Autore: Giacomo Biffi
Editore: Edizioni Cantagalli
Prima edizione: 10/2007
Edizione corrente: 10/2007
EAN-ISBN: 9788882723347
Pagine: 640
Dimensioni: 14,5x21,0 cm
Prezzo di copertina: 23,90 Euro
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Descrizione
Un importante testimone del nostro tempo si racconta, con ironia e franchezza: Giacomo Biffi sceglie "al guazzabuglio dei giorni trascorsi" i fatti, le parole, le persone "meritevoli di essere salvati dalla dimenticanza".
Emerge cosi' dal passato il vivido ricordo della casa natale, della scuola, della sua formazione umana e cristiana; quindi la preparazione all'ordinazione presbiteriale, i trent'anni al servizio della Chiesa di Milano, per giungere infine al periodo trascorso alla guida della Chiesa di Bologna.
Una gioiosa scorribanda nel passato, un esempio per chi, tra le nuove generazioni, vorrà intraprendere la ricerca della Verità.
Note biografiche
Giacomo Biffi (Milano, 1928) è cardinale arcivescovo emerito di Bologna ed autore di numerosi libri e saggi caratterizzati dalla profondità delle riflessioni e dall'ironia dello stile.
Per Cantagalli ha pubblicato anche Le cose di lassù. Esercizi spirituali con Benedetto XVI predicati al Papa e alla Curia romana nella Quaresima 2007.
Recensione
ALFABETO BIFFIAMO
Compendio alle Memorie e digressioni di un italiano cardinale
di Camillo Langone (Il Foglio, 6 dicembre 2007)
ANGELISMO.
Biffi non viene dal nulla al pari del suo amico don Giussani, spesso citato nelle memorie: l`idea di cristianesimo non come moralismo ma come evento salvifico arriva da Venegono, il seminario varesotto frequentato da entrambi.
In particolare viene dal rettore don Giovanni Colombo, in seguito arcivescovo di Milano.
''Non si deve peccare di angelismo'' raccomandava ai futuri preti. I quali sulle prime non capivano: angelismo? che roba e'? Poi capirono.
BORROMEO.
Il cattolicesimo biffiano è di rito ambrosiano e ascendenza borromaica, sia per via di Carlo (il santo nasuto che combattè gli eretici e la peste) che di Federico (il cardinale manzoniano che sviluppò gli oratori).
Così, giusto per ricordare a quali altezze arrivò il cognome, prima di ridursi a fare da coroncina su benestanti autocentrate.
CORRIERE DELLA SERA.
Biffi insegna che il Corriere non cambia mai.
Nel gennaio 1945 il cardinale Schuster fissò per il settembre dello stesso anno (''essendo egli certo che il conflitto sarebbe nel frattempo finito'') un grande congresso eucaristico diocesano da tenersi a Monza.
L'arcidiocesi di Milano, una delle più popolose del mondo, si mobilitò dalla prima all'ultima delle sue parrocchie, compresi gli oratori allora frequentatissimi dai ragazzi.
L'ultimo giorno. Per le vie della città della corona ferrea, sfilarono più di un milione di persone.
''A memoria d'uomo non si ricordava una manifestazione così significativa e imponente''.
Il Corriere del tempo diede la notizia in poche righe seminascoste.
È vero, il Corriere di oggi darebbe a un simile evento spazio maggiore, ma poi lo farebbe sminuire dal commento di Alberto Melloni e il risultato sarebbe sempre quello del '45.
DOSSETTI.
''Giuseppe Dossetti e' stato un autentico uomo di Dio''. Perbacco.
''Un asceta esemplare.'' Caspita.
''Un discepolo generoso del Signore che ha cercato di spendere totalmente per lui la sua unica vita''. Accipicchia.
Biffi inizia elogiando il defunto prete democristiano ma prosegue ricordando il giudizio che di lui avevano Pertini ("come politico non valeva niente'') e don Divo Barsotti (''la sua teologia non era sufficientemente fondata'').
Nel `91 un costernato Biffi lesse il discorso dossettiano in cui la Torah (la legge mosaica) veniva presentata come via di salvezza per gli ebrei, ridimensionando Cristo a salvatore dei soli gentili.
Don Giuseppe, il padre del cattocomunismo, era un autodidatta caparbio che si fissava sui propri convincimenti ignorando maestri e interlocutori.
Era un fesso (parola di Pertini, ''quel volpone di Dozza se l'è mangiato in un boccone") che si credeva furbissimo, vantandosi di aver condizionato i lavori del Concilio Vaticano II con i machiavellismi imparati alla Costituente.
Insomma un cattolico balordo ma un italiano vero.
EMILIA SAZIA E DISPERATA.
Nel 1985 in Italia circolava una leggenda: il paradiso emiliano.
Aspiranti studenti fuorisede, registi cinematografici romani, meridionali nemici del meridione, giornalisti con poche idee e tante pagine da riempire, tutti favoleggiavano di una Shangri-La tra le pianure.
Il mito si basava su dati reali (alti redditi, forti consumi, servizi più efficienti che altrove) irrealisticamente interpretati, come se di solo pane (o automobili, discoteche, asili comunali...) potesse vivere l`uomo.
Biffi, fresco arcivescovo di Bologna, scorrendo le tabelle dell'Istat scoprì che la regione Emilia-Romagna primeggiava anche per aborti, denatalità, suicidi.
Conversando con dei giornalisti coniò quindi l'epocale coppia di aggettivi: ''Emilia sazia e disperata''.
La frase ebbe enorme successo e fu anche profetica siccome una ricchezza senz'anima e senza prole non poteva avere altro esito che il presente abbandono delle città, dei centri storici emiliani, nelle mani degli alieni, dei criminali, dei pisciatori nei portici, con i benestanti asserragliati nelle ville in collina.
FRANCESCO.
Matilde Bernabei, produttrice dello sceneggiato su San Francesco d'Assisi da poco andato in onda, si è avvalsa della consulenza storica dell`islamofilo Franco Cardini.
Se avesse consultato Biffi ci avrebbe risparmiato il kitsch teologico dell'incontro santo-sultano, scena girata non per avvicinarsi alla verità storica di quell'episodio legato alla Quinta Crociata bensì per inchinarsi al cosiddetto dialogo, parola-feticcio del XXI secolo ma non certo del XIII.
Nelle sue memorie il cardinale riporta la testimonianza di frate Illuminato, compagno di Francesco nella spedizione.
Al cospetto del sultano, il santo disse queste precise parole: ''I cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti più uomini potete''.
Gli spettatori televisivi non lo sapranno mai.
GIOVANNI XXIII.
Gli stava simpatico, Papa Giovanni, a Giacomo Biffi.
''Solo la valutazione di alcune frasi mi lasciava esitante''.
Quella pronunciata nel discorso di apertura del Concilio, in cui Giovanni XXIII ironizzava sui ''profeti di sventura''.
Tutti ad applaudire tranne Biffi, memore che nella Bibbia l'ottimismo e' prerogativa dei falsi profeti mentre i profeti autentici, Ezechiele, Geremia, Isaia, sono tutti annunciatori di calamità.
E quell'altra frase secondo la quale ''bisogna guardare più a ciò che ci unisce che a non a ciò che ci divide''.
Biffi ancora oggi scuote la testa: ''In virtù di questo principio, Cristo potrebbe diventare la prima e più illustre vittima del dialogo con le religioni non cristiane''.
Figuriamoci se gli stava antipatico.
HOTEL ITALIA.
Questa nazione non è un albergo, dice Biffi, un luogo neutro dove andare e venire senza rendere conto a nessuno, ''una landa deserta o semidisabitata, senza storia, da popolare indiscriminatamente''.
In materia di immigrazione è nettissimo: ''Non esiste un diritto di invasione''.
Indica anche un metodo: ''Andrebbero preferite le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l'inserimento risulterebbe enormemente agevolato. Questa linea di condotta non dovrebbe lasciarsi condizionare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall'ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche''.
In pratica Biffi sta esortando Cesare a comportarsi da Cesare, solo che Cesare non risponde, forse non sente, starà facendosi imboccare dalla badante.
INSEGNANTI.
''Eravamo in cinquantaquattro a studiare e a vivere nella medesima camerata''.
Il seminario dal quale uscirono tanti magnifici uomini di chiesa era il contrario della scuola italiana contemporanea, in cui la più alta spesa per studente d'Europa produce la più lampante somaraggine.
Colpa della scarsa qualità degli insegnanti, certo, ma anche del loro numero eccessivo: a Venegono gli allievi erano moltissimi e gli insegnanti pochissimi e perciò autorevolissimi.
JOURNET.
Ai seminaristi un giorno fece lezione Charles Journet.
L'abate svizzero pronunciò parole indelebili: ''I membri della chiesa peccano non in quanto sono a lei connessi, ma in quanto la tradiscono: sicché la chiesa, che non è mai senza peccatori, è sempre in se stessa senza peccato''.
Biffi se ne ricord' quando Giovanni Paolo II gli sottopose la bozza della ''Tertio millennio adveniente'' in cui la chiesa chiedeva perdono per i peccati della sua lunga storia.
Il cardinale disse al Papa ''con rispettosa franchezza'' che proprio non c`eravamo. Il Papa ammorbidì varie espressioni.
Il cardinale continuò a giudicare inopportuna l'iniziativa.
LUCIANI.
Papa Giovanni Paolo I era uomo di salute cagionevole e voce flebile ma di pensiero nient'affatto debole.
Ce lo ricorda Biffi o meglio ce lo fa sapere per la prima volta, siccome anche i cattolici, condizionati dai media anticattolici, pensano a lui come a un parroco di campagna, ingenuo e conciliante, stritolato dalla gerarchia reazionaria.
Niente di tutto questo.
Anzi: tutto il contrario di questo.
All'epoca del referendum sul divorzio, Albino Luciani fu antidivorzista fattivo: ''Da patriarca non aveva esitato a prendere provvedimenti a carico della Fuci veneziana, che si era dichiarata per il no, esautorandone addirittura l'assistente ecclesiastico. Fu l`unico vescovo italiano che ebbe questa fermezza''.
In pratica scomunicò gli universitari cattolici perché, votando in favore del divorzio, disobbedivano alla chiesa.
E all'indomani dell'elezione al soglio pontificio si rivolse ai cardinali con un discorso centrato sulla disciplina ecclesiale.
Questo era Papa Luciani.
MONARCHIA.
Fra le tante cose, Memorie e digressioni di un italiano cardinale è una summa di storia italiana novecentesca.
La complessa materia istituzionale è liquidata in poche righe definitive. ''Chi propendeva per la monarchia era spinto anche dal pensiero che quell'istituto poteva offrire qualche garanzia supplementare contro un eventuale colpo di scena del comunismo. Ma, si obiettava, se un re non ha saputo opporsi all'irruzione fascista, come si può sperare che un re riesca a opporsi a un movimento storico ben più potente e universale come il marxismo?''
Anche un monarchico demaistriano resta colpito dal ragionamento, salvo riprendersi dopo essersi ricordato che Biffi non sta parlando dei Borbone ma dei Savoia, ''monarchi aridi, scettici, religiosamente poco sensibili'', che non si meritavano altro.
NIENTE.
Altre frasi da sottolineare sono contenute nell'intervista pubblicata da Avvenire il 27 maggio 1990: ''Io penso che l'Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la cultura del niente''.
ONOMASTICA.
Negli anni Trenta i cattolici milanesi riuscirono a mantenersi impermeabili al fascismo, sotto l'usbergo di Papa Pio XI, del cardinal Schuster e di un clero fiero del proprio abito.
Biffi ne ha la prova: ''In tutta la via Paolo Frisi e fra le centinaia e centinaia di frequentatori dell`Oratorio di via Francesco Redi, a differenza di ciò che avveniva altrove, in quegli anni non si è mai avuto notizia di un solo bambino che si chiamasse Benito''.
PINOCCHIO.
Come il cardinale Bembo, il cardinale Biffi è un grande critico letterario.
Invece di specializzarsi in Petrarca si è specializzato in Pinocchio, studiandolo nel tempo lasciato libero dalla cura d'anime.
In Pinocchio prima che in Collodi: secondo il critico-cardinale l`opera trascende l'autore o meglio l`idea corrente che si ha di Carlo Lorenzini, considerato un mazziniano quindi un anticattolico.
Accadde qualcosa tra il 27 ottobre 1881 e il 16 ottobre 1882, tra il giorno in cui Collodi pensò di concludere la storia facendo impiccare il burattino sotto la Quercia grande, e il giorno in cui riprese la pubblicazione a puntate cambiandola di segno, introducendo la Fata Turchina ovvero ''l'idea della redenzione e il principio femminile della salvezza''.
Il mazziniano, forse deluso dagli esiti risorgimentali, ridiventò cristiano, come la religiosissima madre Angiolina e gli insegnanti del seminario di Colle Val d'Elsa frequentato da ragazzo.
QUARTIERI MILANESI.
Con ''Memorie e digressioni'', Biffi apre il sipario sulla vita dei quartieri popolari milanesi nella prima metà del Novecento.
Le laterali di corso Buenos Aires erano brulicanti di italiani, per giunta milanesofoni.
Nella sua via Paolo Frisi c'era un prestinèe (fornaio), un fondeghèe (droghiere), un cervellèe (salumiere), uno sciostrèe (carbonaio), un polentatt (venditore di polenta) e un busecchèe (venditore di trippa).
Oggi nella stessa strada alzano la serranda il Turnè night bar, il ristorante La pena de pocho (cucina peruviana), Ismail Adel (pavimenti in legno e decorazioni arabe), La Fenice vintage (vecchie borse Gucci), il ristorante pizzeria La Ragazza (titolari cilentani)...
Più nessuna possibilità di farsi una bicerada, come quella a base di barbera che all'osteria Peracchio, il 23 dicembre 1950, festeggiò l'ordinazione sacerdotale di Giacomo Biffi, avvenuta poche ore prima nella chiesa di San Bernardino alle Ossa.
RAFFINATA E SQUALLIDA.
Per la precisione, durante quell'omelia pronunciata in San Petronio nel giorno dell`Immacolata Concezione, Biffi parlò di ''una donna sostanzialmente squallida, anche se esteriormente raffinata''.
È il modello di donna imposto dalle riviste femminili, dalla televisione, dalla pubblicità, che il cardinale considerava e considera l'antitesi della Madonna.
''Fin dagli Stati Uniti si levarono voci indignate''.
SCOMUNICA.
Che bella parola.
Gli ignoranti la collegano al medioevo, al potere temporale, all'inquisizione o a qualsivoglia altra leggenda nera.
Invece è verità bianca, che Biffi restaura descrivendone la genesi evangelica.
La scomunica viene istituita da Gesù a Cafarnao, sul lago di Tiberiade, per proteggere gli innocenti, i semplici: chi scandalizza il prossimo col suo comportamento, e non si lascia persuadere né dall'ammonizione personale né da quella pubblica, ''sia per te come un pagano e un pubblicano'' (Matteo 18,17).
TEOLOGIA.
Biffi respinge la definizione di teologo.
Per modestia? Non solo: ''Nella repubblica teologica da diversi anni circolano molti coi quali mi dispiacerebbe esser confuso''.
UNIVERSITÀ CATTOLICA.
Si pensava che la Cattolica di Milano, noto covo ciellino, fosse da sempre un baluardo della civiltà cristiana, e che certi remoti scricchiolii fossero da addebitare a uno di quei professori, aspiranti eresiarchi, in seguito giustamente allontanati.
Invece ci fu un tempo in cui la venerabile istituzione barcolloò finanche nella persona del suo rettore, Giuseppe Lazzati.
Correva l`annus horribilis 1974, quando al referendum sul divorzio gli italiani voltarono le spalle al proprio passato e al proprio futuro.
Biffi, allora parroco di Sant'Andrea (fuori Porta Romana), visse mesi di pena: Non solo per la distruzione del ''principio dell'indissolubilità del matrimonio che arginava gli impulsi egoistici degli adulti e tutelava il diritto dei figli di crescere in un contesto non disarmonico''.
Anche per i tanti cattolici che, annusando l'aria divorzista, tradirono.
Lazzati concesse aule universitarie ai paladini del divorzio e le negò ai contrari.
''Per motivi di ordine pubblico'' fu la motivazione.
Biffi nel suo caso è durissimo, non gli concede nemmeno la simpatia umana che concede a Dossetti: ''Bella università cattolica, e bell'esempio di coraggiosa militanza ecclesiale''.
VERITA.
''Il primo dovere del'`Apostolo, e quindi del Vescovo suo successore - secondo il comando del Signore -- è di evangelizzare gli uomini, cioè di cristianizzarli. di far loro conoscere ed amare Cristo, unica verità che salva e libera'',
ZOO.
A pagina 254 Biffi racconta di essere stato allo zoo di Roma, in una delle due o tre mezze giornate libere della sua vita.
Embè? Che significa?
Significa che quando un autore chiama le cose, anche le più marginali, col loro nome, quando ad esempio chiama zoo uno zoo, e non bioparco, allora bisogna assolutamente leggerlo.
Teologo?
''Nella repubblica teologica da diversi anni circolano molti coi quali mi dispiacerebbe essere confuso''
La scomunica non è un istituto medievale, viene istituita da Gesù a Cafarnao, per proteggere gli innocenti, i semplici
''Non si deve peccare di angelismo'' diceva ai futuri preti. I quali non capivano: angelismo? che roba è? Poi capirono
''Ci fu un solo vescovo che esautorò l'assistente della Fuci per il no al referendum sul divorzio'' Questo era Papa Luciani
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Autore: Daniela Messi
Editore: Edizioni Angolo Manzoni
Prima edizione: 03/2008
Edizione corrente: 03/2008
EAN-ISBN: 9788862040181
Pagine: 104
Rilegatura: Brossura
Dimensioni: 17x24 cm
Prezzo di copertina: 10,00 Euro
Descrizione
Minna Miriam Levi è un'investigatrice sui generis, una signora di mezza età dal sorriso luminoso, che ama il lato in penombra della vita: piccoli, affascinanti misteri, domestici o poco oltre, tuttavia mai banali.
Ciò che l'attira, non è la soluzione, per questo non possiede un vero e proprio metodo: si limita a meditare sulle cose e a ricavarne impressioni, senza mai forzarle.
Indice
IL CASO DI NAHUM GOLDMANN;
IL CASO DEI GUANTI GIALLI;
IL CASO DEL BAMBINO DI PIZZO;
IL CASO DELLA FATA IMPERTINENTE
Note biografiche
Daniela Messi vive e lavora a Torino.
Magistero in Scienze Religiose, insegnante nella scuola media, con Il Leone Verde Edizioni ha pubblicato libri di cucina letteraria.
Estratto
«Fu così che Minna vide il bambino vestito di pizzo.
Stava proprio attaccato alla ringhiera, che ancora non superava col capo, e il suo atteggiamento suggeriva che stesse fissando il vuoto, ma la signora Levi non poteva vedere i suoi occhi.
Poi, lentamente, il bambino si staccò dal parapetto di ferro nero e, senza voltarsi, incominciò a camminare all'indietro verso la porta di casa.
Minna lo vide incespicare sulla soglia, là dove forse c era un gradino, quindi varcare gli stipiti e scomparire nel buio...»
La Collana Corpo 16 Junior è una collana a grandi caratteri, con una veste grafica mirata al lettore dislessico e tuttavia leggibile per tutti.
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Pulisci il fango dalle ali
Autore: Astrid Frigerio
Editore: WLM Edizioni
Prima edizione: 01/2008
Edizione corrente: 01/2008
EAN-ISBN: 9788890259623
Pagine: 100
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,8x20,5 cm
Prezzo di copertina: 9,00 Euro
Descrizione
Due destini uniti da una inquietante realtà.
Cosa nascondono i loro occhi?
Fino a dove sono disposte ad arrivare, queste due donne per essere libere?
Un enigma, amicizia, amori controversi e tanti colpi di scena in questo romanzo giallo.
Lo stile della narrazione, elegante e involuto, offre al lettore l'immersione diretta in un'atmosfera di gioco intellettuale e di personalità scolpite dalle parole in modo icastico, da apparire quasi simboliche nella loro netta definizione sulla pagina.
La storia, sentimentale condita da un pizzico di giallo, è forse troppo ingenua per le complessità del mondo contemporaneo, le cui mille trappole trasformano la vita quotidiana in un labirinto pieno di minacciose incognite.
Ancor più destabilizzante risulta quindi l'enigma di specchi in cui il protagonista si trova a camminare, archetipico Teseo incapace di seguire il filo della sua peculiare Arianna che lo guida verso un Minotauro tanto più mostruoso quanto più umano; è un percorso alla cieca, bendato dall'affetto e dall'emotività che tradisce anche la sua mente razionale.
Inaspettatamente il ruolo di mente contorta ma lucidissima spetta invece alla donna, vera incarnazione dell'intrico di riflessi distorti, dei suoi misteri e dei suoi segreti nascosti e terribili; ma i traumi del passato hanno forgiato una personalità fortissima, che anche se divisa resta comunque doppiamente energica di una duplice tempra, fino alla fine indissolubile e binomica.
Conservando il parallelo mitologico, ella non è più l'Arianna abbandonata, bensì assume il ruolo di Dedalo, unico artefice in grado alla fine di sfuggire con le proprie forze al suo stesso Labirinto, volando verso la libertà.
L'uomo in confronto risulta tradire l'immagine stereotipa del "sesso forte": in ognuno dei personaggi maschili presenti nel racconto si evidenzia un tipo di debolezza dell'essere umano.
In questa storia come nella realtà ogni moneta ha due facce: ogni soggettività cela in sé difetti e qualità positive, che tendono ad amalgamarsi ed essere gli uni o le altre a seconda del modo di reagire ad una situazione.
Questa dualità intrinseca culmina, nel bene e nel male, non in Giulia/Lidia (come si potrebbe banalmente pensare), bensì in Francesco: icona dell'animo intelligente e sensibile, guidato dai sentimenti, riveste il ruolo di angelo custode, ma la sua stessa gentilezza d'animo lo rende impotente di fronte a un mistero che la sua mente e il suo cuore sono insufficienti a risolvere.
Michela Tafelli
Note biografiche
L'autrice Astrid Frigerio, nata a Como il 13/01/1970, esordisce con questo giallo noir, inizialmente composto dagli appunti per una sceneggiatura.
Estratto
La macchina color blu metallizzato di Francesco attraversava la città e questa giornata di sole.
Si fermò all'inizio di una strada, permettendo ai due occupanti di leggere sull'abitazione ad angolo la targa grigia, ormai consumata, con il nome della via: "Leonardo da Vinci".
Era una via a senso unico, con macchine parcheggiate su entrambi i lati.
Una fila ordinata d'alberi faceva da cornice al passaggio delle auto e da compagnia ai negozi multietnici e artigianali che completavano la sua elegante semplicità.
L'auto proseguì lenta e con andatura indisciplinata, rallentò davanti a un negozio con ampie vetrate ma sembrò non convincerla; quindi riaccelerò, mantenendo un ritmo lento e insicuro: probabilmente stava cercando un numero civico, una scritta o un particolare che dava conferma alle ricerche.
Rallentò di nuovo.
Ventidue! Eccolo! urlò entusiasta Mario dalla sua scomoda postazione di navigatore inesperto.
Si trovava a una distanza troppo ravvicinata per le tenere orecchie di Francesco e con il braccio, con cui puntava il bersaglio raggiunto, gli offuscava la visuale di guida.
Francesco cercò, con movimenti impacciati della testa, di trovare uno spiraglio che gli permettesse di poter vedere oltre quel pezzo di camicia che si era improvvisamente inserito fra lui e la strada.
Rassegnato, spostò maldestramente il braccio e frenò bruscamente, provocando un bizzarro movimento dell'autovettura non molto apprezzato dalle macchine a tergo, ormai spazientite dai continui cambi d'umore del veicolo.
Stai calmo al tuo posto, il timbro di Francesco era pacato.
Difficilmente trovava situazioni in grado di far emergere un lato aggressivo - tra l'altro inesistente.
Vuoi farmi litigare con tutte le macchine del circondario? - poi l'ho visto il posto.
Incredulo anch'egli delle parole appena pronunciate, cercò con totale indifferenza la targhetta con scritto il numero ventidue, ma senza apparente risultato.
Costeggiò lentamente il bordo destro della strada, permettendo alla piccola colonna di macchine, creatasi a causa sua, di poter superare.
Dove stai guardando?
L'hai già superato! il tono ironico di Mario sfotteva la fierezza di Francesco.
Cerca un parcheggio, invece!
Il giovane autista, ignorando totalmente le allusioni sarcastiche dell'amico, ripartì con la sua vettura, pronto ad affrontare la seconda insormontabile avventura della giornata: cercare un parcheggio.
La macchina rasentò lentamente le auto parcheggiate, attenta a ogni spazio libero e a tutti gli spostamenti dei veicoli presenti nella via.
Da non ignorare il pedinamento delle persone a piedi che potevano avvicinarsi alla propria auto in sosta per spostarla, lasciando uno spazio vuoto e immediatamente rimpiazzabile.
Guarda là! Sta uscendo una macchina! il solito entusiasmo di Mario, nel comunicare le conquiste, era irrefrenabile.
Dove? chiese incredulo Francesco, annaspando con lo sguardo verso ogni possibile area parcheggiabile, legale o no.
Là davanti! Dietro al furgoncino! Sta uscendo la macchina blu! Muoviti, se no ce lo rubano!
Ce lo rubano? Mica è nostro; poi non riesci a raggiungere un livello comunicativo adeguato al concepimento umano senza creare disturbi uditivi e psico-convulsivi in chi ti ascolta?
Francesco si divertiva a canzonare gli impeti di Mario, troppo eccessivi per un carattere razionale come il suo.
Mario assunse un espressione esterrefatta e snobista nel voltarsi a guardare l'amico.
Non ho capito niente di quello che hai detto; basta che ti sbrighi a parcheggiare!
Francesco sorrise divertito all'amico, avvicinò garbato la sua auto alla macchina che stava liberando il parcheggio e aspettò con pazienza di poterne rimpiazzare il posto.
I due amici raggiunsero il numero ventidue, si trovarono di fronte una grande vetrina con un illuminazione poco invadente.
Un faretto, appoggiato a terra nascosto dal bordo della vetrina, illuminava il dipinto astratto, dalle tonalità gialle e arancioni, privo di un apparente significato, appoggiato su un vecchio cavalletto dall'aspetto vissuto.
Riempivano gli occhi di colori tutti quegli oggetti, copiati dalla realtà in forma distorta, uniti l'uno all'altro creando un impercettibile filo di continuità.
Un altro faretto, posto nella parte superiore sinistra, dava importanza alla scritta, semplice e curata, sovrastante il quadro: "Mostra dei Talenti".
Carino il gioco di parole usato.
Francesco si riferiva al titolo della mostra in assonanza al cognome dell'artista che era, per l'appunto, Talenti.
Si soffermarono sulla porta aperta cercando conferma sui biglietti d'invito.
Si guardarono titubanti, cercando l'uno l'ennesimo consenso dall'altro, poi si convinsero a entrare.
A destra dell'entrata un gran tavolo antico era utilizzato per appoggiare la cassa, accanto a essa uno stock di libri con copertina gialla che attirarono l'attenzione di Francesco.
Nell'avvicinarsi per esaminarli meglio, notò una ragazza carina che lo stava osservando.
Lunghi e dritti capelli biondi contornavano un viso dolce ma con un profondo sguardo duro.
Francesco le sorrise, lei rasserenò lo sguardo come fosse rientrata bruscamente da un sogno, si osservarono un istante poi Francesco proseguì il suo itinerario.
Osservò un libro e ne lesse il titolo: "Le vie dei pensieri".
Lo prese e ne esaminò attentamente la copertina.
Era attirato dalle perfette sfumature gialle che confluivano, all'estremo angolo inferiore, in un punto nero, lasciando all'osservatore il privilegio di scegliere se morissero o nascessero da quel punto.
Sfiorandola con le dita, si avvertivano delle sinuose onde in leggero rilievo che davano un senso di gradevole ruvido al tatto.
La sua minuziosa osservazione fu interrotta dall'ingombrante irruenza dell'amico Mario che, tirandolo per un braccio, lo obbligò a seguirlo in direzione di un quadro esposto.
Guarda qui che spettacolo! Sinceramente non ci capisco niente: ma è stupendo!
Le osservazioni di Mario erano sempre molto minuziose ed esplicite.
L'amico lo guardò rassegnato, convinto che ormai, per quell'essere cerebroleso, non ci fosse più possibilità di recupero.
Hai ragione, è molto bello! l'osservò con più attenzione.
Ma se non ti soffermi all'apparenza delle belle sfumature e osservi i particolari, riesci a coglierne il significato.
Mario lo guardò allibito.
Non riusciva a credere che, dietro a quel groviglio di oggetti e colori, lui riuscisse a trovare un significato logico.
Non ti metterai a psicanalizzare anche un quadro? il suo sguardo era pietosamente implorante. Vero?
Il suo tono ironico sembrò svegliare l'amico dal torpore in cui quel quadro l'aveva sommerso.
Non lo sto psicanalizzando, idiota!
Voglio solo dire che un artista materializza su tela i suoi pensieri e le sue emozioni; sta poi all'osservatore carpirne il significato .
Francesco cercò di togliersi dal sentimentalismo nel quale si era messo, troppo profondo per poter interagire con quel materialista con cui stava colloquiando.
Ma perché parlo con te di queste cose?
Francesco era ormai del tutto rassegnato ma l'amico non sembrò cedere.
Avanti mister enigmista dell'anno, dimmi che ci vedi qua dentro!
Mario sembrò sfidarlo e l'amico non aveva nessuna intenzione di rinunciare alla prova.
Osservò con dovizia ogni particolare e il colore con il quale era marcato.
Osservò le nuvole con agglomerati rossi, come se qualcuno avesse macchiato con sofferenza qualcosa ormai irraggiungibile.
Osservò i gabbiani, simbolo di libertà, ma il colore nero con cui erano state dipinte le ali ne metteva in risalto l'esatto contrario.
Una mano, con il palmo rivolto a chi osserva, era mancante della linea della vita.
Il tutto era ben curato e amalgamato in una cornice di petali colorati e tanta luce che sembrava confonderne il vero significato, per mettere in risalto l'apparente bellezza nascondendo la verità.
Mario ascoltava, quasi in preda allo sgomento, i pensieri dell'amico, convinto che dei piccoli marziani si fossero impadroniti della sua mente e abitassero indisturbati in entrambi i lobi del cervello.
Ma non potrebbe essere solo un quadro?
Francesco, immerso nelle sue estasianti contemplazioni, fu distolto, per l'ennesima volta, dalle obbiezioni troppo materialiste di Mario e si consolarono a vicenda, nel guardarsi con ironica compassione.
C'era una persona che ostentava particolare attenzione ai loro dialoghi: era la ragazza che aveva notato Francesco all'entrata, ma nessuno dei due fece caso alla sua leggiadra presenza.
I due ragazzi continuarono con calma la visione dei quadri, accompagnati dall'interminabile lotta di diversità di pensieri.
Ma è lo stesso artista?
Mario, stranamente, comprese la perplessità di Francesco.
Si chinò verso l'angolo inferiore destro di un dipinto per studiarne la firma, di seguito effettuò l'identico procedimento per altri quattro quadri, confermando l'unicità dell'autore.
È sempre lei, confermò incredulo Mario ma doveva inevitabilmente dare sfogo alla sua vena ironica.
Mi sa che, invece dei suoi quadri, ha bisogno lei di essere psicanalizzata!
Alla scena, poco distante, assistette la solita misteriosa ragazza apparsa all'ingresso.
Le sue braccia conserte delineavano un atteggiamento di chiusura verso tutto ciò che le stava attorno, lo sguardo duro scolpito nel volto impenetrabile scrutava indisturbato ogni atteggiamento dei ragazzi, che difatti ignorarono nuovamente la sua vigile presenza.
Mario fu attirato da un volto ritratto in una fotografia posta al centro di un asimmetrico pezzo di legno, dove una sorta di materiale organico, quale foglie secche e frammenti di corteccia sapientemente distribuiti, le facevano da cornice.
Mario si avvicinò a osservare il volto.
Vuoi dire che la pazza è anche gnocca?
Si voltò per chiedere conferma all'amico notando, con suo immenso disappunto, che la ragazza della foto era di fianco a Francesco.
I capelli ben pettinati, il vestire grintosamente moderno e deliziosamente provocante, completato da uno sguardo sicuro e misterioso, plasmarono in Mario una sorta di irrefrenabile desiderio di poter sparire da quel posto.
L'espressione impacciata nel fissarla fu così loquace che non lasciò alternativa di pensiero a Francesco, il quale, accorgendosi della palese figura, cercò di togliere l'amico dall'evidente imbarazzo.
Così è tua la mente che ha creato questi quadri, sbottonò la prima frase stupida che gli passò per la testa.
No, ribatté prontamente la ragazza con tono fermo.
La mente malata è mia sorella .
Francesco, ancora sbilanciato dalla prima figuraccia, preferì evitare la seconda, porgendo la palese domanda di rito, che sicuramente anche la ragazza era stanca di sentire: "ma siete gemelle?" quindi, cercò velocemente, nella poca razionalità disponibile, una frase abbastanza idonea alla situazione.
Io la trovo geniale!
Per uno psichiatra tutto ciò che è pazzo è geniale .
La sua prontezza nel rispondere era disarmante, sembrava leggere le battute da un copione che teneva fra le mani.
Francesco sembrò sconcertato da quell'affermazione e la sua espressione lo confermò.
Come fa a sapere che sono uno psichiatra?
Ho fatto io gli inviti, rispose pronta senza scomporsi.
Quello sguardo, fisso su di lui, riuscì a metterlo in visibile imbarazzo.
La sua resistenza a guardarlo negli occhi lo obbligava a cercare altre parole per spezzare quell'impaccio che l'aveva avvolto.
Si voltò verso Mario che, da vero amico, aveva già preso le dovute distanze e ora era impegnato a far finta di guardare un quadro.
Eseguì con rapidità una panoramica della sala, portando particolare attenzione ai visitatori e finalmente trovò qualcosa da dire.
Sembra che abbia invitato solo dottori.
Lei è affascinato dai pazzi, io da chi li cura .
Sembrò che nessuna frase o contesto potesse scomporre la sua immagine.
Mario si limitò a osservarli da lontano evidenziando, con latenti e sarcastici sorrisi, la situazione già delicata di Francesco.
C'è anche tua sorella? Mi piacerebbe conoscerla .
Sembrò essersi attenuata la tensione iniziale.
Non è mai presente alle sue mostre .
Vedo che sai tante cose di me, ma io non so nulla di te .
Lo so.
La sua intrigante sfrontatezza era affascinante.
Non diede spazio ad altri chiarimenti e gli voltò le spalle allontanandosi.
Si diressero nella saletta piccola.
Francesco si fermò nuovamente di fronte al primo quadro "analizzato e si compiacque nel pensarlo di sua proprietà.
Si accostò al tavolo dell'ingresso ma vicino alla cassa non c'era nessuno.
Notò la ragazza voltata di schiena impegnata nel sistemare alcuni fogli e non volle disturbarla.
Continuò l'esame del libro che aveva dovuto interrompere a causa dell'intemperanza di Mario.
Lo riprese fra le mani, rafforzò nella memoria il titolo rileggendolo poi lo voltò per leggerne il retro.
Osservò la foto e i suoi pensieri viaggiarono sui complicati misteri della scienza, riflettendo sulla possibilità che al mondo potessero circolare due persone perfettamente identiche.
Sfogliò il libro e si fermò su una pagina aperta a caso ma non fece in tempo a leggere nemmeno la prima parola.
Glielo regalo. la voce della ragazza interruppe bruscamente i suoi viaggi astrali.
Francesco la guardò con curiosità.
Magari riuscirai a capirla .
Francesco sembrò aver perso la padronanza della parola.
Si accorse che quella ragazza aveva un potere assolutistico e magnetico sulla sua razionalità.
Sembrò defraudarlo del coraggio di essere se stesso.
Ti ringrazio.
Delle semplici parole; solo per essere educato.
La ragazza prese il libro facendolo scivolare, quasi come una carezza, sulla mano di Francesco.
Lo mise in un sacchettino e glielo porse lentamente, fissandolo in modo imperscrutabile.
Francesco respirò profondamente, quasi a voler assimilare una maggiore quantità d ossigeno che gli permettesse di avere la forza di continuare a stare lì.
Prese il sacchetto, obbligandosi a sostenere lo sguardo, accompagnandolo con un sorriso.
Vorrei acquistare anche quel quadro, gli comunicò, indicando con la testa il dipinto che lo aveva affascinato.
La ragazza si voltò a scegliere una cartella della misura idonea; poi si avvicinò al quadro, lo tolse dalla parete e lo inserì nella custodia.
Francesco non fece nemmeno in tempo a pensare di aiutarla, lei era troppo abituata a quei movimenti per avere incertezze.
La osservò appoggiare il dipinto di fianco a lui, tornare alla cassa e far passare nel pos la carta di credito, tutto nella medesima affascinante serietà.
Mario osservò il tutto da opportuna lontananza e con meticolosa discrezione, attento a non farsi notare; ma la ragazza, non facendosi cogliere impreparata, lo bruciò con un gesto di saluto e un disarmante sguardo, troppo lungo per l'imbarazzo di Mario che si limitò a farle un ridicolo cenno con la mano.
Francesco la salutò educatamente con una vigorosa stretta di mano che fu contraccambiata con altrettanta energia.
Come posso conoscere tua sorella?
Lei si stava già allontanando ma si voltò per rispondergli.
Se il destino vorrà.
Per poi continuare impassibile la sua strada.
I due rimasero immobili, inebetiti più che mai, a osservarla allontanarsi.
Si guardano, cercando una conferma ai loro pensieri che per una volta erano unisoni, poi ancora perplessi uscirono dal locale.
Francesco era seduto alla scrivania del suo ufficio in ossessionante contemplazione del quadro appeso di fronte a lui.
Sembrava non stancarsi di scoprire ogni nuovo piccolo particolare raffigurato nel dipinto, concedendosi la presunzione di essere capace di dargli la giusta interpretazione.
Si obbligò a distogliere lo sguardo cambiando soggetto ma non protagonista.
Gli occhi caddero magnetici sul libro di poesie appoggiato, a dispetto della sua attenzione, proprio vicino alla tastiera del computer di fronte a lui.
Non poté fare a meno di averlo fra le mani.
Si alzò inebriato alla decisione di recarsi nel parco a leggere in totale relax.
Uscì dall'ufficio, si fermò davanti alla segretaria e chiese conferma sugli orari dei prossimi appuntamenti.
Confortato dalla conferma di avere del tempo libero, si diresse verso il parco a pochi minuti dall'ufficio.
Passeggiò tranquillamente tra gli alberi, sui sentieri formatesi dal perseverante passare delle persone, prima di impegnarsi a cercare un posto che ispirasse la sua lettura.
Vide da lontano una panchina, di fianco a un salice piangente, e la puntò tipo cane da caccia, sperando che nessuno, in quei pochi passi che lo dividevano da essa, potesse occupargliela.
Giunse soddisfatto al traguardo, contento di averla fatta in barba a tre bambini che la ammiravano da lontano come futura base giochi.
S'accomodò beato su di essa, assaporando la vittoria.
Lesse col pensiero la prima frase ma confuso dalle parole le ripeté lentamente ad alta voce.
Aiutami a portare questo dolore, sulla mia vita ci sono i graffi di chi ha paura, nei miei occhi ci sono gli occhi di chi non può urlare .
Si soffermò a riflettere su ciò che aveva appena letto poi fu distratto da una figura che avanzava verso di lui.
Riprese padronanza del suo sguardo, che si era momentaneamente perso nelle sfumature di quelle frasi, dirigendolo verso la persona che gli passava davanti.
Fissò qualche secondo quell'eterea figura, senza riuscire a dire assolutamente nulla, sorpreso da ciò che poteva essere un apparizione.
Era la ragazza conosciuta alla mostra e rimase positivamente colpito nel rivederla, distruggendo la sua convinzione che non avrebbe più avuto occasione di incontrarla.
Ciao! un precipitoso saluto per attirare la sua attenzione e impedirle di sparire nuovamente.
Si accorse che emanava un energia diversa dall'ultima volta, pensò potesse avere bisogno di aiuto ma non riuscì a chiederle nulla, a parte riemettere un misero "ciao" quando lei si voltò incuriosita.
Francesco si rese conto che il silenzio, sceso tra loro, era troppo imbarazzante per entrambi e cercò di riparare il possibile.
Ci siamo conosciuti alla mostra
Lei sorrise timidamente mostrando più l'intenzione di andarsene che di rimanere.
Vedi, insistette Francesco mostrando ciò che aveva in mano.
Ho comprato anche il libro di tua sorella
Fu allora che capì.
Come un lampo negli occhi gli fu tutto chiaro.
Ciao rispose lei timidamente.
Una sola parola di quattro misere lettere per capire che non era la stessa persona.
Il tono più dolce, i capelli mossi, il vestire più sobrio, lo sguardo più incerto, i movimenti più insicuri - non era lei.
Rimase con la curiosità in gola, nel voler approfondire i suoi sospetti, senza osare chiedere niente.
Preferì aspettare un altro movimento o una sua iniziativa per dare una certezza ai suoi dubbi; ma quel tempo d'attesa, troppo lungo, diventò insostenibile per la ragazza che indietreggiò, dando l'impressione di volersene andare.
No, aspetta! si precipitò a fermarla Francesco.
Scusami, è che non pensavo di trovarti qui. È una piacevole sorpresa. Ti prego, fermati!
Il suo tono così dolcemente suadente non poteva passare inosservato.
Lei tornò sui suoi passi e si riavvicinò a lui.
Si fermò esattamente tra lui ed il sole, proiettando l'ombra sul suo volto.
Francesco faceva fatica a vederla, contornata da quell'aura lucente che il sole le regalava.
Francesco le disse, porgendole la mano e alzandosi in piedi, sia per educazione, sia perché infastidito da quella luce negli occhi che non gli permetteva di vederle il viso.
Lidia rispose lei con un timido sorriso.
Francesco percepiva un armonia piacevole alla sua presenza.
L'ingenuità che emanava era disarmante, l'opposto della sorella.
È un piacere conoscerti .
Francesco sapeva che lei non avrebbe preso nessun iniziativa per instaurare un dialogo, quindi stava a lui l'onere e il piacere di togliere entrambi da quell'increscioso silenzio e inventare qualcosa da dire - che non fosse eccessivamente fuori luogo.
Ho un tuo quadro nel mio ufficio, si apprestò a dire.
Mi fa piacere!
È veramente toccante ciò che emana .
Ti ringrazio Spero possa donare a te ciò che ha donato a me nel crearlo .
La sua voce suonava come una poesia.
L'incertezza nello sguardo, così gradevolmente infantile, la presentava platealmente indifesa.
Francesco pensò fosse una creatura adorabile.
Al contrario della sorella che si presentava, con la sua arrogante sicurezza, come in cima a una piramide alla quale era vietato avvicinarsi.
Vuoi sederti?
La richiesta di Francesco le arrivò come una minaccia, alla quale rispose con un espressione di timore.
Lui, pur non comprendendone il motivo, avvertì la sua ostilità e cercò di rassicurarla accompagnato da un confortante sorriso.
Solo per parlare un po; magari del tuo libro .
Vedendola ancora un po titubante continuò l'opera di convincimento.
Potresti spiegarmi le cose che non capisco.
Sembrava essersi tranquillizzata.
L' espressione di timore timbrata sul suo viso si trasformò in fiducia e accettò l'invito, probabilmente ammettendo a se stessa che quella sua esagerata emozione era stata un falso allarme.
Si sedettero sulla panchina e invece di aprire il libro e leggerne il contenuto, si misero a osservare il parco col suo perpetuo movimento di bimbi e persone che lo animavano.
Ora devo andare disse con rammarico Lidia, dopo essersi accorta che era trascorsa, senza alcun peso, una quantità di tempo maggiore del previsto.
Francesco rimase palesemente contrariato da quell'affermazione.
Era stato bene con lei ed era dispiaciuto di non poter avere altro tempo a disposizione.
Le chiese di fermarsi ancora qualche minuto ma lei insistette nella sua convinzione di andare a casa.
Francesco si offrì gentilmente per accompagnarla, ma calò nuovamente sul volto di Lidia l'inspiegabile espressione di diffidenza che questa volta Francesco non nascose di osservare.
Di cosa hai paura? osò chiederle con tono rassicurante.
Lei, ancora più intimorita e infastidita, cercò di ignorare la domanda scappando da lui con lo sguardo: cercò attorno a sé qualcosa che probabilmente non esisteva, sperando che quel suo comportamento le desse diritto di retrocessione alla domanda posta.
Il silenzio non convinse Francesco che si fece più sicuro e si propose con intraprendenza ma sempre con la delicatezza dovuta a un elemento fragile.
Dai, ti accompagno fino alla fine del parco .
L'affermazione, guidata dall'entusiasmo e da un simpatico movimento del corpo, non poteva dare alternativa di scelta alla decisione di Lidia, che rasserenò lo sguardo e lo seguì.
Si accorse in quel momento della sensazione di pace e serenità che le dava la presenza di Francesco, voleva fidarsi di lui, ma si obbligò a non crederci troppo.
S'incamminarono nel parco, l'uno accanto all altra, ognuno con i propri pensieri nella mente.
Dove abiti? Francesco si fece sempre più intraprendente.
Via Fossano, non esitò a rispondere.
Bellissima zona! È quasi campagna, una brevissima pausa poi continuò il discorso. Sei qui in macchina?
No, scosse la testa. Non ho la patente.
Se non ti spiace ti accompagno io .
Francesco era in attesa del solito sguardo terrorizzato ma, con sua felice delusione, non arrivò e al suo posto fece capolino un sorriso rassegnato ma non seguito da una conferma verbale.
Non ero pronto a un sorriso, la derise simpaticamente. Cos'è? Un sì?
Scrollò timidamente la testa e lo contrariò.
Preferisco andare a piedi. Ti ringrazio .
Francesco cercò nell'aria le parole giuste.
Ti metto a disagio?
Tutto il mondo mi mette a disagio .
Dichiarò rassegnata a quel ragazzo che sicuramente avrebbe insistito fino a quando lei non avesse ammesso la sua intolleranza alla vita sociale.
Lui continuò a osservarla sperando che quel silenzio l'avrebbe obbligata a continuare il discorso; e così avvenne.
Preferisco stare da sola! Non ho delusioni e nessuno può farmi del male .
Era teneramente bambina mentre ammetteva i suoi limiti.
Non è tutto brutto il mondo .
Francesco cercò di persuaderla, cosciente che il tentativo sarebbe stato, per il momento, vano.
Il mondo no, le persone sì! specificò lei.
Francesco si accorse che lei credeva in ciò che aveva appena detto e non sarebbe stato facile, in quei pochi minuti che li separavano dal commiato, convincerla del contrario.
Cercò di buttarla sull'ironico sperando di riuscire a prendere tempo e magari anche la sua fiducia.
Io ti sembro brutto? Non sarò bellissimo ma non sono cattivo! Dai che ti accompagno a casa .
Espose i fatti con un sorriso così coinvolgente che anche le paure di Lidia non riuscirono a porre resistenza.
Camminarono nel parco diretti verso la macchina, continuando le loro osservazioni mistiche sul mondo e i suoi abitanti.
Ti ringrazio per avermi accompagnato .
La guardò rassegnato, pensando che quello era un modo carino per dirgli che era stato gentile ma era giunto il momento di andarsene fuori dalle scatole.
Posso venire a trovarti? osò chiedere, consapevole di correre il rischio di superare il confine delle richieste da fare.
Non so, esitò lei. Magari vengo io al parco .
Non eccessivamente deluso, annuì sollevato dalla sua risposta.
Ti aspetterò lì .
Erano trascorsi alcuni giorni, Francesco era seduto sulla panchina del parco dove aveva conosciuto Lidia.
Era di nuovo in pausa pranzo e di nuovo col libro di poesie in mano.
Ne stava leggendo alcuni versi, trovati a caso fra le pagine.
Tu che leggi, quando mi guardi chi vedi? Osserva le ombre e dimmelo, pulisci le ali dal fango rimasto e aiutami a volare .
Guardò l'orologio, la pausa era finita e, anche se a malincuore, dovette cedere al prepotente obbligo del lavoro.
Si alzò dalla panchina guardandosi di nuovo attorno, alla speranzosa visione di quel dolce viso ma di nuovo inutilmente.
Rassegnato e sconfortato si diresse al suo ufficio.
L'auto si fermò, alzando una leggera nuvola di polvere, di fronte alla casa di Lidia.
Francesco uscì dalla macchina senza preoccuparsi di chiuderla a chiave.
S'incamminò sul sentiero che obbligava verso la porta.
Si bloccò un istante per avere un raggio visivo sufficiente all'osservazione della casa nella sua totalità.
Suonò il campanello decorato a mano ma non riportante nessuna scritta, attese qualche secondo poi l'aprirsi della porta gli mostrò il volto sorridente e sorpreso di Lidia.
Fu molto felice nel rivederla ma serbava un piccolo timore di aver causato disturbo con quella sua sorpresa.
Che piacere rivederti, fu l'affermazione che smentì le sue paure.
Non ti ho più visto al parco; ho pensato di venire a trovarti .
Covava la speranza che anche lei fosse altrettanto felice di vederlo e ne ebbe una personale conferma quando, con uno splendido sorriso, lo invitò a entrare.
L'arredamento era molto semplice ma ordinato.
Evidentemente Lidia adorava l'artigianato etnico perché la casa, come la mostra, ne era adornata.
È come te questa casa: luminosa e semplice, si permise di complimentarsi Francesco.
Aspetta di vedere dove lavoro, lo incuriosì ironicamente Lidia.
Notò che Francesco era molto interessato ai mobili e al diverso genere di oggetti dislocati nel soggiorno, e lei gli diede gentilmente tempo di osservarli.
Lo attese al limite della sala, sull'uscio di una porta socchiusa; quando l'attenzione di Francesco fu nuovamente per lei, spalancò la porta invitandolo a entrare nel suo studio.
Ovunque lo sguardo si posasse c'erano quadri, finiti o lasciati a metà, appoggiati dove era possibile.
Fogli schizzati a matita o a pastello erano sparsi ovunque.
Questo forse rende di più l'idea della mia testa, autoironizzò Lidia.
Francesco confermò con un sorriso, annuendo divertito.
Quindi è qui il tuo paradiso? chiese con simpatico sarcasmo dopo l'attenta osservazione di ciò che lo circondava.
Lei confermò, fiera guardando quel - casino.
Le piaceva quel disordine sistematico in cui tutto sembrava messo a caso, al contrario del resto della casa in cui ogni locale era ordinato e pulito.
In quell'angolo poteva lasciar scappare qualsiasi pazzia senza avere remore di ciò che combinava.
Accompagnò Francesco davanti a un quadro raffigurante una donna.
Ti presento mia madre, gli disse.
Piacere rispose divertito, sorridendo al quadro.
Lidia la osservò con una punta di malinconia che non sfuggì al vigile controllo di Francesco, il quale, dopo una piccola pausa nella vana attesa di una spiegazione, si assunse la responsabilità di chiedere delucidazione ai suoi sospetti nel modo meno invasivo possibile.
La vedi ancora?
Lo sguardo di Lidia era ancora dolcemente appoggiato sul volto della madre e nel rispondere non distolse gli occhi da lei.
È come se non ci fosse.
Cosa intendi dire? s'interessò Francesco sperando di non causarle turbamento con tale curiosità.
Per lei è come se non esistessi. Va a trovare Giulia ma da me non viene mai .
E perché?
Lidia non rispose, distolse con rammarico lo sguardo dal volto della madre.
E tuo padre, osò chiedere Francesco convinto che ormai fosse troppo tardi per ritrattare la domanda.
Lidia non si chiuse e rispose con semplicità alla sua richiesta. Non l'ho mai conosciuto .
Si allontanò con un sospiro e si diresse verso un quadro appoggiato su uno dei cavalletti, rasserenando il volto.
Ti piace questo?
Sorrise all'ospite, sperando di essere riuscita nel suo intento di cambiare oggetto di conversazione.
Francesco comprese le sue intenzioni e non si permise di contraddirla.
Si avvicinò a guardare il quadro per dare un parere sincero.
Questo è peggio degli altri! osservò ironicamente.
Francesco non si sforzò di trattenere la sua espressione perplessa.
Decifrare quel quadro gli sembrò più complicato degli altri.
Lidia osservò ogni sua parte del volto impegnata allo studio del dipinto.
Sembra ti ci vorrà un po' di tempo per questo .
Francesco confermò quella frase con un cenno involontario della testa.
Te lo regalo, così hai tutto il tempo per studiarlo!
Francesco, incredulo ed elettrizzato, diede piena libertà di emergere al suo entusiasmo.
Ma è fantastico! Ti ringrazio. Mi fa veramente piacere!
Osservò il dipinto, orgoglioso della sua nuova proprietà.
Significa molto per me questo quadro, ci tenne a precisare Lidia.
Rappresenta una parte molto importante.
Il suo sguardo divenne quasi implorante, sembrava aver aperto le porte di quel suo mondo abitato solo da lei e chiedergli di indicarle la strada per uscire, consentendole di interagire col vero mondo di cui aveva tanta paura.
Era la prima volta che concedeva il permesso di essere aiutata, anche se in modo poco esplicito.
Francesco afferrò in un istante tutte quelle emozioni.
Accettò le responsabilità di cui lo stava investendo e la rassicurò con uno sguardo che sembrò abbracciare tutto il suo modo d essere.
Me ne prenderò cura .
Era tacitamente evidente, per entrambi, che quelle parole erano rivolte a Lidia e non al quadro.
Lei accettò, rassicurata da quella nuova presenza nella sua vita.
Ti ringrazio .
Erano trascorsi alcuni giorni.
Francesco era seduto a un tavolino al' aperto, impegnatissimo nell'addentare un fantastico e succulento panino, straimbottito di qualsiasi genere alimentare.
Accanto a lui, l'inseparabile amico Mario poneva la stessa doverosa attenzione alla ricerca dei commenti appropriati per ogni fondoschiena femminile che gli passava davanti.
Francesco ebbe il coraggio di distogliere lo sguardo da quel piacere godereccio e di posarli erroneamente sulla vetrina davanti a lui e, quasi come un abbaglio, la vide.
Vide Lidia riflessa, seduta allo stesso bar.
La cercò su ogni tavolo ma invano.
Insistette a studiare la vetrina per capire in quale posizione poteva trovarsi, per poi accettare che la sfortuna avesse voluto che lei si trovasse proprio dietro la fontana posta in mezzo ai tavoli.
Si sporse in avanti, quel che bastava per intravedere una parte di schiena e i lunghi capelli dritti - dritti?
Lidia non aveva i capelli dritti.
Studiò il riflesso nella vetrina, dimenticandosi totalmente del suo delizioso panino e dell'amico Mario che continuava a informarsi del motivo dei suoi strani movimenti.
Fissò quella figura sfocata, ogni movimento e ogni espressione.
Aveva il volto corrugato ma non finto-aggressivo come Lidia, era lo sguardo sicuro di chi sa cosa vuole da se stessa e dalla vita.
La ragazza finì il suo caffè, mise con sicura eleganza gli occhiali da sole e si alzò.
Anche lo stile della camminata era differente.
Figura eretta e mento alto di chi sa dove vuole andare e cosa ha lasciato alle spalle.
Dopo qualche passo si voltò verso Francesco, lo osservò da dietro quelle impenetrabili lenti scure poi, accorgendosi della disparità della situazione, fece scivolare gli occhiali sul naso, solo quei pochi centimetri che bastarono per far intravedere il taglio degli occhi e quel suo sguardo freddo, con il quale colpì Francesco.
Sembrava una sfida o un avvertimento a qualcuno che è in procinto di commettere un crimine.
Senza distogliere lo sguardo, rimise al loro posto gli occhiali e si voltò.
Raggiunse una ragazza dai folti capelli neri e si allontanò con lei.
Il panino di Francesco era ancora immobile nella sua mano; sconcertato, lo appoggiò sul piatto a causa dell'appetito perso.
Finalmente si accorse della voce di Mario che, da diversi minuti, non aveva smesso di richiedere la sua attenzione.
Quando torni sulla terra mi telefoni?
L'amico non sapeva più cosa dire per scuoterlo da quell'assenza mentale in cui era caduto.
Francesco l'osservò, quasi chiedendosi cosa ci facesse lì anche lui.
Ti ricordi di me? lo derise di nuovo Mario. Io le osservo tutte; ma a te ne basta una per rintronarti!
È la sorella di Lidia, specificò Francesco.
Mario riportò lo sguardo sulla figura che si stava allontanando, chiedendo conferma alla sua memoria.
Ah, già! La figuraccia che ho fatto alla mostra .
In seguito appoggiò gli occhi sul fondoschiena della mora.
Beh, devo dire che anche l'amica non è male!
Francesco, rassegnato all'irrecuperabilità della salute mentale di Mario, scosse la testa aggrappandosi al pensiero dell'ultima possibilità che gli rimaneva: eliminarlo.
Lo guardò sicuro di questa sua decisione poi ci ripensò, convinto che un amico così vero come lui, anche se un po pirla, non l'avrebbe più trovato.
Gli sorrise e tornò istintivamente a guardare le due ragazze sparire dietro le mura della città.
Perché l'aveva guardato così male?
Francesco si convinse di aver agito contro il suo pensiero.
Forse aveva sbagliato ad andare a casa della sorella?
O forse aveva sbagliato a portarla fuori?
O dopo quell'uscita, come aveva citato Lidia, era stata male?
Probabilmente erano tutte ipotesi vane, ma volle sincerarsene.
Prese il cellulare e compose il numero di Lidia, ma la voce registrata gli disse che il telefono era spento.
Sembrava incredibile anche a lei, ma Lidia aveva finalmente trovato qualcuno di cui fidarsi e in cui credere.
Stava bene in compagnia di Francesco, riusciva a esprimere il meglio e il peggio di sé.
A volte gentile e fin troppo sensibile e a volte suscettibile e imprevedibilmente isterica.
Riusciva a cambiare umore nell'arco di un sorriso e a trasformarlo in pianto.
Non sapeva cosa voleva essere e cosa volere dalla vita.
Questo altalenare di emozioni la portava ad avere forti crisi esistenziali e forti depressioni, che riusciva a superare solo con la vicinanza di Francesco.
Trascorrevano così i loro giorni, parlando e ridendo nei momenti in cui lei se lo poteva permettere e cercando il significato della vita nei momenti in cui lei smarriva la strada, chiudendosi in se stessa.
La pazienza di Francesco era senza confini, riusciva a starle vicino in qualsiasi momento e ad adattarsi alle sue repentine trasformazioni con notevole duttilità.
Francesco stava percorrendo la strada che lo portava da Lidia, il finestrino era abbassato e la radio diffondeva sinuose note.
Giunse sotto casa e s avviò lungo il piccolo sentiero.
Alla finestra notò Lidia che lo osservava, gli stava sorridendo; poi con un piccolo sobbalzo si voltò, osservò qualcosa e si allontanò dalla finestra per tornarci col cellulare all'orecchio.
Parlando al telefono aprì la porta a Francesco che, in totale rispetto della situazione, entrò in casa in perfetto silenzio mimando, con una buffa espressione e con il labiale, un fugace saluto.
No, non mi serve, me l'hai portato la settimana scorsa .
Dopo aver pronunciato la frase al cellulare, si rivolse a Francesco copiando lo stile labiale.
Arrivo subito, riportando immediatamente l'attenzione al telefono con un inatteso dissenso.
Piantala di sfottere! - non preoccuparti - ci vediamo stasera. Ciao, ti voglio bene!
Il tono dolce con cui concluse la comunicazione fece trasparire che era al telefono con una persona alla quale teneva molto; infatti non fece attendere le dovute delucidazioni al riguardo, confermando l'ipotesi di Francesco.
Era mia sorella.
Stasera viene a cena e voleva sapere se doveva comprarmi qualcosa; è sempre molto gentile con me, il tono era pieno d amore e sembrava voler trasmettere questo sentimento a Francesco.
Non immagini il bene che le voglio, se non ci fosse lei non saprei cosa fare .
Le brillavano gli occhi ogni volta che parlava della sorella.
Francesco pensò che Giulia, nonostante il comportamento duro e ostile nel presentarsi agli estranei, doveva essere con Lidia molto disponibile e premurosa.
Pensò si sentisse responsabile, obbligandosi a crescere forte anche per lei e aveva permesso al tempo di forgiarle quella fredda corazza impenetrabile.
O almeno, era ciò che voleva mostrare.
Lidia corse a prepararsi - ossia s'infilò le scarpe, poi raggiunse Francesco: pronta ad affrontare, per l'ennesima volta, il mondo.
Raggiunsero il parco e, passeggiando come due ragazzini che non hanno niente cui pensare, arrivarono alle panchine situate davanti al laghetto.
Si fermarono a riempirsi gli occhi dei colori che donava il paesaggio; poi suonò il cellulare di Francesco, guardò chi era il mittente e si scusò con Lidia per essere obbligato a rispondere.
Si alzò e cominciò a passeggiare, completamente immerso nella sua discussione.
Lidia avvertì immediatamente un senso di abbandono seguito da una lieve agitazione ma non volle cedere a tali sensazioni.
Si obbligò a osservare il piccolo lago e a goderne il fascino, ma il disagio che provava era sempre più prepotente, continuava a osservare Francesco sperando finisse presto la conversazione e tornasse subito da lei.
Un ragazzo con una magliettina blu e uno strano cappello in testa le passò davanti e la osservò compiaciuto.
Fece qualche passo indietro e si fermò esattamente davanti a lei.
Ciao, le disse in tono amichevole.
Lidia fece finta di non vederlo, guardò implorante Francesco che, dandole le spalle, non poté accorgersi del suo silenzioso grido di aiuto.
Ciao, ripeté il ragazzo, chinandosi verso lei per avere la certezza di essere sentito. Io sono Enrico .
Lei lo guardò di sfuggita, il tempo minimo per avere un idea vaga del viso ma ignorò intimorita la sua presentazione.
Posso offrirti da bere?
Insistette in modo gentile con la sua presenza, ignorando il tacito desiderio di Lidia di essere lasciata in pace.
Era spaventata da quella figura.
Si arrabbiò con se stessa per non riuscire a capirne il motivo e non avere la capacità di reagire.
Si alzò con le lacrime agli occhi, e scappò via.
Il ragazzo la guardò allontanarsi, allibito dall'accaduto.
Regalò un ultimo sguardo alla figura di Lidia che si allontanava, poi continuò la sua passeggiata, inconsapevole e incurante della reazione che aveva scatenato.
Lidia continuò la sua folle corsa verso casa.
Non sentiva e non vedeva più niente, aveva solo il desiderio di scappare da quell'orrendo posto, da tutto quel mondo in cui non era capace di stare.
Avrebbe voluto essere una persona come le altre, lontano da quelle inutili paure e capace di comunicare con gli altri.
Perché era così difficile raggiungere quello stato di normalità?
Non trovava risposte, c'erano solo domande e confusione nella sua mente.
Arrivò a casa ed entrò sbattendo furiosamente la porta dietro di sé.
Francesco l'aveva raggiunta, riaprì la porta e cercò di avvicinarla, azione che risultò alquanto ardua.
La rabbia aveva preso il sopravvento sulla razionalità, prese fra le mani la sedia più vicina e la scaraventò contro il muro, sfiorando il vetro della finestra.
Lidia era in evidente imbarazzo, le spiaceva che Francesco avesse assistito a quel lato nascosto del suo carattere che lei stessa odiava, ritenendolo stupido e frustrante.
Sperava che ignorandone l'esistenza sarebbe svanito; ma al sorgere di un minimo problema tornava irriverente, senza avvisare.
Nonostante la sua sensazione di fronte a Francesco, non si sentiva in dovere di chiedere scusa, non era un ipocrita e sapeva che le scuse non andavano fatte a terzi.
Pensò che la sua immagine non doveva essere molto presentabile e ritenne opportuno andare a sistemarsi.
Vado a fare una doccia; non voglio che mia sorella mi veda così.
Francesco comprese la situazione e la salutò affettuosamente, rendendosi disponibile nel caso ne avesse avuto bisogno, preservandosi la consapevolezza che, probabilmente, non avrebbe osato disturbarlo.
Lidia gli aprì la porta, accompagnando la sua uscita con un flebile "grazie".
Francesco le sorrise dolcemente, accarezzandole il viso con un dito, poi s'incamminò verso l'auto.
Lidia rimase a osservarlo qualche secondo, prima di abbassare lo sguardo e chiudere la porta.
Era quasi mezzanotte, Francesco e Mario erano seduti al bar sotto l'ufficio a bere un drink, raccontandosi le novità dell'ultima settimana.
Mario era totalmente immerso nella descrizione dello scontro con il carrello del supermercato contro l'uomo più grosso del mondo.
Narrava il racconto in preda all'enfasi e col solito linguaggio forbito, accompagnando alle parole la dovuta rappresentazione scenica.
Era in piedi di fronte al tavolo, simulando la caricatura dell'omone con il carrello in mano, ma era infastidito dalla distrazione di Francesco, che non stava lusingando il racconto con il suo interesse.
Accortosi che lo spettatore non gli riconosceva la bravura nella recitazione, s'indignò provocandolo.
Portò le mani ai fianchi gonfiando il petto, in segno di sfida e si fermò davanti a Francesco, imponendo la propria figura alla fonte della sua umiliazione.
Francesco ignorò in modo sfacciatamente palese l'atteggiamento di Mario, avvilendolo col disdegno.
Sbilanciò il corpo per evitare l'ostacolo umano sorto di fronte a lui e continuò a guardare il bancone del bar.
Mario pensò di arrostirlo e mangiarselo, ma l'amicizia che li legava lo trattenne.
Si voltò rassegnato a osservare cosa fosse più interessante di lui.
La sua espressione rimase immobile diversi secondi prima di riuscire nuovamente a respirare e a deglutire, probabilmente fece le due cose in contemporanea, perché un attacco di tosse lo obbligò a sedersi.
I loro volti confusi stavano fissando una figura davanti al bancone, intenta a esaminare ogni movimento all'interno del locale, forse in cerca di qualcosa o qualcuno.
Sembrò aver terminato la ricerca, perché i suoi occhi smisero di girare e si fermarono proprio su quelli di Francesco.
La ragazza s'incamminò nella loro direzione.
Stivali neri sopra il ginocchio, con l'apertura laterale tenuta assieme da un laccio incrociato.
Minigonna, anch'essa nera, appena sotto l'inguine.
Maglia bianca aderente che segnava, senza pietà, le curve del seno sprovvisto di apposito indumento intimo di sostegno.
La schiena semi-nuda offriva a chi le stava dietro un ottimo spettacolo, ovviamente riuscendo ad alzare gli occhi da ciò che la minigonna regalava.
Giulia si avvicinò sicura a Francesco, lo sguardo fisso a indicarle la rotta.
Stica! fu l'espressione più intelligente che riuscì a elaborare il cervello di Mario.
La ragazza era ferma di fronte a loro, lo sguardo duro e l'umore anche.
Sostenne in modo coraggioso lo sguardo di Francesco che, imbarazzato da quell'inossidabile figura, si sforzò di fare il brillante con un simpatico "ciao" al quale Giulia non diede nessun accenno di risposta.
Prova a farla soffrire e te ne farò pentire!
La minaccia di Giulia non prevedeva remore né commenti ma Francesco provò ugualmente a dare una spiegazione.
Non ho nessuna intenzione di far del male a tua sorella, anzi!
Non sai niente di lei! Non sai cos'ha passato e quanto sta male. Non pretendere di entrare nella sua vita e sapere cosa è giusto per lei .
Il tono era aggressivo ma rilevava l'amore che aveva per la sorella e Francesco non voleva sovrastare la sua devozione.
Sono un dottore, voglio solo aiutarla e penso di avere i mezzi per farlo .
Non serve pensare, servono certezze. Un solo sbaglio è sufficiente a farla crollare. Non ti permettere più di farle del male .
Mi spiace se le ho causato un danno ma credimi, non era mia intenzione; vorrei solo aiutarla .
Non conosci i suoi limiti. Non osare più fare qualcosa contro la sua volontà!
L'ira di Giulia era dettata dall'esagerato amore che provava per la sorella e non dal rancore che poteva avere nei confronti di Francesco.
Non provava per lui nessun sentimento negativo, sapeva che le sue intenzioni erano buone; ma non sopportava di veder soffrire la sorella, l'aveva vista troppe volte al limite e non voleva più che capitasse.
Mi spiace! Credimi, ero in buona fede .
Francesco si sentì ancora più avvilito di quando aveva lasciato Lidia.
La sua espressione ne fu piena conferma e non fu ignorata dall'intelligenza di Giulia che, accettando il suo sconforto, rasserenò lievemente lo sguardo.
Volevano bene alla stessa persona e lottavano, da fronti diversi, per cercare la soluzione all'identico problema.
Era inutile infierire l'una contro l'altro per i tentativi falliti.
Annuì con la testa, pensando di aver esagerato con l'impulsività.
Allontanò la rabbia dal suo volto con un sospiro.
Francesco era spaventato, cosa poteva essere successo quando se ne era andato?
Cosa le aveva raccontato per aver innalzato così tanta rabbia?
Osservò quel volto segnato dalla vita e lievemente coperto dal trucco.
Quanta forza doveva avere quella ragazza per essere in grado di darne anche alla sorella?
Quando e perché erano cominciati questi ruoli?
Giulia si era assunta la responsabilità della vita di Lidia - ma per quanto tempo poteva continuare?
Francesco osservò il volto della ragazza tornare sereno.
Come sta? s'informò.
Giulia osservò un secondo il vuoto accettando, con un respiro profondo, il ritorno della calma nel suo animo.
Ora sta meglio, non molto loquace ma sufficiente a rasserenare le preoccupazioni.
Francesco annuì il suo sollievo.
Pochi istanti di silenzio nei quali ognuno fu libero di assemblare i propri pensieri, poi Giulia guardò i due ragazzi invitandoli con un gesto della testa a seguirla.
Vi offro da bere!
Anche gli inviti sembravano non avere diritto d'obiezione e i ragazzi si sentirono costretti ad alzarsi e seguirla, senza possibilità di commento.
Uscirono dal bar e la seguirono fino alla macchina.
Alleviata la tensione e disincastrate le unghie dal sedile, Mario osservò la tranquillità di Giulia dallo specchietto.
Guidi sempre così? osò chiedere ironicamente.
Per la prima volta da quando la conoscevano, Giulia fece una smorfia con il lato della bocca da sembrare un mezzo sorriso.
No, rispose, incredibilmente, con lo stesso tono ironico. Solo quando c'è qualcuno che ha paura .
Scese dall'auto seguita dai ragazzi e si diresse all'entrata del pub.
All'entrata c'era un ragazzo grosso quanto loro tre messi assieme, che porse loro delle "card": tessere che permettevano la consumazione.
Raggiunsero un tavolo libero e si accomodarono.
Dopo pochi minuti Giulia prese le tre card, chiese ai ragazzi cosa volessero da bere e si diresse al bancone.
Francesco e Mario non le tolsero gli occhi di dosso per un solo istante, ma per motivi diversi.
Francesco cercava di studiarne i movimenti e la personalità, Mario per il semplice gusto di guardarle il fondoschiena.
Giulia era appoggiata al banco, nell'attesa che il barman terminasse la preparazione delle precedenti ordinazioni e potesse dedicarsi a lei, quando una ragazza mora, avvicinandosi da dietro, le afferrò i fianchi sussurrandole qualcosa all'orecchio, riuscendo a far nascere sul viso di Giulia un accattivante sorriso.
Attese di avere i bicchieri in mano, si voltò verso la ragazza dicendo qualcosa, poi tornò dai due amici, ancora determinati nell'attenta osservazione dei suoi movimenti.
La musica era piacevole e istigava al ballo, come tanti giovani davanti a loro stavano facendo.
Mario non riuscì a trattenere il suo istinto ballerino e si buttò felicemente nella mischia.
I due superstiti, rimasti al tavolo, lo osservarono divertiti.
Di fronte a loro si ergeva una delle tante piccole colonne che adornavano il locale e, proprio su quella, la ragazza mora si mise a ballare, accarezzando la parete perfettamente liscia con movimenti sinuosi della schiena.
Era impossibile ignorare la malizia di quello sguardo, ma era esclusivamente riservato a Giulia che non si permise di evitarlo.
Anche Francesco era rapito dal movimento, perfettamente armonioso, di quel corpo avvolto da un abbigliamento assai aderente.
Nell'attenta osservazione della ragazza si accorse che era la stessa vista con Giulia qualche giorno prima al bar, durante la pausa pranzo.
Giulia si abbandonò a studiare i movimenti sinuosi della ragazza che la invitavano a raggiungerla, e dopo qualche minuto di soddisfacente osservazione accontentò l'evidente e tacita richiesta, avvicinandosi felinamente a lei.
Le due ragazze continuarono a ballare avviluppandosi tortuosamente l'una all'altra, ignorando gli sguardi esaltati dei presenti, ai quali sembravano abituate.
Giulia appoggiò maliziosamente il viso sul decolté della ragazza, le mani scivolarono sul corpo sfiorando volutamente il seno.
Le accarezzò i capelli, bloccandole bruscamente la testa per avvicinare sensualmente le labbra alle sue.
Giulia si voltò lascivamente, offrendole la schiena e coccolandole l'inguine con i glutei.
La ragazza l'abbracciò accarezzandole il ventre per poi risalire, con la stessa voluttuosità, lambendo i seni.
Mario aveva sempre sognato di assistere a un simile spettacolo ma non immaginava che il suo desiderio sarebbe stato realizzato quella sera.
Francesco era affascinato in minore misura ma pur sempre interessato.
Nella sua inguaribile deformazione di analizzatore notò un uomo sulla quarantina, poco distante dalla scena, nella morbosa osservazione di Giulia.
L'uomo passò davanti a Francesco, guardandolo in modo stranamente enigmatico, per poi fermarsi accanto al tavolo e tornare a fissare senza alcun pudore le due ragazze.
Francesco pensò fosse un pervertito o, in alternativa, un normale essere umano di genere maschile pervaso da una naturale sensibilità a tale spettacolo.
Le ragazze si avvicinarono al tavolo accompagnate dallo sguardo esasperato della categoria maschile presente sulla pista.
Prima di sedersi Giulia presentò l'amica ai ragazzi.
Si chiamava Ambra, era una ragazza dal viso molto carino e dolce, gli occhi scuri molto limpidi di chi è sincero.
I suoi movimenti e il suo modo impeccabile nel vestire nascondevano una goccia d'insicurezza che la rendevano ancora più affascinante.
Giulia si accomodò vicino a Francesco, osservando l'uomo in piedi di fianco a loro.
Lo scambio di sguardi non sfuggì a Francesco che, onorando la sua curiosità, chiese delucidazioni sull'incombente e perseverante presenza.
Chi è quel tipo che continua a guardarti?
Giulia, che stava deliziosamente sorseggiando il suo drink, si fermò solo il tempo sufficiente per rispondere.
Mio marito .
Nell'immaginario dei ragazzi apparve lo stesso identico incubo: il losco individuo che, con un guizzo felino, piombava su di loro e, senza la dovuta pietà, li riempiva di botte.
I due corpi, ora morbidamente adagiati sul letto, danzavano al ritmo accelerato dei loro battiti.
Le due anime così unite da non percepire dove finisse una e cominciasse l'altra.
Le frasi sussurrate nell'impeto dell'eccitazione, il piacere di accarezzare la pelle e sentire le labbra coccolare il corpo.
La gioia di potersi stringere in un abbraccio senza paura alcuna.
La libertà di lasciarsi andare ad ascoltare le sensazioni nella sicurezza che ricevevano l'una all'altra.
Giulia fermò lo sguardo eccitato, aspettando di incrociare quello ammaliante di Ambra, fissò i suoi occhi con la profondità di un amore puro.
Sei l'unico punto fermo della mia vita! Giulia era sicura delle sue parole.
Ambra era la sola persona di cui si fidava e con la quale era serena.
Nel freddo del suo cuore chiuso al mondo, lei era l'unica che aveva lasciato entrare.
Ti amo! concluse senza nessuna incertezza.
Ambra accolse orgogliosa questa riconferma del loro amore, era fiera del ruolo che era riuscita a ottenere nella vita di Giulia.
Era stato difficile ottenere quella posizione ma ci aveva creduto, aveva visto dietro la maschera dura e aveva amato e apprezzato ciò che aveva trovato.
Anch'io ti amo! rispose con altrettanta sicurezza.
Il lunedì seguente Francesco arrivò puntuale al suo ufficio.
Simona era già attiva alla sua scrivania.
Lo accolse con un caloroso saluto e un sarcastico sorriso, probabilmente la posta che gli stava porgendo celava qualche bolletta salata.
Francesco intuì l'antifona esprimendo con una smorfia il suo malcontento e accettò, a malincuore, quel mazzo di buste e giornali.
Entrò nell'ufficio smistando la posta prioritaria da quella meno importante.
Degnò le bollette di un attimo di disprezzo per poi metterle con gli altri conti, appoggiò alcune buste sul tavolo e ne aprì una leggendone il contenuto.
Diede un occhiata al computer per verificare alcune note poi incominciò a leggere il giornale.
Ne lesse il titolo principale e, quasi distrattamente, la sua attenzione cadde sulla piccola foto posta all'angolo inferiore: era il marito di Giulia.
Pensò cosa potesse aver combinato quell'uomo di eccessivamente grave da essere messo in prima pagina.
Ne lesse il titolo.
Trovato morto nel giardino della sua abitazione .
Rimase sconvolto da quelle parole, non riuscì nemmeno a continuare nella lettura del piccolo articolo.
Fu assalito da mille domande e soprattutto dall'incubo delle risposte.
Rimise l'attenzione sul giornale, la didascalia rimandava l'articolo a pagina dodici.
Cercò affannosamente la pagina e lesse ciò che riportava.
Trovato morto il signor Antonio Mosiego nel giardino della sua abitazione.
Secondo gli esperti, la morte risale alle ore cinque di sabato notte, dopo il rientro dal disco-pub "La Luna", dove aveva trascorso la serata con la moglie e alcuni amici.
Il suo corpo è stato ritrovato nella giornata di domenica.
La morte è sopraggiunta dopo diverse ferite, inferte da una lunga arma da taglio.
Non si hanno ancora sospetti sul colpevole .
Francesco, completamente turbato, non volle credere a ciò che la mente gli suggeriva.
Il suo pensiero corse subito a Lidia: pensò se fosse possibile che, nella sua completa mancanza di razionalità dettata dalla disperazione e dalla rabbia, avesse potuto compiere un atto tanto barbaro.
Al pensiero fece seguire l'azione: uscì di corsa dall'ufficio diretto a casa di Lidia.
Passò davanti a Simona ordinandole frettolosamente di annullare tutti gli impegni della giornata e corse fuori dall'ufficio.
Nello stesso momento alla centrale della polizia, il tenente Ravelli e il sergente Padovi stavano discutendo del signor Mosiego.
Il sergente Padovi era un ragazzo discretamente giovane, ben tenuto e alquanto esaltato nel fare il suo lavoro.
Il tenente Ravelli, dall alto della sua maturità professionale e di vita, era un omone pacato e riflessivo abituato a fare le cose con testa e con amore.
Stavano discutendo del caso che trovavano alquanto confuso.
Discutevano del programma da seguire, chi interrogare, chi poteva avere un movente, chi poteva odiarlo e tutti gli altri interrogativi che potevano condurre a una ipotetica soluzione.
Non avevano le idee chiare quindi dovevano cominciare, come prassi comanda, con gli interrogatori dei parenti e dei vicini.
Si avviarono verso la porta ma la loro uscita venne interrotta dal suono dell'interfono.
C'è un investigatore che vuole parlarti del caso Mosiego, fu il messaggio che Ravelli sentì dall'agente.
Guardò Padovi poi accettò la visita dell'ospite, Fallo entrare!
I due poliziotti si riaccomodarono sulle proprie sedie e attesero l'arrivo del nuovo personaggio.
L'investigatore e la sua testa un po' spettinata fecero capolino dall'uscio dopo pochi secondi.
Era un uomo sulla quarantina vestito in modo sobrio, molto alla buona ma serio nell'esprimersi.
Buongiorno; Stefano! era convinto fosse sofisticatamente inutile presentarsi a dei cooperatori col proprio cognome e strinse amichevolmente la mano ai due poliziotti.
Sono un investigatore privato, lavoravo per il signor Mosiego .
Ravelli lo guardò sorpreso, l'enigma diventava ancora più intrigante: perché la vittima avrebbe avuto bisogno della sua collaborazione?
Si sentì molto interessato ad ascoltare ciò che Stefano aveva da esporgli.
Prego si accomodi lo invitò a sedersi. cos'ha d interessante da dirci?
Ecco- cercò il modo migliore per esporre le proprie conoscenze "Il signor Mosiego mi aveva ingaggiato per seguire la moglie" iniziò la presentazione dei fatti.
Lo tradiva? Ravelli pensò fosse inutile perdere tempo in stupidi convenevoli e decise di arrivare subito al finale del racconto.
Stefano estrasse dalla tasca delle foto e le mostrò ai poliziotti.
Le osservarono senza molto interesse.
Erano cinque foto in cui Giulia era in compagnia di Ambra.
Nelle prime tre passeggiavano per il centro, nelle altre erano sedute su un muretto.
E con ciò? sbottò Padovi con leggera strafottenza. È in giro con un amica; dove sta il reato?
Stefano mostrò loro un altra foto, accompagnando verbalmente la descrizione dell'immagine.
Erano amanti! fu l'insindacabile verdetto finale.
La foto mostrava le due ragazze di nuovo sul muretto, solo che ora si stavano baciando.
Difficile essere sempre se stessi ma è anche faticoso e doloroso continuare a fingere.
Il passato di Giulia aveva sempre camminato accanto a lei e lei aveva ignorato la sua presenza nella falsa convinzione che non vedendo tale zavorra, il percorso non sarebbe stato pesante.
Aveva avuto il coraggio di affrontarlo e ne era uscita vincitrice.
Adesso aveva tutte le possibilità di vivere il presente con sguardo sereno.
Non sapeva nemmeno lei perché aveva sposato quell'uomo, si era sentita travolta da quella pesante ombra sempre presente nel suo vivere e forse avendolo accanto, anche fisicamente, sarebbe riuscita a gestire meglio la situazione e i suoi ricordi.
Ci vuole più coraggio a vivere un dolore che a far finta che non esista.
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I fondamenti della morale cristiana
Autore: Livio Melina, José Noriega, Juan José Pérez-Soba
Editore: Edizioni Cantagalli
Prima edizione: 02/2008
Edizione corrente: 02/2008
EAN-ISBN: 9788882723484
Pagine: 680
Prezzo di copertina: 42,00 Euro
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Descrizione
Pensare "la collaborazione dell'agire umano e dell'agire divino per la piena realizzazione dell'uomo": così definiva il compito della Teologia morale l'allora cardinale Joseph Ratzinger.
Ne scaturisce una serie di domande fondamentali: che cos'è l'agire morale del cristiano?
Quali sono le fonti a cui si alimenta il dinamismo di crescita fino alla perfezione del dono di sé?
Qual'è il suo significato nel tempo della Chiesa per la vita del mondo?
Note biografiche
Livio Melina (Adria, 1952)è preside e ordinario di Teologia morale presso la sezione centrale di Roma del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia.
José Noriega (Madrid, 1965)è professore straordinario di Morale speciale presso il medesimo istituto.
Juan José Pérez-Soba (Madrid, 1964) è ordinario di Teologia morale presso la Facoltà di Teologia "San Dàmaso" di Madrid
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Il Vangelo delle streghe italiane
Autore: Charles Godfrey Leland
Traduttore: Claudio Scardova
Editore: Aradia Edizioni
Prima edizione: 10/2005
Edizione corrente: 07/2007
EAN-ISBN: 9788890150029
Pagine: 140
Rilegatura: Brossura
Dimensioni: 13,5x20,5 cm
Prezzo di copertina: 15,00 Euro
Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia
Descrizione
Un eccezionale documento storico ed esoterico di una Tradizione italiana più che secolare.
Quest'opera, originariamente pubblicata a Londra nel 1899, ancora oggi rappresenta un raro quanto prezioso documento storico ed esoterico sulla stregoneria italiana.
Un testo di fondamentale importanza per qualsiasi serio studioso, ricercatore o praticante della Vecchia Religione, ma anche della Wicca.
In essa sono infatti contenuti quelli che, probabilmente, sono stati alcuni degli insegnamenti più segreti che tanto gelosamente sono stati tramandati, all'interno di piccole congregazioni, nel corso dell'era oscura: il medioevo.
Narrati oralmente per secoli, verso la fine del 1800, una strega fiorentina li racchiuse in un misterioso manoscritto che poi consegnò nelle mani di uno studioso americano che si trovava in Italia per svolgere delle ricerche sulla stregoneria e così nacque questo libro, solitamente noto come il Vangelo delle Streghe.
Oltre al testo originale, presentato nella sua versione integrale, l'opera contiene inoltre Il Libro di Aradia, scritto da Dragon Rouge, una breve raccolta di brani completamente inediti ed interamente dedicati alla storia della Grande Sacerdotessa di Diana.
Indice
- Come Diana generò Aradia
- Il sabba tregenda o riunione delle streghe
- Incantesimo delle pietre consacrate a Diana
- Scongiurazione del limone e degli spilli
- Incantesimo per conquistare l'amore
- Per trovare o acquistare qualsiasi oggetto o propiziarsi la buona sorte
- Tana la Dea della luna
- I Goblin messaggeri di Diana e Mercurio
- Le figlie di Diana o come nacquero le fate
- Diana dispensatrice della bellezza e della forza
E tanto altro...
IL LIBRO DI ARADIA
- Aradia
- Il mito
- La storia
- Del perduto Tempio
- Le scomparse pergamene
- Congressus cum Aradia (rituale)
Note biografiche
Charles Godfrey Leland (1824-1903) fu uno dei massimi studiosi ed esperti di folklore e di antiche tradizioni del suo secolo, tuttavia egli fu anche un esperto esoterista ed un Iniziato.
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