Il flâneur di Parigi

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Autore: Guillaume Apollinaire

Traduttore: Gianluca Reddavide

Editore: Le Nubi Edizioni

Prima edizione: 04/2008

Edizione corrente: 04/2008

EAN-ISBN: 9788889616178

Pagine: 90

Dimensioni: 10,5x19,5 cm

Prezzo di copertina: 10,00 Euro

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Descrizione
"Il flâneur di Parigi" è un'evocazione dolce e scanzonata della capitale francese all'alba del XX secolo.

Apollinaire saltella tra l'ordine e l'avventura come tra la rive droite e la rive gauche.

La sua dolce evocazione riguarda un mondo animato e prossimo, eppure remoto per stati d'animo.

Vie, palazzi, musei, librerie, biblioteche, i frammenti della chiassosa realtà contemporanea vanno ad urtarsi con immagini uscite da vecchi libri, allusioni ironiche, ricordi di uomini e artisti scomparsi; con un velo nel cuore e negli occhi: la Grande Guerra sta portando via con sé ogni cosa.

Guida letteraria di Parigi, romanzo autobiografico, cronaca cittadina: il libro è tutto questo oltre che un classico della letteratura francese, mai tradotto in italiano.


Note biografiche
Guillaume Apollinaire (1880-1918), ebbe Parigi come patria adottiva.

Le sue raccolte poetiche maggiori, Alcools e "Calligrammes", rinnovarono profondamente la letteratura francese.

Egli fu poeta della città moderna e della trasformazione delle parole in forma, designando una nuova figura di poeta: artista e narratore del tempo che passa, creatore di mitologie moderne.

Prese parte alla Grande Guerra e venne ferito gravemente alla testa.

Morì di influenza spagnola il 9 novembre 1918, in un desolato attico parigino.


Estratto
«Ma scendiamo verso la Senna.

È un fiume adorabile.

Non ci si stanca di guardarlo.

L'ho cantato molto spesso nei suoi aspetti diurni e notturni.

Dopo il ponte Mirabeau la passeggiata attira solamente i poeti, le persone del quartiere e gli operai vestiti a festa.

Pochi parigini conoscono il nuovo quai di Auteuil.

Nel 1909 non esisteva ancora.

Gli argini con le bettole immonde che amava Jean Lorrain sono spariti.

«Grand Neptune», «Petit Neptune», balere sulla sponda dell'acqua, che cosa siete diventati?».


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Studi sul Marino

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Autore: Edoardo Taddeo

Editore: Edizioni Remo Sandron

Prima edizione: 09/1971

Edizione corrente: 09/1971

EAN-ISBN: --

Pagine: 160

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 15,8x22,5 cm

Prezzo di copertina: 11,00 Euro

Il libro si può acquistare on-line solo sul sito dell'editore www.sandron.it


Descrizione
In questo volume sono raccolti sette studi pubblicati dall'insigne critico in varie riviste fra il 1960 e il 1970, e due brevi testi inediti: la "Postilla Varchiana", aggiunta in appendice allo studio sulle Egloghe boscherecce, e un "Epilogo" in cui l'Autore riassume brevemente i lineamenti della propria interpretazione complessiva dell'opera mariniana attraverso un confronto con i migliori risultati della ricerca contemporanea.

Nel suo insieme, questa raccolta di saggi del Taddeo, esperto studioso della letteratura del manierismo e del barocco italiani, costituisce un'esauriente ricognizione dei problemi critici ed ecdotici più significativi proposti dall'opera del grande poeta napoletano.


Indice
I. Le "Egloghe boscherecce"

II. I "Sospiri d'Ergasto" primi e secondi

III. Genesi e metrica degl'idilli della "Sampogna"

IV. La composizione di "Europa"

V. Il Marino e le traduzioni latine di "Europa"

VI. Interpretazioni mariniane

VII. Celio Magno e il Marino

VIII. Epilogo


Note biografiche
Edoardo Taddeo (1920) è stato professore universitario di lingua e letteratura italiana; ha insegnato anche all'estero: alle Università di Salonicco e di Atene.

I suoi interessi di studioso si sono rivolti soprattutto alla letteratura italiana del Trecento, del manierismo e del Barocco: i suoi saggi riguardano in particolare il Petrarca, il Marino, il Tasso ed alcuni poeti minori del Cinque e Seicento.


Estratto
VI. INTERPRETAZIONI MARINIANE

Del generale risveglio degli studi sulla letteratura del Seicento, il Marino, per effetto di riserve quali più quali meno giustificate, non ha profittato quanto ci si sarebbe potuto aspettare.

Così si deve ancora deplorare la mancanza di buone edizioni moderne delle sue opere (con le sole eccezioni, a parte gli inediti pubblicati dal Salsano, delle "Dicerie sacre e della Strage degl'innocenti", esemplarmente curate dal Pozzi, e dell'epistolario, di recente ristampato col titolo "Lettere" e annotato dal Guglielminetti), come di un'ampia monografia che sostituisca quella del Borzelli, essendo risultata deludente quella del Mirollo (1).

Tuttavia in questi ultimi anni si sono fatti più frequenti i buoni contributi critici, fra i quali merita un posto d onore questo volume di Marziano Guglielminetti (2).

Non è un libro strettamente unitario, ma una raccolta di saggi, in parte già editi: "L'autoritratto del Marino" (sull'Epistolario), "Il Marino burlesco", "L'«Adone»" poema dell'arte, "Marino e la Francia", seguiti in appendice da Un discorso accademico del Marino e Fra Marino e Chiabrera: "Scipione della Cella".

Non li esaminerò tutti, né per intero, ma mi soffermerò soltanto su quei punti sui quali ritengo di poter intavolare una conversazione, che mi auguro non infruttuosa.

Come si vede "e come altri ha già notato" la produzione del poeta napoletano non è coperta neppure per le opere più importanti: "la Lira" e "la Sampogna", la Galeria e "gli Epitalami" non sono studiati esplicitamente.

Una omissione così vistosa non può essere casuale, ed io penso che sia da addebitare a quello che è al tempo stesso uno dei meriti del libro, cioè di possedere un'idea centrale, un principio interpretativo, che gli assicura un'unità sostanziale.

Questa idea è svolta ampiamente nel saggio sull'Adone, dal quale stende propaggini soprattutto nel quarto e nel quinto saggio.

La concezione del mondo del Marino, sebbene conservi ancora schemi tolemaici, non è più quella scolastica; anzi utilizza prestamente le scoperte e l'ottica galileiana, pur nella sopravvivenza di «elementi di una visione ancora naturalistica dell'universo», dove "naturalistico" è da intendere in senso platonico-occultistico.

Elementi meccanicistici ed elementi naturalistici sono sottoposti ad un interesse predominante, che l'Autore individua nell'«Arte», cioè in quel complesso di operazioni capaci «di mutare il volto della Natura, secondo canoni di raffinatezza ed eleganza cari alla società in cui [il poeta] agisce e crea».

In altre parole il poeta ricerca instancabilmente i prodotti della natura come le opere create dall'uomo (attraverso la pittura, l'architettura, le scienze, i mestieri; la moda) per celebrare la vittoria dell'Arte sulla Natura per mezzo delle tecniche più diverse e ai fini della vita civile.

La vicenda di Venere e Adone non ha più per sfondo paesaggi naturali, ma «dimore e palazzi che hanno una funzione decorativa insostituibile nel segnare l'alta qualità sociale della vicenda d'amore cui fanno da sfondo e da commento scenografico» (p. 120).

«Il palazzo di Venere ed il Giardino del Piacere sono l'emblema più caro alla fantasia del Marino della possibilità di piegare la natura alle esigenze mondane e civili della vita del tempo: sono luoghi frequentati e popolati da una elegante società di uomini, che trovano nella presenza di Venere e Adone l'espressione compiuta dei loro desideri di vita lussuosa e lussuriosa» (p. 127).

«Non solo la poesia della "vita morbida", del lusso, obbedisce nell'Adone alle regole dell'Arte.

Anche la poesia della lussuria non si sottrae alla suggestione del manifestarsi per virtù d'Arte, tecnicamente concepita e sfruttata»(p. 132).

Nel dominio dell'Arte, così intesa, rientrano di pieno diritto la Moda e tutto ciò che si riferisce all'abbigliamento: un tema che non mancò di esercitare un indubbio richiamo sul Parini.

Conclude l' Autore: «L'aver indicato nell'Adone il primo documento poetico ispirato dall'esaltazione dell'arte umana costituisce una preziosa conferma nel campo della storia letteraria dell'interpretazione positivamente civile della civiltà barocca avanzata dall'Argan nel campo della storia delle arti figurative, ed additata come motivo di continuità tra il mondo barocco e il mondo moderno, tra il mondo dell'Arte insomma e l'attuale mondo della tecnica» (p. 140).

La tesi proposta, "l'Adone poema delle arti della pace", va accolta con molta riserva.

È evidente che l'ispirazione epica è sostanzialmente estranea al Marino; è evidente che l'interesse per gli aspetti della vita civile è nel nostro poeta molto più sviluppato che in qualsiasi dei suoi predecessori, anzi in lui per la prima volta si manifesta.

Ma è altresì vero che la "positività" del Marino non è da ricercare in senso prearcadico (e tanto meno pre-moderno: nell'ultimo passo citato la forzatura diacronica mi sembra palese), ma in ciò che c'è in lui di più tipicamente barocco, l'intuizione del mondo come molteplicità inesauribile, come giuoco di apparenze, come «caos da disciplinare», per servirmi di formule di cui anche l'Autore accetta la validità.

I termini che si impongono per il Marino sono non raffinatezza ed eleganza ma fasto, non misura ma iperbole, non ragione ma capriccio.

La ricerca del particolare anatomico perfetto nelle sue minuscole dimensioni, come dello strumento meccanico abilmente congegnato; delle sottili invenzioni della moda come delle imponenti e calcolate creazioni dell'architettura, non si dispone nel Marino nella prospettiva di un interesse per la vita civile, con le sue esigenze di ordine sociale, di bene comune, di progresso, o almeno di buon governo; è una curiosità del tutto disimpegnata o, se si preferisce, rivolta a celebrare le trovate dell'ingegno, è uno stupore dinanzi alla prodigiosa varietà e complicatezza dell'universo, che le scoperte geografiche e scientifiche hanno enormemente dilatato, è anche una presa di possesso degli oggetti più disparati per mezzo della parola.

La pace è la condizione indispensabile perché si possa attuare quella vita di lusso e di lussuria, che sta in cima ai vagheggiamenti della fantasia mariniana, ma non è il vero contenuto di quei vagheggiamenti.

Dirò di più.

La formula proposta lascia perplessi come qualsiasi altra del medesimo tipo, cioè che intenda identificare l'unità del poema in questo o quel motivo tematico: perché quell'unità probabilmente non esiste (se esistesse, l'Adone sarebbe opera più valida di quanto non sia), e lo ha intravisto l' Autore quando ha indicato la convivenza di una concezione dell'universo galileiana e di una "naturalistica".

Però io definirei un po' diversamente i due elementi in contrasto: da un lato una visione tecnico-scientifica della realtà, che può andare dalla descrizione minuziosa fino alle soglie del didascalico; dall'altro una visione fortemente letteraria, mitologico-pastorale, in cui la tradizione classica si reincarna in forme fastose e sensuali.

Fra le due si possono forse scorgere sottili rapporti, ma una vera fusione probabilmente non era possibile.

(E infatti in questo saggio il raccordo fra il tema dell'Arte e quello della sensualità è abilmente tentato, ma poco consistente).

L'Adone potrebbe essere la vittima illustre di un conflitto fra due civiltà.

La profondità e l'ampiezza della vocazione mitologico-pastorale, così radicata nel Marino, non sono state fino ad ora sufficientemente calcolate: se il Pozzi avesse tenuto presente questa costante (e le forme in cui si attua, s'intende), anziché il punto di vista più particolare e ristretto delle "Dicerie", sarebbe giunto forse a conclusioni diverse.

Così il Guglielminetti, come ho accennato, avrebbe sentito la necessità di non lasciar fuori della sua ricerca le opere in cui quella vocazione trionfa e in cui si esprime il miglior Marino.

Tuttavia si deve riconoscere all'Autore il merito di aver isolato uno degli atteggiamenti fondamentali della fantasia mariniana, di averlo descritto nelle sue diverse manifestazioni, e di averne proposto una storicizzazione non priva d'interesse.

La tesi qui sopra esposta e discussa troverebbe conferma nella formula proposta dallo Chapelain, l'Adone «poème de la paix», alla quale l' Autore accenna al termine del terzo saggio e di cui tratta più estesamente in quello seguente "Marino e la Francia".

Come è noto, lo Chapelain si trovò di fronte al non facile compito di conciliare la novità dell'Adone con la retorica aristotelica e di difenderne la legittimità della materia e dello stile.

Indubbiamente, come scrive l'Autore, la celebre prefazione tende ad offrire un immagine dell'Adone composta ed ordinata secondo schemi di decoro e di raffinatezza (p. 200); indubbiamente la difesa della materia porta ad attribuire alle occupazioni della pace lo stesso pregio, la stessa elevatezza, di cui nel poema epico godevano le imprese di guerra.

Tuttavia il fine vero perseguito dallo Chapelain non sembra quello di attirare l'attenzione sull'esaltazione delle occupazioni della vita civile, quanto quello di prevenire attacchi alla insolente novità dell'Adone mossi da ambienti fedeli alla precettistica rinascimentale.

L'Adone non infrange le leggi del poema epico, soltanto sostituisce alla materia guerresca quella irenica, ad essa comparabile in dignità.

Questa operazione ha soprattutto, per lo Chapelain, il merito di consentire l'inserzione nella poesia di stile elevato di descrizioni, digressioni, giuochi ed altri soggetti leggeri (così come di moderate acutezze), che altrimenti sarebbero rimasti ignorati, ed è al tempo stesso una giustificazione di quella esiguità della favola centrale, di quella scarsezza dell'azione, di cui il Marino era perfettamente cosciente e preoccupato.

Scriveva infatti nel 1616 al conte Fortuniano Sanvitali (Epist. CXXX): «L'Adone è in procinto di stamparsi...

Non so come riuscirà, ma insomma è fabrica risarcita o, per meglio dire, gonnella rappezzata.

La favola è angusta ed incapace di varietà d'accidenti; ma io mi sono ingegnato d'arricchirla d'azioni episodiche come meglio mi è stato possibile».

E lo Chapelain (in un passo citato dall'Autore a p. 199): «[Il] faut que la constitution tenant ainsi de la simplicité plus que du trouble, et les accidents s y considérants principalement à raison de la nature de la paix, qui ne fournit point de substance, c'est-à-dire de diversité d'actions, tout l'effort se mette aux descriptions et à la particularité».

Perciò io concordo pienamente con Franco Croce (3), il quale ritiene che lo Chapelain con la nota formula intendeva dare «una giustificazione regolistico-formale» e non «una linea interpretativa»; che considerava centrale non il motivo della tecnica, ma quello dell'amore; e che gli stava soprattutto a cuore di salvare le straordinarie qualità descrittive che il Marino spiegava nell'Adone e a cui un poema epico di stretta osservanza non avrebbe potuto offrire asilo.

«Impostazione, scrive giustamente F. Croce, che non collima con la formula del Guglielminetti del poema dell'arte ; bensì chiaramente con quella gettiana dell enciclopedia del poetabile ».

La pagina del critico francese (citata dal Croce a p. 446 della sua seconda recensione), in cui contro presunte inadempienze dell'Adone rispetto alle norme (costruzione irregolare, difettosa e casuale) si esalta il poema per la sua capacità di salvare ogni aspetto della realtà, e si giunge ad affermare che sarebbe stato meglio che gli antichi poeti «regulièrement ou irregulièrement» avessero fatto altrettanto piuttosto che lasciar perire tante «belles imaginations», mi sembra a questo proposito estremamente significativa.

E direi che è soprattutto in questa direzione, nell'aver impostato la sua difesa su quella che è effettivamente la dote più spiccata del Marino, che l'interpretazione dello Chapelain conserva ancor oggi una sua validità.

Per lo stesso motivo non vedo sufficienti ragioni per contestare la versione, tramandata in una lettera dallo Chapelain, del colloquio in cui il Marino gli avrebbe proposto di scrivere la prefazione dell'Adone.

Il poeta napoletano avrebbe espresso il timore che il poema venisse bersagliato dalle accademie italiane a causa dell'imperfezione del disegno, ed avrebbe proposto come linea di difesa un parallelo della poesia e della pittura; all'obbiezione dello Chapelain che si trattava di una scappatoia poco degna di lui, avrebbe scongiurato il critico di trovare argomentazioni più solide.

L'Autore pensa che lo Chapelain, il quale, come ormai è pacifico, a molti lustri di distanza voleva scusare e coonestare la giovanile adesione alla poesia mariniana, abbia voluto «mostrare come fin dal 1620... egli si riteneva in dovere di rispettare i dettami critici delle accademie, fossero pure italiane»; nega che il Marino potesse temere di «urtare le prescrizioni di qualche accademia» ed attribuisce l'idea del parallelo tra poesia e pittura ad una eccessiva suggestione della Galeria, e forse dei rapporti che il Marino ebbe con vari pittori anche in Francia.

Osservazioni sottili, ma non convincenti.

La preoccupazione del Marino per la debolezza di struttura dell'Adone risulta da più passi dell'Epistolario: e da chi poteva aspettarsi battaglia se non da quegli ambienti conservatori, arroccati nelle accademie, che avevano già reso così dura la vita al Tasso?

Il parallelo poesia-pittura è poi tipicamente mariniano, e quindi questo particolare ha ogni probabilità di essere autentico; tanto più che trova una conferma sorprendentemente precisa in una pagina dello Stigliani, in cui è detto che il Marino difendeva la debole struttura del suo poema dichiarando che non aveva «avuto intenzione di dilettar col tutto, ma colle parti», e adduceva come esempio «un libro di disegni stampati», ciascuno dei quali si può gustare separatamente dagli altri (4).

L'Adone come raccolta di belle stampe.

Se lo Chapelain respinge il suggerimento come scappatoia, è che sarebbe stato un arma troppo fragile, perché solo vagamente analogica, contro le ferrate argomentazioni della retorica regolistica.

Su questo terreno egli era molto più preparato del Marino, che non ha mai mostrato alcuna inclinazione per le disquisizioni teoriche.

Pertanto la versione dello Chapelain mi sembra attendibile, almeno nei suoi elementi essenziali.

L'ampio saggio ripercorre tutto l'arco dei rapporti del Marino con la Francia, dai primi sonetti encomiastici dedicati ad Enrico IV e a Maria dei Medici alla canzone in morte del Borbone, dal Tempio al poema maggiore.

Fra i nuclei di maggior interesse è da segnalare l'esame della Sferza, il violento libello lanciato contro i protestanti nel 1617.

«La sensibilità del tempo rende naturalmente il Marino poco rispettoso dei pareri degli Ugonotti, ma talvolta una sorta di diffidente curiosità lo spinge a considerare con maggior scrupolo il peso dei loro argomenti in favore dell'esercizio d'una fede sottratta al magistero della Chiesa» (p. 165).

Tuttavia «lo spettacolo dell'eresia se amplia i suoi orizzonti intellettuali ed arricchisce la sua pagina di osservazioni nuove non determina mai quella convinzione della relatività d'ogni confessione religiosa, che sarà tipica degli illuministi.

Era, la sua reazione negativa, l'unica possibile per uno scrittore barocco di fronte ad una novità, che non
fosse immediatamente causa di meraviglia e tendesse a discutere l'unico punto saldo nella sua visione metamorfica dell'universo: l'esistenza congiunta di Dio e della sua Chiesa, perché solo la Chiesa può condurre l'uomo alla salvezza» (p. 167).

Nella sua attenta lettura l'Autore mette bene in rilievo lo sforzo del Marino di «intendere alcune energiche divergenze all'interno [della] compagine statale [francese]», ma anche la sua decisione di restar sordo agli argomenti degli avversari e di rifiutarsi a qualsiasi «avventura del pensiero», in nome della conservazione di un ordinamento sociale a cui sentiva indissolubilmente legata la propria fortuna.

Lo studioso abbozza anche un sondaggio stilistico-lessicale, radunando le metafore animalesche che il Marino scaglia contro gli avversari, ma subito sembra arretrare: « Epiteti tutti... ove è dubbio se ammirare le conoscenze da bestiario medievale, che il Marino vi rivela, o se biasimare la sua costante abitudine quando ha da esporre ed affrontare qualche contesa culturale: il tentare di ritrascriverla... sotto specie di fantasiose metafore» (pp. 162-63).

Effettivamente c'è un problema critico, che sarebbe stato meglio affrontare di petto, individuando le componenti stilistiche del testo (supponiamo: metafore ed altri procedimenti concettistici da un lato, oratoria polemica dall'altro) e chiedendosi in che misura (scarsa) siano omogeneizzate od omogeneizzabili.

La poca resistenza del documento si poteva addebitare facilmente al partito preso ideologico.

Meritano altresì di essere segnalate le indagini sui contatti che il Marino ebbe con letterati francesi, alle quali è dedicata la seconda parte del saggio.

Come si ricava dalla "Lira" e dall'"Epistolario", durante il soggiorno romano e quello ravennate il Marino conobbe e frequentò i cardinali di Joyeuse e Du Perron, e il poeta Mathurin Régnier, che era al seguito del primo.

L'atteggiamento, ambiguo e in fondo freddo, del Du Perron nei confronti di Ronsard, e le frecciate del Régnier contro i seguaci di Malherbe, non provano se non rapporti di cui è difficile misurare l'importanza, e affinità di posizioni polemiche.

Scrive giustamente l'Autore: «Non dovremmo attenderci dall'esame dei rapporti intervenuti tra il Marino e alcuni scrittori francesi del suo tempo la volontà d'avviare in qualche modo un discorso culturale proficuo, fatto d'intesa e di collaborazione reciproche.

L'atteggiamento del Marino rimase quello a lui costante nello spiegare i modi delle sue creazioni liriche: anche la curiosità per esponenti e testi d'altre letterature doveva favorire le preziose e raffinate operazioni di "furto", che danno spesso origine alle sue composizioni» (p. 180).


1. J. V. Mirollo, The poet of the Marvelous, Giambattista Marino, New York and London 1963.

2. M. Guglielminetti, Tecnica e invenzione nell'opera di Giambattista Marino, Messina-Firenze 1964.

3. V. le due recensioni, del saggio L'«Adone» poema dell arte in «La Rassegna della letteratura italiana», 1962, n. 3, p. 560, e dell'intero volume del Guglielminetti, ivi, 1965, n. 2, p. 439.

4. T. Stigliani, Dell'Occhiale, Venezia 1627, p. 117: «Appresso soggiunge il Marino ch'egli nel comporlo non ha avuto intenzione di dilettar col tutto, ma colle parti, pretendendo che quello si leggesse non filatamente dal principio alla fine, ma a squarci in qua e in là.

Della qual seconda ragione egli arreca per confermazione due esempi.

Il primo è, che sì come a riguardanti diletta molto un libro di disegni stampati, nel qual non sia figura veruna, ma separati membri (cioè occhi, orecchie, braccia, gambe e simili) fatti da pittori per insegnare a giovani di disegnare: così esse parti del detto poema, leggendosi divisamente e senza badare a dipendenza, potranno dilettare non meno che farebbe il tutto se fusse ben unito...» (passo citato, per altro fine, da C. Colombo, Cultura e tradizione ecc., cit., p. 90).


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I Canti di Ossian

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Antico poeta celtico

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Archivio NuoviLibri.It

Autore: Melchiorre Cesarotti

Editore: Elfi Edizioni

Prima edizione: --/2007

Edizione corrente: --/2007

EAN-ISBN: 9788889296295

Pagine: 284

Prezzo di copertina: 24,00 Euro


Descrizione
Poema epico celtico, gesta eroiche di guerra ed amore di Cu-Chulainn, Fingal, Ossian ed altri valenti eroi delle terre d'Irlanda.

Con i canti dei bardi sulla notte, la morte di Cu-Chulainn ed altre storie epiche, tradotte dall'Inglese e commentate da Melchiorre Cesarotti.


Indice
Fingal - Introduzione

Canto Primo - Canto Secondo - Canto Terzo - Canto Quarto - Canto Quinto - Canto Sesto

Introduzione Storica Ai Tre Seguenti Poemi: La Morte di Cucullino, Dartula, Temora

La Morte Di Cucullino

Dartula

Temora

Canto Primo - Canto Secondo - Canto Terzo - Canto Quarto - Canto Quinto - Canto Sesto - Canto Settimo - Canto Ottavo

Calloda

Canto Primo - Canto Secondo - Canto Terzo

La Notte


Note biografiche
Melchiorre Cesarotti (1730-1808); padovano, dopo numerosi classici tradusse I Canti di Ossian, composti dallo Scozzese Macpherson sotto il titolo di "Fragments of Ancient Poetry" e da lui spacciati per veri poemi composti dal bardo e guerriero celtico Ossian (III secolo d.C.).


Estratto

Introduzione Fingal - Cap. I

Arto, supremo re d'Irlanda, essendo venuto a morte, ebbe per successore Cormac suo figliuolo rimasto in minorità.

Cucullino, figliuolo di Semo, signore dell'isola della nebbia, una delle Ebridi, ritrovandosi a quel tempo in Ulster, ed essendo rinomatissimo per le sue grandi imprese, fu in un'assemblea di regoli, e capi delle tribù radunate per quest'oggetto a Temora, palagio del re d'Irlanda, eletto unanimemente custode del giovine re.

Non avea governato a lungo gli affari di Colmac, quando fu recata la novella che Svarano, figlio di Starno, re di Lochlin, o sia della Scandinavia, avea disegnato d'invader l'Irlanda.

Cucullino, a tal nuova spedì tosto Munan figliuolo di Stirmal, guerriero irlandese, a Fingal, re o capo di quej Caledonj, che abitavano la costa occidentale della Scozia, per implorarne soccorso.

Fingal mosso non meno da un principio di generosità, che dall'affinità che passava tra lui e la famiglia regale d'Irlanda, risolse di far una spedizione in quel paese: ma prima ch'egli arrivasse, il nemico era già approdato ad Ulster.

Cucullino, in questo frattempo aveva raccolto il fiore delle tribù a Tura, castello di Ulster,e mandati scorridori lungo la costa, perché gli dessero pronte notizie dell'arrivo del nemico.

Tal è lo stato degli affari, quando il poema comincia.

L'azione del poema non comprende che cinque giorni, e cinque notti.

La scena è nella pianura di Lena, presso una montagna chiamata Cromla, sulla costa di Ulster.


Canto Primo

Cucullino postosi a seder solo sotto d'un albero, alla porta di Tura, mentre gli altri capitani erano iti a caccia sul vicino monte di Cromla, è avvisato dello sbarco di Svarano da Moran, figliuolo di Fiti, uno dei suoi scorridori.

Egli raduna i capi della nazione: si tiene un consiglio, nel quale si disputa se debbasi dar battaglia al nemico.

Conal, regolo di Togorma ed intimo amico di Cucullino , è di parere che debbasi differire sino all'arrivo di Fingal, ma Calmar, figlio di Mata, signore di Lara, contrada del Connaught, è d'opinione che s'attacchi tosto il nemico: Cucullino, già desideroso di combattere, s'attiene al parere di Calmar.

Nella rassegna dei suoi soldati non vede tre de' suoi più valorosi campioni, Fergusto, Ducomano e Cathbar.

Giunge Fergusto e dà notizia a Cucullino della morte degli altri due capitani.

L'armata di Cucullino è scoperta da lungi da Svarano, il quale manda il figliuolo di Arno ad osservare i movimenti del nemico, mentre egli schiera le sue truppe in ordine di battaglia.

Descrizione del carro di Cucullino.

Le armate si azzuffano; ma, sopraggiunta la notte, la vittoria resta indecisa.

Cucullino, secondo l'ospitalità di que' tempi invita Svarano ad un convito per mezzo del suo bardo Carilo.

Svarano ricusa ferocemente l'invito.

Carilo narra a Cucullino la storia di Grudar e Brassolis.

Si mandano per consiglio di Conal, alcune scorte ad osservare il nemico e con questo termina l'azione del primo giorno.

Di Tura accanto alla muraglia assiso,
Sotto una pianta di fischianti foglie
Stavasi Cucullin: lì presso, al balzo
Posava l'asta; appiè giacea lo scudo.

Membrava ei col pensiero il pro' Cairba
Da lui spento in battaglia; allor che ad esso
L'esplorator dell'ocèan sen venne,
Moran figlio di Fiti. Alzati, ei disse,
Alzati, Cucullin: già di Svarano
Veggo le navi; è numerosa l'oste,
Molti i figli del mar. Tu sempre tremi,
Figlio di Fiti, a lui rispose il duce
Occhiazzurro d'Erina, e la tua tema
Agli occhi tuoi moltiplica i nemici.

Fia forse il re de' solitarj colli,
Che a soccorrer mi vien. No, no, diss'egli,
Vidi il lor duce; al luccicar dell'arme,
Alla quadrata torreggiante mole
Parea masso di ghiaccio: asta ei solleva
Pari a quel pin che folgore passando
Disfrondato lasciò: nascente luna
Sembra il suo scudo. Egli sedea sul lido
Sopra uno scoglio, annubilato in volto,
Come nebbia sul colle. O primo, io dissi,
Tra' mortali, che fai? son molte in guerra
Le nostre destre, e forti: a ragion detto
Il possente sei tu; ma non pertanto,
Più d'un possente dall'eccelsa Tura
Fa di sé mostra. Oh, rispos'ei, col tuono
D'un'infranta allo scoglio, e mugghiante onda,
Chi mi somiglia? al mio cospetto innanzi
Non resistono eroi; cadon prostrati
Sotto il mio braccio. Il sol Fingal, il forte
Re di Morven nembosa, affrontar puote
La possa di Svaran. Lottammo un tempo
Sui prati di Malmorre, e i nostri passi
Crollaro il bosco; e traballàr le rupi
Smosse dalle ferrigne ime radici;
E impauriti alla terribil zuffa
Fuggir travolti dal suo corso i rivi.

Tre dì pugnammo, e ripugnammo; i duci
Stetter da lungi, e ne tremàr. Nel quarto
Vanta Fingàl, che 'l re dell'oceàno
Cadde atterrato; ma Svaran sostenta
Ch'ei non piegò ginocchio, e non diè crollo
Or ceda dunque Cucullino oscuro
A lui, che nell'indomita possanza,
L'orride di Malmor tempeste agguaglia.

No, gridò il duce dal ceruleo sguardo,
Non cederò a vivente: o Cucullino
Sarà grande, o morrà. Figlio di Fiti,
Prendi la lancia mia; vanne, e con essa
Batti lo scudo di Cabar che pende
Alla porta di Tura: il suo rimbombo
Non è suono di pace; i miei guerrieri
L'udiran da' lor colli. Ei va; più volte
Batte il concavo scudo: e colli, e rupi
Ne rimbombaro, e si diffuse il suono,
Per tutto il bosco. Slanciasi d'un salto
Dalla roccia Curan; Conallo afferra
La sanguinosa lancia; a Crugal forte
Palpita il bianco petto; e damme, e cervi
Lascia il figlio di Fai. Ronnàr, Lugante,
Questo è lo scudo della guerra, è questa
L'asta di Cucullin: qua, qua, brandi, elmi;
Compagni all'arme. Vèstiti l'usbergo
Figlio dell'onda: alza il sanguigno acciaro
Fero Calmàr. Che fai? su sorgi, o Puno,
Orrido eroe: scotetevi, accorrete
Eto, Calto, Carban: tu 'l rosseggiante
Alber di Cromla, e tu lascia le sponde
Del patrio Lena; e tu t'avanza, o Calto,
Lunghesso il Mora, e l'agil piede impenna.

Or sì gli scorgo: ecco i campion possenti
Fervidi, accesi di leggiadro orgoglio.
La rimembranza dell'imprese antiche
Sprona il valor natio. Son i lor occhi
Fiamme di foco, e de' nemici in traccia
Van dardeggiando per la piaggia i sguardi.

Stan su i brandi le destre: escon frequenti
Dai lor fianchi d'acciar lampi focosi.
Ciascun dal colle suo scagliossi urlando,
Qual torrente montan. Brillan i duci
Della battaglia nei paterni arnesi,
Precedendo ai guerrier: seguono questi
Folti, foschi terribili a vedersi,
Siccome gruppo di piovose nubi
Dietro a rosse del ciel meteore ardenti.

S'odon l'arme stridir; s'alzan le note
Del bellicoso canto: i grigi cani
Le interrompono cogli urli; e raddoppiando
L'indistinto fragor Cromla rintrona.
Stettersi tutti alfin sopra il deserto
Prato di Lena, e l'adombrar; siccome
Nebbia là per l'autunno i colli adombra,
Quando oscura, ondeggiante in alto poggia.

Io vi saluto, Cucullin comincia,
Figli d'anguste valli, oh vi saluto,
Cacciatori di belve; a noi ben altra
Caccia s'appresta, romorosa, forte
Come quell'onda che la spiaggia or fere.

Dite, figli di guerra: or via, dobbiamo
Pugnar noi dunque, od a Lochlin la verde
Erina abbandonar? Parla, Conallo,
Tu fior d'eroi, tu spezzator di scudi,
Che pensi tu? più d'una volta in campo
Contro Lochlin pugnasti; ed or vorrai
Meco la lancia sollevar del padre?


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Le cose di lassù

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Esercizi spirituali con Benedetto XVI

9788882723101.jpg

Autore: Giacomo Biffi

Editore: Edizioni Cantagalli

Prima edizione: 03/2007

Edizione corrente: 03/2007

EAN-ISBN: 9788882723101

Pagine: 224

Dimensioni: 13,5x21,0 cm

Prezzo di copertina: 14,50 Euro

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Descrizione
Nel volume sono pubblicati gli esercizi spirituali che il Cardinale Giacomo Biffi, Arcivescovo Emerito di Bologna, ha tenuto alla presenza del Santo Padre Benedetto XVI e della Curia romana.

Il volume attraverso varie testimonianze e meditazioni offre al lettore un testo che toglie il fiato e lascia il cuore pieno di gioia.


Note biografiche
Giacomo Biffi (Milano, 1928) è cardinale arcivescovo emerito di Bologna ed autore di numerosi libri e saggi caratterizzati dalla profondità delle riflessioni e dall'ironia dello stile.


Recensione
La profondità delle cose. Gli esercizi spirituali del cardinale Biffi alla presenza di Benedetto XVI.
di Carlo Dignola (Tracce, maggio 2007)

«Tutti abbiamo bisogno di convertirci»

C'è un profumo antico, fra queste pagine.

Di un cristianesimo essenziale.

Di cose necessarie alla vita.

La copertina non rende giustizia al libro del cardinale Giacomo Biffi.

È un famoso quadro di Dalì: un Crocifisso in ombra ha invaso tutto il cielo e incombe su una terra dove una barca a riposo, dopo la pesca, sulle rive di un lago, respira nei colori dell'aurora la promessa di un nuovo giorno sereno.

L'immagine di questo pittore folle, eppure a suo modo cristiano, dimostra in fondo una delle tesi di queste meditazioni: quanto poco il nostro tempo - non solo quello laicista e ateo - abbia compreso Cristo.

I colori di Biffi sono opposti.

Le cose di lassù raccoglie gli Esercizi spirituali quaresimali che il Cardinale ha tenuto quest'anno alla fine di febbraio, alla presenza di Benedetto XVI: anche un Papa, infatti, ha bisogno di imparare qualcosa di nuovo su Gesù Cristo.

«Nessuno pensi di non aver bisogno di conversione, avverte infatti Biffi: sarebbe il modo più semplice e fatale di vanificare l'azione e il mistero di Cristo».

Il titolo allude a qualcosa di superiore, non poi così lontano da noi, se siamo leali con i dati dell'esperienza, e la consideriamo per intero: «''Mondo invisibile'' - scrive il Cardinale - non significa ''mondo remoto" mondo astratto e incorporeo.

Le ''cose di lassù'' sono sostanziosamente presenti e operanti nella nostra esistenza di quaggiù.

Nella riflessione introduttiva spiega che è «sempre in agguato nei nostri animi la propensione a rimpicciolire l'universo», che siamo esperti dell'«arte infausta di immiserire il reale».

Persino il reale che ha mosso in noi la fede.

E alla fine anche il credente, «pur credendo di credere, a poco a poco esce dall'autentica prospettiva di fede».


Osservazioni antropologiche
Ci sono riflessioni altamente teologiche in queste pagine, come quando Biffi dice che «la Chiesa è, primariamente ed essenzialmente, una memoria», non «il richiamo a un'idea, a una teoria, a una dottrina», ma «il ricollocarci intenzionalmente al cospetto di una persona», al «fascino della sua Grazia»; o quando spiega perché Gesù scelse una cena per rimanere per sempre con i suoi, o il bel capitolo finale dedicato alla vita della Madonna (che sta tornando al centro della ''novità'' cristiana).

Ma ci sono anche squarci di osservazioni antropologiche estremamente efficaci, piene di ''realismo" ''concretezza'' e anche di ''umorismo'' - come fa notare Benedetto XVI nel ringraziamento pubblicato in calce al volume.

Ad esempio quando il Cardinale nota: «Non è vero che oggi non ci sia più il senso del peccato. C'è un acutissimo senso del peccato altrui».

O quando descrive un'umanità che si «proibisce ogni speranza» «quasi con voluttà»; che «sembra diventata sempre più incapace di ringraziare, e perciò si allontana sempre più dalla gioia»; o nota quanto sia «impietoso vivere in un ambiente che è divenuto incomprensibile».

Profonda è l'analisi sull'«essere per la morte» che sembra dominare la nostra cultura, come una «depressione di massa» dell'intellectus, alla quale la Chiesa contrappone quasi con ingenuità le sue sistematiche posizioni pro-life.

«La scelta dell'''uomo naturale''» - scrive Biffi (che non è un nemico esterno) - «non è tra una vita futura, di cui egli non sa niente, e una godibile vita presente. La scelta è tra un'esistenza svuotata - e svuotata già adesso, subito - di verità, di scopo, di ragionevolezza, e la speranza che qualche evento venga a darci un senso e un traguardo».

Realtà bellissima La metanoia - spiega il Cardinale - la spinta a invertire la direzione di marcia, non nasce tanto da uno sforzo dell'uomo: è la percezione «di una realtà bellissima che ci sovrasta», e che è misteriosamente presente nel mondo - tramite la Chiesa - a farci cambiare strada, non certo la contemplazione ombelicale della nostra inadeguatezza.

Nella vita del cristiano non servono «atti ostentati» - insiste il Cardinale, citando il Vangelo -, niente presuntuose autoflagellazioni, anche solo morali: con la conversione (un processo mai finito) semplicemente «l'uomo ritorna sincero con se stesso, rientra in sè».

Ciò che realmente cambia la vita è un avvenimento, non una teoria: perché - scrive Biffi in quello che è forse il passaggio chiave delle sue meditazioni - «la morte è un fatto, e contro i fatti nessuna filosofia, nessuna ideologia, nessuna illusione estetica, nessuna determinazione volontaristica riesce a spuntarla. A un fatto soltanto un altro fatto può opporsi vittoriosamente».

E più oltre chiarisce: «Il cristianesimo primariamente e sostanzialmente è un ''fatto"; e un fatto ''nuovo'' , ''sconvolgente"; che rompe ogni schema'' in cui gli Apostoli per primi si sono imbattuti, con tutto il loro carico di sorpresa, di incredulità , di incapacità di capire.

È a un uomo diverso dagli altri («il più affascinante, nel suo significato più profondo e più vero») che gli apostoli sono costretti ''ad arrendersi"; perché li muove a valutare tutta la loro vita in modo diverso: «L'emozione di chi La scelta è tra un'esistenza svuotata di verità di scopo, di ragionevolezza, e la speranza che qualche evento venga a darci un senso e un traguardo si è sentito personalmente afferrato e coinvolto in un'esperienza inattesa e sconvolgente è testimoniata un po' da tutte le pagine del Nuovo Testamento».

Aneddoto finale Biffi contesta l'idea di un cristianesimo ''naturale"; di un ''vangelo'' già presente nell'esperienza umana che precederebbe quello annunciato da Gesù: posizioni teologiche, che rischiano di rendere Cristo qualcosa di ''superfluo"; che ''sbiadiscono'' la fede fino a renderla inconsistente.

E dice con chiarezza che «nella cristianità non c'è oggi forse questione più grave e pungente di questa»: Cristo è ''unico"; oppure l'uomo compie se stesso semplicemente credendo in buona fede a ciò in cui gli è stato insegnato a credere?

A volte di fronte a certe prospettive ''ecumeniste" tutte prese da una nuova modulazione della ''relazione con il mondo'' e che dimenticano quella con Cristo, viene da domandarsi se la «santa madre Chiesa» - come Biffi invita di nuovo a chiamarla - serva ancora a qualcosa.

Bellissimo il capitolo sull'Anticristo di Solov'ev, ''convinto spiritualista"; tollerante e pacifista, ecologista e umanista, che già da anni il Cardinale presenta con una vera e propria parabola sul nostro tempo, dai toni anche profetici.

E l'aneddoto finale su Giovanni Paolo I, da non perdere.

Ma la cosa che appare più straordinaria, chiudendo queste pagine per entrare davvero nel ''tempo di Pasqua'' di cui vive la Chiesa, è che lungo i secoli, in mezzo alle più disparate tempeste teoretiche e morali, un gruppo si uomini abbia sempre fedelmente custodito tutto questo.


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I figli di Beowulf 2008

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Il nuovo fantasy italiano

9788895708133.jpg

Autore: AA. VV.

Editore: Midgard Editrice

Prima edizione: 03/2008

Edizione corrente: 03/2008

EAN-ISBN: 9788895708133

Pagine: 146

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 14,4x20,5 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

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Descrizione
I figli di Beowulf 2008 è un antologia di racconti e saggi brevi dedicati al fantasy italiano, una raccolta che spazia attraverso tematiche e stili diversi in modo originale e stimolante.

Tullio Bologna affronta la storia d Italia, ricostruendo un Medioevo fantastico alternativo, in cui paganesimo e cristianesimo convivono.

Teresa Regna ci presenta un racconto di atmosfere celtiche.

Claudio Foti scrive un opera di fiction che ha per protagonista il mitico scrittore americano di Heroic Fantasy Robert E. Howard.

Nella sezione saggistica, Giuseppe Panella analizza un film capostipite del fantastico italiano come "La corona di ferro" di Blasetti.

Altri testi completano l'antologia.

Il volume è a cura di Alberto Henriet.

Introduzione di Alberto Henriet.

Racconti di Tullio Bologna, Teresa Regna, Alberto Henriet, Fulvio Gatti, Claudio Foti e Valentino Sergi.

Saggi di Giuseppe Panella, Francesco Rebuffo e Gianluca Casseri.

Illustrazioni di Roberto Bonadimani, Marco Gordini e Marco Privato.


Note biografiche
Alberto Henriet è nato ad Aosta il 14 Ottobre 1962.

Ha studiato al DAMS/Indirizzo Spettacolo di Bologna.

Al suo attivo ha una serie di racconti di fantascienza e fantasy apparsi in pubblicazioni professionali (L'Eternauta, Nova SF*, Futuro Europa) e antologie (Futuraosta, Nel nome di Conan, Sangue sintetico).

Ha pubblicato con Midgard il fantasy Storia di un cavaliere gotico (2007), incentrato sul personaggio di Kylmer il cavaliere barbaro errante.


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