Pittori Piuttosto Pittoreschi

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Autore: Massimo Zanicchi

Editore: Giraldi Editore

Prima edizione: 10/2007

Edizione corrente: 10/2007

EAN-ISBN: 9788861550858

Pagine: 189

Prezzo di copertina: 12,50 Euro

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Descrizione
Pittori Piuttosto Pittoreschi è composto di venti storie vere, verosimili e sfacciatamente false.

Vuole essere un omaggio e, al tempo stesso, una rivisitazione di eventi legati alla vita ed alle opere di alcuni dei grandi maestri della pittura mondiale.

I racconti che compongono la raccolta creano un turbinio di generi in cui il dramma va a braccetto con il sarcasmo, ed il cinismo con la malinconia.

Al lettore sono garantiti momenti di divertimento alternati a riflessioni sulla caducità umana.

L'insuccesso, la vecchiaia, la malattia, la follia e la morte sono alcune delle tematiche trattate sempre con un tono lieve agevolato da una scrittura scorrevole.

Protagonista assoluto della antologia è

Vincent Van Gogh, spalla nel racconto di apertura, principale attore di quello di chiusura e figura che torna a far capolino in alcune delle altre storie.

Ciascun racconto prende spunto dalla biografia dell'artista che ne è protagonista.

Ogni storia, infatti, è ambientata nei luoghi e si svolge nell'epoca in cui il pittore citato ha realmente vissuto.

Ligabue, perciò, non può che aggirarsi per la pianura padana, Van Gogh, nel racconto Lobo-tomia, si mozza il famoso orecchio nella casa gialla di Arles, e Rembrandt dipinge le proprie opere monumentali nell'Amsterdam del diciassettesimo secolo.

Le trame dei racconti spaziano dalla verosimiglianza ad una falsità credibile, al lettore quindi viene sempre instillato il dubbio che ciò che sta leggendo possa essere veramente accaduto.


Indice
Prefazione di Iva Zanicchi

Due parole prima di cominciare

Incontri ravvicinati di un certo tipo

Letto ventinove

Le belve della pianura Padana

Lobo-tomia

Nel laghetto delle ninfee

Il ritrattista sui generis

Il titolatore

Viva la mela

Le ultime parole famose

Il Cristo giallo e la signora Gauguin

Un'insolita staffetta

Faccia da ronda

Un nano gentiluomo

A volte ritornano?

Incompiuta ma gioconda

L'hooligan ante litteram

Il ragazzo con le orecchie da pirla

Scomposizioni

Consigli pratici

Un girasole reciso

Ringraziamenti


Note biografiche
Massimo Zanicchi, nasce alle porte di Milano, dove risiede.

Laureato in giurisprudenza, è socio fondatore dell'associazione culturale Quintomiglio e collabora con la rivista locale "Sud Est Milano".

Con i suoi racconti, alcuni dei quali tratti anche da Pittori Piuttosto Pittoreschi, ha vinto diversi premi tra i quali il secondo posto al concorso nazionale "Ruba un raggio di sole per l'inverno" (tema: Il punto) organizzato dall'associazione ARTEA di Città di Castello (Perugia).

Pittori Piuttosto Pittoreschi è il suo primo libro, ma ha già in cantiere, con Silvano Scaruffi, un nuovo titolo: "Write Club", che sarà pubblicato da Giraldi.


Copertina dipinta da Giulia Marzani e Valentina Marzani, artiste diplomate alla Accademia delle Belle Arti di Milano.


Estratto
Due parole prima di cominciare.

Pittori Piuttosto Pittoreschi è composto di storie vere, verosimili e sfacciatamente false.

Vuole essere un omaggio ed al tempo stesso una rivisitazione di eventi legati alla vita ed alle opere di alcuni artisti i cui quadri ho avuto la fortuna di poter ammirare dal vivo.

La scelta di scrivere racconti che prendano spunto dalle vicende umane ed artistiche di pittori famosi può essere esplicata con un curioso aneddoto riguardante Vincent Van Gogh.

Correva l'anno millenovecentotrentacinque quando il MOMA, il museo di arte moderna di New York, ospitò la prima esposizione di opere del famoso artista olandese negli Stati Uniti.

La fama del pittore, ormai morto da quarantacinque anni nel completo anonimato, era in costante e vertiginosa ascesa.

Hugh Troy, giovane artista americano, meravigliato dalla grande affluenza di pubblico e dal clamore suscitato dalla mostra, ebbe una trovata geniale.

Era convinto che la gran parte dei visitatori fosse attirata maggiormente dai dettagli curiosi della vita del pittore piuttosto che dal valore dalle sue opere.

Per levarsi lo sfizio di dimostrare la correttezza della propria intuizione ricorse ad uno stratagemma grottesco.

Procuratosi un trancio di carne confezionò un finto orecchio e lo adagiò in una vetrinetta dal fondo di velluto blu.

Concluse il lavoro sistemando alla base dell'espositore la seguente didascalia: Questo è l'orecchio che Vincent Van Gogh si tagliò ed offrì ad una prostituta francese il 24 Dicembre 1888.

Gli organizzatori accolsero con entusiasmo la bizzarra trovata esponendola in una posizione privilegiata.

Il finto orecchio, in breve, divenne paradossalmente l'opera con più folla al proprio cospetto.

Suscitò uno scompiglio tale da costringere la direzione del MOMA a rimuovere l'artefatto stesso.

Da questo breve episodio si può evincere quale interesse siano in grado di attirare le vicende umane di coloro che hanno giocato un ruolo primario, o meno, nella storia della pittura.

Van Gogh può rappresentare il caso più eclatante, tuttavia, se si scava a fondo nella vita di coloro che hanno lasciato un segno tangibile nel mondo dell'arte qualche aneddoto curioso lo si può rintracciare.

In generale, il discorso varrebbe per la vita di chiunque.

La differenza è insita nel fatto che l'eco dell'esistenza di noi esseri qualunque si smorza con maggiore velocità e difficilmente riesce a captare l'interesse dei più.


Recensione
di Massimiliano Marconi
Sul sito www.poetika.it

Una circonferenza perfetta - o, se preferite, un magistrale "O" di Giotto - incornicia i venti racconti scritti da Massimo Zanicchi e riuniti sotto il "titolo strampalato" (cito dalla prefazione di "zia" Iva Zanicchi) di "Pittori Piuttosto Pittoreschi": una personalissima galleria che inizia e finisce con due efficaci ritratti colti allo zenith e al nadir della parabola artistica di un genio di nome Vincent Van Gogh.

Cronologicamente parlando, invece, la raccolta spazia dal XV Secolo, svelando un Leonardo da Vinci amareggiato e un po' deluso per la sua incapacità di portare a termine quell'effigie di donna che lo "fissa incompleta con il suo sorriso sornione", e arriva fino al XX Secolo, dove un Andy Warhol in vena di confidenze si sbilancia in suggerimenti e consigli rivolti a giovani pittori impazienti di raggiungere il successo, affinché facciano tesoro della sua esperienza.

E anche in questo caso il cerchio si chiude: sia Leonardo che Warhol si sono infatti cimentati con la rappresentazione dell'Ultima Cena.

Apro una piccola parentesi dedicata a chi ha già letto il libro: se vi viene da obiettare che il cerchio temporale è sbagliato, che il pittore a noi più vicino di cui scrive Zanicchi non è Warhol bensì Keith Haring, ebbene, andate a rileggervi il racconto "Letto ventinove"!

Dalla penna dell'autore stesso veniamo a sapere che questo volume raccoglie "storie vere, verosimili e sfacciatamente false", ma poco importa se ciò che ci viene svelato delle ossessioni di Ligabue o delle stravaganze di Dalì abbia o meno un fondo di verità; se davvero c'è stato chi, suo malgrado, ha fatto a pezzi un proprio ritratto firmato "Vincent" o se veramente, nell'Amsterdam del tempo, esisteva un tariffario in base al quale era possibile farsi ritrarre da un lunatico Rembrandt...

Ciò che conta davvero è che tutti e venti i racconti sono scritti tenendo in massima considerazione luoghi e date dell'effettiva biografia dei vari artisti e con uno stile estremamente piacevole e coinvolgente.

Massimo Zanicchi si svela un abilissimo tessitore di trame, capace di spaziare tranquillamente in generi tanto diversi fra loro, quanto le personalità dei pittori oggetto dei vari racconti: assistiamo così a dei veri e propri drammi, ma sempre venati di sottile ironia; a quadri teneramente malinconici o sottilmente cinici, in un mix sempre accattivante e originale, sostenuto da una scrittura brillante e scorrevole.

Aggiungo una breve nota sul titolo.

Mi ha molto colpito la scelta di quei tre termini, di quelle tre "P" iniziali così scoppiettanti.

Una scelta inusuale, che non poteva passare inosservata.

Doveva esserci qualcosa dietro...

Non so quanto possa avvicinarmi al vero, ma l'ho interpretata come una sorta di dedica occulta, di velato omaggio a qualcuno che, nel proprio lavoro, (al pari di Massimo) ha sempre mostrato un amore smisurato per le arti visive, tanto da mischiare spesso cinema e pittura, con effetti straordinari: Pier Paolo Pasolini.


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Autore: Marinella Mazzone, Luigi De Cave Lozzi

Editore: CIC Edizioni Internazionali

Prima edizione: 12/2007

Edizione corrente: 12/2007

EAN-ISBN: 9788871418063

Pagine: 64

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 20,00 Euro

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Descrizione
Numerosi sono i testi che, affrontando lo studio dell'elettrocardiografia, si pongono l'obiettivo di una interpretazione del tracciato.

Questo approccio è legato alla consapevolezza di quanto frequentemente sia necessario agire rapidamente, sapendo trarre dall'analisi del tracciato elettrocardiografico, non disgiunta da una sintetica anamnesi e valutazione dell'obiettività, le informazioni necessarie a fare presto la cosa giusta.

In questo testo si cerca di guidare chi legge a cercare velocemente il significato di quel tracciato specifico, in quel determinato momento, per un certo paziente, utilizzando una metodologia semplice dimostratasi nel tempo affidabile ed efficace.

Il metodo proposto è quello degli step dell'ACLS.

Testo particolarmente adatto a chi lavora quotidianamente nei servizi di emergenza ospedalieri e territoriali, a quegli infermieri che nell'affermazione della propria autonomia professionale vogliano perseguire un incremento delle proprie competenze tecniche.


Indice
Presentazione

Approccio all'elettrocardiogramma normale

Durata e morfologia delle onde

Calcolo della frequenza cardiaca

Calcolo dell'asse

Approccio rapido alla lettura dell'elettrocardiogramma

Blocchi di branca destra e sinistra

Extrasistolia sopraventricolare, ventricolare e giunzionale

Sindrome coronarica acuta (STEMI e NSTEMI)

Esercitazione sulla lettura degli elettrocardiogrammi


Note biografiche
Marinella Mazzone
SOC Medicina d'Urgenza, Ospedale di Palestrina, ASL RMG

Luigi De Cave Lozzi
SOC Medicina d'Urgenza, Ospedale di Palestrina, ASL RMG

Adolfo Pagnanelli (autore presentazione)
Responsabile SOC, Pronto Soccorso e Medicina d'Urgenza, Policlinico Casilino, Roma


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Pensieri dal carcere

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Autore: Pierre Clémenti

Traduttore: Simone Benvenuti

Editore: Editrice il Sirente

Prima edizione: 11/2007

Edizione corrente: 11/2007

EAN-ISBN: 9788887847123

Pagine: 156

Rilegatura: Brossura

Dimensioni: 12x19 cm

Prezzo di copertina: 12,50 Euro

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Descrizione
Il suo libro è una testimonianza contro il codice penale italiano risalente al fascismo, contro il regime carcerario e la società repressiva, perché nelle celle ci sia più luce e umanità."

Il mattino del 24 luglio 1971 suonano all'appartamento romano di un'amica di Pierre Clémenti dove l'attore risiede.

Suo figlio Balthazar, di cinque anni, apre la porta

È la polizia in borghese che viene a fare una perquisizione, ben sapendo quel che sta cercando: pochi grammi di cocaina e qualche briciola di haschisch.

(Suo figlio dirà poi che era stata la polizia stessa a nascondere la cocaina sotto al letto dicendogli: «Non è nulla, riaddormentati»).

Tutto porta a credere che il potere voglia creare un esempio clamoroso.

L'arresto di Pierre Clémenti, star del cinema e al contempo icona della controcultura, fa grande scalpore.

L'attore viene rinchiuso nella prigione di Regina Coeli sulla base di semplici sospetti, mentre nega di essere stato a conoscenza della presenza della droga nell'appartamento.

Aspetterà otto mesi prima di essere giudicato.

Condannato a due anni di reclusione, ottiene l'archiviazione in appello dopo diciotto mesi di detenzione.

Pierre Clémenti ne uscirà segnato a vita.

Il suo libro è una testimonianza contro il codice penale italiano risalente al fascismo, contro il regime carcerario e la società repressiva, perché nelle celle ci sia più luce e umanità. [Balthazar Clémenti].

«La giustizia è lenta ed estenuante, e l'innocenza, se anche provata, soltanto ferita uscirà di prigione».

Pubblicato per la prima volta nel 1973 e apparso nuovamente nel 2005 presso le edizioni Gallimard, il libro di Pierre Clémenti ripercorre attraverso riflessioni e flash narrativi l'esperienza carceraria dell'attore e regista: l'arresto, l'arrivo nel carcere di Rebibbia e poi in quello di Regina Coeli.

L'incontro con l'umanità repressa e dimenticata, la cruda realtà delle rivolte e delle rappresaglie, l'annullamento spirituale ancor prima che fisico, l'ipocrisia del ceto dirigente italiano, il processo fino all'assoluzione definitiva che suonerà paradossalmente come una condanna.

«O ti vendi e ti svuoti molto rapidamente, o resti ai margini e ti batti per le tue idee».

Pensieri dal carcere non è però solo un libro sul sistema carcerario, in esso Clémenti racconta anche la sua esperienza di attore: dall'incontro con Jean-Pierre Kalfon alle prime esperienze teatrali accanto a Marc'O e Bulle Ogier, dagli esordi cinematografici ne "Il gattopardo" di

Luchino Visconti al rifiuto delle proposte di Federico Fellini fino alla consacrazione in film di registi del calibro di Bernardo Bertolucci e Luis Buñuel.

Clémenti traccia attraverso il cinema, "arte della sopravvivenza", un'idea dell'arte come missione, inconciliabile con le «attrattive» dell'industria dello spettacolo, «prigione dorata», «macchina che produce gli idoli e li getta sul mercato».


Indice
L'arca di Noè

Le stelle cadenti

La regina dei cieli

Un salvagente verso l'ignoto

Il giudizio del padre

Le facce verdi

La bella addormentata

La pietra di vita

Addio idolo

La strada

Il tribunale illuminato

La posta della sera

Una scintilla per mettere a fuoco tutte le carceri

Rifiuto di obbedienza

Posto a sedere, dal lato in ombra

Senza biglietto di ritorno

Signor ministro della Giustizia

Postfazione di Balthazar Clémenti

Breve guida bibliofilmografica

Filosofia della pena e istituzioni penitenziarie di Danilo Zolo


Note biografiche
Figlio di padre ignoto e madre còrsa, Pierre Clémenti è nato a Parigi il 28 settembre 1942.

Attore e regista, ribelle e anticonformista, esordisce nel teatro off parigino.

La sua partecipazione in "Bella di giorno" di Luis Buñuel lo porta alla notorietà e lo lancia nel mondo del cinema sia francese che italiano.

Gli anni tra il 1967 e il 1971 sono i più proficui della sua carriera cinematografica: "Partner" (1968) e "Il Conformista" (1970) di Bernardo Bertolucci, "I Cannibali" di Liliana Cavani (1969), "Porcile" di Pier Paolo Pasolini (1969), "La via lattea" di Luis Buñuel (1970), "La cicatrice intérieure" (1967) e "Le lit de la vierge" (1969) di Philippe Garrel, "Cutting heads" di Glauber Rocha (1970).

Clémenti, attraverso i suoi personaggi, esprime anni di profondo cambiamento socioculturale e di grande rinnovamento linguistico della scena cinematografica italiana e francese.

Parallelamente alla sua passione per la recitazione Clémenti si cimenta anche nella realizzazione di cortometraggi sperimentali: "La révolution" (1968), "Visa de censure" (1967-75), "New Old" (1978), "A l'ombre de la canaille bleu" (1978-85), "Soleil" (1988).

Nell estate del 1971 viene arrestato per detenzione di droga e incarcerato per più di un anno nelle prigioni di Rebibbia e di Regina Coeli a Roma.

Rilasciato per insufficienza di prove, non potrà più far ritorno in Italia.

In seguito a questa esperienza scriverà il libro "Quelques messages personnels".

Pierre Clémenti muore il 27 dicembre 1999 all età di 57 anni.


Estratto
Il 24 luglio 1971, alle nove del mattino, mentre dormivo, è arrivata la polizia in casa della mia amica Anna Maria.

Ero a Roma per lavoro.

Avevo appena terminato il film di un giovane regista italiano, Luca Branconi, sul mito della necropoli attraverso le civiltà.

Ero Attila.

Attila che entra nella Roma decadente e va in una cripta della necropoli sotterranea per essere iniziato da Montezuma, l'ultimo degli imperatori aztechi.

Nella cripta mi denudano, mi coprono con un mantello di lana sanguinante, mi mettono in testa un aquila che afferro immediatamente, strangolandola.

Mi dirigo allora verso la tomba di famiglia.

Vi trovo un arco e delle frecce, e un cavallo bianco che mi aspetta.

Monto e gli grido: «Cavallo, conducimi nelle città sotterranee a salutare i miei fratelli e rispondere al saluto della mano invincibile che pesa sulle nostre teste, al fine di liberare gli uomini dalla loro ignominia!».

Il cavallo parte al galoppo attraverso lo studio.

È un flash, una scena molto corta, parabola profetica della caduta dell'imperialismo.

Dopo sono realmente entrato nella chiesa sotterranea e ho visto i miei fratelli imprigionati.

È stato Balthazar, mio figlio, ad aprire e subito l'appartamento è stato invaso da guardie che rovistavano dappertutto.

- I vicini si sono lamentati, spiega un commissario ad Anna Maria, facciamo una perquisizione.

Ero venuto a Roma per meditare sul senso della cristianità.

Ho sempre pensato che per essere attore bisogna obbedire a un ordine, a una regola di vita e di pensiero, a un ascetismo quasi religioso.

Per ritrovare il senso del sacro, dei Misteri che furono anche le prime rappresentazioni teatrali.

E presentare questa sacralità a spettatori che forse aspettano una rivelazione.

Volevo tentare di ritrovare ciò che c'è nella vita di più misterioso e al contempo di più luminoso.

Avevo voglia di partecipare a spettacoli che liberano la gente, che portano loro la luce, che li sollevano dalle angosce, dal sentimento di colpevolezza che opprime la maggior parte di noi.

È così che immagino gli artisti del Medioevo, che avevano per missione di informare il popolo con i loro spettacoli e sono divenuti così saggi, così rivoluzionari che la Chiesa non ha più esercitato su di essi alcun potere di guida.

Questi artisti rendevano il popolo troppo intelligente e la Chiesa li ha scomunicati.

È quanto è accaduto in America con gli hippies: la società americana trova pericolosi per il proprio «ordine» questi giovani che predicano un ideale di amore, di pace, di creazione, di bellezza.

L'ordine di una società fondata sulla violenza e sulla paura, dove la gente si barrica in casa ogni giorno alle nove di sera, con moglie e figli e un fucile carico dietro la porta.

Bisognava impedire alla luce di risplendere, di propagarsi.

A questo è servito il crimine di Manson: a bloccare il processo, a far sì che il popolo americano si mettesse a odiare le nuove generazioni, a far sì che questo popolo divenisse lo strumento della loro morte.

'È necessario che si sappia che l'apparato di Stato può compiere le cose più terrificanti, provocare odio e distruzione.

E se lo si sa, bisogna tentare di impedirlo, dappertutto, al livello della politica come a quello dell'informazione o dell'arte, bisogna combattere per la vita.

Per diciotto mesi ho avuto il tempo di rigirare da tutti i lati la seguente domanda: perché, un mattino d'estate, le guardie sono venute a bussare alla porta di Anna Maria?

Già da tempo l'anarchico Valpreda si trovava in galera, da tempo si era certi della sua innocenza e la stampa dava grande risalto a questo scandalo.

L'apparato di Stato italiano aveva bisogno di un diversivo, di qualcosa che allontanasse l'attenzione del popolo da questa storia, assai pericolosa per il sistema giudiziario e poliziesco.

Un buon diversivo che aizzasse nuovamente l'opinione perché essa non fiutasse la corruzione e le imposture.

Ci si è subito rivolti verso questi tipi strani, che portano i capelli lunghi e sono sporchi, che si rifiutano di lavorare e si drogano, questi hippies, questi nuovi ebrei.

Un pezzo di carne da gettare nella gabbia dei leoni.

Cosa avevo fatto io a Roma per meritare l'attenzione della polizia?

Avevo lavorato molto, girato uno dopo l'altro molti film, studiato diversi progetti, e per il resto vivevo quasi in clausura.

La mia camera era il mio ritiro.

Non amo la café society romana.

La Roma degli artisti è un villaggio i cui intrighi esauriscono le energie.

Tutto questo microcosmo fatto di attori, giornalisti, registi, pittori, è straordinariamente affabile, vi accoglie con generosità, ma ci si accorge subito che esso vive ripiegato su se stesso, in un vaso chiuso.

Essi sono, e ne sono forse consapevoli, del tutto privi di efficacia, inutili, «lussuosi».

Hanno finito per formare una specie di casta, con i suoi privilegi "il denaro, la protezione dei potenti" e i suoi riti: l'eterna sosta alla terrazza di Rosati, in piazza del Popolo, il giro notturno a Trastevere, a vedere il popolo più da vicino...

Una casta i cui membri passano la maggior parte del tempo a riceversi a vicenda, a mettersi in mostra gli uni agli altri, a unirsi e a dividersi, a intromettersi gli uni per gli altri in un girotondo senza fine.

Non si può dire che lavorino granché per il bene del popolo, lavorano soprattutto per se stessi, per assicurarsi il proprio piacere egoista.

Forse perché mancano d immaginazione, a dispetto della loro celebrità o del loro potere, oppure perché disillusi, hanno rinunciato a battersi, poiché la complessità dei problemi italiani è al di sopra delle loro forze.

Preferiscono lasciarsi vivere, guardarsi tra loro morire, e lasciare gli altri crepare nel proprio angolo.

È proprio vero che abitano a Roma, la Città eterna, che è come una grande tomba aperta alla luce.

Allora, aspettano la notte, si ritrovano la notte, i giorni sono soltanto l'attesa delle notti.

Penso al contadino della campagna vicina, che lavora la terra tutto il giorno, una terra indurita dal sole, e che, scesa la sera, rientra a casa, accende il fuoco, guarda la fiamma salire.

Quel che avevo fatto per poter incuriosire la polizia è forse, per l'appunto, il fatto di non essere entrato in questo girotondo, di non aver giocato la parte del divo con macchina di lusso e piccola corte, di essere andato più spesso a discutere con gli hippies o gli operai di Trastevere che con gli habitués di Rosati.

Amo il popolino italiano, la povera gente, quelli che sgobbano come bestie per dar da vivere a famiglie incredibili.

Sanno molte cose sulla vita, molto di più di quanto credano i potenti.

Sanno fino a qual punto il sistema li renda schiavi, ma sono pieni di speranza e di energia.

Sono la vera forza dell'Italia.

E io avevo, è certo, la barba e i capelli lunghi, una fama di fumatore di haschisch e non abbastanza protettori per essere dimenticato.

Le guardie non ci hanno messo molto a trovare quel che cercavano.

Anna Maria, la mia stella cadente, l'hanno portata via.

Stavano portando via anche me, ma io non volevo lasciare Balthazar, e Balthazar si è arrabbiato.

Hanno permesso che mi accompagnasse.

Penso al contadino che semina la terra e che lavora forse inconsapevole per le generazioni future, perché il mondo continui.

Il suo grano o il suo mais sono già il pensiero, la forza misteriosa della verità.

Ogni essere che viene al mondo porta in sé una scienza e il suo compito è di farla germogliare su questa terra.

Per me la vita è una cosa seria.

Non dura a lungo, la vita: trent'anni, quaranta, cinquanta?

In cinquant'anni devi realizzare la tua parte di mondo.

E anche se la parte del contadino si limita nel suo modo di vedere a mantenere nella serenità una moglie e dei figli, egli crea per gli altri.

La gente non lavora per i posteri, lavora per vivere, ma il divenire del mondo è già presente in quel lavoro.

Questo l'ho capito soltanto in carcere.

Quando ho visto tutte queste energie riunite in uno stesso luogo, concentrate fino ai limiti dell'esplosione, e abbandonate, rese improduttive.

Tutte queste terre incolte.

La povera gente dei quartieri popolari di Roma che avevo visto in famiglia o al lavoro e che era stata incarcerata per un nonnulla, per un piccolo furto, perché senza lavoro, l'ho vista girare in tondo per ore, oppure gridare, in piedi al centro del cortile, senza altro motivo che un'energia da liberare.

In Italia, le carceri sono piene anche perché non c'è abbastanza lavoro per i figli del Sud che salgono, ogni anno, a cercare fortuna al Nord.

Le carceri aiutano ad assorbire la disoccupazione e il sottosviluppo del Mezzogiorno.

Almeno il venti per cento dei carcerati è gente "di passaggio", migranti che si spostano da un carcere all'altro, perché c'è solo questo da fare.

Non potendo lasciare il paese, perché non hanno denaro sufficiente per emigrare veramente, o perché non hanno compagni installati in Francia, in Svizzera o in Germania, si fanno fregare, e ogni tanto la febbre li riprende, si fanno una banca, un portafogli, la cassa di una drogheria, e subito vengono acchiappati.

La logica del sistema li obbliga prima a lasciare il loro Sud, poi a rimanere disoccupati, a rubare e a finire in galera.

Il vantaggio economico è duplice: diminuire il numero dei disoccupati e alimentare l'industria carceraria, facendo lavorare i fornitori della carceri e l'apparato giudiziario e poliziesco.

E il vantaggio politico è di giustificare la mobilitazione permanente di una polizia potente, l'ampliamento dei suoi effettivi, il perfezionamento del suo apparato repressivo.

Insomma: giustificare l'organizzazione di una forza in grado di bloccare qualsiasi movimento rivoluzionario.

A Balthazar la polizia non piaceva.

- Voglio delle pistole per uccidere la polizia...

L'avvocato cercava di tranquillizzarlo, il commissario è intervenuto.

Balthazar non voleva andar via con l'avvocato.

Ecco cosa si fa con mio figlio.

Gli si mente.

Gli si insegna l'odio e la collera.

Gli si mostra il padre colpevole e al contempo gli si dice che non è niente, che lo rivedrà presto...

Frottole che le guardie si credono obbligati a sciorinare allorché si trovano davanti un mistero che è al di sopra di loro: un bambino.

Cosa hanno loro insegnato le madri?

Le mamme italiane sono ammirevoli.

Le lupe di Roma.

Con i denti e le unghie difendono l'uomo e i figli.

La famiglia.

Sanno bene che qualche volta l'uomo va a far l'amore con una puttana.

Ma poi torna, e se non torna, con la stessa energia strappano ciò che difendevano.

Impazziscono.

Nelle carceri italiane ci sono centinaia di Medee.

Una che ha ucciso i suoi tre figli perché il marito l'ha lasciata per un altra...

Una ragazza alla quale il suo uomo prometteva sempre il matrimonio, e il matrimonio non arrivava.

Fino al giorno in cui ha deciso di ucciderlo, e così, clac, ha ucciso anche i due figli che aveva avuto da lui.

Queste stelle cadenti non conoscono il compromesso, sono tutte d'un pezzo; se il loro sogno crolla, bruciano tutto.

Le donne possono bruciare: sono fertili.

La terra può essere coperta di ceneri.

Donne, donne, terra sacra della mia nascita, gli uomini sono soltanto polemici.

Balthazar è stato perfetto.

Attorno a lui c'erano almeno quindici guardie, a parlamentare, a fare a gara in sorrisi.

Ma per quanto dolci volessero apparire, il tono non era tale.

Balthazar ripeteva, testardo: «Voglio delle pistole per uccidere la polizia...».

Io l'ho abbracciato.

Eh va, figlio mio!


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C'è la mancanza e c'è la mancanza di Pierre.

Bello, tenebroso, metà angelo e metà demone, così oscuro e luminoso allo stesso tempo.

Visionario, anticonformista e senza compromessi.

Eri un Puro.

Lo eri fino a morirne, « A N G E L O », lo sei per sempre.

Sei l'esempio per tutta una generazione di un passaggio folgorante che pochi artisti possono vantare di aver compiuto, un percorso senza compromessi al servizio dell'Arte e della Creazione.

Al Maestro Fellini ha avuto il coraggio di dire no, cosa che nessun attore avrebbe mai osato fare.

Al rifiuto delle proposte più allettanti tanto dal punto di vista della regia che da quello del denaro hai preferito mettere da parte il tuo status di « S T A R » per voltarti verso la creazione e aiutare i giovani registi.

Oggi queste regie, considerate all'epoca marginali, sono diventate grazie a te film di culto.

Artista, per mancanza di conformismo, proprio come Caravaggio nella propria cella, dipingi la luce Zenitale che ti aprì il canto spirituale della poesia e la luce che ci hai dato attraverso la tua opera.

Esprimerai il tuo spirito critico: «Libertà» attraverso la propria realizzazione.

Resti un modello da seguire per le generazioni future per il modo di realizzarsi nella vita e nell'arte.

Sei andato via il 27 dicembre 1999, periodo di grandi tempeste, a raggiungere gli angeli

Ci manchi

Balthazar Clémenti,
maggio 2005


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Partita per due

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Autore: Gik Senders

Editore: Boopen

Prima edizione: 12/2007

Edizione corrente: 12/2007

EAN-ISBN: 9788862230933

Pagine: 262

Rilegatura: Termica

Dimensioni: 21x15 cm

Prezzo di copertina: 13,50 Euro

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Descrizione
Come fanno un commissario di polizia ed un hacker di nota fama ad essere amici e collaborare?

Cosa li unisce sulle rive del lago Trasimeno, oltre il fatto che debbono risolvere insieme uno spinoso caso che ne racchiude altri.

Il commissario Altara della questura di Perugia è invitato a giocare una partita a scacchi per via telematica, da un serial killer che ha la particolarità di uccidere con i veleni, gli è di grande aiuto in questo il suo amico Jack, hacker di nota fama ormai passato dalla parte dei buoni.

In una caccia spasmodica ad un serial killer che uccide con i veleni, sia il commissario sia Jack, dovranno fare i conti con una persona eclettica, il cui sapere va dall'informatica alla chimica, passando per l'esoterismo e l'alchimia, oltre naturalmente al maniacale odio per le sue vittime.

L'uomo di giustizia e appartenente alle istituzioni, si troverà ad avere spesso bisogno del suo amico hacker, andando quasi oltre i limiti del legale, ma per un serial killer a quel modo non bastano gli schemi d'indagine soliti, serve molto di più.

Il commissario Altara è impegnato fin dalle prime battute a giocare con il killer una partita a scacchi non voluta, ma che per forza deve fare coinvolgendovi l'amico, e tutti quelli che gli stanno accanto, ad iniziare dalla sua Aly.

Anche le donne, infatti, giocano un ruolo importante nello svolgimento delle indagini, come sfondo nei momenti di relax c'è lo scenario del lago Trasimeno, con l'immancabile mojito bevuto al "suo" bar vicino la spiaggia.


Note biografiche
9788862230933bis.jpgFrequentando i circoli artistici e culturali, di Via Margutta a Roma, ho iniziato a scrivere.

Trasferitomi in Toscana ho proseguito l'attività d'autore scrivendo piccoli saggi e sceneggiature per teatro.

Il mio incontro con il lago Trasimeno mi ha fatto sviluppare la voglia di raccontare storie, sia vere prese dalla realtà, sia fantasy.

La mia indole di musicista mi ha anche portato a scrivere testi per canzoni e collaborare con la stesura di pezzi per formazioni e cantanti solisti.

Nel frattempo ho continuato a scrivere storie per giornali locali e non, e riviste di letteratura, collaborando pure come traduttore ed editor, fino a quando è nato il personaggio del Commissario Altara con il suo amico Jacker.

Questi due protagonisti, erano nati dapprima come soggetti per una sceneggiatura per un fumetto, ma poi mi è nata la voglia di presentarli come personaggi di storie a sé stanti, anche come probabili soggetti per fiction.

Quindi dopo un primo inizio come fumetto ecco che nasce il Commissario Altara ed il suo amico Jacker, che naturalmente sono trapiantati nello scenario del lago Trasimeno.


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Il tempo con Antonioni

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Cronaca di un film

9788872020081.jpg

Autore: Wim Wenders

Traduttore: Silvia Bortoli

Editore: Edizioni Socrates

Prima edizione: 11/1995

Edizione corrente: 11/1995

EAN-ISBN: 9788872020081

Pagine: 336

Rilegatura: Cartonata con sovracoperta

Dimensioni: 24x30 cm

Prezzo di copertina: 49,00 Euro

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Descrizione
Il libro è un diario che racconta giorno per giorno la lavorazione di quell'avventura cinematografica che è "Al di là delle nuvole", girato dopo anni di silenzio da Michelangelo Antonioni, uno dei più grandi Maestri della cinematografia mondiale, e realizzato con l'aiuto e l'assistenza discreta di un "discepolo" del calibro di Wim Wenders.

Il regista tedesco racconta Antonioni con ammirazione incondizionata, lo osserva e annota quotidianamente le sue impressioni e le sue emozioni.

Dipinge il ritratto di un uomo in cui vulnerabilità e forza si fondono misteriosamente.

Osservatore privilegiato, ci porta per mano nel mondo misterioso della lavorazione di un film: movimenti di macchina, accorgimenti tecnici, difficoltà che esigono un'invenzione, e infine il rapporto inconfondibile del regista con i suoi attori - un cast d'eccezione: Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Fanny Ardant, John Malkovich, Irène Jacob, Vincent Pérez, Kim Rossi-Stuart, Sophie Marceau - e il "work in progress" di un film destinato a rimanere un avvenimento unico nella storia del cinema.

Questo libro svela - come "Effetto notte" di Truffaut - il lato nascosto del cinema: quello che accade dietro alla macchina da presa.

Un documento che supera la cronaca e diventa riflessione sul cinema e su un'esperienza che Wenders stesso definisce "straordinaria".

Il testo è accompagnato da un commento straordinario di oltre 350 fotografie, tra cui vogliamo segnalare una serie di suggestive panoramiche dello stesso Wenders.


Indice
Prologo

Portofino
3 - 11 novembre 1994

9788872020081bis.jpgLa ragazza, il delitto

Comacchio
14 - 21 novembre 1994

Ferrara
23 - 30 novembre 1994

Cronaca di un amore mai esistito

Aix-en-Provence
6 - 16 dicembre 1994

Questo corpo di fango

Parigi
20 febbraio - 9 marzo 1995

Non mi cercare

Ferrara, Aix-en-Provence, Parigi
13 - 29 marzo 1995

Cornice

Epilogo


Note biografiche
Wim Wenders è indubbiamente il regista più famoso del "nuovo cinema tedesco".

Venerato dai cinéphiles ("Nel corso del tempo" - "Alice nelle città" - "Lo stato delle cose"), dopo la lunga esperienza americana Paris, Texas) si è imposto all'attenzione del grande pubblico.

Wim Wenders, per l'innovazione del linguaggio cinematografico e per la tensione morale che anima i suoi personaggi, è diventato uno dei Maestri incontrastati del cinema contemporaneo ("Il cielo sopra Berlino" - "Fino alla fine del mondo" - "Buena Vista Social Club"), consacrato anche dai Festival di tutto il mondo Cannes, Venezia, Berlino)


Estratto
Ho conosciuto Michelangelo Antonioni nel 1982, a Cannes, dove presentava in concorso il film "Identificazione di una donna".

Nello stesso periodo io ero lì con "Hammet" e il nuovo film di Antonioni mi colpì come già negli anni precedenti "Blow up", "Zabriskie point" o "L'avventura", "La notte" e "L'eclisse".

Avendo in progetto un documentario sull'evoluzione del linguaggio cinematografico avevo pregato tutti i registi presenti a Cannes di parlare davanti alla macchina da presa del futuro del cinema.

Molti avevano accetto l'invito, tra gli altri Herzog e Fassbinder, Spielberg, Godard e soprattutto Antonioni.

I registi si ritrovavano in una stanza, ognuno per conto proprio, e dopo aver ricevuto un paio di istruzioni venivano lasciati soli con un Nagra e una cinepresa da 16 mm.

Mettevano in scena loro stessi la risposta alla domanda che era stata formulata in precedenza, potevano rispondere sinteticamente o disporre di tutta la durata della pellicola in magazzino, circa dieci minuti.

Il film poi fu poi chiamato "Chambre 666", dalla stanza dell'Hotel Martinez nella quale avevano avuto luogo le riprese.

In tutta Cannes non si era trovata un altra camera libera.

Quella che mi aveva colpito di più era stata la risposta di Antonioni alla domanda sul futuro del cinema ed è per questa ragione del resto che nel film non ha subito nessun taglio, compreso il momento in cui Michelangelo finisce di parlare, si avvicina alla telecamera e la spegne.

Disse: «Che il cinema corre il pericolo di morire, come tu dici, è vero.

Però bisogna considerare altre cose, ci sono vari aspetti di questo problema che non si possono trascurare.

Per esempio che l'influenza della televisione si faccia sentire su tutti, sulla mentalità e sull'occhio dello spettatore, è innegabile, soprattutto degli spettatori più giovani, dei bambini per esempio, ma è innegabile anche che a noi sembra che questo fatto sia una cosa particolarmente grave soltanto perché abbiamo un età diversa, probabilmente, e in effetti noi dobbiamo cercare di adattarci a quella che sarà l'esigenza di spettacolo di domani.

Tutti sappiamo che ci sono nuove forme di rappresentazione della realtà, ci sono dei nuovi mezzi tecnici, c'è il nastro magnetico che probabilmente sostituirà la pellicola, perché la pellicola si è dimostrata insufficiente ai bisogni del cinema di oggi. ( )

Io credo che con le nuove forme tecnologiche come il sistema elettronico e forse anche altre, il laser, chi lo sa, che si scopriranno, questo problema dello spettacolo da offrire a masse di pubblico sempre maggiori sarà risolto. ( )

Non dobbiamo pensare soltanto a un domani breve, ma dobbiamo pensare a un futuro che, chi sa, non finirà mai probabilmente.

Dobbiamo pensare a quelli che saranno i bisogni di spettacolo della gente di domani.

Io non sono così pessimista.

Devo dire che sono abbastanza ottimista.

Ho cercato sempre di adeguarmi alle forme di espressione che corrispondevano di più al momento. ( )

Probabilmente, col grande schermo portato nelle case e il nastro magnetico ad alta definizione, avremo il cinema in casa, non avremo neanche più bisogno delle sale cinematografiche, tutte le strutture oggi esistenti dovranno cadere e non sarà facile, né sarà una cosa breve, però probabilmente tutta questa trasformazione, questi mutamenti, avverranno, e noi non potremo farci niente, ci resterà soltanto una cosa da fare, ed è quella di adattarci. ( ) »

Non ero rimasto colpito solo dalla risposta in sé, ma anche dall'entrata in scena di Antonioni: il suo modo di parlare consapevole e tuttavia modesto, i suoi gesti, il suo modo di camminare avanti e indietro davanti alla macchina da presa, il suo fermarsi davanti alla finestra.

Era un uomo la cui eleganza e il cui distacco si rispecchiavano nel suo lavoro e la cui risposta aveva la stessa modernità e radicalità dei suoi film.

Un anno appena dopo il nostro incontro venni a sapere dell'ictus che aveva subito e dell'afasia, una riduzione delle sue facoltà di parola, che ne era derivata.

Ne fui subito colpito e sperai che le sue condizioni avrebbero potuto migliorare con la riabilitazione e le cure successive.

Ma persi di vista Antonioni fino a quando, un paio d anni dopo, un produttore mi interpellò per sapere se avrei potuto eventualmente sostituire Michelangelo come regista di back-up o di stand-by, perché altrimenti nessuna assicurazione avrebbe accettato un film diretto da lui.

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