Foresta di fiori
Autore: Ken Saro-Wiwa
Traduttore: Scuola Herzog
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 09/2004
Edizione corrente: 09/2004
EAN-ISBN: 9788872020203
Pagine: 176
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x24,0 cm
Prezzo di copertina: 10,00 Euro
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Descrizione
Un vero e proprio viaggio in Africa, che ne fa quasi percepire al lettore i profumi, vedere i colori, sentire la terra arida sotto i piedi nudi.
Alla scoperta dell'orgoglio che lega un uomo alla propria terra, "perché la casa è la casa", anche quando significa povertà, sporcizia, corruzione, stili di vita e tradizioni spesso crudeli.
Tutto questo è Foresta di fiori, composto da 19 racconti, primo libro pubblicato in Italia di Ken Saro-Wiwa, scrittore (e non solo) che nel 1995 ha pagato con la vita l'amore per la sua Nigeria ed è stato candidato, a due anni dalla morte, al premio Nobel per la pace.
Diciannove racconti nei quali il grande scrittore nigeriano ci regala un delicato ma sorprendentemente ironico affresco della Nigeria
Stile lineare, intelligenza arguta nel cogliere ed esprimere le contraddizioni e una fine ironia ne fanno un
opera piacevole da leggere, ma soprattutto affascinante e coinvolgente da vivere .
Indice
PARTE PRIMA: Casa dolce casa
Casa dolce casa
La visita dell'ispettore
La conversione
Un affare di famiglia
Il rogo
Una fetta di guadagno
La divorziata
Morte nel villaggio
PARTE SECONDA: La bella vita
La bella vita
Caso n. 100
Motel Acapulco
E giù, le stelle
Robert e il cane
Viaggio notturno
Garga
Canto d'amore di una casalinga
Un uomo premuroso
Il negoziante e l'accattone
Una leggenda nella nostra strada
Note biografiche
Ken Saro-Wiwa (1941-1995), nato a Bori in Nigeria, laureato in inglese a Ibadam, ha insegnato nelle università di Nsukka e Lagos.
Scrittore molto prolifico, ha pubblicato oltre ventisei libri di vario genere letterario (romanzi, racconti, poesie, libri per l'infanzia) tra cui Sozaboy, il suo romanzo di maggior successo, basato sulle memorie di un ragazzo-soldato sullo sfondo della guerra civile nigeriana.
Collaboratore di programmi radiofonici e televisivi era molto popolare nel suo paese.
Ambientalista e attivista per la difesa dei diritti umani, nel 1993 è diventato presidente del MOSOP (Movimento per la salvaguardia degli Ogoni), che si batte per questa martoriata etnia e contro i disastri ecologici causati dalle compagnie petrolifere.
Accusato d omicidio insieme ad altri otto compagni e condannato a morte da un tribunale speciale, è stato impiccato, nonostante le pressioni internazionali, il 10 novembre del 1995.
Nel 1997 è stato candidato al premio Nobel per la pace.
"Nella figura e nell'azione di Ken Saro-Wiwa confluivano ideali quali libertà civile e lotta al razzismo, ambientalismo e lotta al capitalismo, ecologia e diritto al lavoro" (Naomi Klein)
Estratto
Casa dolce casa.
"Progres" scoppiettava pigramente giù per la lunga strada sporca, che si estendeva davanti a noi come la lingua impastata di un uomo malato.
Trasportava un prezioso e variegato carico di riso, sale e fagioli, scatole di sapone e di zucchero, ignami e
tapioca; una cesta di polli legati per le zampe che protestavano rumorosamente per la loro temporanea prigionia; alcune capre troppo stordite per belare; e uomini e donne accalcati sulle panche di legno al centro del camion, come pesci appesi a un filo a essiccare.
Io sedevo sul sedile anteriore, accanto al giovane conducente che portava il berretto all'indietro.
"Progres" era l'orgoglio di Dukana, il suo unico collegamento rapido con il mondo moderno, con la città di mattoni dove attraccavano le navi e si vendevano e compravano merci straniere.
Percorreva quella strada ogni giorno e tutti lo tenevano in alta considerazione.
Era una superba testimonianza dello spirito moderno, progressista e cooperativo di Dukana.
Nonostante l'avviso di pessimo auspicio sulla sua sponda ribaltabile, attento a dove metti la testa, ero felice
che ci si potesse viaggiare; altrimenti, arrivare fino a Dukana sarebbe stato insopportabile.
Io avrei dovuto fare una parte del tragitto sul sellino posteriore di una bicicletta, per poi proseguire a piedi fino al villaggio.
Non è che morissi dalla voglia di intraprendere questo faticoso viaggio fino a Dukana.
Dovevo farlo una volta l'anno, quando tornavo a casa dal college per trascorrere le vacanze con mia madre.
Ciò per cui valeva la pena di affrontare il percorso sporco e accidentato era il pensiero che alla fine ci sarebbe stata Mama, sorridente e felice di vedermi, che mi avrebbe abbracciata stringendomi forte a sé
e mi avrebbe portata a casa tenendomi per mano.
E tutte le volte non vedevo l'ora di incontrare Sira, la mia amica d'infanzia, che restava sempre la mia migliore amica nonostante le nostre strade si fossero divise.
Eravamo andate a scuola insieme e ci volevamo bene come sorelle.
La sua istruzione si era interrotta bruscamente, come per molte ragazze di Dukana; ora aveva quattro figli e l'ultima volta che l'avevo vista era di nuovo incinta.
Sira mi deliziava sempre con i racconti delle buffonate di Duzia e Bom, i buontemponi di Dukana.
E conosceva tutti gli ultimi pettegolezzi del villaggio.
Anche questa volta avevo comprato dei dolci per i suoi bambini.
Quel giorno avevo motivo di essere più eccitata del solito per il ritorno a casa.
Finalmente avevo concluso i miei studi e stavo tornando a Dukana per insegnare nella sua unica scuola, la St. Dominic, la stessa che avevo frequentato anch'io.
Mi piaceva l'idea di restituire qualcosa alla mia terra ed ero contenta di tornare a vivere a Dukana e di far parte della comunità.
Perché Dukana è la nostra casa e, come chiunque da queste parti direbbe con orgoglio, la casa è la casa.
Un'espressione un po' vaga, che significa che è un posto di gran lunga migliore di tutti gli altri visitati o di cui si è letto qualcosa; che l'immondizia in cui sguazza piacevolmente è preferibile alle strade lastricate delle migliori città del mondo; e che le sue case di fango sono più grandi e più belle dei palazzi dei re e delle regine di altri Paesi.
E come si potrebbe non essere d'accordo?
Dissentire significherebbe non essere fedele alla saggezza della comunità; e mancare di rispetto a questa saggezza, così attentamente distillata attraverso i secoli, sarebbe un segno di arroganza.
E l'arroganza è un peccato mortale a Dukana.
Per questo Mama mi aveva raccomandato spesso di cercare di capire Dukana, di conoscere tutti gli uomini e le donne che vi abitavano, i ricchi e i poveri, i forti e i deboli, i preti juju e gli evangelisti cristiani, le persone cattive e quelle gentili, e i molti spiriti del villaggio, perché soltanto in questo modo avrei saputo cosa fare, cosa dire, quando dirlo e a chi, e dunque salvarmi dal peccato dell'arroganza.
Il consiglio di Mama era legge e induceva all'obbedienza perché veniva dato in un modo talmente dolce, gentile, ragionevole, che era impossibile mettersi a discuterlo.
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