La notte parla

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Autore: Louis Guillaume

Traduttore: Viviana Mucci

Editore: Edizioni Idea

Prima edizione: 11/2007

Edizione corrente: 11/2007

EAN-ISBN: 9788890302220

Pagine: 84

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 11x17 cm

Prezzo di copertina: 13,00 Euro

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Descrizione
«Con tre parole, Louis Guillaume ci colma di fantasticherie», scriveva Gaston Bachelard.

La notte di Louis Guillaume ci «parla», perché è la notte dei racconti e dei loro misteri, dei tedeschi romantici, della via lattea, della foresta dove realtà e fantasia si confondono.

Per esprimere esperienze incerte, al limite tra l'onirico e il reale, Louis Guillaume sperimenta e perfeziona lo strumento del poema in prosa, che egli stesso definisce come un genere che ben si adatta alla veggenza e alla esplorazione dei sogni, e che getta un ponte tra «simbolismo e surrealismo».

La notte parla è il frutto di questi studi: una raccolta di poemi in prosa, che nel 1961 ottenne a Rodez il premio Antonin Artaud.

L'opera risulta molto interessante da un punto di vista stilistico, come ricerca di nuove forme espressive che diano sempre più spazio all'immaginazione e all'onirico.

Come un incantatore, Louis Guillaume ammalia il lettore con le sue «immagini notturne» e lo trasporta dolcemente verso un mondo fatto di magia.

In questa edizione La notte parla è magistralmente introdotta da Jean-Yves Debreuille, docente di letteratura nell'Università di Lione.


Note biografiche
Poeta venuto dal mare, isolano di Bréhat, dove ha trascorso la sua infanzia in compagnia di marinai e pescatori, ha donato alla letteratura francese una delle voci più intime, sempre alla ricerca del senso nascosto delle cose, filtrate dall'esperienza onirica.

Profondamente segnato dalla lettura di Bachelard e Albert Béguin, ammiratore di Milosz e amico di Max Jacob, è considerato in Francia uno dei padri della poesia in prosa.

La sua opera, mai pubblicata prima in Italia, si rivela pienamente con "Plein absence", 1947, "Ecrit de Babylone", 1950, "Noir comme la mer", 1951, "Chaumière", 1951, "Etrange Forêt", 1953, 2La Feuille et l'épine", 1956.

La notte parla è il primo esperimento ben riuscito di una traduzione della sua poesia in prosa.


Estratto
Prefazione

Henri Michaux affermava che «la notte si muove».

Per Louis Guillaume, «la notte parla».

Ma quale notte?

Di certo non la notte elettrica dei surrealisti, ma quella dei racconti e dei loro misteri, dei tedeschi romantici e in parte, forse, anche quella della via lattea e degli abeti sotto la neve di Apollinaire.

L'autore di "Sônes d'Armor", di "Noir comme la mer" e di "Étrange forêt" rimane legato alla Bretagna, paese di antico immaginario dove, tra nebbia e foreste, leggenda e realtà poco si distinguono, e dove con i periti in mare il contatto è forte quanto quello con i viventi.

In questo paese si ritrovano le origini del poeta, e qui si è svolta la sua infanzia.

Egli pone la sua vita al centro di una continuità di cui la morte traccia gli orizzonti, uno verso il passato, l'altro verso il futuro.

Orizzonti penetrabili e che tuttavia limitano lo sguardo, come la foresta che il più delle volte fa da sfondo alla scena.

Il «margine della foresta dove nessun uomo si arrischia» è nel contempo un «limitare» le cui radure sono disseminate di rocce e di menhir «al chiarore della luna», che lo rendono simile al mare, con le sue «grandi sagome di scogli con lo zoccolo affondato» e il colore latteo della foschia.

A dire il vero, più che paesaggi reali, entrambi rappresentano il cerchio immaginario al centro del quale si colloca l'individuo, che si rigenera perfino nel suo presente universo cittadino: «La foresta, il mare, l'infanzia, il chiarore si portavano davanti alla mia ombra attraverso i vicoli oscuri che formavano la città».

Chiarore livido, come la luna, la nebbia, le rocce, i licheni.

«Lo strano barlume del sonno» è un film in bianco e nero.

Per associazione, la neve e la brina ricoprono sovente i paesaggi, fissandoli nei loro riflessi immobili: «L'argento grigio dell'inverno patinava ogni cosa».

Hanno un effetto calmante, come il «balsamo del chiaro di luna», che «si spalma sui sassi, leviga la sabbia, si stende sull'erba del greto».

Immerso in questa bianca dolcezza, il poeta stesso ne diventa parte: «Io ero quella via lattea di armonia».

Una via, ancor prima di essere voce; al centro del sogno, il poeta si sente come al centro del mondo, più appagato che smarrito.

Certo, si rappresenta «solo a bordo» di una barca «sola in mezzo all'immensità buia», rivestito dalla «fragile corazza» del tempo, ma nondimeno il suo sguardo è rapito e il desiderio magnetizzato da un segno, sia esso un'ancora che riluce nella profondità dei flutti, l'improvvisa trasparenza che rivela il cuore che batte di un vecchio menhir, o gli «uomini invisibili» di cui paradossalmente percepisce la presenza «a migliaia di leghe proprio di fronte a [sé]».

Tanto da affermare di trovarsi, in quei luoghi, di notte, al centro di un «meraviglioso caleidoscopio».

Tutt'a un tratto, la visione si trasforma in rivelazione.

È la donna che per tutta la vita ha contemplato senza vedere che d'improvviso si «avvicina al vetro dei [suoi] sogni».

Scorge il cuore del menhir, un «grande orologio» dove poter seguire «il pulsare dei secoli».

L'immobilità recettiva del sognatore permette allora l'accesso.

«Non più tetti, non più focolari. [ ] Il cancello si apre sul largo».

Alla lieta sorpresa segue un azione di cui il poeta rivendica rischi e responsabilità: «Assumo da solo il rischio di questa scalata verso gli altipiani dove non esiste sera né mattina ».

La totale assenza di riferimenti temporali che delimitino la notte è indice dell'abbattimento del confine tra sogno e realtà, dei limiti del corpo e del mondo, dell'«io» e del «tu», del linguaggio e delle cose: «Diventavamo la lingua degli scogli, l'oblio della sabbia, il cuore delle crepe».

Si tratta di un accesso all'Altro, che può essere tanto la donna amata, quanto il lato nascosto di se stesso, o il luogo di una comprensione nuova, che più che una risposta è una diversa prospettiva da cui poter esaminare la questione.

In particolare, svaniscono i limiti che l'esclusione dei contrari comporta nella vita di tutti i giorni.

Gaston Bachelard era a questo proposito particolarmente sensibile, e il 4 dicembre del 1956 scriveva a Louis Guillaume: «Lei fa del fuoco un'acqua limpida. [ ] Sono finiti i tempi delle monoimmagini».

In "La fiamma di una candela" esprime la forza che trova nel «rogo di linfa» che designa «la vecchia quercia»: «Rogo di linfa, parole mai dette, seme sacro di una lingua nuova che deve pensare il mondo con la poesia».

In questo universo allargato, dove coesistono tutti i possibili, le fustaie sono «limpide», le pietre cantano, un paesaggio può essere «un deserto di presenze e di attese», ci si può scoprire «ricchi di ciò che abbiamo perso», e perfino ritrovare se stessi, non come uomini usati e disillusi, ma come bambini che si meravigliano di fronte al futuro: «Forse sono io quello che ho appena incontrato, là, sulla soglia della vita».

E si può anche dire alla donna amata: «Tu sai che mai tornerò e che, tuttavia, sarò sempre qui».

Ma è un incontro effimero: questi istanti di pienezza durano quanto un sogno.

«In un attimo colgo il senso di ciò che mi accade. [ ] Ma tutto svanisce. Sono cieco».

I segni si confondono tra loro, le presenze si fanno sfumate, torna la solitudine, la realtà impone di nuovo i suoi limiti.

La notte non rivela più niente, è solo assenza di luce e riferimenti: «E all'improvviso, quella fu la notte in cui scintillavano le luci acide della città, la notte desertica dove ancora vaghiamo».

Ma l'esplorazione non è stata vana.

«Svuotato, oscuro, liberato, potei finalmente vivere [ ] come un vivente che si stupisce di respirare, e altra certezza non ha, ormai, se non di morire».

Tale è il potere del sogno, ma tali sono anche i suoi limiti: dà breve luce, ma non lascia conquista alcuna.

Va troppo veloce perché gli si possa star dietro e, nell'inseguirlo, ci perdiamo noi stessi di vista.

Dà accesso a un altrove da noi stessi, che tuttavia non può essere fissato nella lingua del qui.

L'ultimo testo parla di tale paradossale situazione del poeta, che più di ogni altro ha la parola sulla punta della lingua, ma quando si appresta a scriverla si accorge di averla persa.

La notte parla ma non dice niente.

Per cercare di esprimere queste esperienze incerte preservando la parte incontrollata che ne costituisce la rivelazione, Louis Guillaume perfeziona uno strumento su cui si sofferma in particolare alla fine degli anni Cinquanta: il poema in prosa.

Adotta il verso regolare e il verso libero, nel 1958 pubblica "Hans ou les songes vécus", un romanzo il cui titolo si riferisce a quel viavai tra sogno e realtà che suscita tutto il suo interesse.

È dunque alla ricerca di una forma che permetta una diffusione senza vincoli, per evitare di scivolare irreversibilmente nell'onirismo, perché il suo scopo resta quello di vedere giusto ed esprimere correttamente.

E quella forma potrebbe essere proprio il poema in prosa, che non deve attenersi ad alcun protocollo, ma che nell'esperienza fissa i limiti del suo valore.

Guillaume espone le sue riflessioni durante la conferenza alla Sorbona del 27 febbraio 1960, in piena preparazione de La notte parla, che sarà pubblicata un anno più tardi: "L'évolution du poème en prose d'Aloysius Bertrand à nos jours".

Definisce questo genere uno strumento che ben si adatta alla veggenza e alla esplorazione dei sogni, e che getta «un ponte tra simbolismo e surrealismo».

Gli attribuisce i tre caratteri che più emergono dalle esperienze descritte in La notte parla: organicità del testo, infondatezza di fronte a qualsiasi tentativo narrativo o dimostrativo, brevità.

Sono istantanee che non hanno la pretesa di apparire coerenti, ma ciascuna di esse è un flash sul mistero del nostro essere al mondo, nell'«eternità senza parola» da cui il poeta strappa, frammento dopo frammento, ciò che può essere detto.


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Cortina di fumo

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Autore: Robert Sabbag

Traduttore: Giuseppe Marano

Editore: Edizioni Socrates

Prima edizione: 12/2003

Edizione corrente: 12/2003

EAN-ISBN: 9788872020180

Pagine: 340

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 13,5x24,0 cm

Prezzo di copertina: 14,70 Euro

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Descrizione
Sulla scia del successo di Mr Nice, il libro di Howard Marks che ha venduto 16.000 copie, ecco un altra storia vera sulla carriera di un trafficante un po' svitato.

La vita spericolata di Allen Long, regista mancato diventato trafficante di successo tra Colombia, Messico e Stati Uniti.

Il libro, pieno di suspense e situazioni divertenti, appassiona non solo i giovani cosiddetti alternativi, ma anche chi ama lasciarsi trascinare da rocambolesche avventure, magari comodamente seduto sulla poltrona di casa.

A metà tra racconto biografico e romanzo d'avventura, il libro narra la storia vera di Allen Long, un regista mancato diventato uno dei pionieri del traffico di stupefacenti tra Sudamerica e Stati Uniti.

Negli anni Settanta gli States erano attraversati da correnti di cultura alternativa che facevano dell'uso della cannabis una bandiera di libertà e di emancipazione.

Il commercio della droga non era ancora un'esclusiva della criminalità organizzata, ma spesso era il frutto dell'iniziativa improvvisata di un manipolo di intraprendenti fumatori, senza qualche rotella ma con molto fegato.

Uno di questi era Allen Long.

Partito per il Messico con il progetto di girare un documentario sul traffico di marijuana e rimasto a corto di finanziamenti, Long si rese conto che entrare nel business della droga sarebbe stato ben più redditizio, oltre che divertente.

Da qui l'inizio di una serie di avventure ad alto tasso di adrenalina, aerei carichi di droga che atterrano su autostrade californiane, macchine lanciate contromano nelle stradine della periferia messicana, poliziotti che interrogano cadaveri e festini a base di poker, donne e droga e soprattutto tanti, tanti soldi.

Storia avvincente ed esilarante che si legge tutta d'un fiato, Cortina di fumo rappresenta l'esaltazione di uno spirito d'avventura senza tempo e senza limiti.


Note biografiche
Robert Sabbag è nato a Boston.

Dopo aver studiato medicina alla Georgetown University, è diventato giornalista.

Scrive su diverse riviste, tra cui Rolling Stone.

Da un suo articolo per "The Time Magazine" sulla protezione dei testimoni è stato tratto il film "Witness Protection" che ha ricevuto due nomination al "Golden Globe Awards", una delle quali per il miglior film.

Tra i suoi libri precedenti ricordiamo il best seller "Con la neve fino agli occhi".


Estratto
Allen Long discendeva da una stirpe di aviatori americani piuttosto esigua.

In effetti, era il primo.

Una mattina, alle prime luci dell'alba, mentre il suo DC-3 violava lo spazio aereo colombiano vicino alla costa del Sud America, gli si presentò, palpabile come le vette della Sierra Nevada che si stagliavano all'orizzonte, la probabilità di essere anche l'ultimo.

« Rosso a Bianco, Rosso a Bianco, ho brutte notizie per lei, signore ».

9788872020180bis.jpgNegli affari di Allen Long, di cui l'aviazione era solo una parte, le brutte notizie di solito erano sempre pessime notizie e trasmesse su una frequenza aria-aria da una pista d'atterraggio clandestina in Colombia, dovevano essere anche peggio.

« Signore, mi dispiace, ma non potete atterrare » gracchiò la voce dalla radio di bordo.

« Dovete tornare indietro, non potete atterrare. Ripeto, dovete tornare indietro ».

Long e il suo equipaggio, che erano in volo da quindici ore, fissarono stupiti la fonte di questo annuncio, guardando tutti e tre a occhi sgranati il quadro comandi come se la radio stessa fosse impazzita.

La risposta di Long fu brusca.

Aprì il microfono e disse: « Non possiamo tornare indietro ».

Né potevano atterrare nella vicina Barranquilla, né oltre il confine, in Venezuela.

Dire che l'aereo non era "autorizzato" sarebbe stato quanto meno riduttivo, ma Long lo disse lo stesso e, salvo elencare le alternative che avevano di fronte, non aggiunse molto altro.

« Dobbiamo atterrare e fare rifornimento, o precipitiamo con l'aereo ».

Combinazione, fecero entrambe le cose.


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Cannabis, droga diabolica

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Autore: Peter-Paul Zahl

Traduttore: Leda Spiller

Editore: Edizioni Socrates

Prima edizione: 07/2002

Edizione corrente: 07/2002

EAN-ISBN: 8872020166

Pagine: 202

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 13,5x24,0 cm

Prezzo di copertina: 9,30 Euro


Descrizione
Un poliziotto e un detective sulle tracce di una banda di spacciatori.

Di quale droga lo si scoprirà leggendo il libro, un giallo d'azione appassionante e ironico sullo sfondo delle lussureggianti piantagioni della Giamaica, terra ricca di colori ed etnie diverse.

Malgrado lo strapotere economico e politico straniero, la sua gente è riuscita a conservare una indomabile vitalità e una forte consapevolezza delle proprie radici.

La finzione di una trama coinvolgente si inserisce sullo sfondo della realtà giamaicana odierna, della quale l'autore ci offre una particolareggiata ed affascinante descrizione.

Gli attualissimi temi della globalizzazione economica, dello sfruttamento di paesi del "sud del mondo" e della difesa delle identità culturali, sono in effetti i principali protagonisti di questa "gangster story".

Dopo il tragico e violento omicidio di un ragazzo che sconvolge la tranquilla quotidianità di un villaggio, un onesto poliziotto e un ambiguo detective intraprendono un avventuroso viaggio attraverso l'isola sulle tracce degli assassini.

La ricerca sarà lunga, densa di situazioni imprevedibili e di incontri inattesi: spacciatori di ganja, killer senza scrupoli, agenti infiltrati della DEA, gangster potenti e pericolosi.

La droga è al centro di tutto: da una parte la marijuana, che senza la politica repressiva imposta dagli USA potrebbe fare la ricchezza della Giamaica, dall'altra le droghe pesanti, che con i loro effetti devastanti alimentano un mercato sempre più vasto e violento.

La vita quotidiana viene descritta attraverso una divertente galleria di personaggi che ben rappresenta la multietnica società giamaicana, sempre in bilico tra una minacciosa modernità e l'affermazione delle proprie radici.

Include un glossario di termini giamaicani, una cartina della Giamaica e carta per filtri.

È un canto d amore, di rabbia, di passione, dedicato alla Giamaica
(Il Giornale d Italia)

Peter-Paul Zahl fa emergere l'incontenibile vitalità dei giamaicani e il loro profondo senso d'identità.
(Railibro)

"un'affascinante via di mezzo tra la detective story e il diario di un viaggio
(Musica! di Repubblica)

La trama è coinvolgente e tocca temi delicati quali la globalizzazione e lo sfruttamento dei paesi poveri. (Radiocorriere TV)

Un giallo che si dimentica spesso della trama per occuparsi di una cosa ben più importante: la vita e il miglior modo di viverla. Con tanto di filtri annessi in terza pagina.
(Rockstar)


Note biografiche
Peter-Paul Zahl è nato a Friburgo/Breisgau nel 1944 ed è vissuto fino al 1953 nella RDT.

In Renania ha conseguito la licenza ginnasiale e il diploma di tipografo.

Nel 1964 si è trasferito a Berlino Ovest.

Nel 1967 ha fondato una piccola casa editrice con annessa tipografia.

È stato editore, tra le altre cose, della rivista "Spartacus" e dei "Quaderni integrativi per nani".

Nel 1972 viene arrestato e condannato a quattro anni per "lesioni gravi e resistenza violenta alle forze dell'ordine".

Nel 1976, dopo il processo in appello, è condannato a quindici anni di carcere, questa volta per "duplice tentato omicidio e resistenza".

Rilasciato dopo dieci anni, ha lavorato due anni come volontario presso la "Schaubühne" di Berlino diretta da Peter Stein.

Dal 1985 Zahl vive in Giamaica, è sposato e ha sei figli.

Ha pubblicato oltre venti libri, alcuni tradotti in Francia, Grecia, Danimarca, Giappone e Olanda.


Estratto
La cosa più bella di questo lavoro è l'ozio.

Siamo seduti su uno sperone di roccia, la baia sotto di noi, le gambe e l'anima ciondoloni.

Sulla piccola isola davanti all'insenatura una palma straziata dal forte vento: il bersaglio.

Inquadrandola tra pollice e indice, prendiamo la mira.

Mettiamo a fuoco esattamente l'obiettivo.

La mano non trema.

Il punto di mira è centrato sulla linea dell'orizzonte.

E noi ci troviamo là, esattamente là: alla fine del mondo.

Perché la terra non è rotonda.

È piatta.

La nave che scompare lì, alla fine del mondo, riemerge semplicemente, capovolta, sull'altra faccia della terra.

L'uomo di mare navigato lo capisce dal mutare del battere dell'onda e dal breve arrestarsi del cuore e del pensiero.

Dal diario di bordo di Cristoforo Colombo sappiamo che la Niña, la Pinta e la Santa Maria incrociarono tre giorni e tre notti davanti a quella linea "la fine del mondo" prima di prendere il vento decise, confidando nella forza di gravità che ci tiene incollati al nostro pianeta, puntando dritto verso quel limite: un colpo al cuore inebriante, paragonabile per certi versi a quello che precede il primo orgasmo, e la prua della nave è lanciata nel nulla

Questo immaginiamo, nel nostro ozio.

E immaginiamo anche che Neil Armstrong e Edwin Aldrin non siano affatto atterrati sulla luna col loro modulo lunare, l'Eagle, il venti luglio del 1969.

La dea della luna non l'avrebbe di certo consentito.

In realtà le riprese esterne sono state girate non lontano da Los Alamos, nel deserto.

Bisognava umiliare i russi, che il quattro ottobre del 1957, con il loro Sputnik "in condizioni di tempo sereno, così che tutti potessero vederlo a occhio nudo", avevano portato il primo satellite artificiale a orbitare intorno alla terra.

Dopo i videogiochi del Pentagono, mandati in onda dai notiziari della CNN come immagini reali della Guerra del Golfo, nessuno si fida più dei messaggi trasmessi dai media.

L'ozio è il padre di tutte le arti e le virtù.

Senza tempo per se stesso l'uomo dell'età della pietra non avrebbe mai potuto cominciare né finire le sue pitture rupestri.

E proprio perché abbiamo tempo per noi stessi Prento e io vinciamo le nostre paure, ci immergiamo in grotte e caverne e dipingiamo le immagini più belle.

O veniamo dipinti e ben bene lavorati.

Prento dalla sua prima "relazione extraconiugale", Latoya, la mia nuova segretaria del Trelawny, e io dalla mia "prima donna", la madre "la baby-mother" dei miei primi figli, Valerie.

Loro a destra, sotto gli scogli, noi a sinistra.

Sotto la palma, come dice la canzone.

Su stuoie e teli da mare, perché sabbia e formiche possono essere molto fastidiose.

Qui nessuno si perde durante il giorno.

Solo di notte.

Ma allora non è più un perdersi.


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That until there are no longer
First and second class citizens
Of any nation,
Until the colour of the skin
Is no more significant
Than the colour of the eyes
There will be war.

Haile Selassié/Bob Marley


A Clark's Town cercai rapidamente il mio uomo, ascoltai il suo resoconto della situazione, annuii soddisfatto col capo, gli allungai una nanny e proseguii in direzione est sulla B II, verso Jackson Town.

Lì presi una birra, mandai a dire a un conoscente che sulla via del ritorno sarei passato da lui e imboccai la B 5 in direzione Sud.

Fino a Ulster Springs sono solo nove miglia, ma sembrano interminabili.

La strada si inerpica serpeggiando sui fianchi della montagna; sale, scende; una volta il precipizio si apre a sinistra, poi a destra; lo sguardo si posa su stupende pianure incastonate tra le montagne, con i loro campi nelle diverse tonalità del verde e le file di piante di igname ai cui tutori si abbarbicano i polloni.

Anche sui fianchi del monte, tutti terrazzati, si coltiva l'igname.

Alberi di tulipifere africane, di un rosso accecante.

Frutteti di aranci, pompelmi e mandarini dalle foglie lucide.

A Ulster Springs mi dolevano le braccia.

La guida era estremamente faticosa: la mia Landrover non ha il servosterzo.

Poco prima di arrivare all'abitato mi sedetti all'ombra di un albero di pompelmo sul ciglio della strada, con vista sulla pianura.

Qui in montagna i colori sono più intensi: il rosso dei fiori delle tulipifere, il giallo dei frutti del pompelmo, l'arancione dei mandarini, il blu del cielo.

Mangiavo e bevevo, il cestino da viaggio tra i piedi.

I contadini mi passavano davanti con la loro andatura strascicata, accennando con il capo.

A volte salutavano anche, amichevolmente.

Avevano tutti stivali di gomma e machete in mano; e tutti, uomini e donne, portavano pesanti carichi sulla testa; per lo più cesti di tuberi di igname appena raccolto.

Qui i trentenni dimostravano cinquant'anni, e i quarantenni sessanta; e molti, anche i giovani, nel salutare mostravano dei buchi nei denti anteriori.

Conseguenze di un'alimentazione carente, sbagliata, della mancanza di minerali e di microelementi nell'acqua?

Non lo chiesi.

Non sembravano inaspriti.

Al contrario, avevano un atteggiamento amichevole, e orgoglioso.

Il governo era molto lontano; i deputati eletti non si facevano mai vedere, da nessuna parte, salvo che al momento delle elezioni; ma fintantoché nessun uragano inondava i loro campi o spazzava via le piantagioni a terrazza sui ripidi fianchi del monte trascinandole giù in pianura, o faceva marcire i tuberi, loro avrebbero continuato a mettere al mondo figli e a crescerli, per poi vederli emigrare in città o all'estero.

E sarebbero stati sepolti onorevolmente.

Non dovevano nulla a nessuno, nessuno doveva loro alcunché.

Un'alzata di spalle: "Così è la vita".

Solo uno mi chiese con insistenza una cosa.

Un uomo dall'aspetto emaciato, con il grosso labbro inferiore che pendeva rilasciato e con il gozzo, vestito di stracci e con stivali di gomma dalle suole consumate.

Di certo lo scemo del villaggio.

Discretamente mi chiese una sigaretta.

La prese pieno di dignità.

Gli avvicinai l'accendino.

Un sorriso timido balenò nei suoi occhi e alla piega della bocca.

"Grazie."

"Allright, brother ", risposi io.

Fece un cenno con il capo, si girò e prese giù per un sentiero di capre sul fianco della montagna.

Mi alzai, sistemai il cestino col pranzo e le bevande davanti al sedile del passeggero ed entrai in paese.

Mi sentivo leggero, lucido.

Mi sentivo bene.

"Uno scandalo, com'è decaduto il nostro circondario", disse uno dei molti disoccupati che perdevano il loro tempo al banco della taverna del mio conoscente.

Gli avevo offerto due birre e alcune sigarette e gli avevo chiesto della situazione.

"La sede dell'ufficio Manutenzione Stradale è vuota, spogliata di tutto; la polizia ha una macchina nuova di zecca, e molto chic, ma non ha il telefono; l'ospedale, appena rinnovato, è stato declassato a semplice clinica, e quanto all'ufficio amministrativo del distretto ... tutto tace."

Lo sapevo bene, queste lamentele si facevano da anni e questa gente si era messa, fatalisticamente, nella condizione di essere a poco a poco abbandonata da Dio e dagli uomini.

"Tra qui e Albert Town c'è solo acqua che non è più analizzata dall'Ente Acquedotti ... E poi un solo telefono, al centro di Albert Town, per tutta questa gente ..."

Comparve l'oste, da una stanza sul retro, e mi salutò.

Ci conoscevamo da molto tempo.

Fece cenno al mio informatore di lasciarci soli.

L'uomo si alzò.

"Ah, lei ha parenti o amici qui in giro? Non è della stampa?"

"Come le viene in mente che io sia un reporter?" scoppiai a ridere io.

"Beh, radio e stampa sono le uniche che si schierano a difesa dei nostri interessi" rispose l'uomo, in un tono che lasciava intendere che mi riteneva così scemo da non sapere le cose più ovvie.

"Ho un cugino a Warsop" mentii io.

"Ah, è così. Bene. Salve, arrivederci. Stia bene. Grazie per la birra. Arrivederci."

Lentamente l'uomo si trascinò via.

Lanciai uno sguardo interrogativo all'oste.

"Un buono a nulla", disse McKinley con tono di disapprovazione.

"Invece di alzare le chiappe, sta sempre seduto ad aspettare aiuto dall'esterno. Invece di coltivare l'igname, per il quale si ottiene ancora pur sempre un buon prezzo, si aspetta che sia P.J. a metterglielo in bocca bell'e che arrostito. Un tipico socialdemocratico."

"Mmm", feci io mostrando scarso interesse al riguardo.

"Rass Lick è a casa, è tornato ieri dal busch", l'oste venne al punto.

"Lui e la sua famiglia hanno lavorato con molto zelo."

Ordinai della birra per noi.

Lui la prese calda, io gelata.

"Il raccolto è buono, forse troppo buono quest'anno.
Questo abbassa i prezzi. Sei-settecento dollari per una libbra della migliore qualità.
Molti la venderanno solo ad aprile, o a maggio, quando potranno ricavarne il doppio.
Ma lei è già in cerca."

McKinley mi guardava con aria furba, coi suoi piccoli occhi da porcello; la pancia trabordante ballava su e giù.

"Ogni cane ha il suo giorno, ma il gatto ha un appuntamento alle quattro " sogghignai io enigmatico.

L'uomo annuì.

"Va bene se si ha gente di cui ci si può fidare", disse lui sottolineando con il tono della voce le sue parole.

Mi guardò con aria assente e si passò la lingua sul labbro superiore.

"Lei non ha idea di quanti episodi di criminalità abbiamo avuto qui, ultimamente ...
Da un lato è un bene che i nostri poliziotti siano così scemi, e quindi siano tagliati fuori dal mondo (i collegamenti radio non funzionano praticamente mai); ma dall'altro sarebbe assai utile, qualche volta, avere dei poliziotti svegli, capaci di arrivare anche subito, una volta chiamati, e magari anche di catturare un paio dei peggiori tra questi ladri.
È davvero un peccato che uno come lei abbia lasciato la polizia.
Cavolo!
È da allora che io la rispetto!"

"Grazie", risposi io ironico.

Ci conoscevamo veramente da tanto tempo.

"Ma ne avevo le tasche piene, e a ragione", gli ricordai io.

"Continuamente sbattuto di qua e di là, continuamente trasferito.
Che vita è?
Giovane poliziotto di Portland, ero arrivato qui a Trelawny come un eschimese in terra straniera ..."

McKinley fece un ghigno.

"Beh, per essere un eschimese aveva capito subito le regole del gioco!"

Rovesciò indietro la testa, bevve un lungo sorso dalla bottiglia e poi rise, spruzzando la schiuma tutt'intorno a sé.

"Quanto più guardi, tanto meno vedi", dissi io.


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I danzatori della pioggia

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Autore: Karin Mainwaring

Traduttore: Guido Bulla

Editore: Edizioni Socrates

Prima edizione: 06/2000

Edizione corrente: 06/2000

EAN-ISBN: 9788872020111

Pagine: 130

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 13,5x24,0 cm

Prezzo di copertina: 9,30 Euro

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Descrizione
Jean-Pierre Richard, a cui si deve la scoperta in Europa di questo piccolo capolavoro, mette in luce i caratteri australiani del testo - l'ambientazione, la lingua, la definizione dei personaggi - che viene letto sullo sfondo della tradizione teatrale australiana.

Distante dal teatro pionieristico degli Anni Venti che esaltava il cameratismo maschilista (mateship) e la dura vita nell'outback, e ancor più dalla moda corrente che tende a prediligere come scenario le grandi città della costa, l'opera della Mainwaring rivela tutta la sua originalità e la sua forza iconoclasta.

Il dramma si svolge in un punto imprecisato del deserto australiano, una casa fatiscente in cui i protagonisti vivono quasi assediati dalla soffocante calura.

In un'era in cui i prodigi delle telecomunicazioni hanno annullato ogni distanza, rendendo tutto a portata di mano, Karin Mainwaring sceglie di ambientare il suo dramma "a long way from anywhere".

Tre donne conducono la loro esistenza in una condizione di perenne e monotona precarietà.

Una vecchia radio e una strada dissestata rappresentano l'unico contatto con il mondo "là fuori".

Il ritorno improvviso di Dan, figlio, marito e padre delle tre donne, sconvolge il loro equilibrio, rivela una serie di pulsioni sessuali mai del tutto sopite e scatena tensioni irreversibili.

Lo sconfinato deserto australiano si carica di valenze apocalittiche e quello che, all'apparenza, potrebbe sembrare un dramma familiare si rivela invece un'esperienza radicale, una questione di vita o di morte.

Il legame con la terra, inevitabile e fortissimo in un ambiente dalle caratteristiche estreme, assume tonalità drammatiche.

Il tentativo dei quattro protagonisti di negarlo, contrastarlo, di sfuggire alla sua assolutezza, segna la loro condanna.

La prosa versatile dell'autrice dà voce a una pluralità di toni e ricorre a diverse forme linguistiche, modellate sui personaggi e sui diversi momenti del dramma.

Accenti di lirismo e di nostalgia accorata si succedono a pagine di delirio ossessivo e di pura brutalità, espressa in un linguaggio duro, volgare, spezzato


Note biografiche
Karin Mainwaring, nata ad Adelaide, ha debuttato come attrice nel 1983.

Il suo primo testo teatrale, "Binge", è stato rappresentato a Sidney nel 1985 dalla Griffin Theatre Company.

I danzatori della pioggia è stato messo in scena in una versione breve dalla State Theatre Company of South Australia e in seguito è stato elaborato e rappresentato dalla Sydney Theatre Company nel 1992.


Estratto
SCENA PRIMA

(Piove a dirotto.

In scena un UOMO e una DONNA, DAN e RITA.

DAN ha in mano una torcia a vento.

Sono vestiti per la raccolta del bestiame)

(Accucciata, RITA sta partorendo.

In questa scena il dialogo è inframezzato dai rumori che solitamente si accompagnano a un parto)

(Siamo in un luogo lontano da tutto)

RITA Te l'avevo detto, no?

DAN Tu hai solo detto che ti sentivi male.

Non hai detto che stavi per svuotarti qua fuori, in culo al mondo.

(Pausa)

Pensavo che un po di aria fresca ti avrebbe fatto bene.

RITA Speravi di affogarmi?

DAN Che ne sapevo che sarebbe venuto così presto?

Come facevo a saperlo!

RITA Beh, neppure io.

Non è che cose del genere mi succedano esattamente ogni giorno.

Tu, con quel tuo naso per il tempo.

Tuo padre, il Marinaio! Ti ha insegnato proprio tutto, eh? «Rosso di sera, bel t »

(RITA urla)

Morirò qua fuori.

DAN Non dire così.

No che non morirai.

Le donne lo hanno sempre fatto, succede tutti i giorni.

RITA Ma loro vengono aiutate.

DAN Ti aiuto io.

RITA Oh Signore, aiutami!!

(Silenzio)

DAN Gesù, Rita!

Dicevi che ci volevano ancora sei settimane.

Non sai neanche fare due maledetti conti?

RITA Questo bambino non è mica una delle torte di tua madre.

Se volevi che spaccasse il minuto avresti dovuto sposare un cronometro.

DAN Va bene, va bene.

Ora càlmati.

Andrà tutto bene.

Scusami, non dovrei farti arrabbiare.

Non devi agitarti.

Mi dispiace.

RITA Oh Dan!

Aiutami!

DAN È tutto a posto, Rita.

Andrà tutto bene.

Non ti preoccupare.

Non dovresti stenderti per terra?

Vado a prendere un telo.

RITA Non voglio sdraiarmi a terra.

Non sono un maiale.

Non voglio rotolarmi nel fango.

Usa la testa, perdio!

Qui va bene.

Sì, qui va bene,

(Una contrazione)

DAN Stai bene, Ritina?

RITA Sto al settimo cielo!

DAN Che fa?

Sta uscendo?

Che fa?

RITA Spero.

Da un po un occhiata.

(DAN dà un occhiata)

DAN Cazzo!

RITA Sta uscendo?

DAN Incredibile.

RITA Sta uscendo?

Le vedi la testa?

È messa dritta?

DAN Lo credo che urli.

(RITA emette un grugnito)

DAN Esce.

Sta uscendo, Rita.

Vieni qui, bellezza.

Su, su.

Ecco qua.

Ci siamo.

Dai, dai, continua, continua, dai, ancora un po', solo un altro pochino ce l'ho ce l'ho un altro po', ancora un po', spingi più forte.

Ecco.

Sta uscendo è fuori.

L'ho preso l'ho preso come sei bello.

Il più bel pesciolino della stagione.

(Silenzio)


RITA Dan, schiaffeggialo!

Perdio. Dan, schiaffeggialo.

Si fa così.

Dagli qualche colpo!

DAN È una femmina.

RITA Non m importa cos'è, dàgli dei colpi.

Fallo respirare.

(DAN colpisce la bambina e KAT fa il suo chiassoso ingresso nella vita)


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I Wandervögel: una generazione perduta

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Immagini di un movimento giovanile nella Germania prenazista

9788872020128.jpg

Autore: Winfried Mogge

Traduttore: Enrico Fletzer, Leda Spiller

Editore: Edizioni Socrates

Prima edizione: 11/1999

Edizione corrente: 11/1999

EAN-ISBN: 9788872020128

Pagine: 140

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 13,5x24,0 cm

Prezzo di copertina: 16,00 Euro

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Descrizione
Oliviero Toscani, provocatorio maestro della fotografia, rende omaggio ai Wandervögel: "Fin da quando eravamo studenti a Zurigo, quando ci incontriamo tra compagni, continuiamo a scambiarci l'augurio Gut Licht (buona luce), il saluto dei Wandervögel, che attraverso l'uso della loro "cassettina della luce", la macchina fotografica, seppero far conoscere e imporre un preciso stile di vita".

Emarginati perché ingiustamente assimilati ai movimenti della gioventù nazista, i Wandervögel vengono oggi finalmente riscoperti.

Il loro narcisismo estetico, la loro maniera di porsi, ripresa poi dalla Bauhaus, hanno ancora una forte influenza non solo su tutta la moda moderna, ma anche sul costume, costituendo un modello di libertà e di anticonformismo.

In 89 antiche fotografie la ricostruzione della storia dei Wandervögel.

Emarginati perché ingiustamente ritenuti espressione del regime nazista, essi ricevono oggi il loro giusto riconoscimento di artisti, scopritori di un uso originale e innovativo della fotografia, creatori di uno stile di vita sovvertitore di ogni ordine e conformismo.

"Con il loro amore per la natura e per l'arte, la libertà dagli schemi imposti dalla società, con il loro narcisismo estetico, i Wandervögel crearono un mondo nuovo, tutto loro e uno stile di vita che ha influito non poco sul gusto e la moda di oggi"
(Oliviero Toscani)


Note biografiche
Winfried Mogge, nato il 15 agosto 1941 a Iserlohn in Westfalia e cresciuto a Iserlohn e a Colonia, si è laureato in giornalismo a Norimberga, dove è stato direttore del Centro di formazione per adulti di Rothenfels (Bassa Franconia).

A Berlino e a Erlanger ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia e letteratura tedesca.

Dal 1976 dirige l'Archivio del Movimento giovanile tedesco nel castello di Ludwigstein (Hessen).

Fa lavoro di ricerca e scrive di storia tedesca, storia contemporanea, storia del Movimento giovanile e storia dell'arte.


Estratto
«È una bella giornata di primavera.

Stai vagando,l'animo leggero, lungo verdeggianti pendii montani, assaporando l'aria marzolina.

All'improvviso ti colpiscono dei canti che vengono nella tua direzione.

Con passi rapidi ed elastici figure gioiose di giovani piegano verso il bosco vicino.

Sono Wandervögel,che accompagnano con le chitarre canzoni di marcia e canti allegri e salaci.

Ti superano sfrecciando, con un saluto allegro; troppo rapidi, quasi, per poter assaporare appieno la pura bellezza del paesaggio.

Ma in fondo al corteo c'è anche qualcuno che, qua e là, si sofferma con lo sguardo ad osservare, come per raccogliere e fissare impressioni.

Una scatoletta nera, la "trappola per i raggi", penzola al fianco di questi giovani, e dallo zaino spuntano, insolenti, i piedi aguzzi del cavalletto.

Al loro "salve", che ti risuona contro in segno di saluto, si risponde senza esitazione "Gut Licht!", "Buona Luce!".

Sono sicuramente le ultime leve della nobile arte fotografica, che al piacere dell'escursione uniscono quello di un'attenta osservazione».

Con queste parole, riportate nel 1911 dalla rivista «Wandervögel», si esprimeva in termini entusiastici uno dei fotografi non professionisti del Movimento giovanile tedesco, per il quale la macchina fotografica, chiamata la "trappola per i raggi" o la "cassettina della luce", era l'equipaggiamento d'obbligo in tutte le escursioni, i convegni, le feste.

9788872020128bis.jpgA questi fotografi "molti dilettanti, ma alcuni diventati in seguito autentici professionisti" si deve una documentazione unica nel suo genere, finora poco sfruttata e, come tale, ancora non interpretata: un archivio fotografico del Movimento giovanile degli anni tra l'Impero e la Repubblica di Weimar, un patrimonio di immagini che nessun altro gruppo di quell'epoca ha prodotto e tramandato in tale abbondanza.


Uno di questi fotografi era Jilius (detto "Jule") Gross che, firmandosi come "Ufficio fotografico del Wandervögel" diventò una specie di istituzione, il fotografo dei Wandervögel per eccellenza.

La sua opera, presentata qui per la prima volta attraverso una raccolta selezionata delle sue fotografie, consentirà un accesso privilegiato al tema del Movimento giovanile tedesco.


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