Inserzioni più recenti di Narrativa Italiana

La spiaggia perfetta

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LiberaMente in cammino: prossima fermata Russel Square

9788863320039.jpg

Autore: Gianluca Lucchese

Illustrazioni: Lorenzo Simonelli

Editore: Edizioni Miele

Prima edizione: 07/2008

Edizione corrente: 07/2008

EAN-ISBN: 9788863320039

Pagine: 144

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 12x20 cm

Prezzo di copertina: 13,70 Euro

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Descrizione
Prefazione di Nello e Mody Acampora

Questo lavoro non è una favola e neppure un romanzo.

È una strada in un giorno di viaggio.

La meta?

La spiaggia perfetta.

La strada?

La chiamano Nina.

Il viaggiatore?

Lucas Ciandri che, circondato da profumi di lavanda e cuoio, limone e tabacco, rosmarino e caramello, percorre la via della consapevolezza.

Una tappa dopo l'altra, con le musiche di Verdi, Mozart, Sinatra, Modugno e Freddie Mercury in sottofondo, l'uomo acquista consapevolezza di se e dei valori ai quali non intende rinunciare, impara a riconoscere e a superare le paure che lo immobilizzano, fissa gli obiettivi da raggiungere e si incammina con passo sicuro verso il successo.


Note biografiche
Gianluca Lucchese esordisce nel 2004 con Buttafuori per caso.

Klaus Davi ne firma la prefazione.

Per il "Book Festival 2007" un suo racconto è in Pisanthology. progetto Italie, Giulio Perrone Editore.

Nel 2008 La spiaggia perfetta si aggiudica il Premio Letterario "Favole, cammini e percorsi", sezione racconti.


Recensioni
"Ho letto il libro tutto d'un fiato.

Un racconto piacevole, suggestivo e surreale che entra nelle pieghe dell'inconscio"
Livio Sgarbi, Personal Coach e Fondatore EKIS Srl


"La spiaggia perfetta" è il luogo ideale dove portare i nostri corpi e le nostre menti: un beach party del cuore.

Da scoprire pagina dopo pagina"
Sonia Rossi, My Life TV- Rossivideo


"Leggere una storia vuol dire entrare in un mondo composto da tanti livelli...

Qui la cosa sorprendente è che oltre ad una storia, ad una metafora, ad un insegnamento, questo è un vero manuale di Programmazione Neuro-Linguistica, con tutte le tecniche di base descritte con estrema precisione, ma celate nella forma-romanzo.

Una spiaggia perfetta, un luogo magico dove trovare la propria identità, i propri valori e la strada che ha un cuore"
Carlo Raffaelli, Licensed Trainer e Coach in PNL


"Finalmente un libro piacevole e utile che unisce la narrativa alla crescita personale.

Leggendolo farai un viaggio a più livelli di crescita, apprendimento e miglioramento"
Francesco Martelli, Trainer e fondatore Intuition Training TM


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Accadde per caso o per destino

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Autore: Giorgia Spano

Editore: Kimerik Edizioni

Prima edizione: 12/2007

Edizione corrente: 12/2007

EAN-ISBN: 9788860961464

Pagine: 192

Rilegatura: Copertina su cartoncino con plastificazione opaca

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 14,00 Euro

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Descrizione
Là dove la ragione sosta, incede determinato e imperturbabile il cuore, le silenti passioni che, nonostante tutto, ancora sopravvivono.

Arcadie distanti ormai, mille e mille passi.

Nicole è una giovane donna, disinibita, autonoma, costretta ad affrontare la tragicità degli eventi che la vita ha posto sul suo cammino.

Ma anche nel buio più profondo può accendersi una luce, la luce di un sogno.

Ritorneranno le emozioni, i desideri, i brividi di un sentimento che non ha confini, che non ha presente né passato, che non può tenere conto di altri se non che di se stesso.

Solo allora Nicole sarà pronta ad aprirsi nuovamente all'amore, quello più grande.

Non crediate di trovarvi di fronte ad semplice e languido romanzo d'amore.

L'autrice riesce anche a trovare spazio per un approfondimento psicologico e a guidare il lettore attraverso una serie di colpi di scena, tenendolo col fiato sospeso fino ad un finale davvero sorprendente.


Note biografiche
Giorgia Spano è nata nel 1971 a San Gavino Monreale, un paese della Sardegna del Medio Campidano.

Dopo essersi laureata in Pedagogia presso l'Università di Scienze della Formazione di Cagliari si è specializzata a Firenze in Pedagogia Clinica.

Attualmente esercita la professione presso il suo studio a Cagliari e lo spazio che nella sua vita occupa la scrittura è molto piccolo, ma essenziale.

Scrive prevalentemente la notte, in perfetta solitudine o nelle mattine in cui gli impegni lavorativi glielo consentono.

Accadde per caso o per destino è il suo primo romanzo.


Estratto
PROLOGO

Nicole guardava l'uomo su quel letto d'ospedale e stentava a riconoscerlo.

Il viso quasi interamente coperto di bende; sulle tempie degli elettrodi erano collegati ad un monitor per il controllo dell'attività celebrale, così sul petto per il controllo cardiaco, mentre il braccio sinistro era collegato alla flebo.

Nella stanza asettica dalle pareti verdi e i soffitti bianchi, il tempo era scandito dal suono freddo delle macchine che controllavano la sua vita.

Alla sinistra del suo letto, un bip che faticosamente segnava il ritmo del suo cuore, accompagnato dall'immagine, in uno schermo, di un cuoricino verde che si accendeva e si spegneva.

A destra delle linee che segnavano i suoi sogni, i suoi pensieri per lo più piatti.

Regnava il silenzio, rotto di tanto in tanto dal passo leggero di qualche infermiera o qualche medico durante le visite di controllo.

Erano passate ormai tre settimane e quel corpo immobile sul letto d'ospedale non aveva mai dato segni di voler continuare a vivere.

«Oh, amore mio, ti prego non lasciarmi, cerca di aprire gli occhi; lo so che mi senti, fai uno sforzo, ti prego non lasciarmi, non posso vivere senza te »

Da giorni continuava a parlare con lui, aveva letto da qualche parte che era utile parlare, stimolare il paziente con i ricordi, con qualche musica o suono che nella sua vita potesse avere un valore particolare.

Nicole gli fece sentire e risentire più volte la loro canzone e spesso tra le lacrime anche lei cantava insieme alla musica.

Gli parlava di ciò che succedeva nel mondo di fuori, del suo lavoro e di quanto gli amici e la famiglia fossero vicini nonostante non potessero entrare nella stanza del reparto di terapia intensiva.

I medici non erano fiduciosi, la loro diagnosi di coma irreversibile si portava dietro una letteratura scientifica che lasciava poche speranze.

Ma Nicole non si arrendeva, si disperava forse, ma non si arrendeva.

E anche lei continuava a perdere forze, non mangiava, non dormiva, in ogni momento stava vicino a lui.

Quel sabato non aveva niente di diverso rispetto agli altri lunghi giorni passati in ospedale.

Il cielo era nuvoloso, ogni tanto pioveva.

Nicole leggeva a voce alta uno dei suoi libri preferiti, quando notò che i bip del suo cuore erano sempre più ravvicinati, fino a quando fecero scattare una sorta di allarme collegato anche alla lucina d'emergenza posta sopra la porta d'ingresso della stanza.

Il libro le cadde dalle mani e si alzò in piedi.

Ponendogli una mano sul petto, e cercando di accarezzarlo come per tranquillizzarlo, fu presa dal panico.

«Cosa sta succedendo amore mio? Cosa c'è? Stai tranquillo »

Lui d improvviso spalancò gli occhi e dopo qualche secondo sembrò mettere a fuoco il viso di Nicole.

Vedendo i suoi occhi aperti, Nicole sentì che l'incubo era ormai passato, sentì la paura dissolversi e allontanarsi dal suo corpo.

Lui cominciò a chiamarla, a ripetere il suo nome.

La sua voce, finalmente, la sua voce!

«Nicole, io non ce la facc t a mo »

Parole sospirate, flebili; la bocca chiusa per tanto tempo sembrava ostacolarle.

Nicole per la prima volta sorrise anche se il suo tono continuava ad essere, nello stesso tempo, angosciato per l'allarme che continuava a suonare, ma anche raggiante per il sentire nuovamente la sua voce e vedere i suoi bellissimi occhi che la guardavano.

«Oh amore mio, come non ce la fai? Sei qui, sei sveglio, mi parli! Oh mio Dio, finalmente! Io sono qui, stai tranquillo, non ti lascerò mai!»

Con uno sforzo che sembrò quasi sovrumano lui cercò di continuare a parlare.

«T merò semp ti regalo sonno».

Le parole, quasi incomprensibili, venivano emesse come fossero rigurgiti di aria e dolore.

«Amore, non parlare, stai tranquillo, sono qui »

La sua risposta, un rumore improvviso di morte, un respiro bloccato in fondo alla gola, un gemito stridulo, la bocca spalancata affamata d'aria.

Gli occhi aperti e spenti fissi su Nicole.

Arrivarono di corsa medici e infermieri.

«È in arresto cardiaco! Defibrillatore!»

Nicole, attonita, guardava da un angolo della stanza quel corpo che si sollevava ad ogni scossa.

Dopo tre scosse senza risultato uno dei medici praticò il massaggio cardiaco, mentre l'altro dava direttive all'infermiera per l'inoculazione dei farmaci specifici previsti per la rianimazione forzata.

«Non c'è niente da fare, proviamo ancora con il defibrillatore!»

Una scossa, due, tre. Niente.

Nicole sentì il suo cuore spaccarsi, frantumarsi, sentì la sua anima andare via con lui.


I Capitolo

Nicole si fermò un secondo, tirò su il polsino del maglione e guardò l'orologio.

Le 15.10, non è possibile!

Sono qui dalle 8.00 di stamattina e non mi sono fermata un attimo e adesso la testa mi sta scoppiando.

Stirandosi la pelle del viso e della fronte, per un attimo Nicole passò nuovamente in rassegna tutti i pazienti visti quella mattina e tutti i suoi dipendenti che, seppure eccellenti, certi giorni sembravano mettersi d impegno per non riuscire in niente e renderle la vita impossibile.

Pensò che per quel giorno potesse bastare e sfregandosi fortemente la fronte con le mani, decise di andare via.

Prese la mela dalla sua borsa, cominciò a morderla e contemporaneamente a raccattare tutti i suoi documenti e le cartelle che avrebbe ricontrollato a casa, giusto per non smettere di farsi del male e continuare a lavorare.

Salutò i colleghi.

Uscì come tante altre volte aveva fatto, quasi in maniera meccanica, accese la macchina e partì.

Un minuto, forse meno era passato da quando Nicole era partita con la testa piena di pensieri.

Arriva allo stop, gira a destra.

Per sei anni, tutti i giorni è arrivata allo stop e ha girato a sinistra, oggi no.

Nicole è stranamente serena, un po' assente e un po' troppo radicata in quei minuti in cui sembra che non sia lei a prendere le decisioni di svoltare, di andare dritta, cambiar marcia, accelerare

Eppure è serena come chi segue una guida fidata e avanza senza dubitare o esitare.

Ascolta la musica e continua a guidare.

Dopo circa mezz'ora arriva davanti alla spiaggia deserta.

Il mare è molto agitato e il cielo autunnale è di un celeste che chiarissimo si fa spazio fra grosse e piccole nuvole grigie, bianche, blu.

Il sole ogni tanto fa capolino e lancia raggi di un calore nostalgico, di un'estate appena passata.

Decide di scendere dalla macchina.

È avvolta nel nulla; finalmente i pensieri non governano più la sua testa, è un dolce non pensare.

Come tornare nel caldo calore del grembo materno, cullati dal rumore del liquido che ti avvolge e scaldati dalla rassicurazione di un posto noto, familiare, dove non può succedere nulla di brutto, si possono chiudere gli occhi e fare lunghi respiri che danno aria ad ogni centimetro del proprio corpo, facendo sentire tutta la grandezza della vita.

Nicole adora il mare.

Seduta, dopo avere camminato pochi passi sulla sabbia, assapora questa magnificenza.

Forse avevo proprio bisogno di un po' di vita

Nicole continuava a inspirare profondamente, come a voler incamerare tutta l'energia di quel mare impetuoso, la grandezza di quel cielo autunnale immenso, bellissimo e minaccioso allo stesso tempo.

Si sciolse i capelli come per liberare anche loro dalla costrizione dell'ordine.

Ricaddero lungo la schiena e ciocche sottili cominciarono ad ondeggiare solleticandole il viso.

Sempre più rilassata, portò indietro le braccia e sollevò il viso con gli occhi chiusi e le morbide labbra distese dalla luce e dal calore sempre più debole del sole.

Una gamba flessa e l'altra stirata in avanti.

Poi aprì gli occhi.

Lui era davanti a lei.

Non aveva sentito arrivare nessuno, eppure quasi non si sorprese, non si mosse.

Rimase a guardarlo.

Stava ad un passo da lei e i loro sguardi si incrociarono senza distogliersi, senza fiatare.

In piedi, fermo, l'uomo si frappose fra lei e il sole.

Era alto, abbronzato o forse dalla carnagione dorata, i capelli scuri e disordinati dal vento.

Le mani in tasca e un sorriso timido appena accennato che faceva intravedere denti candidi.

Lentamente si abbassò sulle ginocchia, poggiandole sulla sabbia, gli occhi tenacemente ancorati sul suo sguardo.

Lei continuava ad osservarlo, dai jeans tesi si disegnavano i muscoli delle sue cosce, le mani poggiate sopra, come in attesa.

Le spalle larghe sotto una camicia celeste, un po' sgualcita, aperta nei primi due bottoni, le maniche ripiegate sui gomiti.

La fossetta alla base del collo tradiva l'apparente tranquillità scandendo il ritmo del suo cuore.

Come pellegrini attraverso i meandri oscuri della mente, del cuore, dell'anima, quegli occhi entrarono in lei, senza che venisse opposta nessuna resistenza e i suoi stessi occhi attraversarono e videro qualcosa mai visto.

Come una farfalla attratta dalla luce, i suoi occhi non riuscivano a staccarsi da quelli di lui.

Ma cos'è questo silenzio?

Dove sono finiti il mare, il vento e il cielo minaccioso?

Tutto si è fermato, non riesco a vedere altro se non lui.

Ma chi sei?

Come mai il mio cuore batte così forte?

Cosa mi sta succedendo.

I suoi occhi sono fuoco in una notte di gelo.

Quelle labbra. Morbidi cuscini di velluto...

Quanto sarebbe dolce assaporare la tua aria

Ma chi sei?

Perché non riesco a parlare, ad alzarmi, ad andare via?

Quale scherzo stupido sta facendo la mia mente.

La mia immaginazione forse?

Lui pose una mano sul suo viso Leggera, dolce e delicata e ancora di più 'invase quel profumo, respirato fino a quel momento, solo quando i capricci del vento diventavano più forti.

Profumo delicato e fresco, rilassante e rassicurante

Nicole chiuse gli occhi.

Esiste, è reale.

L'aria uscì dalle sue labbra come dopo una lunga apnea.

Il contatto di quelle dita sul suo viso non rievocò un immagine, ma uno stato interiore di assoluto benessere e, ancor più strano, una sensazione di familiarità.

Avvicinò quindi la sua mano alle dita poggiate sul suo viso.

È una mano forte, calda, le sue dita lisce e affusolate.

Un pianista.

Non voleva rinunciare a quella sensazione, voleva capire di più e fece una leggera pressione su questa.

Le ho già sentite forse queste dita?

Conosco quest'uomo?

Cosa sta succedendo?

Come mai queste sensazioni sono così familiari?

Perché l'unica cosa che riesco a pensare è il calore delle sue dita sul mio viso?

Perché ho questa paura di perdere qualcosa che non so cosa sia?

Un turbinio di emozioni illeggibili governavano il cuore di Nicole e domande senza risposta risuonavano dentro la sua testa.

L'unica cosa che sembrava chiara era l'incapacità di distogliere lo sguardo da lui e l'immenso desiderio di annullare ancora di più la distanza fra i loro corpi.

Questo le fu chiaro all'improvviso e all'unisono si avvicinarono.

I loro visi erano talmente vicini che il vento faticava a passare tra le loro labbra.

«Come è dolce perdersi nei tuoi occhi »

Dopo tanto silenzio, queste parole uscirono dalle labbra di Nicole, quasi come un lamento.

Lui scostò un filo di capelli castano dorato che agitato dal vento aveva finalmente trovato riposo tra le labbra di Nicole e posò le sue sui suoi occhi, sulle guance, sugli zigomi e infine sulle labbra socchiuse che aspettavano ansiose.

Che poesia, che dolce essenza d'amore.

Dove sei stato fino ad oggi?

Perché ho dovuto vivere una vita senza questo?

Non furono tanti baci ma uno, uno solo.

Come una linea continua, a volte più sottile, altre più marcata, ma comunque senza fine.

In quel bacio c'era la stessa dolcezza di due ragazzi che per la prima volta si scoprono e contemporaneamente l'amore caparbio di due anziani, che sul finire della loro vita non rinunciano a ciò che è stato.

Un incontro di vite che non potranno più separarsi.

Le lingue si accarezzarono e si assaporarono dolcemente.

Le labbra si sfiorarono in una danza in cui i corpi presero il sopravvento.

Una danza che proveniva dal cuore, solo dal cuore.

Una danza, di cui Nicole non aveva idea di conoscere i passi.

Ma improvvisamente la pioggia, come lame taglienti, incominciò a picchettare sui due visi che non ne volevano sapere di andare via, di perdersi.

Insistente però continuava e s'insinuava sulla pelle calda di entrambi.

Ecco adesso torna la ragione.

Torna la realtà.

Si incomincia a sentire il freddo.

Anche se a fatica si controlla il torpore dei corpi e la fame delle labbra reciproche.

«Ti stai bagnando tutto »

«Anche tu »

«Sì »

«Sì »

Il silenzio scandito fino ad allora dai fruscii dei loro corpi aveva finalmente dato spazio al suono delle loro parole.

Ma cosa stavano facendo quelle due persone?

Estranee fino ad un momento prima ora sembravano condividere la grandezza della vita, sembravano essere un'unica cosa, un'unica e maestosa emozione.

Nicole sorrise lievemente facendo intravedere l'unica fossetta accanto alla bocca.

Anche lui sorrise ammaliato dai suoi intensi occhi castani, nei quali sottili pagliuzze dorate, sembravano ipnotizzare i suoi occhi verdi.

Sembrava non ci fosse proprio niente da dire o forse in cuor loro parlavano ma non volevano farsi sentire per paura che tutto potesse finire.

Le lame di pioggia non avevano smesso di colpire i loro visi, i loro corpi.

Ma lui e Nicole erano così presi da quella imponente emozione che sarebbero potuti morire lì, senza dolore, anzi come beatificati in un assenza spazio-tempo.

E le loro mani si cercarono, ma non era come scoprire qualcosa di nuovo!

La cosa strana, pensava Nicole, era proprio questa familiarità.

Come quando, dopo tanti anni, aveva riscoperto e indossato nuovamente il caldo, morbido e logorato maglione che indossava la sera a casa durante tutto il tempo della scuola superiore fino alla laurea.

Il maglione che l'aveva coccolata e vista crescere.

Lui sembrava avere tanto in comune con quella lana consumata, eppure non ricordava di averlo mai visto.

Com'è difficile separarsi!

Nicole non riusciva ad andare via, a fare a meno di quelle labbra, sulle sue, sul suo collo e di quelle mani che dolci accarezzavano i suoi capelli, la sua schiena, il suo seno.

Come si può desiderare tanto una persona che non conosci e che vedi da così poco tempo?

Cosa mi sta succedendo?

Perché il pensiero di andare via mi toglie il fiato?

Devo andare. Devo andare!

«Devo andare».

«No, non andare via».

«Non so come mai, cosa sia successo, cosa sta capitando ma, devo andare via».

«Ma chi sei tu?»

«Ho paura che in questo momento ti potrei dire solo chi ero io, chi sono non lo so più, non lo capisco più, come non so chi sei tu».

«Se tu mi dai il tempo, io ti dirò chi sono, cosa faccio, come mi chiamo, perché sono qui, cosa vorrei.

Ma se non mi vuoi ascoltare, se quell'ombra che ora vedo nei tuoi occhi è paura...

Ti voglio dire solo una cosa e vorrei che tu continuassi a pensarla quando andrai via, quando stanotte chiuderai gli occhi per prendere sonno o domani mattina quando li riaprirai pensando al nuovo giorno: Io sono Lui, perché tu per me sei Lei.

Ti ho cercata tanto e ora finalmente ti ho trovata.

Io sono Lui, mia dolcissima essenza d'amore e tu sei semplicemente Lei».

Nicole improvvisamente governata dalla ragione, dalla coscienza, dalla paura, si alzò in piedi e con respiro affannoso continuava a fissare quell'uomo le cui parole continuavano a risuonarle nella testa.

Le emozioni scatenate dalle sue mani, dalle sue labbra, dalla sua voce da mare calmo e rilassante si stavano trasformando in onde impetuose, insormontabili.

«Oh, ma cosa ? Ma. Devo andare. Mi dispiace »

Ruppe l'incantesimo, distolse lo sguardo e con passi veloci si diresse verso la sua macchina.

Non si fermò, non si voltò mai, ma lo sentiva.

Arrivò alla macchina, salì, girò la chiave e guardò l'immagine davanti a sé.

Quell'uomo, lui, non c'era più.


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Casa in vendita

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9788860960764.jpg

Autore: Lenci Giulia

Editore: Kimerik Edizioni

Prima edizione: 05/2007

Edizione corrente: 05/2007

EAN-ISBN: 9788860960764

Pagine: 168

Rilegatura: Copertina plastificata

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 14,00 Euro

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Descrizione
Raffinatezza, bravura e garbo: questi gli elementi principali di un libro che sorprenderà e affascinerà fino all'ultima pagina.

Lo stile di Giulia Lenci è brillante e ricercato, studiato e originale.

Seduce e sorprende attraverso un linguaggio immediato e fresco, ma ricco di allusioni e rimandi a situazioni non esplicitate, non spiegate, ma che risulteranno chiare proseguendo con la lettura.

La trama è articolata in una serie di riprese e riferimenti.

Momenti diversi si intrecciano drammaticamente.

La protagonista si districa in due situazioni lontane tra loro, ma profondamente legate: la sua vita in famiglia, ricca, circondata dal lusso e dal superfluo, accanto ad un marito mai sazio di questo lusso e ostentazione; e le frequenti visite alla sorella, che vive nella loro casa paterna insieme al suo compagno, entrambi indigenti e nullafacenti, sopravvivono con mezzi di fortuna e un tetto sopra la testa, un tetto che appartiene alla sorella della protagonista solo per metà e di cui Gioele, suo marito, vuole privarla per ottenere ancora più denaro.

La Casa in vendita è il cardine intorno al quale si sviluppa il romanzo, è l'oggetto della contesa.

In realtà non è altro che uno spunto per mettere a confronto due mondi distanti e antitetici, per raccontare il rapporto difficile tra due sorelle, il loro delicato equilibrio psicofisico, la lotta perenne tra amore e concretezza, tra affetti e beni materiali.

Giulia Lenci condurrà il lettore ad un finale che turberà e inviterà a riflettere su ognuna delle singole parole di questa straordinaria scrittrice.

Originale la costruzione dell'intero romanzo: il narratore parla alla protagonista come se le stesse raccontando una storia che lei ha volutamente rimosso.

Evidente la suddivisione in sezioni della vicenda: sezioni apparentemente slegate tra loro, ma che condividono diversi aspetti e situazioni, sono l'una la causa e l'effetto dell'altra, dove ogni gesto compiuto nell'una si riflette inesorabilmente e spesso drammaticamente nell'altra.

Casa in vendita è un romanzo che mostrerà al lettore tutta la sua carica innovativa a partire dalla struttura narrativa, passando dal linguaggio meditato, fino ad arrivare ad uno sviluppo dei contenuti capace.

Giulia Lenci: una vera rivelazione.


Note biografiche
Giulia Lenci è un apicoltore di Torino.

Casa in vendita è il suo primo romanzo.


Estratto
Capitolo 1

Mentre ti avvolgi nella pelliccia di visone e ti chiedi come abbia fatto a sopravvivere all'inverno, lei accende una candela.

Ti guardi intorno e ti accorgi che manca il frigorifero.

L'ho venduto, tanto, a che mi serve? dice, seguendo i tuoi occhi.

Sui vetri sporchi è disegnato un cuore, riempito con la punta delle dita.

Le sue impronte digitali.

I tuoi stivaletti Dior ticchettano nelle stanze.

Lei ti scivola dietro con le ciabatte di panno e chiede: Come sta Liz? Come sta Gioele?

Sali la scala che va al piano di sopra.

Anche lì manca il frigorifero e non chiedi niente.

Tanto, a che serve?

Dal terrazzo guardi giù.

Il giardino è ancora molto indietro.

Ha fatto troppo freddo.

Gli altri anni, era già tutto in fiore.

Adesso spuntano a malapena i crochi e le primule.

Da sotto grida: Lo vuoi il caffè?

Ti sporgi dal mancorrente in legno.

Come fai, se non c'è il gas?

Ci ha pensato Pietro.

Appoggiato su di un gradino c'è il vassoio con le tazzine e la ciotola dello zucchero.

Lei fa tintinnare il cucchiaino, rimestando tranquilla.

Scendi, ti siedi sul gradino di marmo freddo e, quando hai bevuto il caffè, dici: Te ne devi andare.


Gliel'hai detto?

Certo.

E lei?

Sai com'è... lei.

Sì, lo so, ma voglio sapere cos'ha detto.

Non ha detto niente.

Gioele accende un sigaro "Juan Lòpez Selecciòn N.1" e tu ti alzi per sparecchiare.

Qualche istante, poi dice: Non c'è Inèz per questi lavori?

Era per muovermi. rispondi.

Voglio sapere cos'ha detto. insiste.

Niente. Proprio niente.

Batte un pugno sul tavolo e Inèz accorre.

Stava bevendo vino dalla bottiglia e ha paura che lui l'abbia capito.

Impila piatti e bicchieri e torna in cucina.

Allora? dice lui.

Inèz raccoglie le briciole dalla tovaglia, ammucchia i tovaglioli e porta tutto di là.

Niente. ripeti.

Inèz è di nuovo di qua, mette il centrotavola d'argento e sorride.

Serve qualcosa?

Che te ne vai. risponde Gioele.

Lei sparisce.

Dimmi cos'ha detto. sospira un po' rauco.

Ti alzi e ti piazzi di fronte a lui.

Prendi l'orlo della gonna e lo arrotoli sul davanti.

Arrotoli arrotoli arrotoli, finché arrivi alla vita.

Lo pizzichi dietro la cintura.

Lui ti guarda le gambe.

Scosti le mutandine di pizzo nero, poco poco, giusto per mettere allo scoperto la voglia.

Ecco! dici.

Ecco, che? chiede lui.

Ha fatto così.

Lei ha fatto così?

Con il polpastrello dell'indice strofini piano piano la piccola voglia color fragola.

Quand'era incinta, tua madre una notte aveva voglia di fragole e, per non svegliare tuo padre, se l'è tenuta.

Te l'ha raccontato almeno cento volte, soprattutto negli ultimi tempi che era fuori di testa.

E perché ha fatto così? domanda lui.

Le prudeva.

Lui alza la voce.

Le hai detto di sloggiare e lei si è menata la fica?

Non è la fica. puntualizzi.

Lui scruta il tuo dito.

Perché non la smetti?

Perché mi piace.

Ancora batte un pugno sul tavolo. Ancora arriva Inèz.

Chiede: Vuole che faccia io, signora?

Le sorridi.

No, grazie, faccio da sola.

Inèz guarda Gioele.

Non voglio nessun massaggio. grugnisce lui.

Inèz scompare.

Rilassa, perché è in linea diretta con l'inconscio. Mia madre cominci a spiegare.

Tua madre! sbraita lui .

Tua madre era una grande porca.

Per due volte è stata incinta e due volte si è sfregata la fica

Non è la fica. lo interrompi.

Detesta essere interrotto.

Stavolta batte un pugno da far tremare il tavolo. Inèz non appare.

Se quella è la sua risposta, andrò io a parlarle! urla, gettando a terra il sigaro.

Quella è casa mia.

Allora fai la padrona di casa! grida più forte.

Sono sicura che se ne va.


Entrando, ti abbracci nella cappa di zibellino.

Il freddo è insopportabile.

Pietro ha portato un dolce. dice lei.

Finalmente conosci Pietro.

Ha la barba di qualche settimana.

I capelli sporchi di qualche mese.

I denti trascurati da troppi anni.

Ti chiedi da quanto non si lavi.

Vuole favorire, signora? domanda con un inchino.

In terra, davanti al caminetto acceso, c'è una torta su di un foglio di giornale.

Stavamo per tagliarla

Prende dalla tasca del giaccone un coltello serramanico.

Mentre taglia il dolce, osservi le sue mani e ti chiedi da quanto tempo non le insaponi.

Le unghie sono nere.

Ti porge la prima fetta sul palmo lercio.

Prego, signora.

La prendi in equilibrio sulla punta delle dita.

Tua sorella sta già mangiando la sua parte e Pietro sorride, mormorandole: Buona, eh?

In un batter d'occhio lei ingolla un'altra fetta e lui divora la sua.

Signora, non le piace? chiede premuroso.

Sono a dieta.

Stavi scrutando nel suo orecchio.

Un senso di nausea si è impadronito del tuo stomaco e ora sta salendo lento lento, ma inesorabile.

Deglutisci.

Ancora una, è troppo buona. dice tua sorella.

Lui è contento e taglia un'altra fetta.

Come come l'ha fatta, Pietro? chiedi, tirando giù un groppo di saliva.

Oh semplicissima, signora.

L'ho mica fatta io.

Il mio amico panettiere mescola gli avanzi di giornata e quel che viene, viene.

La nausea ti rotea in gola, ma stai pensando che ormai lo stomaco dovrebbe essere vuoto.

Quindi, anche se vomiti, non sarà un disastro.

Ma non vuoi vomitare lì.

Pietro riprende: Stamattina non aveva niente per me.

Ha detto che ieri aveva finito tutto tutto.

È un negozio che lavora molto.

Allora sono andato nel bidone dell'immondizia.

Adesso è facile, con la raccolta differenziata.

Vai a colpo sicuro, non devi scartare un granché.

Si ferma, fissandoti.

Signora ma sta bene?

Stai sudando e sai di essere impallidita.

Bene, bene. Solo che. non è una giornata

Hai le tue cose? domanda tua sorella.

Sì. dici, deglutendo due volte.

Dicevo. continua Pietro, porgendo un altra fetta a lei

Ho dovuto aprire pochi sacchetti, per fortuna.

Un mucchietto di farina di qua, una manciata di semola di là.

Insomma, un po' di questo, un po' di quello e la torta è venuta fuori.

Il mio amico è gentile.

Di suo fornisce un pizzico di lievito e un cucchiaio di zucchero, e la mette in forno.

Un profumo, là dentro

Non la mangi? chiede tua sorella.

Hai le dita rattrappite.

La tua fetta di torta è ancora lì, intatta.

Gliela dai e lei la ingurgita ad occhi chiusi, facendo hmmm.

Pietro ride, appallottola il foglio di giornale e lo getta nel fuoco.

Ti vengono le lacrime agli occhi.

Signora? dice lui.

È il fumo rispondi, bloccando le palpebre con due dita.

C'è silenzio, interrotto soltanto dal crepitare delle fiamme.

Apri gli occhi.

Ti stanno osservando con volti partecipi, preoccupati per te.

Chiami all'appello la tua rabbia, e dici: Non so più come ripeterlo.

Sei costretta a tacere, perché le lacrime ti hanno ammorbidito la voce in un tremore che non devi avere.

Fissi tua sorella e sussurri: Devi andartene.

Il bagliore del fuoco le accende la pelle chiara.

Gli occhi luccicano, belli e misteriosi.

I capelli hanno varie sfumature dorate.

Un incanto.

Le labbra, morbide, piene e rosee, si muovono con grazia.

Tu pensi ti risponda.

Sorride, annuendo piano, e una ciocca leggera si posa sulla sua guancia, come una lacrima.

La mano di Pietro, delicata, la scosta e scivola in una carezza.

Tu scatti in piedi e corri via.


Capitolo 2

Come fa a entrare sopra?

Gira la chiave nella toppa e spinge. rispondi.

Smette di mangiare.

Resta persino a bocca aperta.

Le labbra sono unte di olio.

Liz lo guarda, un po' disgustata.

Poi infilza i tuoi occhi con il rimprovero dei suoi.

È colpa tua, se suo padre è a bocca aperta.

Lui riprende a masticare e deglutisce.

Come fai a darmi delle risposte del genere

Mi basta muovere la bocca.

Lui guarda Liz.

Liz sospira piano, appoggia coltello e forchetta sull'orlo del piatto e ti fissa con aria scocciata.

Ogni volta che vai da tua sorella, c' è una discussione. sussurra.

Mia sorella è tua zia. dici.

Gioele insiste: Perché ha la chiave di sopra?

Perché non dovrebbe averla?

Arriva il primo pugno sul tavolo.

Inèz accorre.

Sul labbro superiore ha una linea violacea.

Sembra trucco permanente mal riuscito.

È vino tracannato dalla bottiglia.

Porto la torta, signora?

Prima pulisciti la bocca, santo cielo dice Liz.

Inèz passa veloce il dorso della mano sulle labbra.

Che torta è? chiede Liz.

Ananas e mango, signorina.

Ma che abbinamenti ci combini, santo cielo

Inèz fa spallucce.

L'altra non le è piaciuta, signorina.

Già, ma era papaia e avocado

Porta la torta, Inèz, grazie. intervieni tu.

Anche il vino dolce, signora?

Se non l'hai finito, sì grazie. dice Gioele.

Oh, no. risponde Inèz.

A me il vino dolce non piace.

Io vado di barbera.

Mentre Inèz esce dalla sala, Liz alza gli occhi al cielo.

Non dovrebbe avere la chiave di sopra. dice Gioele.

E perché no? È suo diritto.

Il secondo pugno si abbatte quasi al centro del tavolo, perché lui si è alzato.

È paonazzo.

Inèz arriva caracollando.

In equilibrio sulla mano sinistra ci sono i piattini, su quella destra un ciuffo di foglie verdi attira l'attenzione.

Santo cielo cos'è. bisbiglia Liz.

L'ho abbellita un attimo con le foglie dell'ananas, signorina. risponde Inèz.

Svelta svelta serve le fette sui piatti, le distribuisce e torna in cucina.

Non ha nessun diritto. dice Gioele.

Ha gli stessi miei diritti.

Adesso batte tutti e due i pugni proprio ai lati del piatto.

E allora perché non vai anche tu ad abitare in quella casa? urla.

Perché io una casa ce l'ho.

Inèz entra col vassoio.

I bicchieri ondeggiano e la bottiglia ha un brutto movimento.

Liz sospira.

Ma Inèz ce la fa e appoggia il vassoio sul tavolo.

Vai a fare il caffè! grida Gioele.

Inèz fugge.

Sia ben chiara una cosa. dice lui a bassa voce.

Non ti permetterò di gettare alle ortiche un milione di euro.

Poi prende un sigaro "Partagàs Serie D N. 4" e lo accende, senza più guardarti.


Vieni a vedere. e ti porta su, dove non dovrebbe entrare.

Ha aperto il mobile grande in salone. Ci sono mucchi di fotografie.

Guarda.

È in bianco e nero.

Sai che sei tu, ancora bambina, sette anni, ti pare.

In braccio hai un fagottino da cui spunta una piccola guancia rotonda.

È quella che preferisco. dice.

Lei sa di essere stata quel fagottino.

Mi ricordo il tuo profumo.

Non puoi. rispondi.

Eri appena nata. Non lo ricordo nemmeno io.

Io lo ricordo. Sapeva di violette e di erba

Sta impazzendo, pensi.

Continui a scorrere le fotografie.

Voi due bambine, lei appesa alla tua mano, lei che parla coi fiori, tu con il gatto nero, lei che affonda il viso nel pelo di un coniglio, lei in braccio a te.

Con un gesto secco le restituisci le foto.

Non dovresti salire qua sopra. dici.

Perché? domanda lei.

Ti viene un sorriso. Non lo so.

Vuoi la chiave? chiede.

La osservi.

In fondo non è cambiata molto, da quand'era bambina.

I capelli hanno il biondo dorato acquistato dopo i sei anni.

Prima, ricordi? erano talmente chiari che spazzolandoli ti divertivi a sollevarli adagio adagio e lasciarli ricadere, finissimi, quasi bianchi, come la spuma di un'onda.

E lei si addormentava.

E tu ancora la spazzolavi, piano pianissimo, poi smettevi e restavi a guardarla, senza sapere perché.

La pelle è splendida, compatta e levigata come porcellana.

Ha solo un colorito più roseo e i lineamenti si sono riempiti.

Gli occhi hanno conservato la meraviglia incantata di chi vive in una fiaba.

Azzurri, con le ciglia lunghe, arcuate.

La bocca è raccolta e gonfia, come un frutto maturo, succoso, e si apre in quei sorrisi che illuminano tutto intorno.

Sembra truccata, tanto è bella.

E tu sai che a malapena si lava la faccia.

Scuoti la testa. No, non voglio la chiave. È tua. Io ce l'ho, la mia.

Perché ridi?

Non te ne sei accorta.

Davvero, stai ridendo.

Solo adesso, pensandoci, sai che stai pensando a Gioele.

Allora ridi forte, di cuore, come da tanto tempo non ti succede.


Non è mai stata a posto, tua sorella.

Sono anni, che lo dico.

Con calma accende il sigaro "El Rey del Mundo Taìnos" e Inèz rovescia il rum sul tavolino di cristallo.

Casso bisbiglia lanciandoti un occhiata di scusa.

Si dice cazzo, Inèz.

Non ti preoccupare. dici.

Sì, non ti preoccupare. s'intromette lui acido. È solo un vecchio rum martinicano

Inèz corre a prendere un rotolo di carta da cucina.

Torna e srotola, srotola, srotola.

Il ripiano di cristallo è lindo e pulito e lei ti guarda soddisfatta.

Grazie, Inèz. dici.

Grazie, Inèz? tuona Gioele.

Nessuno le ha detto di servire il rum, ne ha sciupato mezza bottiglia, ha consumato un rotolo intero di carta

Grazie un cazzo!

Inèz raccoglie il grosso gomitolo di carta appiccicaticcia, lesta lesta si dirige alla porta del salone.

Si ferma di botto e si gira.

Non ho sciupato mezza bottiglia.

Invece sì! grida lui.

Invece no. mormora lei.

Mi contraddici?

Dico la verità.

Ah, sì?

Oh, sì. Ne avevo bevuto due belle golate, prima di portarla in salone, quindi non è metà che...

Sparisci! urla Gioele rosso rosso quasi viola.

Inèz se ne va col broncio.

Dovresti essere più preciso, con lei. commenti calma.

Ti metti anche tu?

No, a me il rum non piace.

Lui sospira. Dunque, tua sorella.

Sì, dice che ricorda benissimo il profumo di violette e di erba.

Gioele sghignazza. È andata

Lo fissi un attimo. Ti ricordi che profumo avevo quando ci siamo sposati?

Abbassa le sopracciglia in quel modo minaccioso che sa lui.

No. risponde. Però ricordo le tue mutande bianche.

E si mette a ridere, tossicchiando e sputando goccioline di saliva, finché gli viene il singhiozzo.

Scrolli il capo. Era tuberosa.

Ma non ti sente. Si sta contorcendo tra risate e singhiozzo.

Ti alzi adagio e vai su, in soffitta, dove tieni quello stupido baule zeppo di cose scordate.

Rovisti sgarbata, gettando all'aria fogli, quaderni, libri, stoffe, nastri, e finalmente lo trovi, il vecchio flacone alla tuberosa.

Annusi: non ti piace più.

Poi, giù in un angolo, vedi il boccettino.

È vuoto. Solo una goccia rappresa sul fondo.

Lo prendi nel palmo.

Sollevi il tappo e chiudi gli occhi.

Lo accosti al naso.

Il profumo delle violette nell'erba ti sale alla testa e scende, fermandosi nel cuore, riempiendolo di qualcosa di lontano e dimenticato, che lo fa battere forte.

Apri gli occhi e le lacrime colano sulle guance.

Scaraventi il boccettino da qualche parte, chiudi il baule e ti appoggi sopra.

E piangi.


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Le scintille di luce e l'Araba Fenice

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Romanzo tratto da una storia vera

9788860961723.jpg

Autore: Shanti

Editore: Kimerik Edizioni

Prima edizione: 12/2007

Edizione corrente: 12/2007

EAN-ISBN: 9788860961723

Pagine: 160

Rilegatura: Copertina su cartoncino con plastificazione lucida

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 14,00 Euro

Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia


Descrizione
Quando nella mia vita è piombata su di me una situazione insostenibile come quella della paraplegia, dopo che la vita già molto si era accanita contro di me, non sono riuscita in un primo momento, se non addirittura in un primo periodo, nemmeno a pensare, se non all'intensità quasi disumana del mio dolore.

Il solo ricordo di quei giorni mi fa rabbrividire e, quando rileggo le pagine scritte, è come se stessi rivivendo tutti i momenti della mia passione: un tunnel terrificante nel quale credevo di non riuscire ad intravedere una luce sul fondo.

Fortunatamente mi sbagliavo, ma il cammino è stato molto duro, pieno di prove che a volte mi hanno provata e sfinita.

Credo che qualche entità spirituale mi abbia veramente sostenuta, altrimenti non sarei qui a raccontarvi la mia storia, in modo così esplicito e sincero, con un intento più che importante: quello di dare una testimonianza di vita e di fede utile a tutti, non solo a coloro che la sofferenza la vivono, ma forse, soprattutto a coloro che la evitano per mille ragioni.

Non c'è stata mai in me nessuna intenzione di offendere o ferire le persone citate nel racconto, ma la volontà ed il coraggio di esprimere il mio disagio e la mia sofferenza, per far comprendere l'importanza di certi valori nella cultura dell'amore.

Il sentimento di rivincita o di vendetta non fa parte della mia natura, e neanche quello dell'invidia o dell'odio, quindi tutto ciò che è espresso è la semplice trasposizione degli eventi, arricchita da sentimenti, sensazioni, opinioni in un contesto a volte anche di grande disperazione, in ogni caso comunque inesprimibile a parole nella sua totalità ed intensità.

Credo che in tutta questa storia ognuno debba imparare qualcosa, ed io sono stata la prima a farlo.

Prima di tutto è una lezione di umiltà per tutti quelli che credono di capire tutto o di non avere responsabilità negli eventi della propria vita ed in quella degli altri; in secondo luogo fa comprendere come nella propria vita tutto si possa ribaltare da un momento all'altro, ma anche che, se esistono solide fondamenta a sostegno della propria personalità, si possa riuscire a superare o perlomeno a convivere con problematiche alquanto pesanti, affrontando la realtà dei fatti giorno dopo giorno, addirittura con grinta, con umiltà e con passione, con creatività e voglia di vivere sempre rinnovata.

Spesso mi sono trovata di fronte a piccoli e grandi problemi di barriere architettoniche, ma non ho mai ceduto di un passo, per affermare il mio diritto umano e civile del rispetto del valore della persona e della sua dignità.

Cose scontate, direte voi: scordatevelo!

A volte, di fronte a certa gente, queste parole che rivestono concetti di un certo livello, mi suonavano un po strane, quasi prive di senso, visto che non venivano in alcun modo considerate nel loro valore profondo.

Più volte mi sono sentita ridicola, non per le domande che facevo, ma per le risposte che ricevevo; un ascolto che non coinvolgeva quasi mai entrambe le parti, ma che risuonava come un vaso di coccio vuoto.

L'isolamento, l'abbandono non sono solo un problema di quelle categorie di cui si parla spesso, solo perché argomento di molti talk-show, o perché tragico epilogo di situazioni limite.

Sono realtà vissute troppo spesso tra le mura di casa in totale silenzio da parte di molti: questa è la vera tragedia.

Spero che molti riflettano seriamente su molte di queste situazioni, per fare in modo che nuovi germogli di speranza possano crescere nella terra del futuro di ognuno di noi e soprattutto in quella delle nuove generazioni.

Far sentire una voce smorzata nel silenzio: questo è l'obiettivo dell'Araba Fenice.

Ascoltatela e vi farà riflettere, portando dentro di voi un messaggio di vita, di speranza e di amore universale.

Ho scelto come pseudonimo il mio nome indiano SHANTI, dal significato molto profondo e positivo sperando che non solo infonda pace dentro di me come già sta facendo, ma che la trasmetta soprattutto a chi leggerà i miei libri.


Note biografiche
L'autrice Shanti è nata a Torino nel dicembre del '57 e lì ha vissuta fino all'adolescenza.

Ha dovuto lasciare la sua amatissima città per motivi familiari e trasferirsi al Sud.

Dopo gli studi ha svolto attività di traduttrice di lingua inglese, francese e tedesca.

Ha vinto un premio di poesia al Primo Concorso Internazionale di Poesia "Aniello Califano" nel 1978.

Ha collaborato successivamente con vari giornali provinciali e pubblicazioni universitarie della zona di residenza, trattando tematiche politiche, problematiche sociali e iniziative culturali.

Sempre molto interessata allo studio della psicologia e della storia delle religioni, ha maturato in sé la volontà di dedicarsi al volontariato collaborando con centri sociali e comunità di accoglienza.

Alla fine del 1999 ha stampato privatamente la sua prima raccolta di poesie, racchiuse nel libro "Anime parallele", dove parla della poesia come trasmissione di sentimenti puri e rappresentazione del sacro.

Nel 2001 è stata colpita da una grave patologia, che non solo l'ha spinta a scrivere il suo secondo libro di poesie "Ogni vita vale l'eternità", ma le ha anche fatto portare avanti un progetto molto importante: la creazione di un centro di psiconcologia e art-therapy, che l'anno successivo si è trasformata nella "Associazione Cassiopea - Una poesia per la vita", il cui scopo resterà sempre principalmente quello di fornire una serie di servizi informativi sulla prevenzione oncologica, e sul supporto psicologico ai pazienti ed ai loro familiari.

Inoltre, in seno a questa iniziativa, ha collaborato con chirurghi ed oncologi importanti come il prof. Francesco Caracciolo, il senologo Carlo Iannace, il prof. Gridelli, specialista di fama europea; con psiconcologi e psicoterapeuti; con associazioni come l'Auser, ed il suo presidente Augusto Della Sala, la Misericordia, che le ha offerto la sede per le riunioni e gli incontri con i soci, nella persona della dott.ssa Rosalba Majorana, quale presidente; con le istituzioni come il Comune, l'Assessorato alla cultura e alle politiche sociali, che le hanno dato spesso il patrocinio per le manifestazioni dell'associazione; con una compagnia teatrale e attori come Oscar Luca D'Amore, che ha recitato in ogni presentazione le sue poesie.

Dopo circa un anno dalla morte prematura del marito, a causa di un carcinoma polmonare, si è trasferita con i due figli a Rieti, dove aveva già vissuto in precedenza e dove aveva trovato un ambiente accogliente e solare.

Qui ha scritto e presentato il suo terzo libro "La Via Celeste", un invito a riflettere su di una realtà superiore che ci appartiene e di cui non possiamo non tenere conto, a seguire un'immaginaria ed al contempo reale via interiore che ci porterà sicuramente dove noi vorremo.

Mentre stava per frequentare il terzo anno di consulenza familiare presso il Consultorio Familiare Sabino di Rieti, dove svolgeva attività di volontariato, è stata colpita da un ischemia midollare, che l'ha costretta, dopo cinque mesi e mezzo di degenza presso l'ospedale e il centro di riabilitazione, sulla sedia a rotelle.

Dopo lo shock iniziale, ha deciso di ritornare a scrivere, ma questa volta una storia vera, la sua storia, che parlerà di vita, di morte interiore, di rinascita: Le scintille di luce e l'Araba Fenice.

Impegnata nel sociale, nella lotta contro l'indifferenza alle problematiche del mondo che ruota intorno all'oncologia e all'handicap, ha tentato di scuotere più volte le coscienze, inviando articoli e lettere aperte al Messaggero, al Tempo, al Corriere di Rieti e alla televisione locale RTR, per non far vincere la cultura dell'assenza su quella dell'amore.

Attualmente partecipa come educatrice volontaria presso il centro diurno socio-riabilitativo di Greccio-Rieti, svolgendo un'attività di scrittura creativa.

Sta per costituire un gruppo di auto-aiuto per persone che hanno vissuto o vivono un esperienza oncologica, grazie al sostegno ed alla collaborazione dell'Associazione Raggio di Sole, e della sua responsabile Donatella Matteocci.


Estratto
RIFLESSIONE INIZIALE

Oggi pensavo a come sia strana la vita e, aggiungerei, a come sia beffardo il destino, considerato il fatto che l'anno scorso, di questi tempi, avevo costituito con mia figlia ed un amica (almeno così sembrava) una cooperativa sociale integrata.

In tutto questo vedevo anche realizzarsi finalmente la possibilità di dare servizi a coloro che ne avevano necessità e fra questi anche i portatori di handicap.

Quest'anno mi trovo io stessa ad aver bisogno di usufruire di questi servizi e ad avere queste necessità.

Buffo, no?


E si comincia

Non c'è spiegazione al dolore.

Non immagino nemmeno perché Dio abbia permesso che mi accadesse tutto ciò, ma anche se non conosco la ragione esatta, potrei formulare delle ipotesi. inutili a questo punto.

Riguardando indietro nel tempo, quanti sono stati i giorni trascorsi felici?

Molto pochi.

Nella mia infanzia quando correvo felice nei prati, contornati da bellissime montagne e cieli azzurri, che ti facevano sentire in Paradiso.

Certo non potevo immaginare che la vita potesse riservarmi tutto ciò.

Poi quei tempi sono finiti e l'era delle incertezze è cominciata presto: sballottata in un mondo ostile e lontano da me mille miglia, avrei scoperto poi a mie spese una realtà gretta e ipocrita, che mai e poi mai avrei potuto accettare.

Poi un giorno ho creduto di trovare l'amore e con lui la persona che avrebbe dovuto rendere felice la mia vita, con la quale condividere tutto.

Invece la mia felicità è durata poco, minata da persone che mai mi avevano, non dico amata, ma nemmeno accettata.

Quando ho realizzato di essere considerata la straniera tra gli indigeni, rifiutata più di una volta, non per motivi legati al mio carattere ma al conto in banca dei miei genitori, ho provato disgusto e un grande dispiacere; dentro di me, però, volevo credere che il compagno della mia vita fosse dalla mia parte ed invece mi sbagliavo.

Rifiutata più di una volta ad ogni mio tentativo di avvicinamento alla famiglia di mio marito; non volevo arrendermi all'idea di poter far ragionare con il cuore le stesse persone che io avevo sempre considerato la mia seconda famiglia.

Invece, in tre contro una, alla fine anche mio marito è passato dalla loro parte o forse c'era sempre stato.

Fino a quando, un bel giorno, anche i nostri figli sono diventati solo i miei figli e la sua famiglia di origine era diventata la sua sola famiglia: noi esclusi, trattati con freddezza e a volte anche con indifferenza, come se non esistessimo affatto.

Nonostante i miei sforzi, è incominciato così l'inizio della fine e ai tempi duri sono seguiti tempi durissimi.

La mia malattia, la sua totale indifferenza e assenza.

Il senso di abbandono non è stato mai così doloroso, e ogni mio tentativo di far comprendere di quanto affetto avessi bisogno era inutile, finiva solo per degenerare in discussioni, a volte anche violente.

I ragazzi, i miei amati figli, soli insieme con me: abbiamo lottato sempre uniti anche a costo di gravi sofferenze.

Le mie amiche, vicine con i loro sentimenti di condivisione, erano l'unico momento di sfogo per me.

Ho vissuto momenti atroci e terribili di solitudine, di annientamento, di non vita.

Ogni giorno mi chiedevo: "Perché tutto questo?".

Non trovavo una motivazione vera, un senso che potesse in qualche modo pareggiare il dolore.

E l'unico mio modo di comunicare tutto era la poesia, scrivere, e poi ancora scrivere.

Poi, dopo circa due anni, ironia della sorte, proprio lui, mio marito, venne colpito da quella stessa malattia che aveva rifiutato di affrontare con me, con la differenza che la sua condizione era ben peggiore e non gli dava nessuna possibilità di scampo.

Ma, a differenza di me, lo aveva reso ancora più ostile nei nostri confronti e, anche se non gli avevo negato la mia vicinanza, al punto da ridurmi in uno stato pietoso, lui in cambio mi aveva detto solo cattiverie, naturalmente insieme alla sua famiglia.

Non hanno avuto neanche rispetto della sofferenza e della morte.

Non sta a me giudicare; a me è bastato comporre l'epitaffio di mio marito, l'unica cosa che mi è stato permessa di fare, per lanciare un messaggio: "Felice è chi sa amare". Non credo abbiano mai capito.


Ciò che ero non sono, ciò che sono non sarò

È passato un anno, ho una ricaduta della mia malattia, anche se molto circoscritta; comunque devo sottopormi ad altre terapie.

Nel frattempo incomincio a scrivere il mio terzo libro.

Decido di comune accordo con i ragazzi di lasciare quella città, che ci ha procurato tanto dolore, e organizziamo il trasferimento a Rieti.

Dopo quasi un anno, ormai tutto sembra un bruttissimo ricordo da continuare a dimenticare.

Organizzo la presentazione del mio libro e, proprio in quei giorni, incomincio ad avere dei dolori alla schiena e alla gamba sinistra.

Vado più volte dal dottore di famiglia, senza risolvere nulla, poiché nella sua totale incompetenza non fa altro che darmi degli antidolorifici, invece di capire la causa di tanta sofferenza.

Poi la situazione si aggrava, anche dopo aver scoperto che, in concomitanza con questi dolori, ho in atto anche un herpes zoster sul fianco sinistro, che mi procura dei bruciori e delle fitte atroci.

Faccio una cura specifica consigliata da un neurologo, ma la situazione sembra peggiorare al punto che non riesco più a camminare, e i dolori si allargano anche alla gamba destra.

Non riesco nemmeno a dormire più nel letto e le mie nottate sul divano mi permettono di dormire al massimo un paio di ore a notte.

Sola con mio figlio, che è l'unico che sembra preoccuparsi, fino il giorno in cui arrivano a casa mia le mie amiche, Santina e Paola, che mi costringono ad un ricovero d'urgenza in ospedale.

Non voglio assolutamente andarci, anche se mi rendo conto che la situazione è molto seria.

Arrivata al pronto soccorso, dopo aver atteso con Christopher, mio figlio, due ore e mezza, forse tre, mi visita un neurologo.

Aspettiamo ancora un ora, poi finalmente mi danno un letto al terzo piano, nel reparto di Medicina, dove sarò seguita dal dottor Capparella.


Qualche passo indietro

Entrando in ospedale a Rieti, già incapace di stare in piedi da sola, la mia mente elaborava mille idee e congetture, tra le quali il 90% catastrofica, anche se mai avrei potuto immaginare il triste epilogo: costretta quasi con la forza al ricovero da Paola e Santina, che avevano visto le condizioni nelle quali mi trovavo.

Dopo aver chiamato il 118, in effetti, era accaduto anche un fatto singolare e un po' tragicomico: poiché non c'erano a disposizione normali ambulanze, era arrivata l'ambulanza dei pompieri, i quali, come da manuale, mi avevano prelevata portandomi su di una sedia speciale giù per le scale (ah, dimenticavo! Io abito al quarto piano di un palazzo senza ascensore, ma per me bellissimo e un giorno, se avrete pazienza, vi spiegherò perché ).

Christopher mi accompagnava con il mio borsone pieno, oltre che di pigiami e pashmina, anche di tanta speranza, indispensabile per la degenza ospedaliera.

Giunti in ospedale, dopo una lunga, interminabile attesa, un medico mi aveva visitato enigmatico, non so se per circostanza o incompetenza, e mi aveva fatta ricoverare; salivo finalmente in camera, al terzo piano, reparto Medicina donne 2.

Non esistono parole per esprimere il dolore fisico che dovevo sopportare, inimmaginabile, indescrivibile, tale da farmi scendere in un baratro profondo e scuro dove c'era solo un inferno privo di uscita.

Solo la capacità e la volontà, mista ad istinto di sopravvivenza, di aggrapparsi con le unghie a quel muro, poteva darmi qualche possibilità di risalire.

Erano stati giorni terribili in cui c'era stata una dura lotta tra me e un degno rappresentante dell'inferno: un duello all'ultimo sangue.

Poi un bel giorno, anzi un terribile giorno, mi sono risvegliata sentendo un blocco alle gambe che non rispondevano più e, come se non bastasse, anche al bacino era toccata la stessa sorte.

A peggiorare le cose si aggiunse anche il fatto che mi ritrovai tutta bagnata nel letto.

Shock tremendo, credevo d'impazzire, ma sperai con tutta me stessa che fosse una situazione temporanea, era troppo assurda per essere realmente vera.


L'inferno

Qui era cominciato il vero inferno, ed io, ignara di tutto ma attenta al mio sesto senso, percepivo che per me non si stava profilando una situazione semplicemente risolvibile.

E così, dopo aver già fatto una tac e una puntura lombare nei giorni precedenti, il medico mi comunicò che era necessario farne un altra per fare altre ricerche.

Inoltre mi disse che era quasi tassativo fare una risonanza magnetica: non volevo assolutamente sentirne parlare a causa della mia claustrofobia.

Il giorno successivo passarono in corsia e nelle stanze dei ragazzi e delle ragazze, annunciando l'arrivo della statuina della Madonnina di Fatima.

Quando finalmente arrivò la Madonnina, sentii un brivido lungo la schiena e un emozione fortissima; mi rivolsi a lei con tutta l'umiltà e la fede di cui sono capace, invocando la grazia per poter camminare di nuovo per l'amore dei miei figli.

Una ragazza mi donò un rosario blu benedetto.

Stranamente mi venne l'istinto di metterlo al collo.

L'indomani mattina, quando ripassò il dottore per il giro delle visite, mi rivolse nuovamente, quasi arreso, la domanda: "Allora, ci ha pensato bene, non la vuoi proprio fare la risonanza magnetica?".

Al che io risposi: "Va bene, la faccio".

Il dottore guardandomi un po' stupito disse: "Sicura? Va bene".

La mattina successiva a digiuno fui portata al piano terra per eseguire l'esame, che doveva durare, a detta dei medici, una ventina di minuti.

Invece durò un'ora e mezza.

Chiusi gli occhi e incominciai a pregare, pregare e poi ancora fino a quando non uscii da quel macchinario infernale...

Qualche giorno e avrei saputo l'esito dell'esame.

E così fu.

Una mattina il dottor Capparella mi comunicò che era stata riscontrata una forte infiammazione al midollo spinale..

Mi assicurò però, come pure era apparso da una precedente elettromiografia, che la mia condizione era reversibile, con l'aiuto di una lunga e professionale fisioterapia in un centro specializzato.

Nel frattempo il dottore si era attivato per prendere contatti con la fondazione Santa Lucia a Roma per la riabilitazione, specializzata in questo tipo di neuropatie.

Era Ferragosto passato e ogni giorno pregavo perché mi potessero trasferire al centro di riabilitazione; intanto durante la mia degenza accaddero anche altre cose non meno importanti per me e credo per tutti.

Conobbi molti pazienti e infermieri e, com'è sempre nella mia natura, nonostante il grande dolore, provai a stabilire con ognuno di loro un contatto umano.


Pensieri

Ora non so nemmeno perché sia qui a raccontarvi la mia storia, e non posso che presumere che vi possa interessare, ma qualcosa mi spinge a farlo.

Nel momento in cui le mie gambe si sono immobilizzate e il mio bacino le ha seguite a ruota, facendomi trovare bagnata nel letto, incapace di controllare i miei reni e la mia vescica, ho provato terrore misto ad umiliazione e non so bene cos'altro.

Mi è sembrato di impazzire e, rivolgendomi a Dio, ho creduto di vivere un incubo dal quale mi sarei risvegliata presto.

Una cosa è certa: mai nella mia vita ho sentito tanto dolore fisico e psicologico così concentrato da mozzare il fiato, da non poter formulare un ragionevole pensiero.

Ho sperato che questo dolore si attenuasse o sparisse, senza che ciò volesse dare un messaggio negativo per la situazione delle mie gambe e del mio bacino.

Che senso ha tutto ciò che sta accadendo?

Sfido chiunque a trovarne uno valido.

Sono esausta e disperata, ma di una disperazione silenziosa.

Ora voglio rinchiudermi in un guscio, che mi dia almeno una qualche sensazione di sicurezza, di accoglienza e mi infonda un senso di protezione e di pace.

Non desidero parlare con nessuno ora, non sono in grado di farlo.

Ma anche questo nessuno l'ha capito, compresa mia figlia, che se n'è andata lasciandomi sola a combattere.

Ma ora sono un guerriero stanco di combattere delle battaglie inutili, non ho più la forza e l'energia per poterlo fare.

Quale futuro si affaccia all'orizzonte per me?

Una vita spezzata, un dolore sempre presente, nulla di quello che avrei immaginato per me.

Che amarezza profonda, che tristezza infinita!

Ogni giorno trascorso qui in ospedale appare senza un senso ben definito.

La mia mente è come se fosse sospesa in aria ed il mio corpo trattenuto a terra da un macigno, che è piombato nella mia vita senza chiedermi nulla.

Non riesco a seguire un idea seppur labile da seguire.


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La Repubblica Delle Due Sicilie

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9788860962294.jpg

Autore: Nino Lo Iacono

Editore: Kimerik Edizioni

Prima edizione: 05/2008

Edizione corrente: 05/2008

EAN-ISBN: 9788860962294

Pagine: 104

Rilegatura: Copertina su cartoncino con plastificazione esterna opaca

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 10.00 Euro

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Descrizione
La Repubblica delle due Sicilie è un'interessante commistione fra il romanzo e la storia vera, alla quale personaggi creati dall'autore, partecipano attivamente subendone le conseguenze.

In questo lavoro emergono quei fatti che hanno portato all'annessione della Sicilia al resto d'Italia, che la storiografia ufficiale non ci racconta.

La Repubblica delle due Sicilie non ha lo scopo di demolire i miti del Risorgimento italiano, ma solo di dare un contributo alla ricostruzione corretta della storia di questa terra che l'autore ha dimostrato, in tutti i suoi scritti, di amare.

Si tratta di un romanzo che, come gli altri precedenti libri di Lo Iacono, si legge d'un fiato, coinvolge e prende il lettore, illumina di luce nuova pagine pur conosciute e che per le tesi che propugna è destinato sicuramente a far discutere ed alimentare un dibattito che oggi in Sicilia mostra di riaccendersi.


Note biografiche
Nino Lo Iacono è nato il 13 agosto del 1949 a Patti, ove attualmente vive e lavora.

Studioso ed amante della sua terra, ha già pubblicato diverse opere, quali: "Nauloco e "Diana Facellina, un ipotesi sul territorio di Patti fra mitologia, storia e archeologia."

Quest'ultima, fra l'altro, è stata presentata nel 1998 all'Università di Marshall ed in altre località del Minnesota (USA).

Gli studi presenti in questo testo hanno permesso all'autore di dare un fondamentale contributo alla ricostruzione storica di tutto il territorio pattese.

Apporto che è risultato, altresì, determinante per la soluzione del mistero sulla localizzazione del Nauloco.

Di recente, Lo Iacono si sta occupando di narrativa con la pubblicazione dei romanzi:
Quel giorno qualunque, Il Prete e Nina con il quale ha vinto il premio nazionale di narrativa "Città di Oliveri".

I suoi romanzi, tutti ambientati in Sicilia, raccontano storie ed intrighi della gente di Sicilia, cronache di vita vissuta come in nessun altra parte del pianeta.

Vicende talmente verosimili da sembrare assolutamente vere.

Le trame appassionanti e coinvolgenti, infatti, invitano i lettori a completare la lettura tutta d'un fiato.

Il tutto è poi corredato da un linguaggio semplice e scorrevole, che contribuisce a rendere gli scritti di Lo Iacono piacevoli compagni di momenti di evasione e di riflessione.


Estratto
Prefazione

In quest'ultima opera l'autore unisce le sue due inclinazioni, di storico e di narratore, e dà vita ad un racconto fortemente radicato e incastonato in un momento di snodo importante della storia della Sicilia, quello della caduta del regime borbonico, della spedizione di Garibaldi e dell'annessione di questa nostra terra a quello che diventerà il regno d'Italia.

La puntuale analisi del contesto storico prende spesso il sopravvento sul racconto vero e proprio, a dimostrazione della marcata inclinazione dell'autore verso la ricostruzione di eventi, al suo sentirsi a suo agio nei panni del ricercatore.

Ma anche perché il taglio che Lo Iacono dà alla ricostruzione di una delle pagine più significative del Risorgimento, sicuramente in controtendenza rispetto alle interpretazioni agiografiche ed edulcorate offerte sin qui dalla storiografi a ufficiale, richiedeva uno scavo ed un supporto documentale di tipo prettamente storico, che legittimasse la valenza della sua tesi.

Nel solco degli avvenimenti, come nell'ampio letto di un fiume, scorre con rapide e salti gorgoglianti, una tormentata storia d'amore tra la figlia di un nobile ed il suo precettore, che rischia di concludersi tragicamente.

E qui viene fuori un altra dote dell'autore, già manifestata nelle sue precedenti opere: la sua abilità nel costruire avvincenti e sensazionali intrecci narrativi, attraverso misteri, intrighi e colpi di scena che tengono alta la tensione del lettore e ne stimolano continuamente la curiosità.

Per tornare all'impresa di Garibaldi, in questo testo essa non è presentata come la temeraria azione militare di audaci e generosi idealisti, ma l'oscura e torbida combinazione di precisi e concreti interessi: di piemontesi e inglesi, dei latifondisti siciliani e nel contempo di predoni, banditi e delinquenza organizzata dell'isola, per non parlare della massoneria che aveva tutto l'interesse ad eliminare il potere temporale della Chiesa e s'impegnò a finanziare la spedizione dei mille.

I proclami di Garibaldi spingono gli sventurati contadini siciliani, da sempre sottoposti ad abusi ed angherie da parte dei "cappeddi", ad insorgere, nell'illusione di migliorare le loro miserabili condizioni di vita; ma queste rivolte vengono brutalmente stroncate nel sangue.

L'autore si sofferma in particolare a raccontare i fatti di Bronte e la sollevazione di Alcara, che si conclude proprio a Patti, con la fucilazione di dodici rivoltosi sul sagrato della chiesa di S. Antonio, dove una lapide ricorda l'evento.

In questo quadro storico, che vuol mettere a nudo le contraddizioni di quella spedizione, s'inserisce l'ordito di un racconto che eleva alcuni personaggi a simboli di specifiche categorie sociali che a vario titolo partecipano a quei fatti e che rappresentano le variegate anime di quella operazione.

E così il conte Sidoto è l'espressione di quella cinica e rapace classe sociale dei latifondisti siciliani che cambia disinvoltamente bandiera e diventa sostenitrice della spedizione, intuendo il vantaggio che può derivarle dall'adesione al piano dei nuovi dominatori, per conservare i privilegi e perpetuare il proprio secolare dominio.

E non fa fatica ad affiancarsi, in un'ignobile alleanza, a banditi e predoni.

Tra questi spicca il capo banda Cisco, brutale e violento, che non esita ad uccidere chi non accetta i suoi metodi.

E diventa il simbolo delle origini di quel fenomeno mafioso, che si appoggerà al nuovo Stato per conseguire con la violenza potere e denaro.

C'è poi il marchese La Picuzza, che inizialmente aderisce al progetto di appoggiare Garibaldi, convinto che da quella spedizione e dal nuovo Stato unitario la Sicilia potrà avere libertà e sviluppo, ma presto si accorge che per la sua terra non ci sarà progresso, ma semplicemente la sostituzione di un dominio, quello borbonico, con un altro, quello sabaudo e che per certi versi determinerà un peggioramento delle condizioni dell'isola.

Si ritirerà deluso, abbandonando completamente la vita politica.

E infine c'è Turi, il cocchiere del marchese, che, essendo istruito, si metterà al servizio dei Savoia, diventerà un "galantuomo" ed avrà un ruolo di primo piano nella potente burocrazia piemontese che reggerà la Sicilia.

Sarà proprio lui, con la sua intelligenza e le sue doti diplomatiche, ad aiutare il marchese a risolvere per il meglio una situazione pericolosa.

Sventerà il rapimento della figlia, Bianca, e sottrarrà alla morte il suo innamorato, spegnendo la cieca e brutale smania di rivalsa che un rampollo della prepotente nobiltà siciliana si accingeva ad esercitare per vendicarsi del rifiuto della giovane.

Nel racconto, come dicevamo, i fatti si susseguono con un ritmo incalzante, mentre poco spazio viene lasciato all'ambiente ed essenziali e contenute sono le descrizioni dei personaggi, che si esprimono abbondantemente in dialetto siciliano, quasi a voler dare una maggiore intensità realistica al mondo che viene rappresentato.

L'autore compare attraverso le parole dei suoi personaggi a manifestare il sogno di una Sicilia libera e moderna, giusta e progredita, che invece proprio da quei fatti fu consegnata al dominio di uno Stato estraneo e alla soggezione ad una mafia che stese da quel momento la sua cappa sull'isola, pregiudicandone lo sviluppo e impedendone il dispiegarsi della civiltà.

Sembra di sentir riecheggiare in alcuni passaggi dei dialoghi quegli aneliti e quei fermenti autonomistici che ciclicamente tornano a diffondersi in Sicilia e che proprio in questo periodo son tornati ad accendere il dibattito culturale e politico.

Aspirazioni che dimenticano il fatto che con lo Statuto autonomistico e con la costituzione in regione speciale la Sicilia ha avuto la possibilità di autodeterminarsi, ma non l'ha saputa cogliere.

A dimostrazione del fatto che non bastano leggi e ordinamenti a far evolvere una regione, ma un discorso di più lungo periodo che si affidi alla cultura e alla consapevolezza di chi, amando la propria terra, s'impegni generosamente a farla progredire, dedicandosi al bene comune piuttosto che alla difesa e alla conservazione dei propri privilegi di casta.

Si tratta, in conclusione, di un romanzo che, come gli altri precedenti libri di Lo Iacono, si legge d un fiato, coinvolge e prende il lettore, illumina di luce nuova pagine pur conosciute e che per le tesi che propugna è destinato sicuramente a far discutere ed alimentare un dibattito che oggi in Sicilia mostra di riaccendersi.

Nino Casamento


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