Dalla penna dell'autore stesso veniamo a sapere che questo volume raccoglie "storie vere, verosimili e sfacciatamente false", ma poco importa se ciò che ci viene svelato delle ossessioni di Ligabue o delle stravaganze di Dalì abbia o meno un fondo di verità; se davvero c'è stato chi, suo malgrado, ha fatto a pezzi un proprio ritratto firmato "Vincent" o se veramente, nell'Amsterdam del tempo, esisteva un tariffario in base al quale era possibile farsi ritrarre da un lunatico Rembrandt...

Ciò che conta davvero è che tutti e venti i racconti sono scritti tenendo in massima considerazione luoghi e date dell'effettiva biografia dei vari artisti e con uno stile estremamente piacevole e coinvolgente.

Massimo Zanicchi si svela un abilissimo tessitore di trame, capace di spaziare tranquillamente in generi tanto diversi fra loro, quanto le personalità dei pittori oggetto dei vari racconti: assistiamo così a dei veri e propri drammi, ma sempre venati di sottile ironia; a quadri teneramente malinconici o sottilmente cinici, in un mix sempre accattivante e originale, sostenuto da una scrittura brillante e scorrevole.

Aggiungo una breve nota sul titolo.

Mi ha molto colpito la scelta di quei tre termini, di quelle tre "P" iniziali così scoppiettanti.

Una scelta inusuale, che non poteva passare inosservata.

Doveva esserci qualcosa dietro...

Non so quanto possa avvicinarmi al vero, ma l'ho interpretata come una sorta di dedica occulta, di velato omaggio a qualcuno che, nel proprio lavoro, (al pari di Massimo) ha sempre mostrato un amore smisurato per le arti visive, tanto da mischiare spesso cinema e pittura, con effetti straordinari: Pier Paolo Pasolini.


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