Appunti da una capanna di fango
Autore: Nigel Barley
Traduttore: Paolo Brama, Francesca Sabani
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 02/2008
Edizione corrente: 02/2008
EAN-ISBN: 9788872020319
Pagine: 224
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x20,5 cm
Prezzo di copertina: 12,50 Euro
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Descrizione
Il libro è l'ironica testimonianza dell'iniziazione di un inesperto antropologo, per la prima volta a contatto con una tribù isolata e primitiva nel cuore dell'Africa nera.
Il passaggio dalla monotona e rassicurante vita accademica a quella del ricercatore sul campo è per il protagonista fonte di enormi difficoltà ma anche di scoperta e crescita personale e professionale.
Barley ci mostra, con ritmo coinvolgente, semplicità e il tipico humour inglese, le mille sfaccettature della complessa esperienza della ricerca sul campo.
La narrazione è caratterizzata infatti da un alternarsi di incomprensioni culturali e linguistiche, disagi fisici e crolli psicologici, e situazioni divertenti e paradossali.
Il giovane antropologo non è un semplice romanzo antropologico ma un libro divertente adatto a ogni tipo di lettore.
La storia della lunga permanenza di Barley tra la popolazione dei Dowayo non è infatti solo un attenta indagine antropologica ma anche un ironica e appassionata testimonianza dell'incontro tra realtà profondamente diverse e della loro reciproca scoperta, accettazione e integrazione.
Attraverso la narrazione delle tragicomiche vicende del protagonista la disciplina dell'antropologia si fa umana e accessibile anche a chi non frequenta le austere aule accademiche.
Indice
1. LE MOTIVAZIONI
2. I PREPARATIVI
3. VERSO LE COLLINE
4. HONI SOIT QUI MALINOWSKI
5. PORTATEMI DAL VOSTRO CAPO
6. IL TUO CIELO È SERENO?
7. «OH CAMERUN, OH CULLA DEI NOSTRI PADRI»
8. TOCCARE IL FONDO
9. EX AFRICA SEMPER QUID NAUSEANTE
10. RITI E STORTI
11. PIOGGIA E SICCITÀ
12. PRIMI E ULTIMI FRUTTI
13. UNO STRANIERO IN PATRIA
Note biografiche
Nigel Barley, antropologo, professore e brillante scrittore, è nato nel 1947 a Kingston-on-Thames, in Inghilterra.
Si è diplomato in lingue moderne a Cambridge e ha conseguito un dottorato in antropologia sociale a Oxford.
Nel 1978, dopo un periodo di insegnamento presso lo University College di Londra, ha condotto una ricerca sul campo della durata di due anni presso la popolazione dei Dowayo in Camerun.
Dal 1981 al 2003 ha fatto parte dell'equipe di ricercatori del Museum of Mankind del British Museum di Londra.
Estratto
Verso le colline
Appena atterrati sul buio campo d'aviazione di Douala, la cabina fu invasa da un odore insolito.
Era un soffocante odore di muschio e di terra: l'odore dell'Africa occidentale.
Cadeva una pioggia calda; mentre attraversavamo la pista, avevamo la sensazione che la pioggia fosse sangue che colava sui nostri volti sudati.
Dentro l'aeroporto regnava la più straordinaria confusione che avessi mai visto.
Folle di europei erano accalcate in gruppi disperati che urlavano agli africani.
Africani urlavano ad altri africani.
Un arabo solitario vagava sconsolato da un check-in all'altro.
Davanti a ogni banco si ammassava sgomitando una folla di francesi.
Qui ebbi la seconda lezione di burocrazia camerunese.
A quanto pareva, dovevamo mettere insieme tre fogli relativi ai nostri visti, ai certificati medici e alle formalità sull'immigrazione.
Bisognava compilare molti moduli e ci fu un fitto scambio di penne a sfera.
Dopo che i francesi si furono fatti largo a gomitate, solo per avere il privilegio di aspettare le loro valigie sotto la pioggia, qualcuno si occupò anche dei rimanenti passeggeri.
Molti di noi fecero l'errore di non essere in grado di fornire l'indirizzo esatto della propria destinazione e i nomi dei vari contatti.
Seduto alla sua scrivania, un imponente ufficiale leggeva il giornale ignorandoci.
Dopo aver stabilito, con viva soddisfazione, la nostra successione gerarchica, ci interrogò con l'aria di uno con cui è meglio non scherzare.
Avendo capito come andavano le cose, assunsi un atteggiamento remissivo e diedi un indirizzo completamente falso, stratagemma adottato anche da molti altri passeggeri.
In seguito, sarei stato sempre scrupolosamente preciso nel compilare tutti quei moduli che senza dubbio erano destinati a essere mangiati dalle termiti o a essere gettati via senza che nessuno li leggesse.
Facemmo tutti ancora una volta il giro dei tre sportelli e passammo la dogana, dove nel frattempo si stava consumando un dramma.
Avevano aperto i bagagli di un francese e all'interno erano state trovate delle sostanze aromatiche.
Invano l'uomo cercava di spiegare che si trattava di spezie per preparare salse tipiche della cucina francese.
Il funzionario era convinto di aver catturato un grosso trafficante di marijuana, sebbene fosse noto che quest'ultima era coltivata dentro il Camerun e contrabbandata fuori.
Gli sgomitatori francesi erano di nuovo in azione e sembravano farsi strada velocemente, finché l'enorme figura di un elegante africano, che aveva viaggiato in prima classe da Nizza, non attraversò la sala.
Con uno schiocco delle dita coperte d'oro indicò le sue valigie, che furono subito raccolte dai facchini.
Fortunatamente, il mio bagaglio era posizionato in modo tale da bloccare il suo, per cui mi fecero cenno di passare, uscii ed ecco finalmente l'Africa.
La prima impressione conta molto.
Un uomo con le gambe ancora bianche è subito preso di mira da gente di tutti i tipi.
In ogni caso la mia macchina fotografica fu subito afferrata da quello che avevo scambiato per uno zelante facchino.
Dovetti capirlo quando lo vidi svignarsela in tutta fretta.
Mi lanciai all'inseguimento, usando tutta una serie di espressioni assai poco frequenti nel linguaggio comune: «Au secours! Au voleur!», urlai.
Fortunatamente, l'uomo fu rallentato dal traffico, quindi riuscii a raggiungerlo e cominciammo a lottare.
Alla fine mi assestò un colpo fulmineo ferendomi al volto, e fuggì lasciandomi la custodia.
Un premuroso tassista mi portò all'albergo per una tariffa che superava "solo" di cinque volte quella normale.
Il giorno dopo lasciai a malincuore le attrattive di Douala per volare senza contrattempi verso la capitale, e notai di aver adottato nei confronti di facchini e tassisti lo stesso atteggiamento prepotente e ostile degli altri passeggeri.
A Yaoundé ebbi una lunga disavventura con la burocrazia: dal momento che erano necessarie tre settimane per il controllo dei documenti, non mi rimase che fare la parte del turista.
A prima vista, la città aveva ben poche attrattive.
Nella stagione secca è fastidiosamente polverosa, mentre in quella umida diventa un grande pantano.
I monumenti principali hanno lo stesso fascino architettonico di un bar sull'autostrada.
Sui marciapiedi i tombini sfondati offrono al visitatore distratto un accesso diretto alle fogne della città.
È raro che i nuovi arrivati sopravvivano a lungo senza slogarsi almeno un arto.
La vita degli espatriati si concentra intorno a due o tre caffè, dove siedono nella noia più totale, osservando passare i taxi gialli e respingendo le attenzioni dei venditori di souvenir.
Questi ultimi sono dei veri gentiluomini dall'enorme fascino, che hanno capito che i bianchi comprano qualunque cosa, purché il prezzo sia eccessivo.
Offrono una serie di statuette assolutamente decorose, insieme a spazzatura vera e propria spacciata per autentici pezzi d'antiquariato.
L'intero commercio è praticato come se fosse un gioco.
I prezzi richiesti sono anche venti volte più alti di quanto sarebbe ragionevole chiedere.
Se un cliente si lamenta che lo stanno derubando, loro ridacchiano e gli danno ragione, abbassando il prezzo fino a cinque volte.
Molti instaurano una specie di rapporto cliente/padrone con gli europei sfiniti, ben sapendo che quanto più scandalose sono le loro bugie, tanto maggiore sarà il divertimento che suscitano.
I casi più tristi sono quelli dei diplomatici, che sembrano seguire una politica di minimo contatto con la popolazione locale e fuggono da un ufficio blindato a un compound blindato, passando solo per il caffè.
Per ragioni che avrei compreso in seguito, avevo arrecato un certo disturbo alla comunità inglese.
Di gran lunga più interessante era la comunità francese dei giovani coopérants, che prestavano la loro opera all'estero in alternativa al servizio militare nel loro paese.
In qualche modo erano riusciti a riprodurre una copia della vita sociale nella provincia francese, combinando elementi come grigliate, gare automobilistiche e feste, senza curarsi minimamente del fatto che si trovavano in Africa occidentale.
In poco tempo feci amicizia con una ragazza e due ragazzi che lavoravano come insegnanti in vari progetti e il cui aiuto in seguito si sarebbe rivelato prezioso.
A differenza della comunità dei diplomatici, loro avevano viaggiato anche al di fuori della capitale ed erano informati sullo stato delle strade, sul mercato delle automobili ecc., e rivolgevano la parola anche agli africani che non facevano parte della loro servitù.
Dati i funzionari con cui avevo avuto a che fare fino ad allora, fu per me una gran sorpresa scoprire quanto la gente del luogo fosse amichevole e gentile; non me lo sarei mai aspettato.
Dopo le rivendicazioni politiche dei cittadini delle Indie Occidentali e degli indiani che avevo conosciuto in Inghilterra, mi sembrava ridicolo che proprio in Africa persone di razze diverse potessero incontrarsi tranquillamente e senza complicazioni.
Naturalmente, scoprii che non era tutto così semplice come sembrava.
I rapporti tra gli europei e gli africani sono complicati da una lunga serie di fattori.
Spesso gli africani con cui si entra in contatto hanno imparato così bene a integrarsi da diventare nient'altro che francesi di colore.
D'altro canto, gli europei che vivono in Africa sono generalmente delle persone piuttosto stravaganti.
Forse la ragione per cui i diplomatici se la passano così male sta nell'evidente stranezza dei residenti europei.
Invece, questi matti (e io ne ho incontrati parecchi) se la cavano molto meglio, nonostante il caos che lasciano dietro di sé.
Da buon inglese rimasi colpito, forse senza ragione, dal fatto che dei perfetti sconosciuti mi salutassero e mi sorridessero per strada, apparentemente senza motivo.
.
Autore: Silvana Stremiz
Editore: Edizioni del Poggio
Prima edizione: 02/2008
Edizione corrente: 02/2008
EAN-ISBN: 9788889008201
Pagine: 112
Rilegatura: Brossura
Dimensioni: 15x21 cm
Prezzo di copertina: 12,00 Euro
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Descrizione
Questo eccezionale libro è l'ultima fatica letteraria di una grande poetessa.
Lei non si definisce né poetessa, né scrittrice, ma imprime su carta le sue emozioni, da questo nascono le sue poesie.
Emozioni che si fanno leggere e che finiscono con il coinvolgere chi le legge.
Silvana Stremiz, una poetessa d'animo, le cui movenze leggiadre sanno attraversare i venti del vivere cogliendone la ricchezza, donandocene poi un frutto raro, le sue parole spontanee e sincere.
Fioriscono nel suo animo poesie che nobilitano i sentimenti talvolta trascurati e abusati da troppa abitudine nel viverli, e come piccole perle melodiose si accendono ai nostri occhi colmi di rinnovato valore.
Ogni uomo è universo unico, ma nelle parole di Silvana Stremiz è celato il sentiero che congiunge i cuori, il sentiero della consapevolezza che la vita è preziosa, sempre.
Indice
Presentazione Collana
Prefazione Giustino Iannitelli
Prefazione Cleonice Parisi
POESIE
Un Tempo chiamato vita
I colori della vita
"Cogli l'attimo" disse un saggio
La Carezza del Dolore
Ho paura... non ho paura
Una dolce follia
Ad occhi chiusi
Tu che spietato arrivi (morte)
Vivrai per questo e per molto di più
Ti vorrei ancora qua
Follemente Viviamo
Una vecchia Passione
Oltre la montagna
Piccolo
A volte nella vita
La vita è qualcosa di indescrivibile
Tu ami la tua terra
Un amore finisce
Parole
Tutto perché hai vissuto
Mi manchi
Mamma
Se. Ma.
Il treno della vita
TU Figlio
Il tuo Tramonto
Che corsa la vita
Ti Odio. (la morte)
Burattini senza fili
Quel domani che non c'è
Guarda
Una grande storia
Avresti potuto
Una verità
Rimpiango
Voglio una bugia
Il terremoto 6 Maggio 1976
Il rimorso
La Fine
Le mille sfumature della vita
L'Amore è
Tenero è
Da mamma ti dico
Aforismi e considerazioni personali
Note biografiche
Silvana Stremiz, nata in Canada nella città di Port Arthur (provincia dell Ontario) nel 1960, da genitori italiani (friulani), emigrati all'estero per lavoro.
Si trasferisce in Italia in età adolescenziale.
Si sposa, ha quattro figli.
Caparbia, tenace, volenterosa, con profonda sensibilità celata a tutti e ancor di più a chi lei ama.
Pubblica il suo primo libro nel maggio 2007, intitolato La vita con i miei occhi, un libro che trova molti consensi.
È presente in alcune antologie poetiche.
Pubblica il suo secondo libro nel novembre 2007 insieme ad un altra scrittrice, Cleonice Parisi, e intitolato "L'altra me".
Si classifica 11ª al Concorso Internazionale di poesia Wille Prader 2007.
Estratto
Ci sarà un tempo,
quello per sognare.
Ci sarà un tempo
quello per realizzare.
Ci sarà un tempo
per il silenzio,
un silenzio
che farà male.
Ci sarà un tempo,
quello delle parole.
Parole che romperanno
il silenzio.
Ci sarà un tempo
per le lacrime.
Lacrime col sapore amaro
lacrime dolci come il miele.
Ci sarà il tempo
in cui tutto inizia.
Uno in cui tutto finisce.
Ci sarà un tempo
di speranza:
di speranze deluse,
di speranze future.
Ci sarà un tempo
passato, quello dei ricordi.
Uno presente per vivere.
Uno futuro per sognare.
C'è un tempo
che è infinito,
quello di chi vive
che non conosce il suo tempo.
Un tempo che si chiama Vita.
.
La nuova era della Vecchia Religione
Autore: Cronos
Editore: Aradia Edizioni
Prima edizione: 09/2007
Edizione corrente: 09/2007
EAN-ISBN: 9788890150067
Pagine: 192
Rilegatura: Brossura
Dimensioni: 13,5x20,5 cm
Prezzo di copertina: 16,00 Euro
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Descrizione
Per la prima volta in Italia un wiccan italiano racconta la Wicca come mai nessuno prima aveva saputo od osato fare.
Quest'opera descrive la Wicca allo stesso modo in cui si toccano le cose preziose, evidenziandone i legami con la filosofia, la poesia, il mito, la storia, la letteratura, la cultura, l'amore, riuscendo a coinvolgere i luoghi più segreti e misteriosi del cuore e dell'anima.
Scritto dal presidente dell'unica associazione wiccan italiana, una persona che vive la Wicca quotidianamente e con una conoscenza derivata dall'esperienza.
Un libro che racconta e appassiona come un romanzo, che ispira e trasforma come un rituale...
Indice
TRA GLI ARGOMENTI:
- Storia e mito della Wicca
- Le origini della Wicca
- Le radici antropologiche
- Le radici esoteriche
- La Wicca in Italia
- La Wicca come religione
- L'etica della bellezza
- La filosofia occulta: la magia, divinazione, invocazione, incantesimi, guarigione, psicologia esoterica
- L'essenza dei rituali
- Una congrega alessandriana
E tanto altro...
Note biografiche
Cronos (Davide Marré) è counselor di orientamento esistenziale presso il Centro Denderah e il Centro Shen, iscritto al registro italiano della S.I.Co. (Società Italiana Counseling), e pubblicista per varie testate giornalistiche.
È Presidente della prima associazione wiccan italiana, il Circolo dei Trivi e direttore responsabile della rivista "Athame", unica rivista in Italia dedicata alla spiritualità e all'esoterismo neopagano.
È stato Coordinatore Nazionale della Pagan Federation International.
Ha collaborato al testo Il paganesimo di Laura Rangoni, edito da Xenia, e a Il Neopaganesimo di Francesco Faraoni, edito da Aradia Edizioni.
Ha pubblicato Psicologia Esoterica, ed. Xenia.
Tiene regolarmente corsi e conferenze sui temi dell'esoterismo, della psicologia e del neopaganesimo, tra le ultime "Il valore di Ecate: valore della vita e archetipo della morte" al 12° Incontro di Studi Paranormali di Moncalieri e "L'amore e la visione del divino" a Milano nell'ambito del convegno nazionale sul paganesimo Trivia 2006.
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Da Russel ad Al-Jazeera.
Storie, analisi ed evoluzione di un mestiere difficile.
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Autore: Vincenzo Damiani
Editore: Prospettiva Editrice
Prima edizione: --/2007
Edizione corrente: --/2007
EAN-ISBN: 9788874184309
Pagine: 212
Prezzo di copertina: 12,00 Euro
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Descrizione
Il reporter di guerra è davvero un dinosauro sepolto dalla polvere del tempo?
Parte dalla provocazione di uno dei più grandi inviati di guerra italiani, Mimmo Candito, il viaggio nel mondo dell'informazione di guerra.
Un excursus storico lungo 150 anni che affonda le proprie radici nel 1854, quando l'irlandese Bill Russell per la prima volta raccontò dalla Crimea le brutalità di una battaglia dal proprio interno.
Da allora l'informazione si è velocizzata. Russell impiegava un mese per confezionare il suo pezzo, oggi Internet sforna una notizia al minuto.
Una bulimia d'informazione che, in realtà, allontana prima il giornalista dai fatti e poi il lettore.
Proprio come i reporter di guerra, paradossalmente sempre più lontani dalla prima linea, le televisioni si nutrono d'immagini, ma il tubo catodico spesso deve accontentarsi di cartine geografiche o fermi immagine.
E così, l'informazione si trasforma in "infotainment" e chiacchiericcio.
O per dirla all'americana, talk show.
Ma non sempre è stato così. C'è stato - e c'è chi la guerra la racconta fuori dai denti, come Barbini.
Poi arriva il Vietnam, la tv, la Cnn e l'Iraq, Al-Jazeera, la Rete delle reti e tutto cambia.
Fino ai giornalisti embedded.
Indice
Introduzione
Capitolo I
1.1 Russell il "pioniere"
1.2 La corsa al telegrafo
1.3 Il telefono
1.4 La guerra dei Boxer
1.5 La guerra russo-giapponese e la conservazione dei Barbini
1.6 La Grande Guerra e la fine dell'età d'oro
1.6.1 Arriva la censura
1.6.2 Cinema e fotografia arruolati
1.6.3 Gibbon e Ferguson: testimoni diversi
1.6.4 Arrivano gli italiani
1.6.5 La fine dell'incubo
1.7 La radio
1.8 Etiopia: va in scena l'improvvisazione italiana
1.9 Guerra civile spagnola: il dilemma del reporter
1.9.1 Montanelli: la stecca fuori dal coro
1.10 La Seconda Guerra Mondiale: giornalismo di propaganda
1.10.1 Regimi fascisti e propaganda radiofonica
1.10.2 La museruola agli inviati e le veline
1.10.3 Povero Teschi
1.10.4 Quando il lavoro non paga
1.10.5 Reportage o bollettini militari?
1.10.6 Giornalisti con la pistola
1.10.7 La "resistenza" della censura
1.10.8 Di nuovi liberi
Capitolo II
2.1 Gli anni della "guerra fredda"
2.2 Caccia al "rosso"
2.3 Il Vietnam e la "guerra in salotto"
2.3.1 La prima fase: il news management della guerra fredda
2.3.2 Come ai tempi di Russell
2.3.3 L'autocensura
2.3.4 Anche i giornalisti muoiono
2.3.5 "Una sporca guerra"
2.3.6 "Tutta colpa della tv"
2.3.7 Non solo televisione
2.3.8 Fine della guerra inizio di una nuova era
2.4 Malvinas, Grenada e Panama
2.5 Il "buco nero" dell'Afghanistan
2.6 Malvinas: una strana guerra
2.7 Grenada e il corrispondente che non c'è
2.8 Panama e la "guerra live"
2.9 L'Iraq di Bush senior
2.9.1 La Cnn e il mezzo busto di Peter Arnett
2.9.2 Vendere la guerra
2.9.3 Il JIB e il codice Schwarzkopf
2.9.4 Il briefing e la "pentavision"
2.9.5 Corrispondenze dal campo nemico
2.9.6 Reportage "inutili"
2.9.7 Tg tutti uguali
2.9.8 Il Vietnam esorcizzato
2.10 Disinformazione nei Balcani
2.10.1 "Buoni e cattivi"
2.10.2 Inforwar
2.10.3 Kosovo: una guerra virtuale senza morti militari
2.10.4 "Tutti fuori"
2.10.5 War reporter o " bar reporter" ?
2.10.6 Il caso Debray e la propaganda di Milosevic
2.10.7 La televisione perde la guerra
2.10.8 Arriva la rete delle reti
2.10.9 Attenzione: pericolo propaganda
2.10.10 Attacco alla democrazia
2.10.11 Kosovo: analisi dell'informazione italiana
2.11 Le guerre invisibili
2.12 11 settembre 2001: Usa sotto attacco
2.12.1 La notizia unica: analisi dell'evento "11 settembre" . Il Corriere della Sera
2.12.2 Lotta al terrorismo
2.12.3 Comunicare e comunicare. 24-hour channel
2.12.4 Tra il blocco dei mujaheddin e i briefing statunitensi
2.12.5 "Chiamata alle armi" per le agenzie pubblicitarie
2.12.6 La storia si ripete
2.12.7 Le apparizioni di Osama
2.12.8 Iperattivo: autocensurarsi
2.12.9 Kabul off-limits
2.12.10 Al Jazeera, la Cnn araba
2.12.11 Reporter temerari
2.12.12 La guerra asimmetrica
2.12.13 La fuga dei reporter delusi
2.12.14 Storie di una giornalista coraggiosa: Maria Grazia Cutulli
2.13 L'Iraq di Bush junior
2.13.1 Alla conquista dell'opinione pubblica
2.13.2 Patriottismo statunitense e giornalisti embedded
2.13.3 Fox News: come non essere giornalisti
2.13.4 "All news"
2.13.5 Reporter con gli elmetti
2.13.6 Goebbels fa scuola in Usa
2.13.7 Tanto di cappello agli italiani
2.13.8 La caduta di Saddam e l'inizio dell'inferno
Capitolo III
3.1 Professione reporter
3.2 Il bagaglio di Eta Beta
3.3 Gli alberghi dei giornalisti
3.4 "Linguaggio e pass"
3.5 Le fonte dell'informazione: il taxista
3.5.1 La popolazione autoctona
3.5.2 Le fonti militari
3.6 Tra censura, rapimenti, prigione e morte: un mestiere difficile
3.7 Come cambiano i tempi
3.7.1 L'Mjw
3.7.2 Il robot-reporter
3.8 La tecnologia al servizio: internet e i "war blog"
Capitolo IV
4.1 La società dell'immaginazione
4.2 L'antenato della tv: la fotografia
4.3 Gli esordi
4.4 L'età d'oro
4.4.1 La fotografia durante la Grande Guerra: i periodici illustrati
4.4.2 Il mito di Robert Capa e i suoi amici di (dis)-avventura
4.4.3 Il Vietnam e il nuovo modo di "scattare"
4.4.4 Tra dovere professionale e quello morale
4.4.5 Fotoreporter o artista?
4.5 La morte dietro l'angolo
4.6 Verso quale fotogiornalismo?
Capitolo V
5.1 La guerra e la televisione
5.2 L'evento mediatico e la "television war"
5.3 Infotainment
5.4 Le sinergie tra istituzioni politiche, militari e i network televisivi
5.5 La guerra l'argomento privilegiato del piccolo schermo
5.6 La guerra "spalmata" e chiaccherata
5.7 I video messaggi
5.8 Informazione, infotainment o "disinfotainment"?
5.9 Iraq e Kosovo
5.9.1 Kosovo: la guerra delle emozioni
5.9.2 "L'Iraq delle donne"
5.10 L' impero delle immagini
5.10.1 Il mercato delle immagini
5.10.2 "Fabbricare" un'immagine e fabbricare un servizio
5.10.2.1 Gli effetti sonori e il montaggio
5.11 Maneggiare con cautela
5.12 Il collegamento in diretta
5.13 "C'è il satellite?"
5.14 Le piccole telecamere portatili
5.15 Gli eserciti dell'informazione internazionale
5.16 Al-Jazeera e il mondo arabo
5.17 Le concorrenti di Al-Jazeera: "BBC" e "Fox News"
5.17.1 Il patriottismo informativo di Murdoch
Appendice
Intervista a Maddalena Tulanti
Intervista a Mauro Montali
Intervista a Ennio Remondino
Note biografiche
Vincenzo Damiani è nato a Bari il 22 novembre 1980.
Laureatosi a pieni voti nel 2004 (facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università di Macerata), dal maggio del 2005 collabora con il quotidiano barese "Corriere del Mezzogiorno", edizione pugliese del Corriere della Sera.
Iscritto all'albo dei giornalisti pubblicisti, a 26 anni è alla sua prima pubblicazione.
Estratto
Introduzione
La guerra è un tipo di conflitto armato.
Il conflitto è un fenomeno naturale che assume forme e dinamiche diverse nel tempo.
I suoi modelli possono essere più o meno ricorrenti nella Storia, essere ad esempio epocali, locali, unici o rapidi.
I conflitti bellici appartengono alla categoria che potremmo definire "sociale", ovvero sono, in un certo senso, di gruppo, coinvolgono milioni di persone.
Spesso (se non sempre) non sono altro che la continuazione in armi dei contrasti economici e politici.
Non è raro che una guerra nasca dall'opposizione tra una fascia sociale privilegiata e tecnologicamente avanzata ed una temporaneamente arretrata.
L'epoca da noi etichettata come "moderna" appare costellata da conflitti (guerra dei Trent'anni, guerre coloniali, I e II Guerra mondiale, Guerra Fredda fino al terrorismo internazionale che purtroppo stiamo vivendo sulla nostra pelle) tra "potenti, ricchi che impongono lo sfruttamento come pedaggio per accedere al benessere, e poveri che vogliono diventare ricchi senza pagare i pedaggi richiesti".
Nella dinamica della storia moderna e contemporanea è quasi un dato ricorrente, e oserei dire inevitabile, che il benessere venga prodotto a scapito di qualcun altro: da qui la fonte profonda dei conflitti.
Ma non si pensi che nell'antichità funzionasse in modo diverso, anche i nostri antenati, anche i valorosi Romani soffrivano di mali simili.
Cosa intendiamo, invece, per comunicazione?
Comunicare è quel processo di trasferimento dell'informazione, contenuta in un segnale, attraverso un mezzo (canale), da un sistema (emittente) ad un altro (ricettore): il segnale è dotato di significato e tale da poter provocare una reazione nel ricettore.
Appare chiaro quale funzione, assolutamente basilare, svolga la comunicazione all'interno della vita sociale.
A questo punto, come si può definire la comunicazione di massa?
Come un processo di comunicazione diffuso dai mass media, rivolto ad un numero di destinatari potenzialmente illimitato.
Comunicazione di massa non è sinonimo di mass media, che, altresì, sono le tecnologie utilizzate per rendere possibile la prima.
La stampa è stata il primo (e per molti secoli l'unico) mezzo di comunicazione di massa.
Possiamo considerarla la più antica industria culturale che, grazie al suo inventore, l'orafo Johann Gutenberg, a partire dalla metà del XV secolo ha favorito l'esplosione dell'umanità occidentale, diffondendo la cultura a 360 gradi e innalzando il livello culturale del mondo, dando così inizio all'età della comunicazione, processo che verrà completato e modificato dai media elettronici.
Una migliore tecnologia, l'alfabetizzazione, il commercio, la democrazia, hanno contribuito alla penetrazione del quotidiano tra la "gente comune", oltre che nella cerchia dell'elite colta.
Col XIX secolo comincia la corsa allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione sempre più nuove, più rapide e in grado di coprire grandi distanze.
L'avvento della radio fornisce un potente contributo alla realizzazione della civiltà di massa.
Non stupisce, pertanto, che alle origini della straordinaria fortuna del fascismo in Italia, si trovino due fatti concomitanti: da una parte l'assassinio di Matteotti e le leggi liberticide che mettono fuori legge i partiti politici e aboliscono la libertà di stampa; e dall'altra l'inizio, in Italia, delle trasmissioni radiofoniche da parte dell'ente di Stato Eiar.
Potente mezzo che contribuisce ad immettere le masse nella vita politica.
Il giornale non è più il principale veicolo delle notizie.
L'invenzione del telegrafo, seguita da quella del telefono, ha portato notevoli cambiamenti sociali, modificando la struttura economica, ampliando la possibilità di accesso alle notizie da parte dell'audience e ha contribuito alla creazione della moderna industria dell'informazione e della pubblicità .
La televisione, invece, produce una serie di conseguenze di tipo sociale ancora in fase di studio.
Dall'invenzione del telefono e della radio ad oggi, le telecomunicazioni hanno fatto un enorme salto di qualità .
Vi è, ormai, in tutto il mondo una rete efficiente e consolidata che fonde insieme i vecchi sistemi a mezzo cavo con le comunicazioni radio satellitari.
Nascono i media telematici, cosi chiamati perché combinano le telecomunicazioni e l'informatica, definiti quindi elemento chiave nella comunicazione.
Internet, ovvero l'autostrada dell'informazione o anche la Rete delle reti. Inizialmente fu ideata per esigenze di carattere militare: il ministro della Difesa degli Stati Uniti d'America, nei primi anni Settanta, decise di realizzare ARPAnet, una rete capace di comunicare dati anche in caso di una guerra nucleare.
Col passare degli anni, diverse reti locali, appartenenti ad istituzioni di ricerca, si attaccarono ad ARPAnet creando i primi siti, che di seguito furono connessi tramite linee telefoniche.
Ma la distanza notevole rendeva la tariffa troppo alta, per cui vennero creati i cosiddetti "nodi".
Internet esplode definitivamente nel 1994 con l'apertura delle connessioni ad aziende, enti privati e cittadini. Ecco la nascita del web, una modalità di connessione con caratteristiche ipertestuali che hanno reso popolare la Rete delle reti.
Può essere considerato, oggi, uno strumento di comunicazione sociale.
Per cui è opportuno usare le dovute cautele ponendo appropriati controlli.
Proprio in questa direzione, le autorità preposte stanno cercando di muoversi sul piano normativo a livello internazionale.
E siamo alla guerra e alla comunicazione assieme.
Un binomio nato ufficialmente circa 150 anni fa, ma in realtà esistente, in forme diverse, da sempre.
Scopo del lavoro è proprio questo: descrivere e analizzare questo rapporto cosi lungo, difficile ma, allo stesso tempo, molto affascinante.
In particolar modo, sarà analizzato il ruolo del reporter di guerra, personaggio entrato nell'immaginario di tutti diventando quasi una figura mitologica.
Ma quale ruolo riveste esattamente l'inviato?
Le crisi internazionali e le guerre potrebbero essere viste come prodotti di officine militari-diplomatiche in cui il reporter di guerra si trova a sbirciare.
L'inviato potrebbe essere considerato lo storico del presente, ma oggi ha assunto un ruolo ancora più essenziale.
A detta di molti, oggigiorno i conflitti si combattono su due fronti: la prima linea (ma è giusto parlare ancora di prima linea?) e a livello mediatico.
Più di qualcuno suppone che, addirittura, le guerre si vincano prima di tutto con i media e poi con le "bombe intelligenti".
Questo perché l'opinione pubblica ha assunto un ruolo sempre più importante, è diventata l'attore principale.
Si pone, sempre più, come protagonista sulla scena politica mondiale.
Alla vigilia dell'ultimo conflitto in Iraq, la stampa americana ha affermato che era in atto un confronto tra due contendenti: Bush e, udite udite, l'opinione pubblica mondiale.
Come sottolinea Giorgio Fabretti "non esiste, però, opinione pubblica senza qualcuno o qualcosa che le dia voce, che la riveli".
Ed è in questo contesto che si inseriscono i media e i giornalisti che rappresentano gli eventi.
Sono i media a formare l'opinione pubblica, a darle, quantomeno, evidenza.
L'informazione è ambivalente: da un lato può condizionare, orientare le opinioni ma al tempo stesso sono una risorsa per conoscere, comprendere.
L'opinione pubblica è diventata l'altra potenza in campo e i primi ad essersene accorti sono proprio i signori della guerra, che quando pianificano un'azione la fanno con un occhio ai sondaggi.
Quindi, nei conflitti odierni grande rilevanza rivestono le televisioni, i giornali, le radio che dovrebbero, seguendo l'etica e la deontologia giornalistica, non schierarsi o mobilitarsi, come è avvenuto, invece, in diversi casi.
Il compito del giornalista è quello di riportare i fatti, raccontare cosa accade.
L'esempio più eclatante di informazione al servizio è quella degli embedded, giornalisti in divisa al seguito delle truppe militari nell'ultima guerra in Iraq.
Quella degli "embedded" è da considerarsi una vera e propria strategia militare, un'arma utilizzata per condizionare l'informazione.
Il reporter ha uno status effettivo equivalente a quello di un bambino curioso e fastidioso, al quale i grandi dicono "lasciaci lavorare".
"Dire tutta la verità" è la formula del giuramento del giornalista: un giuramento quasi impossibile, a meno che non si limiti a riferire solo quello che vede.
Ma non va sempre cosi.
Il reporter vive tra mille contraddizioni esistenziali che lo logorano.
I primi due capitoli sono di "ricostruzione storica".
In queste pagine è stato ripercorso un secolo e mezzo di guerre che hanno avuto risalto sui mezzi di comunicazione di massa.
Ma l'attenzione non si è soffermata sui conflitti in sé, quanto sulle difficoltà dei giornalisti a raccontarli.
Si è cercato di seguire la linea evolutiva del giornalismo di guerra attraverso le storie dei protagonisti, alcuni aneddoti simpatici o crudeli, e con l'aiuto delle dichiarazioni di alcuni personaggi del mondo dei media.
Questo percorso, lungo 150 anni, è stato suddiviso in due capitoli, per una ragione semplice: il Vietnam, con l'arrivo della televisione, ha segnato uno spartiacque per l'informazione di guerra e l'inviato.
Dal Vietnam in poi, le regole verranno riscritte, un'era si chiuderà e se ne aprirà una completamente nuova e diversa.
Lo stile del racconto muterà, ma non solo.
Il mestiere del reporter di guerra subirà un'accelerazione in tutti i sensi, l'irlandese Russell, capostipite della generazione, andrà definitivamente in pensione e si inizierà a fare posto ai cyber-reporter.
Il terzo capitolo è dedicato interamente alla figura del reporter di guerra.
Il proposito è quello di analizzare e spiegare l'evoluzione del mestiere.
Ma non solo.
Infatti, attraverso la registrazione di testimonianze dirette, si è provato a raccontare come vive il giornalista catapultato nelle zone calde, come si muove, quali sono i suoi salvavita, come riesce a raccogliere informazioni utili e ad evitare le trappole della censura, per non trasformarsi nell'arma della disinformazione.
Largo spazio sarà dato anche ai rischi del mestiere e alle sue dure conseguenze.
Il capitolo si chiude con una riflessione sul futuro di questo lavoro.
Prima di arrivare a parlare di televisione, si è ritenuto opportuno ricordare l'importanza della fotografia e del fotoreporter.
Potremmo dire che la foto ha dato avvio alla società dell'immagine.
Il suo contributo è stato fondamentale, senza le foto forse conosceremmo la storia a metà .
Ovviamente non si può parlare di fotografia di guerra senza menzionare l'inarrivabile Robert Capa, riconosciuto da tutti come il più grande.
Qualcuno per caso non ha presente la foto del miliziano scattata in Spagna?
Ed eccoci alla televisione.
Parlare del tubo catodico non è mai facile, illustri professionisti ci provano da decenni e, oramai, le teorie si susseguono e sovrappongono una all'altra.
Figuriamoci parlare di guerra in televisione.
Il compito è ingrato, ma allo stesso tempo ricco di soddisfazioni ed intrigante.
La televisione ha cambiato il modo di combattere.
Senza la tv la guerra sarebbe diversa.
Oggi, c'è quasi una commistione tra le strategie militari e quelle televisive, sono nate delle sinergie.
La strategia mediatica è entrata a fare parte integrante della pianificazione della campagna militare.
La guerra si è trasformata in media event, un nuovo programma della neo-televisione, dell'infotainment.
Le telecamere sono diventate l'arma più adatta a creare consenso.
Come asserisce Ennio Remondino "la televisione non ha certo inventato la guerra, ma ne è diventata la sublimazione, lo strumento indispensabile per confermare o distruggere le ragioni stesse di un conflitto".
Questi e tanti altri i temi da affrontare, concedendo largo spazio all'analisi di due network che si sono affacciati prepotentemente sul palcoscenico internazionale: Al-Jazeera e Fox News, una emittente del Qatar, l'altra del magnate australiano Murdoch.
Due network che, come vedremo, intendono il giornalismo in maniera differente e hanno un approccio alla news completamente opposto.
Ovviamente parlando di tv non si può non toccare l'argomento Cnn, la madre di tutte le all-news.
In appendice sono raccolte le interviste a tre dei migliori inviati di guerra italiani: Ennio Remodino, Maddalena Tulanti e Mauro Montali.
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Autore: Andrea Camilleri
Editore: Edizioni Angolo Manzoni
Prima edizione: 03/2008
Edizione corrente: 03/2008
EAN-ISBN: 9788862040198
Pagine: 112
Rilegatura: Brossura
Dimensioni: 17x24 cm
Prezzo di copertina: 14,00 Euro
Descrizione
Camilleri raccoglie alcune microstorie - anzi, "storie cellulari" le definisce - che hanno generato sentenze, proverbi, detti
Così recupera parole, mimi, giochi della sua infanzia, del suo paese di terra e di mare, e li ferma sul foglio non per suscitare rimpianti, ma perché ciò che è cambiato non svanisca nella memoria.
Note biografiche
Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925 ma attualmente risiede a Roma.
Regista teatrale, giornalista e scrittore, ha creato il personaggio del commissario Montalbano e l'immaginaria cittadina siciliana di Vigàta.
Andrea Camilleri, con il suo famosissimo commissario, secondo una lista stilata dal Daily Telegraph britannico, è collocato tra i 50 autori di gialli che "bisogna leggere prima di morire".
Estratto
«Il gioco della mosca lo si praticava da maggio a settembre, quando il sole asciugava la spiaggia inumidita dalle piogge d'autunno.
Sono fermamente persuaso che nel corso di questo gioco, durato anni, si sono decisi i nostri destini individuali: troppo tempo impegnavamo nella pura meditazione su noi stessi e il mondo.
E così qualcuno divenne gangster, un altro ammiraglio, un terzo uomo politico.
Per parte mia, a forza di raccontarmi storie vere o inventate in attesa della mosca, diventai regista e scrittore».
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