Cannabis, droga diabolica
Autore: Peter-Paul Zahl
Traduttore: Leda Spiller
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 07/2002
Edizione corrente: 07/2002
EAN-ISBN: 8872020166
Pagine: 202
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x24,0 cm
Prezzo di copertina: 9,30 Euro
Descrizione
Un poliziotto e un detective sulle tracce di una banda di spacciatori.
Di quale droga lo si scoprirà leggendo il libro, un giallo d'azione appassionante e ironico sullo sfondo delle lussureggianti piantagioni della Giamaica, terra ricca di colori ed etnie diverse.
Malgrado lo strapotere economico e politico straniero, la sua gente è riuscita a conservare una indomabile vitalità e una forte consapevolezza delle proprie radici.
La finzione di una trama coinvolgente si inserisce sullo sfondo della realtà giamaicana odierna, della quale l'autore ci offre una particolareggiata ed affascinante descrizione.
Gli attualissimi temi della globalizzazione economica, dello sfruttamento di paesi del "sud del mondo" e della difesa delle identità culturali, sono in effetti i principali protagonisti di questa "gangster story".
Dopo il tragico e violento omicidio di un ragazzo che sconvolge la tranquilla quotidianità di un villaggio, un onesto poliziotto e un ambiguo detective intraprendono un avventuroso viaggio attraverso l'isola sulle tracce degli assassini.
La ricerca sarà lunga, densa di situazioni imprevedibili e di incontri inattesi: spacciatori di ganja, killer senza scrupoli, agenti infiltrati della DEA, gangster potenti e pericolosi.
La droga è al centro di tutto: da una parte la marijuana, che senza la politica repressiva imposta dagli USA potrebbe fare la ricchezza della Giamaica, dall'altra le droghe pesanti, che con i loro effetti devastanti alimentano un mercato sempre più vasto e violento.
La vita quotidiana viene descritta attraverso una divertente galleria di personaggi che ben rappresenta la multietnica società giamaicana, sempre in bilico tra una minacciosa modernità e l'affermazione delle proprie radici.
Include un glossario di termini giamaicani, una cartina della Giamaica e carta per filtri.
È un canto d amore, di rabbia, di passione, dedicato alla Giamaica
(Il Giornale d Italia)
Peter-Paul Zahl fa emergere l'incontenibile vitalità dei giamaicani e il loro profondo senso d'identità.
(Railibro)
"un'affascinante via di mezzo tra la detective story e il diario di un viaggio
(Musica! di Repubblica)
La trama è coinvolgente e tocca temi delicati quali la globalizzazione e lo sfruttamento dei paesi poveri. (Radiocorriere TV)
Un giallo che si dimentica spesso della trama per occuparsi di una cosa ben più importante: la vita e il miglior modo di viverla. Con tanto di filtri annessi in terza pagina.
(Rockstar)
Note biografiche
Peter-Paul Zahl è nato a Friburgo/Breisgau nel 1944 ed è vissuto fino al 1953 nella RDT.
In Renania ha conseguito la licenza ginnasiale e il diploma di tipografo.
Nel 1964 si è trasferito a Berlino Ovest.
Nel 1967 ha fondato una piccola casa editrice con annessa tipografia.
È stato editore, tra le altre cose, della rivista "Spartacus" e dei "Quaderni integrativi per nani".
Nel 1972 viene arrestato e condannato a quattro anni per "lesioni gravi e resistenza violenta alle forze dell'ordine".
Nel 1976, dopo il processo in appello, è condannato a quindici anni di carcere, questa volta per "duplice tentato omicidio e resistenza".
Rilasciato dopo dieci anni, ha lavorato due anni come volontario presso la "Schaubühne" di Berlino diretta da Peter Stein.
Dal 1985 Zahl vive in Giamaica, è sposato e ha sei figli.
Ha pubblicato oltre venti libri, alcuni tradotti in Francia, Grecia, Danimarca, Giappone e Olanda.
Estratto
La cosa più bella di questo lavoro è l'ozio.
Siamo seduti su uno sperone di roccia, la baia sotto di noi, le gambe e l'anima ciondoloni.
Sulla piccola isola davanti all'insenatura una palma straziata dal forte vento: il bersaglio.
Inquadrandola tra pollice e indice, prendiamo la mira.
Mettiamo a fuoco esattamente l'obiettivo.
La mano non trema.
Il punto di mira è centrato sulla linea dell'orizzonte.
E noi ci troviamo là, esattamente là: alla fine del mondo.
Perché la terra non è rotonda.
È piatta.
La nave che scompare lì, alla fine del mondo, riemerge semplicemente, capovolta, sull'altra faccia della terra.
L'uomo di mare navigato lo capisce dal mutare del battere dell'onda e dal breve arrestarsi del cuore e del pensiero.
Dal diario di bordo di Cristoforo Colombo sappiamo che la Niña, la Pinta e la Santa Maria incrociarono tre giorni e tre notti davanti a quella linea "la fine del mondo" prima di prendere il vento decise, confidando nella forza di gravità che ci tiene incollati al nostro pianeta, puntando dritto verso quel limite: un colpo al cuore inebriante, paragonabile per certi versi a quello che precede il primo orgasmo, e la prua della nave è lanciata nel nulla
Questo immaginiamo, nel nostro ozio.
E immaginiamo anche che Neil Armstrong e Edwin Aldrin non siano affatto atterrati sulla luna col loro modulo lunare, l'Eagle, il venti luglio del 1969.
La dea della luna non l'avrebbe di certo consentito.
In realtà le riprese esterne sono state girate non lontano da Los Alamos, nel deserto.
Bisognava umiliare i russi, che il quattro ottobre del 1957, con il loro Sputnik "in condizioni di tempo sereno, così che tutti potessero vederlo a occhio nudo", avevano portato il primo satellite artificiale a orbitare intorno alla terra.
Dopo i videogiochi del Pentagono, mandati in onda dai notiziari della CNN come immagini reali della Guerra del Golfo, nessuno si fida più dei messaggi trasmessi dai media.
L'ozio è il padre di tutte le arti e le virtù.
Senza tempo per se stesso l'uomo dell'età della pietra non avrebbe mai potuto cominciare né finire le sue pitture rupestri.
E proprio perché abbiamo tempo per noi stessi Prento e io vinciamo le nostre paure, ci immergiamo in grotte e caverne e dipingiamo le immagini più belle.
O veniamo dipinti e ben bene lavorati.
Prento dalla sua prima "relazione extraconiugale", Latoya, la mia nuova segretaria del Trelawny, e io dalla mia "prima donna", la madre "la baby-mother" dei miei primi figli, Valerie.
Loro a destra, sotto gli scogli, noi a sinistra.
Sotto la palma, come dice la canzone.
Su stuoie e teli da mare, perché sabbia e formiche possono essere molto fastidiose.
Qui nessuno si perde durante il giorno.
Solo di notte.
Ma allora non è più un perdersi.
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That until there are no longer
First and second class citizens
Of any nation,
Until the colour of the skin
Is no more significant
Than the colour of the eyes
There will be war.
Haile Selassié/Bob Marley
A Clark's Town cercai rapidamente il mio uomo, ascoltai il suo resoconto della situazione, annuii soddisfatto col capo, gli allungai una nanny e proseguii in direzione est sulla B II, verso Jackson Town.
Lì presi una birra, mandai a dire a un conoscente che sulla via del ritorno sarei passato da lui e imboccai la B 5 in direzione Sud.
Fino a Ulster Springs sono solo nove miglia, ma sembrano interminabili.
La strada si inerpica serpeggiando sui fianchi della montagna; sale, scende; una volta il precipizio si apre a sinistra, poi a destra; lo sguardo si posa su stupende pianure incastonate tra le montagne, con i loro campi nelle diverse tonalità del verde e le file di piante di igname ai cui tutori si abbarbicano i polloni.
Anche sui fianchi del monte, tutti terrazzati, si coltiva l'igname.
Alberi di tulipifere africane, di un rosso accecante.
Frutteti di aranci, pompelmi e mandarini dalle foglie lucide.
A Ulster Springs mi dolevano le braccia.
La guida era estremamente faticosa: la mia Landrover non ha il servosterzo.
Poco prima di arrivare all'abitato mi sedetti all'ombra di un albero di pompelmo sul ciglio della strada, con vista sulla pianura.
Qui in montagna i colori sono più intensi: il rosso dei fiori delle tulipifere, il giallo dei frutti del pompelmo, l'arancione dei mandarini, il blu del cielo.
Mangiavo e bevevo, il cestino da viaggio tra i piedi.
I contadini mi passavano davanti con la loro andatura strascicata, accennando con il capo.
A volte salutavano anche, amichevolmente.
Avevano tutti stivali di gomma e machete in mano; e tutti, uomini e donne, portavano pesanti carichi sulla testa; per lo più cesti di tuberi di igname appena raccolto.
Qui i trentenni dimostravano cinquant'anni, e i quarantenni sessanta; e molti, anche i giovani, nel salutare mostravano dei buchi nei denti anteriori.
Conseguenze di un'alimentazione carente, sbagliata, della mancanza di minerali e di microelementi nell'acqua?
Non lo chiesi.
Non sembravano inaspriti.
Al contrario, avevano un atteggiamento amichevole, e orgoglioso.
Il governo era molto lontano; i deputati eletti non si facevano mai vedere, da nessuna parte, salvo che al momento delle elezioni; ma fintantoché nessun uragano inondava i loro campi o spazzava via le piantagioni a terrazza sui ripidi fianchi del monte trascinandole giù in pianura, o faceva marcire i tuberi, loro avrebbero continuato a mettere al mondo figli e a crescerli, per poi vederli emigrare in città o all'estero.
E sarebbero stati sepolti onorevolmente.
Non dovevano nulla a nessuno, nessuno doveva loro alcunché.
Un'alzata di spalle: "Così è la vita".
Solo uno mi chiese con insistenza una cosa.
Un uomo dall'aspetto emaciato, con il grosso labbro inferiore che pendeva rilasciato e con il gozzo, vestito di stracci e con stivali di gomma dalle suole consumate.
Di certo lo scemo del villaggio.
Discretamente mi chiese una sigaretta.
La prese pieno di dignità.
Gli avvicinai l'accendino.
Un sorriso timido balenò nei suoi occhi e alla piega della bocca.
"Grazie."
"Allright, brother ", risposi io.
Fece un cenno con il capo, si girò e prese giù per un sentiero di capre sul fianco della montagna.
Mi alzai, sistemai il cestino col pranzo e le bevande davanti al sedile del passeggero ed entrai in paese.
Mi sentivo leggero, lucido.
Mi sentivo bene.
"Uno scandalo, com'è decaduto il nostro circondario", disse uno dei molti disoccupati che perdevano il loro tempo al banco della taverna del mio conoscente.
Gli avevo offerto due birre e alcune sigarette e gli avevo chiesto della situazione.
"La sede dell'ufficio Manutenzione Stradale è vuota, spogliata di tutto; la polizia ha una macchina nuova di zecca, e molto chic, ma non ha il telefono; l'ospedale, appena rinnovato, è stato declassato a semplice clinica, e quanto all'ufficio amministrativo del distretto ... tutto tace."
Lo sapevo bene, queste lamentele si facevano da anni e questa gente si era messa, fatalisticamente, nella condizione di essere a poco a poco abbandonata da Dio e dagli uomini.
"Tra qui e Albert Town c'è solo acqua che non è più analizzata dall'Ente Acquedotti ... E poi un solo telefono, al centro di Albert Town, per tutta questa gente ..."
Comparve l'oste, da una stanza sul retro, e mi salutò.
Ci conoscevamo da molto tempo.
Fece cenno al mio informatore di lasciarci soli.
L'uomo si alzò.
"Ah, lei ha parenti o amici qui in giro? Non è della stampa?"
"Come le viene in mente che io sia un reporter?" scoppiai a ridere io.
"Beh, radio e stampa sono le uniche che si schierano a difesa dei nostri interessi" rispose l'uomo, in un tono che lasciava intendere che mi riteneva così scemo da non sapere le cose più ovvie.
"Ho un cugino a Warsop" mentii io.
"Ah, è così. Bene. Salve, arrivederci. Stia bene. Grazie per la birra. Arrivederci."
Lentamente l'uomo si trascinò via.
Lanciai uno sguardo interrogativo all'oste.
"Un buono a nulla", disse McKinley con tono di disapprovazione.
"Invece di alzare le chiappe, sta sempre seduto ad aspettare aiuto dall'esterno. Invece di coltivare l'igname, per il quale si ottiene ancora pur sempre un buon prezzo, si aspetta che sia P.J. a metterglielo in bocca bell'e che arrostito. Un tipico socialdemocratico."
"Mmm", feci io mostrando scarso interesse al riguardo.
"Rass Lick è a casa, è tornato ieri dal busch", l'oste venne al punto.
"Lui e la sua famiglia hanno lavorato con molto zelo."
Ordinai della birra per noi.
Lui la prese calda, io gelata.
"Il raccolto è buono, forse troppo buono quest'anno.
Questo abbassa i prezzi. Sei-settecento dollari per una libbra della migliore qualità.
Molti la venderanno solo ad aprile, o a maggio, quando potranno ricavarne il doppio.
Ma lei è già in cerca."
McKinley mi guardava con aria furba, coi suoi piccoli occhi da porcello; la pancia trabordante ballava su e giù.
"Ogni cane ha il suo giorno, ma il gatto ha un appuntamento alle quattro " sogghignai io enigmatico.
L'uomo annuì.
"Va bene se si ha gente di cui ci si può fidare", disse lui sottolineando con il tono della voce le sue parole.
Mi guardò con aria assente e si passò la lingua sul labbro superiore.
"Lei non ha idea di quanti episodi di criminalità abbiamo avuto qui, ultimamente ...
Da un lato è un bene che i nostri poliziotti siano così scemi, e quindi siano tagliati fuori dal mondo (i collegamenti radio non funzionano praticamente mai); ma dall'altro sarebbe assai utile, qualche volta, avere dei poliziotti svegli, capaci di arrivare anche subito, una volta chiamati, e magari anche di catturare un paio dei peggiori tra questi ladri.
È davvero un peccato che uno come lei abbia lasciato la polizia.
Cavolo!
È da allora che io la rispetto!"
"Grazie", risposi io ironico.
Ci conoscevamo veramente da tanto tempo.
"Ma ne avevo le tasche piene, e a ragione", gli ricordai io.
"Continuamente sbattuto di qua e di là, continuamente trasferito.
Che vita è?
Giovane poliziotto di Portland, ero arrivato qui a Trelawny come un eschimese in terra straniera ..."
McKinley fece un ghigno.
"Beh, per essere un eschimese aveva capito subito le regole del gioco!"
Rovesciò indietro la testa, bevve un lungo sorso dalla bottiglia e poi rise, spruzzando la schiuma tutt'intorno a sé.
"Quanto più guardi, tanto meno vedi", dissi io.
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