Operazione Abeba
La vera storia di Mafalda di Savoia
Autore: Maria Enrica Magnani Bosio
Editore: Soletti
Prima edizione: 06/2009
Edizione corrente: 06/2009
EAN-ISBN: 9788895628028
Pagine: 240
Rilegatura: brossura fresata
Dimensioni: 13,5 x 21 cm
Prezzo di copertina: 15,00 Euro
Argomento: Storia e Saggistica
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Descrizione
... Credo che l'amica Maria Enrica Magnani Bosio raggiunga con questo lavoro uno dei punti più alti del suo percorso letterario.
Con mano sicura riesce non solo a ricostruire un'epoca intera ma, soprattutto, a renderla viva, pulsante, dinamica.
Un mondo, quello, che vede protagonista la giovane Mafalda, ricco di passioni e speranze, di idee e progetti: un'alba radiosa che terminerà "troppo rapidamente" in una notte profonda e gelida.
Di questo mondo, di questa sofferta stagione della nostra storia, l'Autrice ci consegna un ritratto sorprendente per fedeltà e ricchezza di colori.
E ricco di umanità; come ricca di umanità fu la vita della fragile, esile, dolce Mafalda .
Dalla presentazione di Emanuele Filiberto di Savoia
Note biografiche
Maria Enrica Magnani Bosio. Nativa della piemontese Rivoli, da sempre appassionata di storia, dopo aver lavorato in aziende di famiglia, nel giornalismo e in radio private, si è dedicata totalmente alla ricerca e allo studio, privilegiando la Storia Patria e i Savoia.
Commediografa, conferenziera e biografa di Casa Savoia, è membro della Consulta dei Senatori del Regno d Italia; delegato Provinciale di Vercelli delle Guardie d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon e, infine, responsabile del Dipartimento Storico del "Circolo Reale Carlo Alberto" di Milano.
Ha pubblicato i seguenti volumi:
Il principe dei Narcisi. Biografia di Carlo Emanuele I, unico Duca sabaudo nato a Rivoli, Mario Astegiano Editore, 1998
Le Rose di Maggio. Biografia di Vittorio Amedeo II, Mario Astegiano Editore, 1999
L'ultima Sindone. Manoscritto inedito sul Sacro Lino con note e commenti, Mario Astegiano Editore, 2000
La Cuerda. Giovanna la Pazza, Mario Astegiano Editore, 2000
Croce Bianca in Campo Rosso. I Savoia, una Dinastia Millenaria, Edizioni Imago, 2002
Dentro il Grande Fratello. Francesco è stato nominato, Vecchi editore, 2004
Emanuele Filiberto, il Restauratore. Biografia, Edizioni Imago, 2005
Io sono Giovan Battista Viotti, per la Provincia di Vercelli, Edizioni Whitelight, 2006
Il Tempo Abitato. Viaggio tra Grange e Terre d'Acqua, Edizioni Whitelight 2007
I Luoghi di una Dinastia. Le Residenze Sabaude, Umberto Soletti Editore, 2008
Principessa Mafalda. Titanic italiano, con L. Garibaldi e G. Giorgerini, De Agostini, 2010
Estratto
OPERAZIONE ABEBA
Capitolo I - La Famiglia
Il 14 novembre 1902 Vittorio Emanuele III partì per l'isola di Montecristo, sul panfilo Jela, per una vacanza venatoria e distensiva dopo le visite di Stato all'estero, senza Elena, di nuovo in dolce attesa per il mese successivo.
Trascorse i tre giorni seguenti a caccia, poi, improvvisamente, senza apparente motivo, ordinò al capitano dello yacth, Giorgi di Pons, di salpare verso Livorno.
Alla stazione di Grosseto balzò sul treno reale, ansioso di raggiungere Roma dove arrivò del tutto inatteso.
Poche ore dopo, all'una e trenta del 19 novembre, diventò padre della sua secondogenita, evento previsto per Natale, o per un errore di calcolo del ginecologo reale o per un'anticipazione della natura.
Comunque fosse, Vittorio Emanuele si trovava dove il suo istinto lo aveva guidato: accanto alla moglie.
Pioveva quella notte, quando nacque Mafalda.
Pioveva come sempre accadde per sottolineare i momenti lieti o tristi della vita di Elena: "Piove, quando si muovono i Santi" recitava un vecchio proverbio montenegrino.
L'anno precedente, il primo giugno, era venuta alla luce Jolanda, così chiamata, si disse, in onore della protagonista della Partita a Scacchi di Giacosa, in realtà per desiderio di Vittorio Emanuele di onorare l'altra Jolanda, la figlia di Carlo VII di Francia, andata sposa sedicenne, agli inizi del '400, ad Amedeo IX, il Beato.
La gioia dei Sovrani, allora, non era stata turbata dal disappunto della Regina Margherita perché non era arrivato l'atteso erede al trono, anzi settecentocinquanta colombi, liberati dalla Torre del Campidoglio, volarono sulla penisola ad annunciare il lieto evento, dodici colpi di cannone furono sparati dal cannone di Castel Sant'Angelo e quattordici bambini, nati lo stesso giorno, ricevettero in dono un corredino e una somma di denaro.
In ogni modo la Regina Madre, in occasione del battesimo, pur delusa, aveva sospeso, per festeggiare la nipote, il lutto per il marito indossando un abito bianco.
Nessun cenno dal Vaticano, nessun messaggio augurale da Leone XIII che tacque, tuttavia nella chiesa del Sudario fu esposto il Santissimo Sacramento e cantato un Te Deum di ringraziamento.
L'arrivo di Jolanda, chiamata poi Anda in famiglia, aveva fugato le ansie, nonostante la delusione per il sesso che non garantiva la continuità dinastica: quella nascita, infatti, metteva fine ai tanti pettegolezzi sulla sterilità dei Sovrani - quasi certamente sposi maltusiani - e segnato un momento di grande impatto emotivo, poiché la neonata era la prima Savoia nata nell'Urbe.
Per festeggiare l'evento, il negus d'Etiopia, Menelik, aveva inviato quattro zanne d'elefante, come piedi della culla per la piccola principessa, in segno di pacificazione dopo Adua, mentre lo zar, Nicola II, con uno strafalcione rimasto celebre, si era congratulato per la nascita del principe ereditario e Tommaso Villa, presidente del Senato, altrettanto a sproposito, nel discorso di congratulazioni, l'aveva definita... un benefico precursore...
La bellissima bambina, appena giunta, pur non assicurando la successione, portò ugualmente una grande felicità nella Famiglia; la chiamarono Mafalda, tratto da un'alterazione portoghese di Matilde o meglio di Mahalt in francese antico - il suono h, inesistente in portoghese, venne sostituito con il suono f - a sua volta derivato dal germanico Mechtild o Matchild, composto dalle parole forza e combattimento e quindi dal significato di forte in combattimento.
Il nome, insolito e particolare, fu imposto dallo stesso Sovrano in ricordo di Matilde, figlia di Amedeo III, primo conte di Savoia e sorella di Umberto III, il Beato, che nel 1146 aveva sposato Alfonso di Borgogna, primo Re del Portogallo da cui ebbe una figlia, l'unica Mafalda della storia sabauda, promessa sposa di Alfonso II d'Aragona, che preferì il monastero alle nozze, morendo in odore di santità.
"Ho creduto bene di scegliere il nome della mia antenata portoghese perché madrina della neonata sarà mia zia, la Regina Maria Pia di Portogallo" spiegò il Re, il 3 dicembre nella sala del Trono al Quirinale, rispondendo agli auguri delle delegazioni di ottantaquattro senatori e settantadue deputati, guidate da Saracco e Biancheri e, per nulla preoccupato per il sesso della neonata, aggiunse: "Bisogna accettare ciò che Dio ci manda".
Si scatenò una ridda di dubbi: i giornalisti, nell'annunciare l'evento, lo accompagnarono con un punto interrogativo, Mafalda?
Gli altri nomi, scelti da Elena, furono Maria come la sorella perduta, Elisabetta come la duchessa di Genova, seconda madrina, Anna come un'altra sorella e Romana in onore di Roma.
Un antico paesino del Molise, Ripalta sul Trigno, immerso tra oliveti e boschi di querce secolari, vallate piene di verde, colli e fontane e caratterizzato da una rocca edificata tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, ma preceduta almeno da altre due fasi, databili tra l'XI ed il XIII secolo, in onore della Principessa decise di chiamarsi Mafalda, con R. D. 7 ottobre 1903.
Per lo stesso motivo, una nota casa di pasta alimentare inventò le Mafaldine, ancora oggi in commercio.
La piccola pesava alla nascita 3500 g, aveva la carnagione chiara e somigliava al padre e forse per questo, con l'andare del tempo, divenne ... l'unica che sapeva farlo ridere ...
Il Re volle che diventasse cristiana senza indugio: a soli quattro giorni, nel salone rosso del Quirinale, domenica 23 novembre, fu consacrata da Monsignor Lanza, alla presenza del presidente del Senato Giuseppe Saracco e del Notaio della Corona Giovanni Giolitti.
Nella barocca Cappella Paolina, gemella della Sistina, edificata da Carlo Maderno nell'ambito del progetto di papa Paolo V Borghese, teso a fare del Quirinale una funzionale sede alternativa ai Palazzi Vaticani, e riaperta per l'occasione, lunedì 15 dicembre, Mafalda ricevette il battesimo ufficiale, al cospetto, per la prima volta dopo la Presa di Porta Pia, di un membro della Santa Sede - autorizzato dal cardinale vicario di Roma Pietro Respighi - Don Ferrarini, l'umile parroco della chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio a Fontana di Trevi, al quale Umberto I era solito elargire cospicue elemosine... per le miserie segrete...
Assistevano, vestite di bianco, la Regina Madre Margherita, la Regina Elena e le dame di corte che portavano sull'abito il monogramma del servizio della loro Sovrana, una sfavillante E di brillanti, adagiata su una coccarda azzurra.
Qualche tempo dopo sulla rivista "Regina" apparve una foto della principessina accompagnata dalle seguenti parole: "L'Italia partecipa della lietezza materna della Regina e del gaudio paterno del Re.
È la festa di un popolo ed è una vibrazione che ha un'eco in ogni cuore di madre.
E la raccolta e la dispersa gente italiana s'affisa ancora una volta nella Monarchia, eleva gli sguardi verso gli occhi bellissimi della Regina".
Il tempo scorreva veloce.
Il 20 luglio 1903 morì Leone XIII.
Al suo posto, su pressioni di Vittorio Emanuele III, venne eletto Pio X, Giuseppe Melchiorre Sarto, Patriarca di Venezia, venuto a Roma con nessuna velleità di elezione.
Era un uomo gioviale, bonario, con una forte componente ironica: a un porporato francese che gli pronosticava che non avrebbe potuto essere eletto perché non conosceva il francese aveva risposto: "Grazie a Dio, e poi ho comprato il biglietto di andata e ritorno!"; diventato Papa rispose a un prelato che gli raccomandava di attribuire il cappello cardinalizio a un collega: "Non sono un cappellaio, sono semplicemente un Sarto".
Pragmatico e concreto, di fronte alle interdizioni richieste dalle autorità religiose parigine, per il tango, ballo sensuale importato dall'Argentina, che cominciava a sottrarre spazio in Europa al valzer e alla polka, dette disposizioni affinché una coppia di ballerini gli fornisse un'idea precisa della nuova danza, per valutarne direttamente, di persona, gli aspetti scandalosi.
Avvenuta l'esibizione riservata, il sommo Pontefice disse: "A me sembra che sia più bello il ballo alla friulana, ma non vedo che gran peccato vi sia in questo nuovo ballo", disponendo la revoca della sanzione ecclesiastica prevista per chi lo avesse praticato.
L'anno seguente, il 15 settembre del 1904 a Racconigi, in un'altra notte di pioggia, alle 23 esatte, nacque Umberto, Nicola, Tommaso, Giovanni, Maria, nell'appartamento privato dei Sovrani, nell'ala piccola a sinistra, con ambienti art-deco, in una camera da letto laccata di bianco con l'immagine della Santa Sindone appesa alla parete.
La felicità dei sovrani fu talmente grande che si decise di diffondere la notizia della nascita con un ritardo di qualche ora per concedere ai genitori il tempo di godere in pace e da soli... la creatura benedetta venuta ad allietare la casa di una donna e di uomo che si amano.
Per festeggiare la felice circostanza Vittorio Emanuele elargì alla Cassa Mutua dei vecchi operai un milione di lire e spedì alla Madre un conciso telegramma: "Mamma, ho avuto un figlio".
Aveva in cuor suo sperato, come Carlo Alberto, quando si preoccupava per la successione: "Dieu veuille nous donner un garçon!" ed era stato esaudito.
La Tribuna scrisse: "L'annunzio del Principe nato, diffonde un senso di sicurezza nel popolo d'Italia".
La Regina Margherita arrivò in automobile, a causa dello sciopero dei treni, e quando seppe il nome del neonato... ebbe un sussulto e gli occhi le si riempirono di lacrime...
Da Torino giunsero la principessa Letizia Bonaparte e la Duchessa Elena d'Aosta.
La facciata del municipio di Racconigi fu illuminata da tremila lampadine e le campane di tutte le chiese suonarono a distesa, ma Milano, che aveva proclamato una manifestazione generale di protesta in opposizione all'intervento dell'esercito al Sud per le agitazioni contadine, non espose la bandiera.
Raggiunsero il piccolo centro piemontese, con un treno speciale, anche Giolitti e il Sindaco di Roma, mentre nella Città Eterna, la Patarina , dava dall'alto del Campidoglio il solenne annuncio al popolo.
Il 16 settembre il neonato fu consacrato nella Cappella del Castello, ma il battesimo ufficiale fu impartito, con grande sfarzo, il 4 dicembre nella Cappella Paolina del Quirinale, da Monsignor Beccaria, rappresentante del Vaticano, con la dispensa speciale di Pio X, e dal solito Don Ferrarini.
Il Principe di Piemonte ebbe come eminenti padrini, Guglielmo II e il Re Edoardo VII d'Inghilterra, rappresentati dal principe Alberto di Prussia e dal duca Arturo di Connaught.
Erano presenti inoltre Nicola del Montenegro con le tre figlie, il principe Vittorio Napoleone e tutti i principi di Casa Savoia.
Altri anni sgombri di nuvole per la Famiglia, che il 13 novembre del 1907 fu allietata dalla nascita a Roma, al Quirinale, di Giovanna, Elisabetta, Antonia, Romana, Maria, due giorni dopo il trentottesimo compleanno di Vittorio Emanuele.
L'atto di nascita fu steso il 16 dello stesso mese da Tancredi Canonica, Presidente del Senato, in veste di ufficiale di Stato Civile, al quale la contessa Bruschi Falgari, dama di corte, presentò la neonata e il battesimo fu imposto l'11 marzo 1908, madrina la bisnonna, principessa Elisabetta di Sassonia, duchessa di Genova e madre della Regina Margherita.
Il nome ricordava l'altra principessa di Savoia, Giovanna, figlia di Amedeo V, nata forse nel 1307 a Bourg en Bresse e sposa di Andronico III Paleologo, imperatore d'Oriente.
I giorni si rincorrevano, segnati da avvenimenti pubblici ma soprattutto dalla quotidianità della vita famigliare.
I Sovrani, schivi e discreti, preferivano una vita quasi borghese in cui Vittorio Emanuele si comportava da funzionario dello Stato e Elena da mamma e da casalinga.
La Regina, infatti, aveva ridotto al minimo gli impegni pubblici per occuparsi personalmente dei figli, provvedendo da sola alla loro educazione e alla loro formazione, col solo aiuto delle nurses alle quali si sostituiva spesso e volentieri, soprattutto nelle ore dei pasti e delle pulizie personali.
"Io sono sempre stata mamma - confiderà alla giornalista Sofia Bisi Albini, che fu la sua prima biografa, in una delle rare interviste concesse - da piccina fui la mamma delle mie bambole, le ho amate, educate, allevate come se fossero piccole creature vive...
Poi, giovinetta, fui la mamma del mio fratellino Pietro.
Quando egli nacque mia madre si ammalò gravemente della malattia che ancora trascina e la fa soffrire.
Io lo allevai col biberon ed egli dormì in camera mia fino al giorno che mi sposai...
Conosco l'animo dei bambini perchè li amo.
Basta amarli veramente.
Io ho sempre pensato che chi non capisce i bambini non li capisce perché non li sa amare..."
Salutista convinta e igienista intelligente, Elena cresceva i suoi figli come creature normali, facendoli vivere il più possibile all'aria aperta: "Noi dobbiamo allevare i bambini proprio come fiori, sotto il sole, liberi di scorrazzare quanto e come vogliono, di osservare, di discorrere di ridere.
Soprattutto non ci dobbiamo stancare delle loro chiacchiere, ma interessarci ad esse, perché ci rivelano tutto il lavorio del loro spirito, ed è solo così che possiamo conoscerli.
Tutto ciò che si vuole si ottiene dai fanciulli.
Io non credo che vi siano bimbi cattivi.
Tutti, anche quelli che hanno nel sangue germi corrotti, si possono rendere buoni.
Basta amarli più degli altri.
Basta allevarli nella gioia".
Raccontava, con emozione, di come si rotolavano nella sabbia sulla spiaggia di San Rossore, dove era loro permesso di correre a piedi nudi, di come girovagavano liberi a Castelporziano, a Sant'Anna di Valdieri o a Racconigi, in groppa a Bersagliere, Black, Prince e Dragontina, i loro pony, di come riuscivano a godere della bellezza della natura.
"Essi se ne stanno curvi, con le manine sulle ginocchia, a osservare un cespo di fiori, così come guardano in un nido gli uccellini che aprono i beccucci.
Per essi i fiori, non solo si muovono, respirano, mangiano, ma palpitano, soffrono, ridono.
Un giorno che un cuginetto si mise a frustare erbe e fiori, il piccolo Umberto urlò di spasimo, pensando allo spasimo loro.
Se si lascia mancare qualche cosa a un bambino, o lo si maltratta, egli si deforma nell'anima, così come la fame lo deforma nelle ossa; è per questo che fra i poveri, noi troviamo tanti delinquenti..."
I giornali dell'epoca parlavano dei Sovrani in punta di penna, con una sorta di riverente affezione, con simpatia e partecipazione.
Data la notizia che lasciata Racconigi si erano recati in Val di Gesso, riportavano: "... La vita che essi vi conducono è delle più intime e raccolte; il Re è costretto ad allontanarsi assai spesso per dovere o pel piacere della caccia allo stambecco ..., mentre la Regina Elena non si muove mai.
Suo passatempo prediletto in quella montanina villeggiatura è la pesca delle trote, colla canna.
La gentil Signora vi attende lì, presso le palazzine medesime, collocandosi sopra un'enorme roccia rotolata dall'alto dei monti, sulla sponda del torrente: ed intanto i principini si baloccano, si rincorrono nell'attigua prateria, un sito che ogni mamma giudicherebbe ideale per la ricreazione dei bambini...
Ma altre occupazioni trattengono, non di rado, l'augusta Signora: le occupazioni che la pietà suggerisce al suo cuore sensibilissimo.
Infatti la sua presenza quassù è una benedizione per tutti i poveri dei dintorni".
La semplicità regale e la serenità, con cui Elena allevava i suoi figli, la fecero entrare di diritto nel cuore di tutti gli italiani: l'alone di simpatia che circondava la Famiglia si diffuse in tutta la penisola, si manifestò nelle copertine dei quotidiani, nelle fotografie dei piccoli Savoia che entrarono in ogni casa, nei primi cartelloni pubblicitari che ritrassero, sedute a tavola con un gran tovagliolo al collo, Jolanda e Mafalda che invitavano tutti i bambini buoni a mangiare la... pastina glutinata Buitoni, gustata a mensa anco da Umberto... raccomandata con certificati di primo ordine dai migliori medici del tempo tra cui il professor Quirico, - direttore del servizio sanitario della Real Casa e medico personale della Regina Elena - e nell'annuncio, pubblicato su tutti i giornali, che informava che... l'alimento Mellin è stato consigliato e largamente adoperato dalla famiglia di S.M. il Re d'Italia...
Vittorio Emanuele non interferì mai, se non quando volle, nel 1913, che Umberto fosse affidato all'ammiraglio Attilio Bonaldi, nato a San Francisco in California, capitano di fregata e aiutante di campo generale... uomo di dottrina e di mondo, marinaio valente, un vero maestro... che ebbe la carica di Governatore del Principe Ereditario, come imponeva la miglior tradizione di Casa Savoia.
L'educazione delle ragazze continuò dunque ad essere affidata a mamma Elena che scelse i precettori per le materie umanistiche, la matematica e la pedagogia, ma alle quali insegnò personalmente a cucinare, a cucire, a ricamare, oltre che a riassettare le loro camere e a tenere in ordine i loro indumenti: le principesse assimilarono così i basilari principi di quella che un tempo si chiamava economia domestica, crescendo in modo semplice e comune, allevate senza l'incubo del protocollo e dell'etichetta di Corte, in una famiglia che anteponeva l'amore e la spontaneità dei caratteri e delle personalità ad ogni tipo di imposizione formale.
Tuttavia non era una formazione troppo permissiva e lassista in cui tutto era concesso, quanto piuttosto un indirizzo molto amorevole che non escludeva castighi e severità all'occorrenza e che rifletteva i modelli educativi in cui era cresciuta Elena a Cettigne.
... Già a sei anni Jolanda possedeva una piccola ma perfetta macchina per cucire, fatta in modo da non mettere in pericolo le sue piccole dita e fin da allora ha incominciato a fare ogni giorno gli orli a dodici pannolini per bambini poveri...
In seguito, tutte le principesse impararono a usare la macchina per fare la maglia e quella per fare il burro e non era raro vedere le Ragazze Savoia in cucina, intente a preparare il pranzo o la merenda con le loro mani.
A tutto questo occorre aggiungere il profondo senso della coscienza del proprio ruolo, mai disgiunto tuttavia dalle più elevate pulsioni della sfera affettiva, che la Regina infuse nei figli e che li accompagnò, come un viatico, in tutte le circostanze tristi e liete della loro vita.
Coinvolgendoli in tutte le manifestazioni private e in molte di quelle pubbliche, insegnò loro il valore della famiglia e il senso dell'appartenenza ma soprattutto la dignità e la prudenza di chi, per nascita, era chiamato a compiti non sempre facili o vicini alla propria natura.
Furono Jolanda e Mafalda ad accompagnare i genitori a Fontanafredda, nella tenuta di Mirafiori, per incontrare la contessa Bianca de Larderel, vedova di Emanuele Filiberto Guerrieri, figlio di Vittorio Emanuele II e di Rosa Vercellana, incontro che segnò la riconciliazione tra i due rami della Dinastia, dopo anni di distacco e di freddezza e sempre con tutti i loro figli, vestiti alla marinaretta, Elena e Vittorio Emanuele scortarono i Sovrani di Svezia, Gustavo V e Vittoria, in una gita riservata a Tor Paterno.
Con loro diedero il benvenuto al duca Arthur di Connaught e al principe ereditario tedesco Guglielmo, partecipando a una corsa di cavalli a Tor di Quinto e, il 22 ottobre 1909, a Racconigi, con Giolitti e il sindaco di Roma, Nathan, sulla scalinata principale del Castello, accolsero lo Zar di Russia, Nicola II.
Insieme in automobile lo accompagnarono anche alla Basilica di Superga, mausoleo dei Savoia.
La visita dello Zar culminò con la firma di un accordo segreto, sottoscritto il 24 ottobre, tredicesimo anniversario delle nozze di Elena e Vittorio Emanuele, che mirava a bloccare l'espansione austriaca nei Balcani, nel quale, tra le altre cose, venivano riconosciuti i diritti italiani su Tripoli.
Per onorare l'ospite era stato rimesso in funzione il carillon della fontana monumentale, muto dai tempi di Carlo Alberto.
Nicola, prima di ripartire, elargì ai poveri la somma di diecimila franchi e donò al Principe Umberto un magnifico villaggio russo animato in miniatura, grande come una stanza del palazzo.
Non erano solo occasioni mondane a riunirli: alla fine della breve avventura della guerra contro la Turchia, che terminò il 18 ottobre dell'anno seguente con la firma del trattato di Ouchy, Elena accolse i feriti e i reduci nella reggia di Caserta e più volte, accompagnata dai figli, visitò l'ospedale, carica di regali e di sorrisi, incoraggiando con fermezza i bambini a vincere il malessere provocato loro dalla vista del sangue e delle ferite e insegnando loro la virtù teologale della carità.
Il 26 dicembre 1914 nacque a Roma Maria, Francesca, Anna, Romana.
Vittorio Emanuele concesse al primo ministro Antonio Salandra il Collare dell'Annunziata e il seggio di Senatore a Guglielmo Marconi e Luigi Albertini, ma la nascita fu festeggiata un po' in sordina, a causa della situazione internazione alquanto agitata.
La tenerezza che univa la Famiglia cresceva, la serenità infinita intraducibile degli affetti, sempre più tangibilmente segnava lo scorrere delle loro vite: le ragazze spesso lasciavano bigliettini affettuosi sul letto della madre oppure la raggiungevano in camera da letto, mentre lei si preparava per un ricevimento...
Mafalda era la più lieta.
Sembrava dovesse avere una vita più felice di tutte... rideva sempre ed era molto estroversa...
Elena la fotografava spesso, così come ritraeva gli altri suoi figli, e nel suo piccolo studio sviluppava da sola le lastre.
Muty era una bambina dagli occhi grandi e neri, il viso ingenuo, i capelli ordinati e morbidi, il sorriso dolcissimo: creatura spontanea, fantasiosa, che sapeva ricavare note sorprendenti e immaginose da ogni situazione, aveva un'anima sensibile, un cuore puro, innocente, generoso che a San Rossore avrebbe voluto restituire al mare i pesci che venivano pescati dai suoi, pregando che si spezzassero le reti.
Quando questo non avvenne corse nella stanza dei bambini a piangere, da sola.
La trovarono con gli occhi rossi.
Oppure quando, a una battuta di caccia cui partecipavano anche il padre e la sorella Jolanda, sventolò un fazzoletto per far fuggire i camosci.
Non fu rimproverata, ma da quel momento tutti presero a considerarla con un'attenzione particolare.
Umberto cominciò a chiamarla "la Biondina" e a vezzeggiarla con una tenerezza straordinaria: uniti da una profonda affinità di carattere, entrambi avevano ereditato la stessa sensibile natura di Elena, cui erano profondamente legati
.
Un complesso di emozioni intime e assolute ispiravano, in Mafalda, la poesia e la musica e quando qualcosa la faceva soffrire suonava a lungo l'arpa o il violino che furono il suo conforto negli anni della guerra.
La prima guerra mondiale.
Il 6 settembre 1914, alla morte di Pio X, era stato incoronato Giacomo Della Chiesa che aveva preso il nome di em>Benedetto XV.
Il suo programma, che era quello di restituire alla Roma vaticana l'attendibilità sul piano politico e diplomatico, gli fece assumere la parte di un profeta sprovveduto fra le grandi potenze che credevano nell'utilità del conflitto.
Rimase inascoltato fin dal suo primo messaggio, quando parlò di flagello dell'ira di Dio e quando definì la guerra orrenda carneficina che disonora l'Europa civile e, più avanti, quando la circoscrisse come fosca tragedia dell'odio umano e dell'umana demenza.
Il suo pensiero, Pacem in Terris, cinquant'anni prima di Giovanni XXIII, non fu inteso, come non sarà compreso, anni dopo, Papa Roncalli.
Entrambi, in tempi diversi, mostrarono di preoccuparsi più degli uomini che della Chiesa come centro di potere, più delle anime che del Palazzo.
A dispetto degli sforzi compiuti dal Pontefice in nome della pace, il 20 maggio 1915 la Camera, con 407 voti a favore e 74 a sfavore, approvò il disegno di legge che conferiva a Vittorio Emanuele III i pieni poteri.
"Il terribile incendio - commentò Benedetto XV - si è esteso alla nostra diletta Patria".
Il 23, l'ambasciatore duca Averna notificò a Vienna la dichiarazione di guerra e a mezzanotte del 25, un martedì, il Re lasciò la capitale per il fronte dopo aver rivolto ai soldati un proclama incitandoli... a piantare il tricolore d'Italia sui termini sacri che natura pose ai confini della Patria... forse ricordando le parole del Kaiser Guglielmo: "Con un popolo come questo si va dove si vuole".
Partirono con lui il Duca d'Aosta, il Duca degli Abruzzi, il Duca delle Puglie e il Conte di Salemi, partirono gli ufficiali, i graduati, i fanti, i soldati.
A casa, ad attendere, rimasero le donne che sostituirono gli uomini ovunque era possibile.
Capo di Stato Maggiore dell'esercito era il generale Luigi Cadorna, Capo della flotta Paolo Thaon di Revel.
Dal 15 maggio al giugno del 1916 le truppe austriache si avventarono contro le nostre linee, sempre fermate.
Fu occupata Gorizia e poi all'alba del 24 ottobre 1917, le forze nemiche sferrarono un attacco che ebbe effetti devastanti sulle nostre posizioni.
Le truppe italiane, stanche e non sostituite da troppo tempo, prive di riserve e di adeguata copertura, investite da un attacco violentissimo dell'artiglieria nemica, cedettero agli austro-ungarici a Caporetto.
Una compagnia bavarese composta da 70 uomini, al comando di un giovane ufficiale, Erwin Rommel, riuscì, con una manovra di accerchiamento, a sorprendere e a far prigionieri millecinquecento italiani.
All'indomani della disfatta, costata più di duemila morti e di duecentomila feriti, il generale Cadorna parlò di tradimento di alcuni reparti del IV corpo d'armata e della II armata, ma in seguito fu appurato che il contingente ritenuto responsabile era stato invece sterminato da un attacco con gas letali.
Nello stesso giorno cadde il governo Boselli.
Il 16 novembre, il Re scese a Roma per insediare il ministero Orlando, visitò la famiglia e, passando per Padova, risalì a Peschiera dove gli alleati avevano indetto un convegno per discutere la situazione.
Vestiva l'uniforme grigioverde e decise di sostituire Cadorna con Diaz poi parlò ai vari rappresentanti degli stati alleati da solo.
Parlò due ore, in inglese, mostrando una risolutezza tale che il risultato fu l'eroica difesa sul Piave.
... Era una mattina di pioggia sottile e gelida, e la nebbia evaporava dal fiume Mincio coprendo le strade.
Ormai da giorni il cielo era coperto da nuvole, che scendevano come lacrime su Peschiera del Garda, in un tempo di guerra e distruzione, dopo la disfatta di Caporetto.
Davanti al Palazzo del Comandante inizia (...) pian piano a formarsi una folla di gente, che attende intrepida l'arrivo del Re Vittorio Emanuele III e delle forze alleate di Francia e Inghilterra.
La situazione politica è molto tesa e delicata, basta un passo falso per perdere la partita.
Il Re Soldato lo sa, ma nonostante tutto scende dalla sua auto, a testa alta, e con passo sicuro entra nel Palazzo del Comandante, oggi conosciuto come Palazzina Storica, seguito dagli altri partecipanti al Convegno.
A fianco a lui ci sono i rappresentanti politici dell'Italia Giorgio Sidney Sonnino ministro degli esteri e Vittorio E. Orlando Presidente del consiglio e primo ministro.
Per la Gran Bretagna partecipa David Lloyd Gorge e il suo braccio destro Smuts accompagnati dai loro generali Gen. William Robertson e il Gen. Woodrow Wilson.
Per la Francia il primo ministro Paul Pailevé e Franklin Bouillon accompagnati dai loro generali Gen. Ferdinand Foch e dal Gen. Camille Barrére.
Vittorio Emanuele III voleva fortemente questo incontro, dopo il convegno fallimentare di Rapallo dove Armando Diaz non era riuscito a convincere gli alleati.
Il re soldato dirige l'incontro in modo deciso e sicuro, pronunciando il famoso proclama che incitò la resistenza sul Piave, e che avrebbe portato alla vittoria della Guerra:
"Italiani, Cittadini e Soldati!
Siate un esercito solo.
Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni recriminazione è tradimento.
Questo mio grido di fede incrollabile nei destini d'Italia suoni così nelle trincee come in ogni remoto lembo della Patria, e sia il grido del Popolo, che combatte, del Popolo che lavora.
Al nemico che, ancor più che sulla vittoria militare, conta sul dissolvimento dei nostri spiriti e della nostra compagine, si risponda con una sola coscienza, con una voce sola: Tutti siam pronti a dar tutto, per la Vittoria, per l'onore d'Italia".
La forza con cui il Re condusse il Convegno colse gli astanti impreparati, quasi smarriti, tanto che di quel fatale intervento nessuno riuscì a stilare un verbale...
Mafalda seguiva la madre con Jolanda e Giovanna: il Quirinale, diventato Ospedale n. 1, era pieno di feriti, di sofferenza, di lacrime.
Per quaranta mesi, poi tutto finì.
L'Italia aveva vinto a Vittorio Veneto.
Il 2 novembre 1918 le truppe italiane occuparono Trento e Trieste e la sera del 3, a Villa Giusti, presso Padova, fu firmato l'armistizio e venne diramato il bollettino della Vittoria, a firma del generale Diaz:
"I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza".
Il generale tedesco Ludendorff dichiarò che a Vittorio Veneto l'Austria non aveva perduto una battaglia, ma l'intero conflitto e se stessa, trascinando anche la Germania nella propria rovina e il Capo di Stato Maggiore austriaco, von Arz, che l'Italia poteva vantarsi di aver vinto la grande guerra.
Ermete Gioviano Gaeta, con lo pseudonimo di E.A. Mario scrisse la Leggenda del Piave, una delle più celebri canzoni patriottiche italiane, che da quel momento divenne il simbolo della vittoria, anche se in realtà non fu mai cantata durante il conflitto.
Il Re, che volle conoscerlo personalmente, lo nominò Commendatore della Corona.
I cannoni tacquero, ma il 17 luglio, in una cantina di Ekaterinenburg, i comunisti trucidarono lo Zar Nicola e la Zarina Alessandra, con lo Zarevich Alessio e le Principesse Olga, Tatiana, Maria e Anastasia.
Un tempo era concluso, un mondo, quello della giovinezza di Elena, era scomparso per sempre.
Mafalda soffrì e pianse con la madre, si strinse a lei, le carezzò la fronte quasi a voler allontanare tutto quel dolore.
La guerra era terminata. Mafalda, non più bambina, tornò poco a poco serena.
L'incubo era cessato, rimanevano i ricordi, tristi e amari, fantasmi fluttuanti nella mente, ma per fortuna, solo ricordi.
Il ministro della guerra Gasparotto dispose la costituzione di una commissione per la designazione di un soldato sconosciuto che assurgesse a simbolo di tutti i caduti e i dispersi, un eroe sublime e puro che racchiudesse in se tutte le migliori virtù del soldato italiano.
A questo triste compito fu designata Maria Bergamas, il cui figlio Antonio aveva disertato dall'esercito austriaco per arruolarsi volontario in quello italiano, cadendo in combattimento senza che il suo corpo fosse mai identificato.
La cassa con il Milite Ignoto fu spedita con un treno speciale, in un vagone appositamente disegnato, sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma, a velocità ridottissima, in modo che in ciascuna stazione la popolazione avesse modo di onorare il passaggio del convoglio.
La salma fu tumulata al Vittoriano a piazza Venezia, nella Capitale, sotto la statua della Dea Roma, il 4 novembre, alla presenza del Re e della Famiglia, di tutte le rappresentanze dei combattenti, delle vedove, delle madri dei caduti e delle bandiere di tutti i reggimenti.
L'epigrafe porta la scritta Ignoto Militi e le date di inizio e fine del conflitto, MCMXV e MCMXVIII.
Il Milite Ignoto fu decorato con la Medaglia d'oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
"Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria".
Muty, com'era chiamata in famiglia Mafalda, forse per quella sua tranquilla e silenziosa natura, per quella compostezza discreta, per quel suo incedere un po' trasognato, possedeva il dono della pietà e della bontà e una particolare sensibilità che nascondeva, sotto un'apparente timidezza, un'intensa spiritualità.
Nata sotto il segno dello Scorpione, nella stagione in cui la natura si ammanta di veli e le foglie abbandonano gli alberi pronti al sonno, intuiva ogni situazione, scopriva la naturale essenza delle persone con l'imponderabile fluido della semplicità; era forte di carattere, teneramente caparbia, rigorosa e gentile e con una salute un po' cagionevole.
L'inappetenza costituzionale, fin dalla nascita, fu fonte di molte preoccupazioni, procurandole avitaminosi e anemia; da adulta mangiava pochissimo, talvolta si concedeva qualche sorso di vino, mai liquori e mai sigarette.
A ventitré anni, con un'altezza di 1,56 cm, pesava 43 Kg. e la sua gracilità e magrezza, al limite dell'anoressia, le davano un aspetto diafano e fragile...
Ma pur così magra, pallida e di scarso appetito, Mafalda disponeva tuttavia di un'eccezionale energia nervosa.
Aveva, ripeto, una grande carica vitale.
In casa e fuori era continuamente in movimento.
Il tennis (giocava piuttosto male ma con grande accanimento), i pic-nic, le escursioni in montagna, il ballo, la trovavano entusiasticamente in prima fila nonostante la gracile costituzione e altri suoi limiti fisici...
La Principessa, infatti, era atrofica ai muscoli inferiori delle gambe, come il padre, e aveva i cosiddetti piedi piatti, motivo per il quale indossava solo scarpe con un particolare plantare, che erano confezionate espressamente per lei in una calzoleria artigianale di Via Veneto, a Roma.
La spontaneità che albergava in Casa Savoia era esemplare.
Ambrogio Clerici, aiutante di campo di Vittorio Emanuele ne fu particolarmente colpito: "C'è tanta affabilità e tanta signorile ospitalità... e l'etichetta è così bandita che uno si trova subito a suo agio...
È una vera, bella famiglia.
La Principessa Jolanda è una figura slanciata, molto elegante, somiglia molto alla madre: è un'amazzone intrepida e abilissima, molto appassionata per i cavalli...
La Principessa Mafalda è d'indole più tranquilla e più mite, una figura bionda... monta anch'essa a cavallo ma senza passione... una birichina interessante è la Principessa Giovanna, bella ragazzina piena d'intelligenza, di brio, di gioconda spensieratezza.
Il Principe Ereditario è un bellissimo figliolo... è molto assennato per la sua età... rassomiglia molto alla Regina e diventerà un bellissimo uomo dallo sguardo penetrante e dal cuore ottimo..."
La contessa Sofia Jaccarino, figlia di Hélène Rochefort de la Rochelle, aristocratica russa di antica nobiltà francese e compagna di studi della Regina Elena a Pietroburgo, raccontò, in un suo Diario, momenti privati della Famiglia, fornendo una testimonianza diretta che ha il colore e il sapore di realtà lontane e che rivela aspetti singolari e inaspettati delle persone cui si riferisce:
"La principessa Mafalda ci ha invitato a fare un giro con la sua automobile, una Fiat decapitabile.
Guidava con molta maestria: abbiamo fatto delle corse spericolate per la villa, attraversando campi, salendo e scendendo le colline a gran velocità...
Anche quella domenica fu trascorsa come in genere tutte le domeniche.
E poiché si era d'estate, alle 8 ci riunimmo tutti vicino a un chiosco per pranzare all'aperto con i "pacchi" contenenti cibi freddi.
Ognuno aveva il suo e i piatti erano di cartone.
Alla fine li facevamo volare a mo' di dischi.
In seguito siamo andati alla Villa dove, nel gran salone al primo piano, si è ballato; vestiti come eravamo, molto semplicemente.
Alle 11 abbiamo lasciato la Villa e ci hanno accompagnato a casa in automobile.
Ognuno aveva con sé una porzione del dolce preparato dalla Regina...
A Villa Savoia, durante la settimana, le principesse erano sempre occupate nei loro studi.
La Principessa Giovanna seguiva privatamente i corsi di ginnasio e in più prendeva lezioni di pianoforte dal Maestro Amfiteatrof e di violino dal professor Emanuele del conservatorio di Santa Cecilia.
Tutte parlavano benissimo l'inglese e il francese fin dall'infanzia.
La disciplina negli studi era molto rigorosa e gli orari molto rispettati.
Mi ha sempre colpito la grande obbedienza delle principesse e del principe ai loro insegnanti, governanti e istitutrici: bastava una parola, un cenno, un'occhiata soltanto.
E senza discussioni.
Non parliamo poi della loro deferenza verso i genitori, per i quali tutti i figli nutrivano un sentimento di tenera venerazione.
Non facevano nulla senza il loro consenso.
D'altra parte l'amore della Regina per i figli era tale che non negava mai loro mai niente.
Ella ne seguiva costantemente l'educazione e li vigilava in ogni tempo perché era una madre tenerissima...
Dato che la settimana era sempre occupata negli studi la domenica era completamente dedicata agli svaghi e perciò molto attesa.
Se il tempo non lo consentiva ci si riuniva nel salone del primo piano...
Talvolta la Regina si faceva vedere un momento per assistere alle nostre scorribande.
Molto più di rado vedevamo anche S.M. il Re se si trovava lì a passare nel giro delle sue continue occupazioni.
Quasi sempre era in compagnia del suo aiutante di campo di servizio.
Se ci vedeva un po' intimiditi dalla sua presenza, pur così piena di modestia e lontana da ogni sussiego (ma per noi era pur sempre il Re) ci metteva subito a nostro agio con qualche battuta spiritosa.
L'umorismo in famiglia era molto spiccato e anche la gran cortesia.
La cortesia arrivava al punto che quando si doveva entrare o uscire da una porta, non c'era caso che il Re passasse avanti, ma sempre dava la precedenza, specialmente alle persone del gentil sesso, fossero la dama di corte o la cameriera o anche ragazze molto giovani come noi.
Durante la settimana eravamo spesso invitate a pranzo.
Si andava in abito da sera.
Dopo pranzo c'era il cinema, oppure si restava a conversare...
Il Re quasi sempre si ritirava dopo un quarto d'ora e noi si rimaneva ancora, mai però troppo a lungo, perché i padroni di casa non amavano far tardi...
La Regina organizzava ogni tanto dei piccoli spettacoli teatrali o dei concerti.
In un locale di Villa Savoia fu allestito un piccolo palcoscenico e ricordo alcune recite molto divertenti con Dina Galli e Angelo Musco.
Anche Beniamino Gigli cantò diverse volte.
In quegli anni tra noi giovani si ballava molto spesso; anche allora il ballo era la grande passione dei giovani..."
Muty adorava ballare, in particolare il charleston, il fox-trot, lo shimmy e possedeva un'importante collezione di dischi.
Il suo cantante preferito era Charlie Kuntz, amava Gershwin, la lirica e la danza classica e non perse mai una stagione lirica o una stagione di balletti all'Opera.
Volle incontrare Beniamino Gigli e Mafalda Favero e, nel 1922, Giacomo Puccini a Torre del Lago.
Il Maestro promise che le avrebbe dedicato la Turandot.
Non ne ebbe il tempo, perché morì lasciando l'opera incompiuta.
La prima rappresentazione dell'opera fu diretta da Toscanini che non nascondeva i suoi sentimenti antifascisti.
Mussolini, invitato alla rappresentazione, fece sapere che sarebbe intervenuto solo se, prima dell'inizio, fosse stata suonata Giovinezza.
Il Maestro rifiutò e Mussolini non partecipò, ma nell'intervallo mandò un mazzo di fiori con la dedica: "Mussolini a Puccini".
Continua la contessa Jaccarino: "Mi è stato chiesto se si parlava di politica tra i principi e i loro amici.
Rispondo che non se ne parlava mai, per la semplice ragione che tali argomenti non erano proprii delle nostre riunioni.
Ognuno poteva avere la sua personale opinione ma non ne facevamo oggetto delle nostre conversazioni.
Ricordo però un episodio che mi è rimasto impresso.
Nei primi anni del fascismo, uno dei ragazzi invitati alle piccole riunioni domenicali aveva messo all'occhiello della sua giacca il distintivo del partito.
La cosa non piacque al principe Umberto, poiché trovava che era fuori luogo mettere in casa sua un distintivo che indicasse un qualsiasi colore politico..."
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