Autore: Alexander Trocchi
Traduttore: Silvana Vitale
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 04/2003
Edizione corrente: 04/2003
EAN-ISBN: 9788872020173
Pagine: 160
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x24,0 cm
Prezzo di copertina: 12,00 Euro
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Descrizione
Una chiatta, che attraversa i grigi e brumosi canali della Glasgow degli anni Cinquanta, fa da sfondo alle vicende di Joe, Ella e il marito di lei, Leslie.
Quella di Joe, il protagonista, è una vita monotona e insoddisfacente, finché un giorno, a increspare le acque del suo passato, riemerge il corpo di una giovane donna morta annegata.
Da quel momento Joe si coinvolge in una relazione passionale con Ella, spinto dal bisogno impellente di esercitare, attraverso il potere della seduzione, un controllo su se stesso e sulla propria vita, che sembra non andare da nessuna parte.
Ma insieme al cadavere affiorano i ricordi di un passato torbido e misterioso.
Dotato di una personalità singolare, Joe si pone al di sopra delle convenzioni morali comuni, ritenute ipocrite e limitative, costruendosi una propria morale che gli permette di assolvere ogni suo peccato, ogni sua mancanza, mantenendo uno stato di totale innocenza (giovane Adamo).
Giovane e riflessivo protagonista, figura antitetica all'eroe tradizionale, Joe è tormentato da dilemmi esistenziali e caratterizzato da un senso di estraneità che lo avvicina notevolmente al protagonista de Lo straniero di Camus.
Ed è proprio nella disperata resistenza a non lasciarsi omologare in alcun sistema e nella ricerca di conservare intatta, sempre e comunque, la propria libertà che la vicenda di Joe ci colpisce come l'amara raffigurazione del nostro percorso umano.
Giallo introspettivo e filosofico, Giovane Adamo è un romanzo che si contraddistingue anche per una forte componente erotica, dosata sapientemente da Trocchi in un gioco oscillante tra sensualità e intellettualità.
Col suo stile inconfondibile, puro come il cristallo, Alexander Trocchi, "cosmonauta dello spazio interiore", come lo ha definito William Burroughs, ci regala un romanzo ricco di suspense e di mistero, vero e proprio gioiello di tecnica narrativa; capolavoro intenso e drammatico della letteratura del Novecento.
Note biografiche
Alexander Trocchi, figura di spicco del panorama letterario scozzese tra gli anni Cinquanta e Sessanta, nacque a Glasgow nel 1925.
Scrittore provocatorio ed estremo, mal sopportava il bigottismo della società scozzese e per questo motivo nel 1952 decise di trasferirsi a Parigi.
Qui collaborò con la rivista innovativa "Merlin", nota per la pubblicazione di autori "scomodi" come De Sade, Nabokov e Apollinaire, e con l'Olympia Press, per la quale scrisse racconti pornografici.
Il suo capolavoro, Young Adam (1954), è studiato nelle università e considerato un classico della letteratura del Novecento.
Il suo secondo e ultimo romanzo, in gran parte autobiografico e ambientato a New York, Il libro di Caino, fu pubblicato nel 1963 in Gran Bretagna.
In seguito Trocchi lavorò per ben 24 anni, praticamente fino alla morte, attorno all'idea di un terzo romanzo senza mai riuscire a darle forma.
Morì nel 1984 con il fisico completamente distrutto dall'abuso di eroina, in totale povertà, pagando a caro prezzo le conseguenze della sua autoemarginazione.
"Trocchi ha scritto poco, ma quel pochissimo che ci ha lasciato è eccezionale. La sua narrativa è poetica, aforistico-filosofica e sempre permeata di una profonda sensualità"
(L'Indice)
Estratto
Ci sono momenti in cui ciò che deve essere detto ti guarda dal passato, ti guarda come qualcuno da una finestra e tu per strada, che cammini.
Le ore passate, le azioni passate assumono un inquietante senso di distacco.
Ora, fra queste e tu che ti volgi a guardarle, non c'è continuità.
Stamattina, dopo essermi alzato, per prima cosa mi sono guardato allo specchio.
È uno specchio di acciaio cromato e lo porto sempre con me.
È infrangibile.
La barba mi era cresciuta impercettibilmente durante la notte e ora, corta e ispida, mi copriva le guance e il mento.
Avevo gli occhi meno arrossati rispetto alle due settimane precedenti.
Dovevo aver dormito bene.
Ho osservato la mia immagine per alcuni istanti senza scorgere nulla di strano.
Lo stesso naso, la stessa bocca e la piccola cicatrice che dall'alto s'incuneava nel sopracciglio sinistro non era più evidente di quanto non fosse il giorno prima.
Niente fuori posto, eppure tutto lo era, perché fra me e lo specchio esisteva la stessa distanza, la stessa discontinuità che avevo sempre avvertito fra le azioni commesse ieri e la mia attuale consapevolezza delle stesse.
Ma il problema non si pone.
Io non mi chiedo se sono l' "io" che guardava o l'immagine che veniva vista, l'uomo che ha agito o l'uomo che ha pensato all'azione.
Poiché ora so che è la struttura stessa della lingua ad essere ingannevole.
Il problema nasce non appena comincio a usare la parola "io".
Non c'è contraddizione nelle cose, soltanto nelle parole che inventiamo per riferirci alle cose.
È la parola "io" a essere arbitraria, a racchiudere in sé la propria inadeguatezza e la propria contraddizione.
Nessun problema.
Da qualche parte, oltre gli oscuri confini dell'universo, la risata di una iena.
A quel punto ho distolto lo sguardo dall'immagine riflessa.
Tra allora e adesso ho fumato nove sigarette.
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Torniamo all'inizio.
È una cosa strana, o meglio fu una cosa strana.
Grazie a Dio è improbabile che capiti di nuovo.
Volevo parlare di Ella, di come fosse entrata all'improvviso nella mia vita, come una scossa al cervello, il giorno stesso in cui ripescammo il cadavere della donna dal fiume.
Per quella ragione, e per non complicare la questione, non ho detto niente di Cathie.
O per lo meno non ho svelato il suo ruolo nella faccenda.
Naturalmente era sempre lì, ma non lo sapevate.
Era il cadavere.
Stavo quasi per dire il mio cadavere.
Ma un cadavere, strettamente parlando, non appartiene a nessuno, e anche se avrei potuto rivendicare qualche diritto sul suo corpo quando era in vita, preferisco pensare di non avere alcun diritto sul suo cadavere, nemmeno quello di un assassino.
Ho ucciso Cathie.
Non ha alcun senso negarlo dato che nessuno mi crederebbe.
La polizia, con il suo solito sensazionalismo, aveva cominciato subito a indagare sull'ipotesi di omicidio.
Questo secondo i giornali.
In realtà, ciò significava che stavano già cercando un assassino.
Beh, ne hanno trovato uno, ma su questo torneremo dopo.
Quello che li aveva convinti, credo, era il fatto che non avesse vestiti addosso, il che, non avevano dubbi, indicava la presenza di un uomo.
Almeno di un uomo.
Fin qui sono d'accordo con loro, certo: è il tipo di conclusione a cui potrei arrivare da solo, e pure voi, forse.
Ma, se uno ha rapporti sessuali con una donna in circostanze piuttosto sconvenienti, e se poi il cadavere della donna viene rinvenuto in uno dei nostri fiumi navigabili, dare per scontato che l'uomo l'abbia uccisa mi sembra completamente assurdo.
I giornali, presi nel ruolo di difensori della morale pubblica, avevano sostenuto questa tesi.
Il pubblico, assetato di scandali, se l'era bevuta.
Leslie ci credeva, Bob ci credeva, Ella ci credeva.
Perciò continuai a tenere la bocca chiusa.
Torniamo all'inizio, o meglio, all'inizio che ho scelto io - anche se avrei potuto tornare indietro di uno o addirittura dieci anni per trovare il principio di tutto quanto - a quel mattino che la ripescammo dal fiume.
Era una cosa strana che dovessi essere proprio io, io che avevo visto Cathie perdere l'equilibrio e cadere nel fiume, a trovare il suo cadavere il mattino dopo a un chilometro da dove era caduta.
Al tempo la cosa mi era parsa ridicola, tanto incredibile che se Leslie non fosse salito sul ponte in quel momento, sicuramente mi sarei rifiutato di accettare un fatto talmente inverosimile e avrei cercato di spingerla di nuovo via con la gaffa.
Purtroppo Leslie era salito al momento sbagliato e vedendo il corpo nell'acqua gli era venuto in mente che fosse nostro dovere ripescarlo.
Almeno questo è quello che aveva detto lui.
La faccia dell'uomo col berretto da operaio comparve sul giornale tra un disastro aereo, quarantasette morti, e un convegno del mondo della finanza che si sarebbe tenuto a Parigi.
L'immagine a puntini era piazzata nella pagina come una macchia indistinta, uno sprazzo di bianco in mezzo a un esercito di puntini più scuri, come se la faccia cercasse di immergersi nello sfondo e di fondersi con esso.
L'articolo sotto diceva:
omicidio sul clyde
Accusato un uomo
Quest'oggi il Tribunale Centrale ha disposto un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Daniel Goon, idraulico, residente a Glasgow, 42 Black Street. Goon, padre di quattro figli, è accusato dell'omicidio di Catherine Dimly, 27 anni, aspirante attrice, domiciliata a Glasgow, 2 Goble Street.
Il cadavere della signorina Dimly era stato rinvenuto due settimane fa nel fiume Clyde da due chiattaioli.
Non riuscivo nemmeno a immaginare quali prove potessero avere contro Goon.
Lui non c'entrava niente.
Ed ero convinto di aver distrutto qualsiasi prova.
Quando Cathie inciampò e cadde all'indietro nel fiume l'urlo le si strozzò in gola prima che potesse cacciarlo fuori.
Le luci sulla riva opposta sfavillavano e ovunque un silenzio di tomba.
Il tonfo nell'acqua mi rimase in testa per qualche attimo, come un grido in un bosco, prima che mi stendessi a pancia in giù sulla banchina, in preda al panico, a fissare l'acqua nera e veloce.
Lei si mosse zigzagando rapidamente oltre le pietre della banchina e qualche metro più avanti, silenziosamente, spuntò qualche bollicina in superficie, come bolle di sapone quando si fa il bucato, sempre più lontano, finché non ci fu più nulla da vedere.
Capii subito che era morta, andata, senza alcuna speranza, e nello stesso momento mi accorsi di avere gambe e braccia paralizzate.
Rimasi a lungo lì dov'ero, senza muovermi, i miei occhi ormai abituati all'oscurità dopo quell'ora che avevamo passato insieme.
E prima una scatola di fiammiferi, poi una bottiglia e una spranga di legno, ogni oggetto fece un rumore diverso quando sbatteva sulle pietre, graffiandole, per poi scomparire nel flusso della corrente.
Pensai a stelle che sfrecciavano via disperdendosi nel nero universo, più veloci della luce.
E in quel momento stavo pensando che Cathie era là sotto da qualche parte.
Era troppo buio e troppo tardi per fare qualcosa.
Urlare adesso?
Cercai a lungo qualche traccia di lei, e a parte i detriti che galleggiavano trasportati dalla corrente, l'acqua era completamente scura, e dopo un po' mi accorsi che era come cercare un ago in un pagliaio.
Poteva essere dovunque, a qualsiasi profondità.
Cristo Santo!
Ricordo una sensazione di incredulità.
Era successo tutto così in fretta, senza che niente lo facesse immaginare.
Niente.
Per me era tanto insensato quanto un terremoto su un prato inglese.
Più tardi, proprio questo mi sarebbe parso così falso nella dettagliata ricostruzione dell'accusa.
Nel momento in cui cadde non ci furono reazioni drammatiche da parte di nessuno di noi due.
Nemmeno un urlo, né mani agitate nell'acqua, e, per quanto mi riguarda, fui sorpreso di essermi calmato così in fretta.
Credevo forse che avesse nuotato un bel po' sott'acqua e avesse raggiunto la riva dall'altra parte?
Sapevo che era impossibile.
Sapevo che non era capace di nuotare.
Aveva sempre avuto paura dell'acqua.
Qualche volta la prendevo in giro quando uscivamo in barca a remi, magari un giorno d'estate, non lontano dalla riva da qualche parte sulla costa occidentale, e ci sdraiavamo nudi sul fondo della barca, sotto i banchetti.
Era più passionale che mai in quei momenti, perché sapeva di non essere capace di nuotare, perché per lei la nostra lotta erotica nella barca che ondeggiava in balìa della corrente era una questione di vita o di morte.
Non era soltanto il suo corpo che si dava nel fragile guscio della barca.
Era la sua vita che metteva in gioco, e lanciava gridolini di delirante piacere quando un'onda improvvisa si infrangeva sulla fiancata della barca e spruzzava le sue natiche come argento vivo.
Diceva di sentire la forza del mare attraverso il legno della barca nella sua carne così come nelle sue orecchie; e non credeva di essersi mai data così pienamente come quando, i muscoli irrigiditi sul fondo malridotto della barca, la prua si sollevava e uno spruzzo d'acqua le cadeva sulle cosce come una raffica gelata.
A poco a poco mi abituai all'idea che fosse annegata, senza speranza, e per qualche ragione il placido sciabordio dell'acqua contro le rocce mi rassicurava.
Anzi, esercitava un certo fascino su di me, senza dubbio per via del nesso che era sempre esistito fra i nostri amplessi e l'acqua.
Cathie raggiungeva l'estasi col terrore dell'acqua, e più di una volta - anche se in questo modo si stava semplicemente lasciando andare alla sua fissazione per i melodrammi - disse di sentire che era così che sarebbe morta, travolta dall'acqua mentre faceva l'amore.
Non si era sbagliata del tutto.
Se un poliziotto fosse arrivato in quel momento, probabilmente non avrei fatto alcun tentativo di fuga.
Fu solo più tardi, dopo qualche minuto, che mi resi conto che la mia posizione era pericolosa, che c'era solo la mia parola a testimoniare che fosse un incidente.
Era davvero un incidente?
Credo di sì.
Non mi era mai passato per la testa di ucciderla.
Me ne stavo semplicemente andando.
Lei cercò di trattenermi.
Mi divincolai.
Lei perse l'equilibrio, inciampò su un ciottolo e finì nell'acqua.
Splash.
Era successo tutto così in fretta.
Magari qualcuno potrebbe dire che la colpa è mia, perché le mie reazioni erano state troppo lente.
Devo aver voluto la sua morte.
Non credo.
Anche se sicuramente, quando lei cadde all'indietro, la sensazione che mi dominava era quella di fastidio.
Ero scocciato con lei.
E poi una specie di curiosità mista a panico.
Se n'era andata all'improvviso, e non appena la rabbia mi sbollì la curiosità mi lasciò senza fiato, e poi mi investì un'ondata di paura, quasi nausea, e me ne stavo sdraiato a faccia in giù a fissare l'acqua nella quale era scomparsa.
Se soltanto fosse spuntata in superficie, anche solo per un istante, forse mi sarei mosso.
Ma per qualche ragione fin dall'inizio sentii che non c'era alcuna speranza, anzi, ormai era fatta, e in quel momento francamente non posso dire che me ne fregasse molto, anche se dopo me ne importò, quando mi resi conto che era morta.
Morta.
Morta.
Morta.
Mia madre e adesso Cathie. Improvviso come un lampo a ciel sereno.
E poi una graduale amplificazione mentre, assorto nella mia immaginazione, il doloroso fatto si spandeva come un'alba rossastra che tinge a poco a poco l'intero orizzonte.
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Autore: Hiromi Goto
Traduttore: Cristina De Sanctis, Valeria Trisoglio
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 10/2005
Edizione corrente: 10/2005
EAN-ISBN: 9788872020234
Pagine: 224
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x20,5 cm
Prezzo di copertina: 13,50 Euro
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Descrizione
È un romanzo dalla struttura complessa, che si articola su diversi piani narrativi e racconta l'esperienza della migrazione attraverso tre voci che si interrogano, si trasformano, si intrecciano a comporre una saga al femminile ricca di poesia e di amore per la parola.
La scelta lessicale accuratissima e sempre esplicitamente sottolineata dalla voce narrante principale, quella della giovane Muriel/Murasaki, è dettata dall'esigenza di conferire dignità letteraria alle fiabe giapponesi tramandate oralmente dalla nonna Naoe, e nello stesso tempo di lasciar percepire la musicalità della parola.
Il lettore di Coro di funghi potrà apprezzare veramente il romanzo se si disporrà all'ascolto.
Hiromi Goto lo inviterà suadente a farsi trasportare in un viaggio dal Giappone al Canada e poi a ritroso, verso suggestive leggende popolate di personaggi bizzarri, accompagnato dalla melodia fiabesca delle mille voci che sussurrano in coro nella fungaia che fa da sfondo al romanzo.
Di grande attualità nell'epoca delle società multietniche, Coro di funghi è innanzitutto un invito ad ascoltare la voce di culture diverse e distanti, ad armonizzare e riattualizzare i valori della tradizione orientale nel contesto della società d occidente.
Il multiculturalismo non è un'utopia: è un obiettivo sociale da raggiungere e, come dimostra Hiromi Goto in Coro di funghi, è anche una nuova fonte di originalità letteraria.
Dal continuo oscillare della narrazione tra il registro esotico-fiabesco - che rimanda alla suggestiva memoria di saghe e leggende di un Giappone lontano nel tempo e nello spazio - e un piano narrativo concreto, che rappresenta il confronto con la quotidianità canadese, scaturisce un romanzo fresco, raffinato e avvincente.
Significativa la scelta di una trasmissione matrilineare della cultura delle origini: le diverse sfaccettature dell'universo femminile si rivelano un ulteriore fonte di ricchezza nell'odierna società multietnica.
Note biografiche
Hiromi Goto è nata nel 1966 a Chiba-Ken, in Giappone, e all'età di tre anni è emigrata in Canada con la famiglia.
Vive a Calgary.
Nel 1989 ha conseguito un B.A. in letteratura inglese e arte, entrando a far parte della scuola di scrittura di Aritha Van Herk.
Con Coro di funghi, suo romanzo d esordio, ha vinto numerosi premi, tra cui il prestigioso Commonwealth Writers' Prize (1995).
È autrice inoltre di altri due romanzi, saggi, poesie e vari racconti.
Un estratto dal romanzo "The Kappa Child" è stato pubblicato in Italia da Feltrinelli nell'antologia Seconda pelle (2001).
Nel 2004 è uscito il suo ultimo libro, la raccolta di racconti "Hopeful Monsters".
Estratto
Siamo distesi sul letto ad ascoltare il clic degli avvolgibili, a osservare i fragili fili di una ragnatela polverosa ondeggiare avanti e indietro, avanti e indietro, nei soffi d aria invisibile.
Coperte e lenzuola stanno ammassate ai piedi del letto e il tepore è solo là, dove è pelle contro pelle.
La mia spalla, il braccio, il profilo sporgente dei fianchi.
La linea sinuosa delle cosce.
Mollemente protese verso di te.
Ho i polpastrelli gelati, ma sto troppo bene per muovermi.
Per prendermi la briga di tirarmi su e sistemare le coperte.
Ho solo voglia di assaporare il silenzio della pelle sulla pelle.
Il mormorio del sangue, dove i nostri corpi si toccano.
Il nostro respiro prende involontariamente un ritmo, asseconda il movimento della ragnatela che ondeggia sopra le nostre teste.
Alzi la mano "ruvido, il palmo" per adagiarla appena sotto il mio seno.
«Mi racconti una storia?» domandi.
Lo sguardo alla tela di polvere.
«Sì».
«Mi racconti una storia sulla tua Obachan?»
«Sì».
Chiudo gli occhi e respiro a fondo.
Lentamente.
«Mi racconti una storia vera?» chiedi, con inconsapevole smania.
«Sono in molti a chiederlo. Ci hai mai fatto caso?»
Mi rigiro dalla mia parte.
Mi sollevo sul gomito e appoggio il mento e la guancia sul palmo della mano.
«È come se la gente avesse voglia di ascoltare una storia e poi, quando è finita, non gliene importasse più nulla. Hai presente?»
«Non proprio» dici, e scivoli un po più in basso, accoccolando la testa sotto il mio mento.
Il viso che affonda nel mio collo.
«Ma me la racconti lo stesso?»
«Certo, però avrai pazienza con la mia lingua, vero? Il mio giapponese non è buono quanto il mio inglese e potresti non capire tutto quello che dico. Ma questo non significa che la storia sia incomprensibile. Wakatte kureru kashira? Sei in grado di ascoltare prima di sentire?»
«Fidati di me» dici.
Mi fermo.
Faccio un bel respiro, quindi do il via a una spirale di suoni.
«Ecco una storia vera».
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Naoe
Nevica!
Doveva nevicare proprio la notte in cui ho scelto di partire.
Ah!
Su, soffia, soffia, dai, Donna delle Nevi.
Yuki-Onna.
Buffo quanto odiassi il vento quando me ne stavo al riparo.
Siamo sorelle, io e te, e il tuo fresco alito sulle guance mi darà conforto.
Ahhh, quest'aria è piacevole e i cristalli di ghiaccio tra i miei capelli fremono come piccoli cembali.
È un bene partire.
È un bene partire da questa casa di parole polverose.
È troppo comodo starmene seduta a parlare e parlare, quando invece posso camminare e parlare.
Ah, sciocca.
In marcia.
Gawa gawa gawa gawa
Ototatete
Are are morino mukōkara,
Soro soro detekuru hikōsen.
Ma aspetta.
Dovrei vedere.
Voglio vedere, prima di lasciare questo posto per sempre.
L'odore fushigi del posto dove i funghi vengono coltivati.
Qui, così vicino.
Mi piacerebbe immergere le dita nel terreno umido in cui maturano, avvolti nell'oscurità.
Torna indietro, donna, torna indietro.
Non ci sono statue di sale nella mia cultura.
Andrò a dare un'occhiata prima di partire.
Mattaku!
Questo furoshiki si fa sempre più pesante.
Pesa già abbastanza adesso, per non parlare di quanto diverrà pesante dopo che avrò camminato per un chilometro o due, di qualsiasi distanza si tratti.
Troverò qualcuno che mi dia un passaggio una volta arrivata sulla strada principale.
Yuki-Onna.
Donna delle Nevi.
Imprigionata nella tua storia di bellezza e di morte.
Lascia che ti liberi.
Appoggia le tue labbra ghiacciate sulle mie, qui, e la morte fuggirà via dalla mia bocca fresca di zenzero.
Sono vecchia, ma sono ancora piena di salamoia e sake.
Così, molto meglio, dico e cosa c'è?
Le tue guance si fanno rosee.
Qui, siedi un attimo, basta ondeggiare nel vento.
A qualcuno potrebbe venire un capogiro nel vederti svolazzare tutt'intorno a quel modo.
La neve è soffice e tu devi essere stanca, tutti quegli anni intrappolata in una storia creata da altri.
Vuoi bere?
Ho della birra.
Lenirà la sete e renderà più denso il tuo sangue.
No?
Ma guarda, ho proprio la cosa giusta per una donna pallida come te.
Ecco qui, prendi.
È una melagrana, piccola.
Ma no, naturalmente non ne hai mai vista una prima, non crescerebbero mai nella neve.
Sotto la buccia di cuoio ci sono gocce di rubino, così dolci che non sentirai mai più l'amaro sapore polveroso della morte.
Lascia che la spezzi in due metà.
Prendile, piccola.
Affonda i denti nel frutto.
Succhia.
Sì, lo so.
Tu resta pure qui e riposa, ma io devo andare a vedere dei funghi.
Così tanta neve sospinta dal vento, praticamente non riesco a vedere, ma dovrei essermi avvicinata.
Sento l'odore acre della composta.
È sospeso come un panno saturo d'umidità sopra il capannone.
Mi piace questo suono, questo scricchiola scricchiola della neve sotto i miei stivali.
Tutto è invaso da suoni e storie.
Accidenti, ci si potrebbe perdere con tutti questi rumori, ma il naso non mente mai.
Annusa.
Annusa.
In effetti si potrebbero sentire i sapori con il naso, se si avesse abbastanza sensibilità.
Come un cane, o forse un serpente.
No, non è del tutto esatto.
Un serpente assapora gli odori con la lingua?
O annusa le lingue con il gusto.
Oppure annusa i sapori con la lingua - ma io farfuglio e scarabocchio - mentre i serpenti stanno sognando rocce riscaldate dal sole e i cani contraggono la punta delle zampe in piaceri da coniglio, però questa vecchia deve andare avanti!
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La preghiera e le preghiere
Autore: Adriana Zarri
Editore: La Piccola Editrice
Prima edizione: --/2007
Edizione corrente: --/2007
EAN-ISBN: 9788872583197
Pagine: 64
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 12,5x16,5 cm
Prezzo di copertina: 4,00 Euro
Descrizione
La preghiera si origina dalla relazione amorosa che intercorre tra Dio e l'uomo: Dio prega nell'uomo e l'uomo prega in Dio.
La preghiera, "uno stato di innamoramento", come scrive Adriana Zarri, che ha la sua espressione nelle preghiere.
Nel silenzio della contemplazione si accoglie la Parola che alimenta la vita, si percepisce la presenza nascosta e la forza creatrice di Dio nella storia.
Note biografiche
Adriana Zarri, nata a S. Lazzaro di Savena nel 1919.
Teologa, saggista, autrice di romanzi.
Collabora con diversi periodici.
Vive in forma monastica in un eremo del Canavese.
Estratto
LA PREGHIERA E LE PREGHIERE
Un discorso sulla preghiera è molto più complesso di quanto possa forse sembrarci.
Potremmo cominciare col chiederci che cos'è la preghiera.
Pensiamo tutti di saperlo ma ne abbiamo, di solito, un idea e anche una prassi molto povera.
Preghiamo poco e preghiamo male.
Eppure non si può dire che, nelle nostre chiese, non si ascoltino esortazioni a pregare, ma sono di tipo prevalentemente devozionale, con forte accentuazione sulla quantità: inviti a recitare formule, a fare determinate pratiche, ad assolvere a taluni adempimenti.
Più che a pregare si esorta a recitare preghiere.
Anzi, nella mentalità corrente, ci troviamo di fronte ad un equivoco che identifica le due cose, ritenendo che la loro finalità primaria sia ottenere le cosiddette "grazie".
E qui noto, di passaggio, l'abituale abbassamento di livello quando si passa dal singolare al plurale.
Non dirò del bene che, nel plurale, indica le sostanze patrimoniali, i beni.
E già le "sostanze" son cosa ben più povera della "sostanza", sinonimo filosofico di essenza.
Ma, per tenerci al nostro campo, sappiamo bene dell'impoverimento cui soggiace la "Parola del Padre" quando discende nelle "parole rivelate".
La stessa caduta di tensione la rileviamo nel passaggio tra la "preghiera" - che è dimensione teologale di grande profondità e ricchezza - e le "preghiere" che ne sono l'episodica espressione.
Egualmente dicasi per la "grazia" - che è l'inabitazione trinitaria, la vita di Dio in noi - e le "grazie" che sono i piccoli favori che chiediamo e che talvolta ci illudiamo di ricevere da Dio; e son magari il frutto di un naturale svolgersi di eventi.
Cominciamo con il parlare della preghiera al singolare; poi parleremo anche del posto che hanno le preghiere nella preghiera e del rapporto tra le due.
C'è un passo della scrittura che dice: pregate continuamente (senza intermissione).
Se la preghiera fosse la recita di preghiere è evidente che quell'invito sarebbe solo una pia iperbole.
Non si può recitare preghiere senza sosta.
C'è il momento in cui si recitano preghiere e il momento in cui si deve fare altro.
Se quell'esortazione non è un enfasi retorica vuol dire che pregare è altra cosa rispetto al recitare preghiere.
Facciamo un paragone che spero sia chiarificatore, rifacendoci all'immagine biblica che parla dell'Alleanza nei termini di amore di coppia (è l'immagine più appropriata).
È evidente che amare non è solo fare l'amore, anche se c'è un rapporto molto stretto tra le due cose.
Si può amare anche senza fare l'amore.
Possono darsi difficoltà (il partner lontano, una malattia o altro) per cui non si può esprimere l'amore con l'amplesso, però l'amore resta.
E si può purtroppo anche fare l'amore senza amore, il che è poi sostanzialmente il peccato sessuale.
La realtà profonda del peccato di sesso si dà quando c'è un rapporto epidermico, goloso, senza armonizzazione.
Il prima, il poi, il dentro, il fuori rispetto alla ritualizzazione - al cosiddetto matrimonio in chiesa - sono elementi in gioco, però non rappresentano il nodo profondo del problema.
Il nodo, invece è il "dentro" o il "fuori", la pertinenza o l'estraneità rispetto all'amore che è il vero sacramento della coppia.
Si può quindi fare l'amore senza amare e amare senza fare l'amore.
Le due cose non coincidono, anche se sono correlate tra di loro perché, in una coppia normale, in cui non ci siano inceppi psicologici o altro, l'amore desidera manifestarsi nel fare l'amore e con vari gesti di tenerezza che esprimono l'amore stesso.
È il rapporto tra l'essere e il manifestarsi.
Lo stesso rapporto c'è tra la preghiera, che è uno stato di innamoramento di Dio, e la sua espressione nelle preghiere, questo momento forte in cui sospendiamo altre attività per dedicarci esplicitamente, direttamente, esclusivamente a pregare.
Ed è come il fare l'amore: il momento forte di un innamoramento, che tuttavia permane sempre anche al di là del gesto.
Il concentrarci per meditare o recitare preghiere è il momento in cui si rende esplicito questo stato di amore permanente, in cui consiste la preghiera.
Però non è il fatto fondamentale poiché è chiaro che è più importante essere innamorati che fare l'amore; ed analogamente è più importante la preghiera, come stato permanente d'amore, che non la sua manifestazione episodica.
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Le povere immagini di Dio
Autore: Adriana Zarri
Editore: La Piccola Editrice
Prima edizione: --/2007
Edizione corrente: --/2007
EAN-ISBN: 9788872583203
Pagine: 60
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 12,5x16,5 cm
Prezzo di copertina: 4,00 Euro
Descrizione
Dio ci risulta poco amabile perché abbiamo di Lui false e povere immagini: un Dio filosofico, un Dio stoico, un Dio maschile, un Dio monolitico.
La meditazione di Adrianasi ferma con finezza sorprendente sulla realtà trinitaria del Dio di Gesù, una dimensione carica di sviluppi profondi e provocazioni profetiche e poetiche per capire la storia nel suo dinamismo vitale.
Note biografiche
Adriana Zarri, nata a S. Lazzaro di Savena nel 1919. Teologa, saggista, autrice di romanzi. Collabora con diversi periodici. Vive in forma monastica in un eremo del Canavese.
Estratto
ASSOLUTO E RELATIVO
L'universo è il primo altro, contenitore d ogni creatura all'interno del quale tutti sono e si muovono e, i viventi, vivono.
Tutti questi altri disseminati nel mondo, redenti e assunti dal Cristo vengono riportati in seno all'Altro di Dio: a quell'alterità che è l'obiectum del Padre.
Ma in questa sintesi al plurale, che alberga nel singolare Altro di Dio, niente scompare, niente va perduto.
Le creature assunte da Cristo nel Verbo non naufragano in Dio ma in lui navigano, ciascuna nella propria identità, perché il Dio trinitario è il supremo garante di ogni singolarità.
Non vi sembri - parlando a chi opera soprattutto nel Terzo Mondo - che allarghi i problemi in modo indebito.
È importante, per un uomo di fede, che gli interessi di tipo politico e sociale, vengano radicati nella teologia; e che il suo rapporto con l'altro abbia delle motivazioni più profonde.
Eppure ci sono tanti non credenti che operano con la stessa nostra dedizione e che non hanno questo radicamento teologico.
La loro dedizione vale forse di meno?
Se la dedizione c'è, Dio c'è; e credo che le cose si pongano nei medesimi termini quando ci si dedica all'altro, perché l'altro è stato assunto da Cristo, sia che me ne occupi io, sia che se ne occupi un non credente, sia che il credente lo sappia, sia che il non credente non lo sappia.
Questa ricapitolazione di Cristo che porta ogni uomo (ed animale e cosa) in seno al Padre, vale per tutti.
Ma ritorniamo a noi e all'ultima fondazione del nostro operare e rapportarci.
Il rapporto con l'altro è tanto importante perché anche Dio ha un rapporto con l'Altro: rapporto che è addirittura costitutivo delle Persone.
Abbiamo sempre parlato di Dio come Assoluto.
Ma, se la relazione è costitutiva delle persone, possiamo parlare di Dio come Relativo.
Se opponiamo assoluto a contingente, certo Dio - che contingente non è - è assolutamente assoluto; ma se opponiamo assoluto a relativo, Dio, le cui Persone sussistono e si identificano nel rapporto, non è più assoluto: anzi, essenzialmente, assolutamente relativo.
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Il Natale e i nostri natali
Autore: Adriana Zarri
Editore: La Piccola Editrice
Prima edizione: --/2007
Edizione corrente: --/2007
EAN-ISBN: 9788872583180
Pagine: 60
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 12,5x16,5 cm
Prezzo di copertina: 4,00 Euro
Descrizione
La meditazione di Adriana si concentra con lucidità teologica sul significato fondamentale delle venute di Dio nella vicenda umana.
Tra le diverse venute di Dio, quella dell'Incarnazione è certamente la più dirompente perché manifesta in modo impensato, stupefacente l'amore di Dio per l'uomo.
Il Verbo di Dio, l'Infinito si fa limite, l'Eterno si fa tempo, offrendo il proprio abbraccio all'uomo, alla relatività della storia, al dinamismo evolutivo del cosmo.
Note biografiche
Adriana Zarri, nata a S. Lazzaro di Savena nel 1919.
Teologa, saggista, autrice di romanzi.
Collabora con diversi periodici.
Vive in forma monastica in un eremo del Canavese.
Estratto
IL NATALE CONSUMISTICO
Da noi, in questo clima conformista, molliccio e ambiguo, il Natale è una festa comandata e osservata anche dai non credenti (o cosiddetti tali) ma spesso vissuta anche dai credenti (ancora cosiddetti tali) a livello di festa profana.
E, sulla scorta di questa festività per tutti, si scatena il consumismo natalizio.
Le luminarie cominciano un mese prima ad accendersi (ci lamentiamo della crisi energetica, vogliono rifare le centrali atomiche; la nostra popolazione non le vuole ma i nostri governanti le vogliono e ciò che vogliono, fanno).
Possibile che non ci sia un divieto?
Si accendano le luci tre giorni prima di Natale, una settimana, a voler essere generosi, ma non con un mese di anticipo.
Quanto costa, tradotto in KWH, un tale spreco?
E a cosa serve?
A impallidire il senso della festa serve, perché un addobbo che dura un mese intero si fa abitudine e non è più avvertito.
È anche bello un segno esterno di letizia però a cominciarlo tanto tempo prima, quando arriva il Natale gli occhi ormai sono abituati e non vedono più la novità, la diversità, la festività di un clima che si è ormai fatto abituale.
Dal punto di vista psicologico è un errore.
È utile solo a fini commerciali o forse neanche a quelli.
Davvero facciamo una spesa di più perché c'è una luce accesa?
E lo spreco dei doni?
Il dono è bello; non buttiamolo via!
La pratica del dono, di per sé, non è consumista.
Certo può diventarlo, ma forse allora non è più dono perché non ha rispetto e insinua lo sfarzo e lo spreco.
Il dono può essere povero e bellissimo, pieno di fantasia e di simbologia.
Uno dei doni più apprezzati che mi occorse di fare a delle amiche di città (notatelo: è importante perché va scelto il destinatario con i suoi gusti e il suo ambiente di vita!) fu un nido di uccello, non certo rubato al piccolo abitante, un nido caduto a terra, ormai in disuso (certi uccelli - lo sapete? - ne fanno uno ogni anno) ma ancora bellissimo.
Le mie amiche ci misero dentro un piccolo Bambinello di terracotta.
E dopo qualche anno, un altro nido regalai a un non credente, di grande levatura morale.
Certo non ci avrà messo il Bambino, ci avrà messo il suo cuore, la sua sensibilità, la sua amicizia.
Come spesso è sbrigativo e monotono il dono consumistico; come siamo affrettati, efficientisti, terribilmente occidentali e come invece dovremmo essere più fantasiosi, creativi, lenti nella scelta e nella confezione del dono.
E più gratuiti.
Il dono deve essere anche un espressione e una pedagogia di gratuità.
Un nido, un sasso dalla lucentezza di quarzo, una pigna sfrangiata di muschio...
E bisogna anche disporre di intelligenti amici per permetterci tanto e così poco; amici che non si attendono l'omologato panettone o la bottiglia di spumante; amici che sanno usare il sasso come fermacarte e mettere la pigna sulla tovaglia di Natale (anche la tovaglia, un anno, potremmo regalare: è un simbolo di convivialità, un larvato richiamo eucaristico).
Ma questo dono - manifestazione di affetto, bello da fare, bello da ricevere - può diventare mondanità ostentata, vanità coltivata o addirittura mezzo di corruzione.
Quante volte la Bibbia parla degli amministratori corrotti, con le mani piene di doni ricevuti o dei postulanti corruttori, con le mani piene di doni offerti!
Non dovremmo neanche chiamarli doni ma tangenti, pagamenti, tentativi di acquisto, operazioni commerciali.
Così, attraverso il regalo, passa la corruzione.
Il Natale consumistico non è un natale cristiano e neanche un Natale onesto, a livello di etica naturale (evitiamo l'errore di pensare che la moralità sia soltanto cristiana o addirittura cattolica. No: c'è una morale laica che tante volte ci dà dei grandi esempi).
Non c'è bisogno della fede per rifiutare questo Natale consumistico: basta la morale laica.
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