La maschera trasparente
Apparire o essere?
Autore: Elena Liotta
Editore: La Piccola Editrice
Prima edizione: --/2006
Edizione corrente: --/2006
EAN-ISBN: 9788872589038
Pagine: 142
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13x20 cm
Prezzo di copertina: 12,00 Euro
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Descrizione
Non sapremo mai esattamente quanta parte del nostro essere sia veramente nostra e quanto lo sia diventata, né fino a che punto ciò che siamo, in ciascun periodo della vita, sia stato indotto e condizionato dall'ambiente sociale.
E anche l'apparire è soggetto allo stesso ambiguo destino.
L'autrice, com'è nel suo stile - scorrevole e legato alla concretezza della vita - ripercorre le varie contraddizioni che contraddistinguono le relazioni personali tra finzione, vuota apparenza e autenticità.
Passa poi a leggere in modo critico le incongruenze di una società, corroborata dai massmedia, che insinua modi di vita basati sulla superficialità.
Nell'ultima parte, com'è nel suo costume, ci offre alcuni stimoli di cambiamento concreto verso uno stile di vita che sa scegliere il piccolo, la semplicità nell'autenticità dell'essere.
Indice
Premessa: Coscienze vigili, coscienze critiche
PRIMA PARTE
Essere, apparire e mutamento
Per cominciare
Significati in comune
Essere, apparire e nuovo inizio
Impostori e seduttori
Narcisismo
Promesse e Tradimenti
Dall'iniziale apparire verso l'essere nella vita
SECONDA PARTE
Società dell'apparire e apparire nella società
Le maschere: mostrarsi e nascondersi
La società dello spettacolo e il suo pubblico
Avere o essere o apparire
Il fallimento della critica sociale
Disturbi dell'apprendimento?
Bisogni primari e mass media: le verità nascoste
TERZA PARTE
mito del progresso, del benessere e della felicità
I valori, tra menzogna e verità
La politica, l'apparire e la ragione critica
Le stanze segrete
La comunicazione mascherata e il silenzio del dissenso
La satira dalla parte dell'essere
Che fare, nel piccolo?
Note biografiche
Elena Liotta, nata a Buenos Aires, vive da diversi anni ad Orvieto.
Psicoterapeuta e psicologa analista è membro didatta della IAAP (International Association of Analytical Psychology).
Svolge la sua attività in ambito clinico, socio-educativo e culturale a livello interdisciplinare e internazionale.
È autrice di numerose pubblicazioni, tra cui Le solitudini nella società globale, edito da La Piccola Editrice.
Estratto
Le maschere: mostrarsi e nascondersi
L'apparire inteso come ciò che sembra, allude implicitamente a una realtà diversa, altra da ciò che sembra, forse non proprio un opposto, ma comunque altro e comunque dubbio.
Sembra una persona corretta, ma chissà?
Sembra che mi ami, potrò fidarmi?
Sembra giovane, o anziano, ma quanti anni avrà davvero?
Sembra ricco, ma sarà poi vero, o è pieno di debiti?
Magari presta i soldi a strozzo.
Sembra povero, e sotto sotto mette i soldi in banca!
Sembra esperto nel suo campo, ma saremo sicuri?
Sembrano tanto felici, ma bisogna vedere dietro.
Sembrava una persona perbene e tanto tranquilla! .
Nella vita delle persone, l'apparire e l'essere - il secondo inteso come realtà sottostante al primo - si mantengono indisturbati nel loro equilibrio, finché non accade qualcosa che svela, che toglie la maschera più o meno pesante che li avvolge, lasciando che si affacci qualche verità.
Le vicende dell'esistenza, soprattutto quelle non previste e non controllabili, possono far emergere aspetti inediti a se stessi e agli altri.
Ad esempio, è difficile conoscere e poter mostrare il proprio coraggio se non capita mai l'occasione.
È facile essere gentili e benevoli se non si viene mai provocati.
È forse naturale sentirsi migliori di quello che si è, quando non ci si osserva onestamente e quando le situazioni non ci mettono alla prova.
In un certo senso, a volte, indossiamo delle maschere senza saperlo, soltanto perché l'abitudine, l'idea che gli altri hanno costruito intorno a noi, la mancanza di stimoli contrari, non fa trasparire nulla di diverso.
Continuando sulla metafora delle maschere, altra cosa è rispettare i ruoli, essere gentili con un partner o sul lavoro, anche se l'umore non è dei migliori.
Questa non è ipocrisia, non è falsità e non c'è nulla di menzognero a mostrarsi ben vestiti e truccati, se il contesto di vita lo richiede.
Così come non è introversione ma sana discrezione e auspicabile riservatezza contenere le proprie dinamiche interiori negli ambienti di lavoro o pubblici: l'autenticità non va ridotta allo scarico senza limiti di pulsioni ed emozioni, allo sbragarsi ovunque e con chiunque confondendo l'essere se stessi con l'essere come ci pare, immemori del contesto e degli altri.
Ci sono, ancora, altre maschere che hanno la qualità della trasparenza, vero-simili a tal punto che identità fittizia e verità si sovrappongono anche nella percezione interna del soggetto.
Egli risulterà convincente anche all'esterno manipolando gli altri al di là dei loro dubbi inascoltati, dei segni inequivocabili non colti, in una specie di ipnosi che al risveglio lascia tutti ammutoliti.
Penso a quel procedere, nonostante i segnali indichino di fermarsi, che porta tante vite sull'orlo del fallimento, e anche giù fino al fondo.
Visto che le maschere di ogni genere abbondano nelle forme sociali di convivenza, dovremmo chiederci quale funzione psichica o biologica animi la sentita esigenza di regolare l'esposizione di se stessi.
Per quanto riguarda la psicologia, la dinamica tra essere e apparire ha veramente una storia antica quanto l'uomo e risvolti storici che accompagnano lo sviluppo della civiltà e delle diverse culture nel mondo.
C'è una parte di questa dinamica che è abbastanza lecito considerare come universale, strutturale, congenita all'essere umano.
Sembra che esista una forma di paura, pudore, riservatezza, a mostrarsi semplicemente così come si è.
La nudità.
Proviamo a inoltrarci.
Sarà quella stessa sensazione ben esemplificata dal vissuto di Adamo ed Eva nel mito della cacciata dal Paradiso terrestre?
Sarà per via della mancanza di protezione rispetto al clima, al freddo e al caldo, alle minacce, ai disturbi e agli ostacoli prodotti dalla natura, specie paragonando l'uomo agli animali che hanno peli, scaglie, aculei, artigli, corna, gusci, insomma non solo la nuda e sottile pelle, così facilmente penetrabile e al tempo stesso così fondamentale a contenere viscere, vasi sanguigni e tutto il resto?
Perché nudità è diventata sinonimo di fragilità?
Mi sembra probabile che qui abbia inizio, in senso anche lato e simbolico, il bisogno della vestizione, della copertura, dell'occultamento.
Non poter essere quello che si è per nascita in quanto troppo rischioso per la sopravvivenza e allora, strato su strato, si sono costruite protezioni, abilità, altre protezioni, altre abilità, fino alla nostra iperstrutturata condizione attuale, nella società avanzata e in via di globalizzazione.
Accanto a questo aspetto che rimanda alla paura, è facile evincerne un altro meno angosciante: sempre nella storia dell'umanità possiamo cogliere un vero e proprio piacere del nascondimento, il gusto della segretezza, del trattenere qualcosa per sé nel proprio intimo senza che altri ne vengano a conoscenza.
Sul piano collettivo, molte tradizioni sacre e profane, sono state costruite su avvenimenti che ruotano intorno a oggetti concreti, preziosi oppure caricati di valori simbolici e soprattutto introvabili, misteriosamente custoditi, e se ancora esistenti, esposti solo in speciali occasioni ritualizzate.
E poi c'è un altro aspetto ancora, quello estetico e cosmetico, il piacere dell'abbellimento, secondo i canoni previsti da ciascun gruppo, un abbellimento codificato e riconoscibile che conferisce potere, attrattiva.
Neanche le popolazioni primitive, indigene, le quali dove il clima lo permette vivono tuttora esponendo il corpo nudo, hanno rinunciato al piacere della maschera, alla cosmesi, alla modifica del volto o del corpo rispetto alla sua naturale costituzione.
Non parliamo poi delle maschere intere e dei travestimenti che seguono un filo ininterrotto dal passato più remoto fino a oggi, con rituali e tradizioni specifiche dall'Africa al Centro e Sud America, fino all'Asia, alle Isole del Pacifico, all'Australia, come anche in Europa e Stati Uniti, dove vengono indossate durante le processioni religiose, i cortei storici, ma soprattutto per il Carnevale e altre feste appositamente costruite per il gioco collettivo del mascherarsi.
Agli esseri umani piace ancora oggi, almeno ogni tanto, diventare diversi da se stessi, scegliere una figura, un personaggio da incarnare, per gioco, per riscatto, per il gusto stesso della finzione, per confondere l'altro, per uscire da un identità troppo angusta.
L'autenticità senza veli né contraddizioni, qualora fosse possibile sostenerla, può diventare psicologicamente stressante, faticosa e non particolarmente gradevole, forse anche monotona, al punto da dover essere interrotta ogni tanto.
Esiste, insomma, un bisogno fisiologico di appartarsi, ripararsi, camuffarsi rispetto alle aspettative sociali sempre incombenti.
Altrove ho definito questa condizione come "stress da relazione" e come necessità di sviluppare una sana e consapevole capacità di non-relazione .
Con o senza maschere.
A volte, se non è possibile riposarsi dalla relazione, ci si nasconde dietro apparenze diverse, un far finta non maligno, un mentire a fin di bene, solo per strategia difensiva contingente.
Allargando ancora il discorso, giungiamo a tutte le forme di rappresentazione artistica e alle maschere dell'attore che per definizione agisce, mette in atto la realtà simbolica della narrazione, interpretando personaggi anche molto diversi tra loro.
Questa figura è oggi popolarissima e ammirata - la star - come mai nella storia della professione, che ha invece vissuto tempi duri di svalutazione e marginalità.
Non a caso la nostra stessa società viene definita come società dello spettacolo.
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