Storia di una perpetua
Autore: Kathleen Ferguson
Traduttore: Roberto Bertoni
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 07/2001
Edizione corrente: 07/2001
EAN-ISBN: 9788872020142
Pagine: 186
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x24,0 cm
Prezzo di copertina: 13,50 Euro
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Descrizione
L'"autobiografia" di una perpetua dall'orfanotrofio alla definitiva liberazione dopo 33 anni di servizio, raccontata con uno humour colorito ma spietato nei riguardi dell'ambiente clericale dell'Irlanda del Nord tra gli anni Cinquanta e Ottanta.
Storia di una perpetua è ambientato in una comunità cattolica di Derry, Irlanda del Nord, tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta, quando il clero aveva, ancor più che da noi, un peso preponderante sulla società.
Nel salottino di Padre Mann sfila una serie ininterrotta di personaggi: il Vescovo arcigno e autoritario, preti a volte dediti più al whiskey che al vino della messa, donne in crisi matrimoniale alla ricerca di conforto.
Gli anni passano e cambiano le mode, i costumi sociali, le abitudini; da lontano giunge l'eco delle sommosse civili.
Chi non cambia è Brigid Keen, la perpetua del bel prete dagli occhi azzurri del quale è inconsapevolmente un po' infatuata.
Per 33 anni Brigid non fa che osservare e servire umilmente, senza percepire uno stipendio, fino a quando, messa alla porta e costretta ad arrangiarsi da sola, si libera dai condizionamenti religiosi e culturali prendendo in mano la sua vita in un finale da applauso.
Da scoprire quindi la capacità di analisi psicologica, di denuncia sociale e di riscatto personale di un personaggio "fuori moda".
La prima osservazione che un lettore odierno formula si riferisce alla mancanza di attenzione ai conflitti e agli scontri fra le comunità cattolica e protestante, come è noto molto vivi e drammatici in tali decenni e ancora oggi tutt'altro che estinti; è presente solo qualche riferimento come sfondo ininfluente sulla vicenda.
La ragione di tale scelta risiede nel voler evidenziare la vita privata della protagonista, Brigid, fatta di assoluta dedizione al prete, al quale la scelta del vescovo l'ha assegnata fin da giovanissima.
È stata così riscattata da un destino più oscuro a cui sarebbe stata altrimenti destinata: di famiglia povera, orfana di madre in tenera età, con il padre ricoverato in una clinica psichiatrica, insieme a una sorella e a un fratello è stata allevata in un orfanotrofio e lì preparata alla vita che l'attendeva.
Nel contesto sociale dell'Irlanda cattolica e provinciale di allora il ruolo di perpetua rappresentava comunque una elevazione sociale e perciò è accettato di buon grado dalla protagonista, ed è vissuto con totale dedizione e sacrificio di sé.
È quindi questo il primo aspetto universale che Kathleen Ferguson pone in luce, tralasciando i risvolti storici del periodo: la condizione femminile in una società arcaica.
La vita privata non è ammessa, tanto meno la sessualità, ed emergerà solo alla fine, quando, licenziata per la morte del prete che ha amorevolmente curato fino all'ultimo respiro, acquista coscienza del suo stato, vuole essere finalmente autrice del suo destino, si apre alla vita e al mondo, avviandosi in età ormai canonica, al traghetto che la porterà in Inghilterra.
Il secondo aspetto generale posto in luce è la descrizione dell'ambiente ecclesiastico.
I preti sono poco sinceri e intriganti, il vescovo è privo di carità ed è preoccupato solo dell'apparenza.
Egli infatti allontana dalla sua sede il parroco di Brigid, padre Mann, quando si accorge della sua malattia, solo per evitare che la senilità faccia apparire il prete un po' svanito e lo ricovera in un ospizio dove la perpetua lo segue, difendendolo fino all'ultimo.
Ultimo aspetto posto in luce è quello che potremmo definire l'abuso del potere.
Il vescovo, alla morte di padre Mann, licenzia Brigid, a cui non ha mai corrisposto alcun compenso e neppure le concede un indennizzo, ignorandone sacrifici e dedizione.
Analogo comportamento caratterizza anche le suore nel cui orfanotrofio Brigid e i suoi fratelli sono stati cresciuti.
Da un punto di vista letterario il romanzo manifesta un pregio che ne rende la lettura gradevole: la drammaticità dell'argomento è alleggerita da un linguaggio colloquiale, ironico e colorito.
Un linguaggio ricco di humour e sarcasmo che evita di far cadere nel melodramma una vicenda così aspra e dura.
Note biografiche
Kathleen Ferguson è nata nel 1958 a Tamnaherin, una cittadina della Contea di Derry, nell'Irlanda del Nord, da madre cattolica.
Si è laureata in Inglese alla University of Ulster e dal 1989 si dedica completamente alla scrittura.
Con Storia di una perpetua ha vinto l'Irish Literature Prize for Fiction.
Estratto
La Chiesa Cattolica mi ha fatto da padre, da madre e famiglia per più di cinquant'anni.
Potete ben immaginare cosa ho provato il giorno che il Vescovo mi ha scaricato in quel modo: come il giornale del giorno prima, che buttava via quando l'aveva finito.
Dopo che io avevo dato a Padre Mann quel che molte mogli non danno mai al marito.
Trentatré anni ho lavato i calzini a Padre Mann e gli ho rifatto il letto.
Trentatré anni sono stata a sudare sulla cucina economica, ho mangiato i suoi avanzi, per giunta da sola in cucina, intanto lui mangiava sulla tovaglia in sala da pranzo.
Ma posso prendermela solo con me stessa.
Ho aspettato molto più del dovuto ad andarmene.
Sono cresciuta a Bethel House, un orfanotrofio gestito dalle Sorelle della Carità di Derry, anche se non ero un orfana vera e propria.
Mia madre era morta, d'accordo.
Il fatto è che mio padre le aveva dato delle botte da cui non si era ripresa.
Ma lui era ancora vivo, nell'ospedale psichiatrico di Gransha, dove l'avevano rinchiuso a vita.
Mia sorella, Dympna, aveva cinque anni più di me; e mio fratello, Micheal, un paio più di lei.
Bethel House era divisa in due metà, una per le femmine e una per i maschi.
Io e Dympna stavamo da una parte, vicino al convento; Micheal stava dall'altra, vicino alla casa del Vescovo.
Non c'era un grande andirivieni tra i due settori.
Le suore non lo permettevano per paura di quel che poteva succedere.
Perciò noi tre non siamo venuti su come una famiglia.
A dire la verità, non vedevo una gran differenza tra Dympna e le altre ragazze con cui vivevo.
La famiglia, nel senso in cui usa questa parola la maggior parte delle persone, non voleva dire niente per me.
Non mi mancava.
Per quanto mi riguardava, le parole Madre e Sorella andavano usate per le suore, non per i parenti.
Quel che mi dicevano le suore "cioè che la Chiesa era mia madre e Dio mio padre" me lo bevevo.
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