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Autori: Valentina Baiocco, Silvia Bolotti, Federica Brunella, Augusto Ciuffetti, Claudia Colletta, Lucio Febo, Luca Frontini, Giovanna Giubbini, Carlotta Latini, Irene Manzi, Eleonora Marsili, Cesare Mario Natale, Nicoletta Olivieri, Eugenio Paoloni, Gilberto Piccinini, Andrea Pongetti, Lidia Pupilli, Emanuela Sansoni, Marco Severini, Matteo Soldini, Riccardo Paolo Uguccioni
Curatore: Marco Severini
Editore: Codex
Prima edizione: 09/2010
Edizione corrente: 11/2010
EAN-ISBN: 9788890387579
Pagine: 401
Illustrazioni: 24
Rilegatura: Cartonato, filo refe
Dimensioni: 17x24 cm
Prezzo di copertina: 30,00 Euro
Prezzo versione digitale ePub: 9,90 Euro
Argomento: Storia e saggistica
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Descrizione
Alla vigilia del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, questo volume completa un progetto di ricerca, promosso dal Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, e rico-struisce sul piano politico, civile e socio-economico la trama degli avvenimenti che, tra il settembre 1860 e il marzo 1861, portarono le Marche dal regime pontificio all'interno dello Stato unitario italiano.
Dalla conquista piemontese all'amministrazione Valerio, dal plebiscito del 4-5 novembre 1860 alle prime libere elezioni dei rappresentanti locali e nazionali, il volume, frutto della sinergia e della collaborazione tra ventuno studiosi afferenti a tutti gli atenei e ai principali istituti di ricerca storica marchigiani, indaga peculiarità e protagonisti, problemi e vicende di una svolta storica, percepita come epocale dagli stessi testimoni del tempo.
Indice
Introduzione
QUESTIONI
Marco Severini
150 anni dall'Unità
Gilberto Piccinini
Ancona capoluogo, le Marche una regione
Irene Manzi
L'amministrazione Valerio
Nicoletta Olivieri
I protagonisti dell'annessione
Eugenio Paoloni
La battaglia di Castelfidardo tra storia, memoria e attualità
Augusto Ciuffetti
La dimensione economica e sociale
PERIFERIE
Claudia Colletta
Il Pesarese
Andrea Pongetti
L'Anconetano
Marco Severini
Il Maceratese
Cesare Mario Natale
Il Fermano
Matteo Soldini
L'Ascolano
PROTAGONISTI E COMPRIMARI
Lidia Pupilli
Vincenzo Buffarini: affari e politica fra Secondo Impero e Regno d'Italia
Valentina Baiocco
Un notabile in Parlamento: Bellino Briganti Bellini
Emanuela Sansoni
Il carteggio di Giacomo Ricci nel biennio unitario
Eleonora Marsili
Le carriere dei notabili
Luca Frontini
Garibaldini, mazziniani e democratici intorno all'Unità
Riccardo Paolo Uguccioni
Domenico Guerrini primo sindaco della Pesaro italiana
PECULIARITÀ
Giovanna Giubbini
Il Fondo Valerio nell'Archivio di Stato di Ancona
Marco Severini
Senigallia, sede del primo governo marchigiano
Lucio Febo
Jesi tra vocazione industriale e network nobiliare
Federica Brunella
La media Vallesina al voto
Silvia Bolotti
Ambizioni autonomistiche, problemi sociali ed elezioni a Fabriano
Carlotta Latini
Processo penale e delitto politico tra Marche pontificie e Stato unitario
Summary
Tabula gratulatoria
Cronologia
Profilo degli autori
Indice dei nomi
Note biografiche
Valentina Baiocco si è laureata in Lettere moderne presso l'Università di Macerata con una tesi sulla letteratura italiana della migrazione.
È membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento Italiano.
Lavora per conto dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche al progetto «Archivio storico digitale. La memoria della Resistenza».
È redattrice di «Storia e problemi contemporanei».
Silvia Bolotti è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Laureatasi all'Università di Macerata, si è interessata delle vicende politiche e sociali della periferia marchigiana nel primo Novecento.
È autrice, per i nostri tipi, della monografia Macerata nella prima guerra mondiale (Codex, 2010).
Federica Brunella è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Si è laureata all'Università di Macerata in Storia delle Marche in età moderna e contemporanea studiando l'attività parlamentare di Adele Bei.
Augusto Ciuffetti è ricercatore di Storia economica presso la Facoltà di Economia "Giorgio Fuà" dell'Università Politecnica delle Marche e collabora con l'Istituto per la Cultura e la Storia d'Impresa "Franco Momigliano" di Terni.
È direttore di «Patrimonio industriale», rivista dell'Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale, nonché membro del comitato direttivo di «Ricerche storiche» e del consiglio scientifico di «Proposte e ricerche».
Tra le sue pubblicazioni più recenti si segnalano i volumi
Ascesa ed apogeo di una famiglia borghese: i Sereni nei secoli XVIII-XX, coautore R. Covino (Crace, 2009);
Energia e macchine. L'uso delle acque nell'Appennino centrale in età moderna e contemporanea, curato insieme a F. Bettoni (Crace, 2010).
Claudia Colletta si è laureata in Lettere moderne, con lode, presso l'Università di Bologna e, nel 2009, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Scienze Storiche presso la Scuola Internazionale di Studi Storici dell'Università di San Marino.
Ha partecipato a diversi convegni e progetti di ricerca, interessandosi di storia delle religioni nell'Europa del Seicento e dell'Ottocento e di storia dell'ebraismo in ancien régime, con particolare interesse per lo studio delle comunità ebraiche stanziate nelle Marche.
Ha pubblicato una monografia, dal titolo "La comunità tollerata. Aspetti di vita materiale del ghetto di Pesaro dal 1631 al 1860" (2006) e ne ha in corso una seconda, sviluppo della propria tesi di dottorato intitolata "Vivere 'senza ghetto'. Gli ebrei nella Marca e nello Stato Pontificio tra Sei e Settecento".
Lucio Febo si è laureato in Scienze politiche all'Università di Camerino, con una tesi sul movimento anarchico nella Vallesina in età giolittiana.
Ha collaborato alla compilazione di schede biografiche di anarchici marchigiani e romagnoli per le Università di Milano, Teramo, Messina e Padova, nonché di sindacalisti marchigiani, raccolte rispettivamente nel "Dizionario biografico degli anarchici italiani" (2003-2004) e nel "Dizionario biografico del movimento sindacale nelle Marche, 1900-1970" (2006).
Ha pubblicato la biografia del patriota Lorenzo Bucci: "Il 'capitano bello' di Montecarotto. Vita di un nobile garibaldino, eroe della Repubblica Romana del 1849" (2010); frutto di uno studio iniziato con la laurea triennale in Storia contemporanea conseguita all'Università di Macerata nel 2009.
Luca Frontini è nato nel 1979 in provincia di Ancona.
Nel 2006 si è laureato in Storia e memoria delle culture europee presso l'Università di Macerata.
Nello stesso ateneo, durante l'anno accademico 2008-2009, ha conseguito la Laurea Specialistica/Magistrale in Ricerca storica e risorse della memoria con una tesi di Storia delle Marche in età contemporanea.
Dal 2010 fa parte del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano.
Giovanna Giubbini è direttrice dell'Archivio di Stato di Ancona e della dipendente Sezione di Fabriano.
Nella sua attività istituzionale e di studio si è occupata della organizzazione e gestione di archivi prodotti da uffici statali, da enti pubblici e da privati.
Ha collaborato con le istituzioni locali in Umbria e nelle Marche per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale.
È autrice di articoli e saggi nelle materie di competenza. Insegna Archivistica come professore a contratto presso la Facoltà di Lettere dell'Università degli Studi di Perugia.
Carlotta Latini insegna Storia del diritto italiano e Storia del diritto penale presso l'Università di Camerino.
Più volte borsista presso il "Max Planck Institut für Europäische Rechtsgeschichte", dottoressa di ricerca in Storia del diritto italiano presso l'Università di Siena (2000), ha studiato le immunità ed i privilegi ecclesiastici nel corso dell'antico regime, le riforme giuridiche ed istituzionali attuate nell'Europa della Grande guerra: attualmente si occupa dei rapporti tra diritto penale comune e diritto penale militare tra Otto e Novecento.
Ha pubblicato ricerche in Italia e in Europa, tra cui "Die Gesetzgebung in Kriegszeiten. Ein Beitrag zur Doktrin der Ermaechtigung in Europa" (2007), Il governo legislatore. Espansione dei poteri dell'esecutivo e uso della delega legislativa in tempo di guerra, in Il governo dell'emergenza. Poteri straordinari e di guerra in Europa tra XVI e XX secolo (Viella, 2007) e "Parlement et gouvernement sont une seule et même chose. Prorogation des sessions parlementaires et recours aux commissions de contrôle en Italie (1914-1918)" (2008).
Ha pubblicato la monografia Cittadini e nemici. Giustizia militare e giustizia penale in Italia tra Otto e Novecento (Mondadori Education, 2010).
Irene Manzi è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Autrice di diverse ricerche relative alla storia politica e costituzionale dell'età contemporanea, ha realizzato il volume La Costituzione della Repubblica Romana del 1849 (Affinità Elettive, 2003).
Ha partecipato a numerosi volumi collettanei di storia contemporanea e collabora con alcune riviste storiche.
Eleonora Marsili è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Dopo aver frequentato il corso di Laurea Magistrale in Letteratura e Filologia dal Medioevo all'età contemporanea presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Macerata, si è laureata con una tesi specialistica in Storia delle Marche in età contemporanea.
Sta completando una ricerca su Maria Pucci, deputata al Parlamento nella prima legislatura repubblicana.
Cesare Mario Natale, laureato in Scienze Politiche e in Storia, è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Ha iniziato recentemente a svolgere attività di ricerca, occupandosi di storia politica contemporanea e pubblicando, con altri, l'opera Romolo Murri. L'opera di un pensatore fermano. Religione, filosofia, scienza e storia al servizio della politica (Affinità Elettive, 2009).
Sta completando il dottorato di ricerca presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Macerata con uno studio sulla politica mediterranea dell'Italia nel periodo del centrosinistra organico.
Nicoletta Olivieri è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Si è laureata in Lettere classiche all'Università di Macerata ed attualmente insegna Italiano e Storia nelle scuole superiori.
Laureanda in Storia delle Marche in età moderna e contemporanea, è responsabile dell'Archivio storico "Onofri" di San Ginesio.
Autrice di articoli culturali, è consulente editoriale per l'adattamento dei testi di doppiaggio di prodotti multimediali.
Eugenio Paoloni è presidente della Fondazione "Duca Roberto Ferretti" di Castelferretto: già presidente della sezione di Castelfidardo di Italia Nostra e promotore nel 1981 dell'istituzione del locale Museo del Risorgimento.
Gilberto Piccinini insegna Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Urbino "Carlo Bo" dove tiene anche la cattedra di Storia del Risorgimento.
Presiede, dal 1997, la Deputazione di Storia patria per le Marche e, dal 1995, il Comitato provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano.
Tra i suoi recenti lavori:
Processi di trasformazione della società e della cultura italiana del primo novecento, in "Giovanni Crocioni, le Marche e la cultura del primo novecento" (2008);
la cura del volume "Le Marche e la Grande Guerra (1915-1918)" (2008)
e la partecipazione come autore a Giovanni Conti politico, costituente, storico (Il Lavoro Editoriale, 2010).
Andrea Pongetti è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Laureatosi in Storia presso l'Università di Bologna (2006), giornalista pubblicista, ha pubblicato per i nostri tipi la monografia Società e colera nell'Italia del XIX secolo. L'epidemia di Ancona del 1865-67 (Codex, 2009) e collaborato ad alcune opere collettanee, tra cui "Le Marche e la Grande Guerra" (2008).
Lidia Pupilli sta svolgendo il Dottorato di ricerca «F. Chabod» in Storia contemporanea presso l'Università "Luiss-Guido Carli" di Roma.
Vicepresidente del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, è membro della redazione di «Storia e problemi contemporanei».
Si è occupata, in particolare, dei carteggi di politici, intellettuali e clan familiari, della stampa periodica ottocentesca, di elezioni nell'Italia del Novecento e di biografia politica, con profili realizzati per il Dizionario biografico degli italiani e per altre opere collettanee.
Tra i suoi lavori Il sogno spezzato. Lina Tanziani e il suo tempo (Affinità Elettive, 2005) e le curatele delle opere Viaggio in Italia. Diario itinerante di un giovane aristocratico (1856) (Affinità Elettive, 2006), insieme a M. Severini, "Le Marche in età giolittiana" (2007) e Giovanni Conti politico, costituente, storico (Il Lavoro Editoriale, 2010).
Emanuela Sansoni è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Laureatasi all'Università di Macerata, ha compiuto studi presso la Friedrich Universität di Jena.
Si è occupata di vicende politiche e sociali dell'età risorgimentale, con particolare attenzione al contesto marchigiano.
È autrice, per i nostri tipi, della monografia La Legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula (Codex, 2009).
Marco Severini insegna Storia del Risorgimento e altre discipline storiche dell'età contemporanea presso l'Università di Macerata.
Dirige per i nostri tipi la collana "Storia Italiana".
È segretario del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Ha studiato, in particolare, la Repubblica Romana del 1849, la lotta politico-elettorale nell'Italia del primo Novecento, la storia politica delle Marche tra Otto e Novecento, la biografia e la storiografia politica del XX secolo: inoltre, ha realizzato numerosi profili per il Dizionario biografico degli italiani e per altre opere collettanee.
Tra le sue recenti monografie:
Nenni il sovversivo (Marsilio, 2007), Girolamo Simoncelli (Affinità Elettive, 2008), Le storie degli altri (Codex, 2008), e la cura del volume Alberto Zavatti. L'uomo, la città, il tempo (Il Lavoro Editoriale, 2009).
È curatore e autore di cinque progetti di ricerca relativi al 150° anniversario dell'Unità d'Italia.
Matteo Soldini è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Laureatosi presso l'Università di Macerata, si è occupato dell'internamento civile fascista nelle Marche, pubblicando un saggio dal titolo L'internamento civile in provincia di Macerata («Storia e problemi contemporanei», 54, 2010, pp. 165-184).
Riccardo Paolo Uguccioni, giornalista pubblicista, vicepresidente della Deputazione di storia patria per le Marche, membro dell'Accademia Raffaello di Urbino, nel 1990 ha fondato con alcuni amici la "Società pesarese di studi storici".
Già docente a contratto di Storia moderna presso la facoltà di Scienze politiche dell'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo", è presidente della fondazione "Ente Olivieri" di Pesaro.
Ha studiato aspetti di storia politica, sociale ed economica dell'Ottocento napoleonico e pontificio, occupandosi fra l'altro di brigantaggio, viabilità, scuole, censura, ferrovie, comunità ebraiche e leva militare e approfondendo, di recente, il tema della carboneria.
Estratto
150 anni dall'Unità
L'Unità d'Italia compie 150 anni di vita.
Il 17 marzo 1861 è, infatti, la data di nascita dello Stato nazionale italiano.
In quel giorno venne promulgata la legge che conferiva a Vittorio Emanuele II di Savoia, re di Sardegna, e ai suoi successori il titolo di re d'Italia.
La legge era stata approvata dal primo Parlamento italiano, riunitosi per la prima volta a Torino il 18 febbraio precedente, nel corso di due sedute: il 26 gennaio era passata al Senato, con 129 voti favorevoli e 2 contrari, mentre il 14 marzo era stata approvata dalla Camera per acclamazione.
Il processo di unificazione italiano si sarebbe compiuto nel 1866 con la liberazione del Veneto e nel 1870 con l'occupazione di Roma, anche se gli italiani di Trento e Trieste avrebbero a lungo rivendicato la liberazione dal dominio austriaco.
L'Unità d'Italia nacque per effetto della linea politica attuata da un Piemonte liberale rivelatosi forte, dinamico e fortunato fino al punto da poter assorbire territori e popolazioni decisamente più ampi rispetto al suo nucleo originario.
Questa soluzione apparve tra 1860 e 1861 improcrastinabile.
Anche nelle province marchigiane, in cui élites e popolazioni erano rimaste a lungo fedeli al regime papalino, i patrioti caldeggiarono in quell'autunno-inverno del 1860 l'unificazione al Piemonte liberale come unica soluzione possibile: una soluzione che, con l'aiuto determinante di notabili e proprietari terrieri, venne ratificata in alcune località dal 100% dei votanti.
Ovviamente, compiuta l'Italia, restarono nell'agenda dei governanti molteplici questioni da affrontare.
Le scelte che la classe dirigente italiana, rimasta improvvisamente orfana del suo leader Cavour (morto il 6 giugno di quell'anno), adottò nel 1861 sarebbero risultate determinanti per i decenni successivi, decenni di profonda trasformazione e modernizzazione per una penisola che fino a quell'anno fatidico era rimasta suddivisa in diversi Stati dinastici.
Nel 1861 trovò conclusione un processo di unificazione avvenuto in tempi straordinariamente rapidi e con modalità impreviste dai suoi stessi artefici.
Questa Unità fu il risultato della combinazione tra un'iniziativa dall'alto, quella monarchico-sabauda, e un'iniziativa dal basso, le insurrezioni nell'Italia centrale e la spedizione garibaldina nel Mezzogiorno, a danno delle vecchie dinastie peninsulari.
La prima si impose sulla seconda, anche per il lealismo di Garibaldi che vide nella costruzione di uno Stato unitario con Vittorio Emanuele II la priorità assoluta da seguire: e che la forma del nuovo Stato dovesse essere unitaria e centralizzata dipese anche dall'impossibilità di una soluzione federale, non essendo presente sulla scena italiana alcun'altra autorità territoriale e politica con lo stesso grado di legittimità della monarchia sabauda.
Nell'incontro tra la componente moderata e dinastica e quella democratica, la prima risultò vincente, ma non in maniera così esclusiva da impedire che la nascita dello Stato italiano fosse segnata dalle rivoluzioni democratiche di un decennio prima.
Non casualmente la sanzione dell'unione di diversi territori in un unico organismo statuale giunse appunto dai plebisciti che, pur poco rappresentativi dell'orientamento delle popolazioni interessate, costituirono un omaggio al principio di sovranità popolare, uno di quei principi che nel 1849 aveva rappresentato l'unica, concreta alternativa alla creazione di uno Stato monarchico in un'Europa piena di monarchie.
Per le Marche, liberate militarmente dalle forze piemontesi nel settembre 1860, l'anniversario di questi grandi eventi inizia con il 2010 e termina nel 2011: nell'anno in corso ricorre il 150° anniversario della liberazione dal regime pontificio e dell'annessione al Regno sabaudo, mentre nel 2011 cade l'elezione del primo Parlamento italiano e la proclamazione del Regno d'Italia.
Se uno Stato italiano non era mai esistito prima del 1861, un'idea di Italia, in quanto comunità linguistica, culturale, religiosa e in parte economica, esisteva almeno fin dall'epoca dei comuni.
Tale idea aveva conosciuto un nuovo impulso durante la dominazione napoleonica, allorché si erano affacciati nuovi orientamenti unitari e indipendentisti: ma né i moti del 1820-21 né quelli del 1831 e nemmeno le rivoluzioni del 1848-49, che avevano visto proclamare repubbliche a Roma e Venezia e regimi democratici nelle principali città italiane, erano riusciti a scalfire l'egemonia dell'impero austriaco sulla penisola, garantita dall'equilibrio politico europeo stabilito nel 1815 con il Congresso di Vienna.
Un problema nazionale italiano era però emerso e di esso si erano occupati scrittori, politici e intellettuali, prefigurando soluzioni di natura moderata, federalista, repubblicana e democratica. In particolare il genovese Giuseppe Mazzini aveva delineato un articolato progetto politico che era incentrato su tre obiettivi sostanziali (indipendenza, unità, repubblica) e sulla convinzione che l'unico mezzo per conseguirli fosse costituito dall'insurrezione popolare.
Ma la sconfitta delle esperienze rivoluzionarie italiane attuatesi poco prima della metà dell'Ottocento aveva riportato sui rispettivi troni le vecchie case regnanti, ripristinato l'egemonia austriaca, bloccato la via delle riforme e frenato drasticamente lo sviluppo economico della penisola.
A questa generale situazione si sottrasse il solo Piemonte che, durante il regno di Vittorio Emanuele II e sotto la guida politica di Cavour, divenne negli anni cinquanta dell'Ottocento uno Stato liberale e moderno, mentre proseguiva instancabile l'attività mazziniana che, peraltro, andava incontro ad ulteriori fallimenti.
Convintosi della necessità di appoggiarsi alla Francia imperiale per cacciare gli austriaci dalla penisola, Cavour strinse con Napoleone III a Plombières, nel 1858, un'alleanza militare in vista del conflitto contro l'impero degli Asburgo.
Nel corso dei tredici mesi compresi tra l'inizio della seconda guerra d'indipendenza e la partenza dei Mille, la questione italiana conobbe prima un'accelerazione improvvisa e poi un esito straordinario e imprevisto.
In particolare, nel 1860, la cessione di Nizza e Savoia alla Francia segnò la fine del vecchio Stato sabaudo e aprì la strada alla formazione dello Stato nazionale italiano.
La contrastata applicazione delle clausole degli accordi di Plombières consentì al Piemonte di eliminare gli ostacoli diplomatici all'annessione di altre regioni italiane: nel marzo due plebisciti sancirono la fusione della Toscana e dell'Emilia-Romagna con il Regno sabaudo.
Ma fu la ripresa dell'iniziativa da parte dei democratici e, soprattutto, la Spedizione dei Mille a mutare la posta in gioco.
Partito nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto e sbarcato l'11 seguente a Marsala, in Sicilia, Garibaldi e le sue camicie rosse sconfissero ripetutamente le truppe borboniche, occuparono la Sicilia e marciarono su Napoli dove entrarono il 7 settembre 1860.
Dopo aver constatato che non c'era speranza di attuare un moto moderato a Napoli e per evitare che Garibaldi - che aveva chiesto a Vittorio Emanuele II il suo licenziamento - marciasse su Roma, Cavour decise di far intervenire l'esercito piemontese nelle Marche e nell'Umbria, ottenendo l'assenso di Napoleone III, maggiormente preoccupato di scalzare l'Austria dalla penisola che di difendere quella parte dello Stato pontificio che dal 1849 era protetto dalle truppe transalpine.
Incoraggiando l'impresa cavouriana, Napoleone III era consapevole che avrebbe favorito la formazione dello Stato italiano unitario che fino a quel momento aveva cercato di evitare: ma l'imperatore capiva che per bloccare la spinta unitaria nella penisola avrebbe dovuto fare nel 1860 quello che non aveva voluto fare nel 1859, cioè allearsi con l'Austria e le altre forze reazionarie europee per schiacciare militarmente il movimento nazionale italiano.
Questo contrastava sia con la politica estera espansionistica seguita dalla Francia a partire dalla guerra di Crimea sia con la generale situazione politica del continente, profondamente diversa dal 1848, e dunque restia sia ad una nuova ondata rivoluzionaria sia ad una coalizione legittimista e reazionaria.
Dopo una protesta formale fatta dal governo di Parigi a quello di Torino, la via delle Marche era ufficialmente aperta all'esercito piemontese, forte di circa 33.000 uomini, a cui si opponevano circa 12.000 pontifici, in maggioranza volontari o mercenari.
In realtà, già nell'autunno del 1859 Garibaldi, comandante dei volontari romagnoli, aveva lanciato proclami ai marchigiani e li aveva esortati a prendere le armi, ma ragioni di politica internazionale avevano bloccato l'impresa e il generale era stato richiamato all'ordine da Vittorio Emanuele II.
Ma sul finire dell'estate 1860 la situazione politica si presentava decisamente differente: l'iniziativa era rimasta nelle mani di Garibaldi e dei democratici e per evitare che il generale attaccasse Roma, mossa che avrebbe provocato l'intervento francese e rimesso in discussione l'intera politica moderata del Regno sabaudo, al governo di Torino non restava altra scelta di prevenire l'iniziativa garibaldina con un intervento militare.
Pertanto, l'11 settembre Cavour chiese alla Santa Sede, con lettera datata il 7, l'immediato scioglimento dei reparti militari stranieri: alla risposta negativa della Curia romana - che, tramite il segretario di Stato, cardinale Giacomo Antonelli, esercitava un'influenza determinante su Pio IX -, l'esercito sardo avviò le operazioni militari.
In realtà, fin dallo stesso 11 settembre i generali Manfredo Fanti, comandante in capo e ministro della Guerra, ed Enrico Cialdini avevano varcato la frontiera pontificia.
La campagna militare delle Marche e dell'Umbria durò complessivamente 18 giorni e si trovò di fronte un nemico debole, disperso e lasciato solo da Roma.
La conquista piemontese fu preparata da una insurrezione nel Pesarese - che l'8 settembre portò alla resa della guarnigione pontificia di Pergola da parte di 400 volontari comandati da Giuseppe Fulvi e alle successive liberazioni di Fossombrone e Urbino - e venne sostenuta da bande volontarie provenienti dalla Toscana e dalla Romagna e organizzate dalle autorità governative.
Nella prima settimana di ostilità, mentre il V Corpo d'armata piemontese guidato da Fanti (che aveva lasciato l'interim della Guerra a Cavour) occupava senza difficoltà quasi tutta l'Umbria, il IV Corpo d'armata, comandato da Cialdini, si impadroniva della provincia di Pesaro e di buona parte di quella di Ancona, spingendosi fino a Castelfidardo.
Nel frattempo, il generale pontificio Lamoriciére, che da Foligno aveva raggiunto Macerata, cercava di dirigersi su Ancona.
Il 18 settembre avvenne la battaglia decisiva a Castelfidardo tra le truppe di Cialdini e quelle del Lamoriciére: scontro militare di modeste proporzioni, Castelfidardo ebbe una grande importanza sul piano politico poiché risollevò il prestigio della monarchia e dell'esercito sabaudo e aprì la strada alla conquista dell'Italia centrale e all'annessione del Mezzogiorno liberato da Garibaldi.
Infatti, nonostante la sproporzione tra le forze in campo, si trattò di un'impresa militare condotta unicamente dai Savoia che, a differenza di quanto accaduto nel 1859-60 e di ciò che sarebbe avvenuto nel 1866, guadagnarono parti della penisola senza alcun sostegno esterno.
La vittoria piemontese di Castelfidardo pesò notevolmente sull'intero processo di piemontesizzazione delle Marche e avrebbe fatto versare più inchiostro che sangue.
Opportunamente i caduti di entrambe le parti furono subito affidati al ricordo della memoria storica.
L'evento bellico interessò una vasta area compresa tra otto Comuni che, considerando il momento dello scontro più cruento tra gli eserciti, si estese per circa 300 ettari.
In questa zona, rimasta quasi integra dal 1860, sorge un Ossario-Sacrario dei caduti: la prima pietra di un monumento in memoria della celebre battaglia fu posta il 27 settembre 1861 alla presenza dei figli del re d'Italia, Umberto ed Amedeo di Savoia; tuttavia l'opera venne completata negli anni successivi.
Tra gli altri scontri campali, efficacemente ritratti da Carlo Bossoli, meritano un cenno la presa della città di Pesaro da parte di Cialdini che respinse la guarnigione militare nel forte, poi conquistato (11 settembre); l'occupazione di Fano (12 settembre); la conquista di Senigallia, con scontro nei pressi delle frazioni di S. Angelo e S. Silvestro tra i Lancieri di Milano e un battaglione della 7° Divisione, da parte italiana, e i pontifici ripieganti verso Ancona, che lasciarono alcuni morti e 200 prigionieri (13 settembre); la presa del forte di San Leo, bombardato dagli obici piemontesi e conquistato con improvviso assalto, che fruttò 145 prigionieri (24 settembre).
Completata con la conquista di Ancona (29 settembre) l'occupazione militare delle Marche, spettò a Lorenzo Valerio, inviato da Cavour e nominato il 12 settembre da Vittorio Emanuele II regio commissario generale straordinario delle Marche, governare la regione con pieni poteri, importandovi con l'emanazione di 840 decreti le leggi e gli istituti di uno Stato piemontese che stava diventando italiano.
Chiamato a gestire il periodo immediatamente successivo alla conquista militare piemontese, Valerio agì da solo, senza dotarsi di ministri e senza corresponsabilizzare della gestione del potere quel gruppo liberale marchigiano che pure vantava un notevole curriculum organizzativo e operativo: il commissario si mosse all'interno delle direttive governative e legiferò in nome di Vittorio Emanuele II, mantenendo un margine di autonomia che risultò particolarmente proficuo nella gestione di alcuni settori.
L'attività commissariale ebbe inizio, il 21 settembre 1860, a Senigallia, dato che Ancona, sottoposta ad assedio da parte di terra e di mare, era ancora in mano pontificia: l'intensa produzione di atti e decreti si concretizzò nell'estensione alle Marche di leggi e codici piemontesi, in una rigorosa politica ecclesiastica e scolastica, nel mutare la geografia amministrativa della regione e nell'attenta preparazione del voto plebiscitario.
Consigli di lettura
Il Risorgimento italiano (Laterza, 2009) di Alberto M. Banti.
Il Risorgimento e l'unificazione dell'Italia (Il Mulino, 2005) di Derek Beales, Eugenio F. Biagini.
La Monarchia e il Risorgimento (Il Mulino, 2003) di Filippo Mazzonis.
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Autore: Hanna Kowalewska
Editore: Edizioni del Gorgo
Traduttore: Barbara Delfino
Prima edizione: 10/2008
Edizione corrente: 10/2008
EAN-ISBN: 9788890370007
Pagine: 217
Rilegatura: Brossura
Dimensioni: 14x21 cm
Prezzo di copertina: 11,00 Euro
Argomento: Narrativa Straniera
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Descrizione
Matylda ha visto sua nonna Aleksandra una volta sola in vita sua a causa di vecchi e irrisolti dissapori familiari.
Ma alla morte della nonna è nominata erede universale.
Zawrocie, l'antica e aristocratica tenuta di campagna dove nonna Aleksandra ha passato tutta la sua vita, adesso è sua.
Tra la sorpresa e il risentimento di tutta la famiglia e dei cugini che hanno sempre vissuto in quei posti di provincia.
Quali sono i motivi che hanno spinto la nonna a questa scelta?
Perché escludere il nipote prediletto?
Che intrighi nasconde questa eredità inattesa?
Matylda si avventura in un passato che osserva e rivive con partecipazione, e ne affronta i risvolti presenti con grande equilibrio e forza interiore, riuscendo alla fine a leggere nelle azioni della nonna un disegno che comporta sacrificio, immaginazione e una forte volontà.
Note biografiche
AUTRICE
Poeta e scrittrice di prosa, Hanna Kowalewska è nata in Polonia nel 1960.
Ha studiato Filologia Polacca a Lublino e Sceneggiatura alla prestigiosa Scuola Nazionale Superiore del Cinema.
Autrice anche di testi teatrali, testi per programmi radiofonici e televisivi è considerata una delle più interessanti scrittrici di quella generazione che ha iniziato la sua produzione dopo il 1989 e la fine del comunismo.
Dopo l'esordio con delle raccolte di versi e di racconti, il suo primo romanzo Quell'estate a Zawrocie diventa un bestseller nazionale ed è poi tradotto in tedesco.
Tra le altre sue produzioni, ha scritto sempre con grande successo due romanzi a formare la cosiddetta trilogia di Zawrocie .
TRADUTTORE
Torinese, classe 1975, Barbara Delfino ha studiato Lingua e Letteratura Polacca a Torino, dove sta ora completando il suo dottorato in Polonistica.
È autrice di traduzioni dal polacco e dal russo con diverse case editrici, e di alcuni contributi sulla letteratura polacca comparsi su riviste di settore.
Estratto
Il ridicolo capriccio di una vecchia donna cattiva!
Alla base del male c'è il male, alla base dell'odio c'è l'odio, il libero arbitrio dà spazio a tutte le possibilità.
Non è forse così nonna?
Certo che è così! Proprio così
Mi sembra di sentirla la tua risata stridula.
Perché lo so che ridi alle mie spalle e a quelle di tutta la famiglia.
Ma forse soprattutto alle mie.
Dall'aldilà starai seguendo ogni mio passo, soddisfatta di essere riuscita a sconvolgermi la vita.
È bastato un pezzetto di carta beige sul quale avevi messo la tua firma con una calligrafia elaborata.
Io, Aleksandra Kamilowska Milska, nel pieno delle mie facoltà fisiche e mentali lascio tutti i miei beni a mia nipote Matylda.
Come in un brutto romanzo dell'Ottocento.
Ho visto i ghirigori col quale avevi iniziato il tuo nome, un doppio cappio grottescamente stretto su quella lettera che inizia anche il mio nome, una soffocante M in un intreccio rococò.
Ti devi essere divertita non poco a redigere quel documento, era stato sicuramente il diavolo a guidare la tua mano.
Ma doveva proprio suggerirti il mio nome?!
Non ho dubbi che si tratti di un regalo del demonio.
Il primo e contemporaneamente l'ultimo che mi hai fatto.
In vita tua non mi hai mai regalato neanche una caramella.
Ma chi se ne frega delle caramelle!
Mi sarebbe bastato un tuo sorriso, una carezza, anche un solo, ma vero, contatto fisico.
Per anni interi ho sognato di sentire la tua voce al telefono, di ricevere una tua lettera o un tuo regalo.
E poi mi sarebbe bastato solo vederti, anche in lontananza, di nascosto, attraverso una finestra.
Non sapevo nemmeno bene perché.
Come avrei potuto trarre delle conclusioni dal colore di un vestito, dalla forma di un cappello, da qualche gesto rigido e sofisticato, falsato dall'effetto della prospettiva guardando per un attimo e da lontano.
Avrei voluto anche vedere il posto in cui vivevi, quella mitica Zawrocie, irraggiungibile e misteriosa, separata dal resto del mondo da uno steccato, da una siepe e da un grande cancello chiuso a chiave, protetto da cani di razza.
Sogni infantili, puri e ardenti.
Alla fine ti ho dimenticato, come si dimenticano i nani, il lupo, la fatina buona e la strega cattiva.
Non avevo più bisogno delle favole.
Non avevo più bisogno del tuo amore.
Avevo ormai dimenticato la nostalgia.
Non ho fatto neanche in tempo ad odiarti nonna, ed è stato il più grande successo della mia giovinezza.
La mia sorellastra più giovane, Paula, non sopporta neanche il suono del tuo nome.
Per me sei come il personaggio di un libro letto tanto tempo fa, lontano e indifferente.
E tu che dici nonna?
Ti ho delusa, vero?
Contavi forse sul mio odio e volevi crogiolarti un po' in esso?
È banale l'atto di regalare qualcosa alle persone che ami, ma sicuramente questo non è nel tuo stile.
Fare un regalo importante ad una persona che ti odia!
Divertirsi del suo stupore e del suo disagio psicologico!
Guardarla dall'alto!
Eh sì, è molto più interessante, ma ti è andata male nonna.
Con Paula ti sarebbe andata meglio, molto meglio!
Ma allora nonna, perché proprio io?
Era stato così decisivo quell'incontro?
Ci siamo viste quell'unica volta.
Io ero una piccola bambina e tu, una donna che stava invecchiando, mi fissavi con uno sguardo freddo e penetrante.
«Questa è tua nonna» aveva detto la mamma, ma non mi aveva spinto verso di te.
Neanche tu avevi allargato le braccia per abbracciarmi.
Dopo pochi minuti ho smesso di prestarti attenzione e se non fosse stato per una fotografia sul fondo di un cassetto in camera dei miei genitori i tratti del tuo viso sarebbero svaniti per sempre dalla mia memoria.
Tu nonna avevi più possibilità di ricordare il nostro incontro e farti un'idea del mio carattere.
Forse proprio in quel momento avevi sentito che ero sangue del tuo sangue.
Ti ricordi come avevo fatto onore col mio sederino da bambina di cinque anni alla torta nuziale della cugina Zosia?
Devo esserti sembrata la mocciosa più impestata del mondo.
Non perché mi ero seduta sul vassoio della torta, ma perché non volevo che mi tirassero su.
Desideravo più di ogni altra cosa che gli ospiti si accorgessero della mia esistenza.
Quando tutti gli occhi degli invitati erano fissi sulla rosa di panna e sulla scritta "W gli sposi", mi sono arrampicata sulle ginocchia di mio padre e mi sono lasciata cadere sulla torta.
È stato un momento indimenticabile!
Guardavo con coraggio il coltello sospeso sopra la mia testa e una sfilza di visi sbalorditi e minacciosi che mi fissavano.
Ricordo come fosse oggi i pensieri confusi dall'assenzio grottescamente trasformati dalla stanchezza puerile, e il fumo di sigaretta.
Potrebbe tagliarmi.
Anzi, vorrei che mi tagliasse.
Sono una torta nuziale e ne riceverete una fetta ciascuno!
Mi scioglierò nelle bocche ed entrerò nelle budella!
È molto più interessante che essere una piccola bambina ignorata dalle coppie concentrate solo su se stesse.
E poi non voglio proprio essere una bambina!
Voglio essere una torta.
Ascoltatemi!
Sono una torta!
Sono una torta!
Mangiatemi!
Perché non volete mangiarmi?
Hanno dovuto portarmi via con i resti della torta sfatta.
Mi tenevo stretta al vassoio, come se senza di esso non potessi esistere.
Poi in cucina ci sono rimasta ostinatamente seduta sopra restando immobile.
Mia madre sapeva che era meglio lasciarmi stare.
Non c'era altro da fare.
In effetti avrebbe potuto tagliarmi a fette e dimostrare che non ero una torta farcita.
Ma non era nel suo stile.
Non mi avrebbe mai nemmeno picchiata.
Mi ha lasciato addormentare sul morbido pan di Spagna, in un angolino, vicino alla credenza di quercia un po' scrostata di inizio secolo.
Non so cosa pensavi in quel momento nonna, ma qualcosa avrai dovuto pensare.
Forse avrai brontolato irritata.
Ma certo, era prevedibile!
Mia figlia ha sposato un bastardo villano, nulla di strano se ha messo al mondo un mostriciattolo malvagio che ha rovinato il momento più importante di una festa nuziale.
Potevi di nuovo, dopo anni di incertezza e perplessità, tirar fuori la tua cocciutaggine, dimostrare ancora una volta a te stessa che qualche anno prima avevi avuto ragione solo tu, ed era andata bene così.
Forse in quel momento, guardando come dormivo con la guancia appoggiata sulla fredda superficie della credenza, hai reciso l'ultimo filo di comprensione con tua figlia.
Non voglio vedere una cosa del genere, ti ripetevi, non voglio!
Non voglio!
Se Krystyna ha scambiato il suono vellutato del pianoforte con quell'informe massa grassoccia di carne rosa che ricorda la faccia tosta e l'insolenza di quell'uomo odioso, allora non voglio conoscerla!
Non voglio!
Non voglio!
Non mi hai mai più rivista.
Paula invece non l'hai proprio mai vista perché è nata dopo quella festa di matrimonio.
In compenso potevi vedere tutti i giorni tua figlia più giovane, Irena, e i suoi figli Pawel; ed Emila.
Hai avuto trent'anni a disposizione per volergli bene e loro hanno avuto lo stesso tempo per conquistare il tuo amore.
E nonostante ciò hai lasciato tutto a me.
Ora sono sulla soglia di casa e osservo la grande tenuta.
Non può essere un dono per amore, ma allora cos'è?
Un dono per odio?
Chi volevi punire?
La zia Irena?
Pawel?
Emila?
Mia madre?
I cugini che non conosco?
O forse tutti?
E poi i tetti di quel paesino sonnacchioso che si intravedono nella valle.
Sto ferma sulla soglia e cerco di capire quali erano i tuoi piani.
Un rompicapo provinciale con tanti punti oscuri, un puzzle di un bel paesaggio di cui la maggior parte delle tessere è andata persa.
C'è una casa, gli alberi, spesse nuvole e un fiume dorato, ma non c'è più, o non c'è ancora, gente.
Tu sai tutto, io non so niente.
Tu conosci già il risultato mentre io sto solo iniziando a incastrare i primi pezzi.
Ad ogni modo inizio.
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Appunti da una capanna di fango
Autore: Nigel Barley
Traduttore: Paolo Brama, Francesca Sabani
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 02/2008
Edizione corrente: 02/2008
EAN-ISBN: 9788872020319
Pagine: 224
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x20,5 cm
Prezzo di copertina: 12,50 Euro
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Descrizione
Il libro è l'ironica testimonianza dell'iniziazione di un inesperto antropologo, per la prima volta a contatto con una tribù isolata e primitiva nel cuore dell'Africa nera.
Il passaggio dalla monotona e rassicurante vita accademica a quella del ricercatore sul campo è per il protagonista fonte di enormi difficoltà ma anche di scoperta e crescita personale e professionale.
Barley ci mostra, con ritmo coinvolgente, semplicità e il tipico humour inglese, le mille sfaccettature della complessa esperienza della ricerca sul campo.
La narrazione è caratterizzata infatti da un alternarsi di incomprensioni culturali e linguistiche, disagi fisici e crolli psicologici, e situazioni divertenti e paradossali.
Il giovane antropologo non è un semplice romanzo antropologico ma un libro divertente adatto a ogni tipo di lettore.
La storia della lunga permanenza di Barley tra la popolazione dei Dowayo non è infatti solo un attenta indagine antropologica ma anche un ironica e appassionata testimonianza dell'incontro tra realtà profondamente diverse e della loro reciproca scoperta, accettazione e integrazione.
Attraverso la narrazione delle tragicomiche vicende del protagonista la disciplina dell'antropologia si fa umana e accessibile anche a chi non frequenta le austere aule accademiche.
Indice
1. LE MOTIVAZIONI
2. I PREPARATIVI
3. VERSO LE COLLINE
4. HONI SOIT QUI MALINOWSKI
5. PORTATEMI DAL VOSTRO CAPO
6. IL TUO CIELO È SERENO?
7. «OH CAMERUN, OH CULLA DEI NOSTRI PADRI»
8. TOCCARE IL FONDO
9. EX AFRICA SEMPER QUID NAUSEANTE
10. RITI E STORTI
11. PIOGGIA E SICCITÀ
12. PRIMI E ULTIMI FRUTTI
13. UNO STRANIERO IN PATRIA
Note biografiche
Nigel Barley, antropologo, professore e brillante scrittore, è nato nel 1947 a Kingston-on-Thames, in Inghilterra.
Si è diplomato in lingue moderne a Cambridge e ha conseguito un dottorato in antropologia sociale a Oxford.
Nel 1978, dopo un periodo di insegnamento presso lo University College di Londra, ha condotto una ricerca sul campo della durata di due anni presso la popolazione dei Dowayo in Camerun.
Dal 1981 al 2003 ha fatto parte dell'equipe di ricercatori del Museum of Mankind del British Museum di Londra.
Estratto
Verso le colline
Appena atterrati sul buio campo d'aviazione di Douala, la cabina fu invasa da un odore insolito.
Era un soffocante odore di muschio e di terra: l'odore dell'Africa occidentale.
Cadeva una pioggia calda; mentre attraversavamo la pista, avevamo la sensazione che la pioggia fosse sangue che colava sui nostri volti sudati.
Dentro l'aeroporto regnava la più straordinaria confusione che avessi mai visto.
Folle di europei erano accalcate in gruppi disperati che urlavano agli africani.
Africani urlavano ad altri africani.
Un arabo solitario vagava sconsolato da un check-in all'altro.
Davanti a ogni banco si ammassava sgomitando una folla di francesi.
Qui ebbi la seconda lezione di burocrazia camerunese.
A quanto pareva, dovevamo mettere insieme tre fogli relativi ai nostri visti, ai certificati medici e alle formalità sull'immigrazione.
Bisognava compilare molti moduli e ci fu un fitto scambio di penne a sfera.
Dopo che i francesi si furono fatti largo a gomitate, solo per avere il privilegio di aspettare le loro valigie sotto la pioggia, qualcuno si occupò anche dei rimanenti passeggeri.
Molti di noi fecero l'errore di non essere in grado di fornire l'indirizzo esatto della propria destinazione e i nomi dei vari contatti.
Seduto alla sua scrivania, un imponente ufficiale leggeva il giornale ignorandoci.
Dopo aver stabilito, con viva soddisfazione, la nostra successione gerarchica, ci interrogò con l'aria di uno con cui è meglio non scherzare.
Avendo capito come andavano le cose, assunsi un atteggiamento remissivo e diedi un indirizzo completamente falso, stratagemma adottato anche da molti altri passeggeri.
In seguito, sarei stato sempre scrupolosamente preciso nel compilare tutti quei moduli che senza dubbio erano destinati a essere mangiati dalle termiti o a essere gettati via senza che nessuno li leggesse.
Facemmo tutti ancora una volta il giro dei tre sportelli e passammo la dogana, dove nel frattempo si stava consumando un dramma.
Avevano aperto i bagagli di un francese e all'interno erano state trovate delle sostanze aromatiche.
Invano l'uomo cercava di spiegare che si trattava di spezie per preparare salse tipiche della cucina francese.
Il funzionario era convinto di aver catturato un grosso trafficante di marijuana, sebbene fosse noto che quest'ultima era coltivata dentro il Camerun e contrabbandata fuori.
Gli sgomitatori francesi erano di nuovo in azione e sembravano farsi strada velocemente, finché l'enorme figura di un elegante africano, che aveva viaggiato in prima classe da Nizza, non attraversò la sala.
Con uno schiocco delle dita coperte d'oro indicò le sue valigie, che furono subito raccolte dai facchini.
Fortunatamente, il mio bagaglio era posizionato in modo tale da bloccare il suo, per cui mi fecero cenno di passare, uscii ed ecco finalmente l'Africa.
La prima impressione conta molto.
Un uomo con le gambe ancora bianche è subito preso di mira da gente di tutti i tipi.
In ogni caso la mia macchina fotografica fu subito afferrata da quello che avevo scambiato per uno zelante facchino.
Dovetti capirlo quando lo vidi svignarsela in tutta fretta.
Mi lanciai all'inseguimento, usando tutta una serie di espressioni assai poco frequenti nel linguaggio comune: «Au secours! Au voleur!», urlai.
Fortunatamente, l'uomo fu rallentato dal traffico, quindi riuscii a raggiungerlo e cominciammo a lottare.
Alla fine mi assestò un colpo fulmineo ferendomi al volto, e fuggì lasciandomi la custodia.
Un premuroso tassista mi portò all'albergo per una tariffa che superava "solo" di cinque volte quella normale.
Il giorno dopo lasciai a malincuore le attrattive di Douala per volare senza contrattempi verso la capitale, e notai di aver adottato nei confronti di facchini e tassisti lo stesso atteggiamento prepotente e ostile degli altri passeggeri.
A Yaoundé ebbi una lunga disavventura con la burocrazia: dal momento che erano necessarie tre settimane per il controllo dei documenti, non mi rimase che fare la parte del turista.
A prima vista, la città aveva ben poche attrattive.
Nella stagione secca è fastidiosamente polverosa, mentre in quella umida diventa un grande pantano.
I monumenti principali hanno lo stesso fascino architettonico di un bar sull'autostrada.
Sui marciapiedi i tombini sfondati offrono al visitatore distratto un accesso diretto alle fogne della città.
È raro che i nuovi arrivati sopravvivano a lungo senza slogarsi almeno un arto.
La vita degli espatriati si concentra intorno a due o tre caffè, dove siedono nella noia più totale, osservando passare i taxi gialli e respingendo le attenzioni dei venditori di souvenir.
Questi ultimi sono dei veri gentiluomini dall'enorme fascino, che hanno capito che i bianchi comprano qualunque cosa, purché il prezzo sia eccessivo.
Offrono una serie di statuette assolutamente decorose, insieme a spazzatura vera e propria spacciata per autentici pezzi d'antiquariato.
L'intero commercio è praticato come se fosse un gioco.
I prezzi richiesti sono anche venti volte più alti di quanto sarebbe ragionevole chiedere.
Se un cliente si lamenta che lo stanno derubando, loro ridacchiano e gli danno ragione, abbassando il prezzo fino a cinque volte.
Molti instaurano una specie di rapporto cliente/padrone con gli europei sfiniti, ben sapendo che quanto più scandalose sono le loro bugie, tanto maggiore sarà il divertimento che suscitano.
I casi più tristi sono quelli dei diplomatici, che sembrano seguire una politica di minimo contatto con la popolazione locale e fuggono da un ufficio blindato a un compound blindato, passando solo per il caffè.
Per ragioni che avrei compreso in seguito, avevo arrecato un certo disturbo alla comunità inglese.
Di gran lunga più interessante era la comunità francese dei giovani coopérants, che prestavano la loro opera all'estero in alternativa al servizio militare nel loro paese.
In qualche modo erano riusciti a riprodurre una copia della vita sociale nella provincia francese, combinando elementi come grigliate, gare automobilistiche e feste, senza curarsi minimamente del fatto che si trovavano in Africa occidentale.
In poco tempo feci amicizia con una ragazza e due ragazzi che lavoravano come insegnanti in vari progetti e il cui aiuto in seguito si sarebbe rivelato prezioso.
A differenza della comunità dei diplomatici, loro avevano viaggiato anche al di fuori della capitale ed erano informati sullo stato delle strade, sul mercato delle automobili ecc., e rivolgevano la parola anche agli africani che non facevano parte della loro servitù.
Dati i funzionari con cui avevo avuto a che fare fino ad allora, fu per me una gran sorpresa scoprire quanto la gente del luogo fosse amichevole e gentile; non me lo sarei mai aspettato.
Dopo le rivendicazioni politiche dei cittadini delle Indie Occidentali e degli indiani che avevo conosciuto in Inghilterra, mi sembrava ridicolo che proprio in Africa persone di razze diverse potessero incontrarsi tranquillamente e senza complicazioni.
Naturalmente, scoprii che non era tutto così semplice come sembrava.
I rapporti tra gli europei e gli africani sono complicati da una lunga serie di fattori.
Spesso gli africani con cui si entra in contatto hanno imparato così bene a integrarsi da diventare nient'altro che francesi di colore.
D'altro canto, gli europei che vivono in Africa sono generalmente delle persone piuttosto stravaganti.
Forse la ragione per cui i diplomatici se la passano così male sta nell'evidente stranezza dei residenti europei.
Invece, questi matti (e io ne ho incontrati parecchi) se la cavano molto meglio, nonostante il caos che lasciano dietro di sé.
Da buon inglese rimasi colpito, forse senza ragione, dal fatto che dei perfetti sconosciuti mi salutassero e mi sorridessero per strada, apparentemente senza motivo.
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Autore: Eleonora Laffranchini
Editore: Edizioni d'if
Distributore: Codex
Prima edizione: 02/2008
Edizione corrente: 02/2008
EAN-ISBN: 9788888413570
Pagine: 103
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 14x19 cm
Prezzo di copertina: 12,00 Euro
Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia
Descrizione
Quattro ragazzi di una quinta elementare s'improvvisano piccoli investigatori per svelare il mistero di strane morti, tutte avvenute di giovedì, di strani cuccioli.
Chi sarà mai l'assassino?
Per bambini e ragazzi che amano le trame avvincenti e il gioco del fare ipotesi durante la lettura.
Opera vincitrice dell'Edizione 2007/2008 del Premio di Letteratura per bambini e ragazzi «i coccogrilli», Sezione "Scrittori per ragazzi".
Indice
Ore 10:30. Scuola elementare di...
I turni di sorveglianza
La scatola dei reclami
I primi sospetti
Il rapimento di Bobby
Ipotesi & Proposte
La discesa nello scantinato
Una nuova sospettata
Un sms per Bobby
Il giallo si complica
La quarta investigatrice
Boby con una sola b
Lezioni di aerobica
Bet diminutivo di Elisabetta
Chi l'avrebbe mai detto...
Cuccioli in adozione
Note biografiche
Eleonora Laffranchini (Brescia 1970) insegna lingue e letterature straniere in un istituto superiore di Edolo (BS), dove vive e svolge attività di promozione della lettura e di animazione nella scuola primaria.
Ha pubblicato i romanzi per ragazzi:
Caccia al Virus (Raffaello Editrice, Ancona 1999 - Premi Città di Cingoli, Ancona 1998; Giacomo Giulitto, Bitritto - BA 2000 e L'aquilone d'oro Massa Carrara 2001);
Maurizio, gatto egizio (Raffaello 2003);
"Fantasmi sottolio" (Raffaello 2003);
"Ladri di parola" (Mirò Editori, Ancona 2005);
"Un Cucciolo per Mike" (Mirò 2005);
"Quella strega di mia nonna" (Edizioni Didattiche Gulliver Vasto - CH 2007 - Premio Alfonso Vecchio 2006).
Estratto
Un urlo acuto risuonò improvviso, attraversò il lungo corridoio, discese le scale alla velocità del lampo e arrivò alle orecchie sempre vigili del bidello.
«Proviene dalla V B», gridò e, in quattro salti, salì le scale ed entrò nell'aula.
Un crocchio di ragazzini in agitazione era intorno a Gianni, in lacrime.
«Che succede?» chiese il bidello con i soliti modi autoritari.
Nessuno rispose.
Gianni cercò di parlare storcendo la bocca in una smorfia che scoprì entrambe le tonsille, ma solo per dire «BUUUAAA!» e riprendere a singhiozzare.
Gina si decise a chiarire.
«È successo di nuovo: anche Nelly è stata uccisa».
Il bidello indietreggiò.
«Non è possibile. Non possiamo aspettare che accada di nuovo, dobbiamo assolutamente scoprire il colpevole o in questa scuola continuerà ad aggirarsi indisturbato un terribile assassino».
Si fece un gran silenzio, poi il bidello riprese.
«Dove è accaduto?».
Gianni, sempre singhiozzando, indicò la sedia accanto alla cattedra.
Il cadavere di Nelly era per terra, accanto al suo astuccio.
In quel momento irruppe nell'aula una figura alta e robusta.
Fece un passo oltre la soglia e proclamò, autoritaria.
«La responsabilità è vostra. Avevamo deciso di non portare più i Tamagochi a scuola!».
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