Autore: Andrea Camilleri
Editore: Edizioni Angolo Manzoni
Prima edizione: 03/2008
Edizione corrente: 03/2008
EAN-ISBN: 9788862040198
Pagine: 112
Rilegatura: Brossura
Dimensioni: 17x24 cm
Prezzo di copertina: 14,00 Euro
Descrizione
Camilleri raccoglie alcune microstorie - anzi, "storie cellulari" le definisce - che hanno generato sentenze, proverbi, detti
Così recupera parole, mimi, giochi della sua infanzia, del suo paese di terra e di mare, e li ferma sul foglio non per suscitare rimpianti, ma perché ciò che è cambiato non svanisca nella memoria.
Note biografiche
Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925 ma attualmente risiede a Roma.
Regista teatrale, giornalista e scrittore, ha creato il personaggio del commissario Montalbano e l'immaginaria cittadina siciliana di Vigàta.
Andrea Camilleri, con il suo famosissimo commissario, secondo una lista stilata dal Daily Telegraph britannico, è collocato tra i 50 autori di gialli che "bisogna leggere prima di morire".
Estratto
«Il gioco della mosca lo si praticava da maggio a settembre, quando il sole asciugava la spiaggia inumidita dalle piogge d'autunno.
Sono fermamente persuaso che nel corso di questo gioco, durato anni, si sono decisi i nostri destini individuali: troppo tempo impegnavamo nella pura meditazione su noi stessi e il mondo.
E così qualcuno divenne gangster, un altro ammiraglio, un terzo uomo politico.
Per parte mia, a forza di raccontarmi storie vere o inventate in attesa della mosca, diventai regista e scrittore».
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IAS 32 E IAS 39 - Una nuova lettura degli strumenti finanziari
Autore: Massimo Arnone
Editore: RIREA
Prima edizione: 03/2008
Edizione corrente: 03/2008
EAN-ISBN: 9788885333802
Pagine: 198
Prezzo di copertina: 15,00 Euro
Descrizione
Questo studio intende fornire una descrizione meramente introduttiva sugli effetti che i nuovi principi contabili hanno avuto da un punto di vista strategico, contabile e organizzativo sulle principali funzioni di staff delle banche.
Il primo passo di questa ricerca consiste nell'analizzare le principali novità introdotte dagli IAS 32, IAS 39 e IFRS 7 dato che questi principi sono sicuramente quelli che hanno avuto impatti più rilevanti sul processo di redazione del bilancio e sul maggior numero di funzioni nelle imprese bancarie.
Saranno posti all'attenzione del lettore alcuni esempi esplicativi delle principali differenze nella contabilizzazione degli strumenti derivati secondo la vecchia normativa e alla luce degli IAS, mettendo in risalto gli impatti contabili dei nuovi principi e in particolare del criterio del fair value nel bilancio delle banche.
Dopo le ricadute contabili degli IAS verranno analizzati i principali impatti organizzativi sulle funzioni di staff delle banche, in particolare sul risk management.
Tale area infatti, a seguito dell'introduzione dei nuovi principi contabili ed in particolare dell'IFRS 7 che disciplina la cosiddetta disclosure sugli strumenti finanziari presenti nel bilancio, sarà protagonista di una riorganizzazione interna che la renderà molto più articolata dal momento che nel monitorare i principali rischi finanziari sottesi ai rapporti tra banca e cliente dovrà gestire una gamma di informazioni molto più complessa.
Anche in questo caso si cercherà di affiancare la pratica alle considerazioni prettamente teoriche, calandoci nell'area risk management di Efibanca, banca d'investimento del Gruppo Bipielle, effettuando un confronto tra la struttura della nota integrativa prima e dopo l'introduzione degli IAS.
A conclusione della nostra ricerca riporteremo la Brochure curata dalla Divisione Tesoreria, Provvista e Derivati di Efibanca che ci mostra come questa banca ha risposto all'introduzione degli IAS per la valutazione dei prodotti derivati.
Note biografiche
Massimo Arnone, laureato con la massima votazione Dottore in Economia presso l'Università degli Studi di Palermo con il lavoro di ricerca "L'integrazione finanziaria euro-mediterranea: esperienze e prospettive", da anni analizza con particolare attenzione le problematiche finanziarie ed in particolare quelle riguardanti "l'universo banche" e le modalità per finanziare l'innovazione (venture capitalist, private equity, business angel, incubatori d'impresa).
Ha frequentato un Master annuale di secondo livello in "Gestione Finanziaria dell'Attività Bancaria e Assicurativa" presso l'Università "La Sapienza" di Roma ed un tirocinio presso la Divisione di Tesoreria Provvista e Derivati di Efibanca, banca d'affari del Gruppo Bipielle.
Attualmente è Dottore di Ricerca in "Analisi Economica, Innovazione Tecnologica e Gestione delle Politiche per lo Sviluppo Territoriale" presso l'Università degli Studi di Palermo.
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Autore: Marzio Bertotti
Editore: Edizioni Angolo Manzoni
Prima edizione: 03/2008
Edizione corrente: 03/2008
EAN-ISBN: 9788862040174
Pagine: 192
Rilegatura: Brossura
Dimensioni: 17x24 cm
Prezzo di copertina: 16,00 Euro
Descrizione
L'altra Torino, lotte feroci per il controllo del mercato di esseri umani, prostituzione, droga, rapine.
Un noir che è un pugno nello stomaco: seppure ricostruiti e romanzati, sono pur sempre fatti di cronaca vera.
Gente senza speranza, senz'anima, braccata da poliziotti idealisti a volte, cinici altre.
Per l'Autore solo nel peggio di ciascuno è possibile scorgere il lato più sincero e forse più umano di noi.
Il resto è crosta, tanto ipocrita quanto fittizia.
Note biografiche
Marzio Bertotti ha vissuto all'estero tra Londra, Amsterdam, San Francisco...
Nel 1984 è il chitarrista del gruppo H.C. Punk DECLINO.
Rientrato in Italia nel 1988, si laurea in Storia e svolge una serie di inchieste giornalistiche in Africa, collaborando con una rivista tecnica.
Successivamente, gestisce una scuola di lingue e informatica e tiene corsi di arti marziali cinesi.
Attualmente lavora come consulente per una agenzia di cooperazione internazionale.
Nel 2005 ha pubblicato per l'Edizioni Angolo Manzoni il noir, ambientato nella Torino del mondo operaio, In un unico buio.
Estratto
«E chi parla di inchieste? - la interruppe Michele. -
Guarda che è sempre stato tutto lì. Davanti agli occhi.
È così evidente, altro che inchiesta!
Non c'è niente di misterioso. Vedi quel ponte?
Per pochi metri di marciapiede dopo il ponte sono morte quante persone? Cinque? Sei? Otto? Undici!
Tutto sto casino, undici morti e tutto il resto quando sapevamo già che in ballo c'era la conquista di uno spazio da sfruttare.
Tutto lì. Banale no?
Sul palcoscenico della strada, gli automobilisti ignoravano l'ennesima recita.
Sfrecciavano distratti verso la notte, dopo il ponte».
La Collana Corpo 16 GRANDI CARATTERI presenta una veste grafica mirata al lettore ipovedente e tuttavia leggibile per tutti.
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Autore: Roberto Di Ceglie
Editore: Edizioni Cantagalli
Prima edizione: 09/2007
Edizione corrente: 09/2007
EAN-ISBN: 9788882723361
Pagine: 160
Dimensioni: 13,5x21,0 cm
Prezzo di copertina: 14,80 Euro
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Descrizione
A tre anni dalla scomparsa del sacerdote brianzolo mons. Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, Di Ceglie ne ripercorre l'itinerario.
L'intento è di contribuire al dibattito sul tema della religione e della sua natura, di cui si può immediatamente percepire l'attualità della riflessione circa il legame tra fede e ragione.
Don Giussani: profondamente uomo e integralmente cristiano, è maestro nella fede e nella cultura.
Con il suo insegnamento, le sue parole e i suoi scritti ha fatto irrompere nelle nostre vite la presenza di Gesù Cristo, Redentore dell'uomo.
Note biografiche
Roberto Di Ceglie (Potenza, 1971) è docente di Filosofia della Religione presso la Pontificia Università Lateranense di Roma.
È autore di numerosi saggi e articoli sulla questione della verità e la sua tematizzazione riguardo alla religione e alla fede cristiana.
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Il caso di Al Jazeera
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Autore: Francesco Congiu
Editore: Prospettiva Editrice
Prima edizione: --/2007
Edizione corrente: --/2007
EAN-ISBN: 9788874184293
Pagine: 218
Prezzo di copertina: 12,00 Euro
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Descrizione:
Come è stato possibile far credere che un vecchio dittatore in declino, alle prese con un paese al collasso, potesse davvero costituire un pericolo imminente per la pace mondiale?
E cosa ancora più singolare, come è stato possibile collegare questo personaggio con Osama bin Laden e gli attentati dell'11 settembre?
Guerra e informazione, disinformazione e guerra; la notizia nei contesti bellici e la sua distorsione sistematica sono le parole chiave intorno a cui ruota questa indagine.
Ampio spazio, nel libro, viene dato alla narrazione mediatica dei due conflitti iracheni.
Cosa è cambiato e cosa è rimasto immutato rispetto all'operazione Desert Storm?
Il capitolo conclusivo, attua un cambio di prospettiva, focalizzando l'attenzione sulla rappresentazione della "guerra al terrorismo" vista attraverso lo sguardo dei mezzi di informazione arabi e in particolare del network satellitare Al Jazeera.
Vengono analizzate le implicazioni, i fattori positivi e le eventuali problematiche conseguenti alla diffusione di un punto di vista arabo autonomo e relativamente omogeneo, all'interno di un Mediascape non più interamente dominato dal monopolio occidentale dell'informazione.
Indice
Capitolo I. Armi di distrazione di massa
1.1 Informazione e propaganda di guerra
1.2 E gli inglesi fecero scuola: le false foto del generale
1.3 La guerra psicologica
1.4 Vietnam: la guerra entra in salotto
1.4.1 La sconfitta in diretta TV
1.5 Mai più come in Vietnam
Capitolo II. Iraq 1991-2004. Storia di una guerra infinita
2.1 La prima guerra del Golfo
2.1.2 Il feroce Saladino
2.1.3 Bambini strappati alle incubatrici
2.1.4 Desert Storm: la tempesta della informazione
2.2 Iraq 2003: una guerra annunciata
2.2.1 11 settembre: inizia la guerra infinita
2.2.2 Taci, il nemico ti ascolta!
2.2.3 E alla fine il Mullah fuggì in motocicletta
2.2.4 Scompare bin Laden, entra in scena Saddam
2.2.5 Bugie preventive
2.2.6 Giocare con la paura
2.3 Tempo di guerra
2.3.1 Notizie con le stellette: i giornalisti embedded
2.3.2 Media in mimetica: il patriottismo informativo
2.3.3 Sul set di Piazza Paradiso
2.3.4 La guerra come un film di Hollywood
Capitolo III. Il punto di vista arabo. Il caso Al Jazeera
3.1 Nasce Al Jazeera, la prima fonte araba di informazione indipendente
3.2 Il palinsesto che fa paura agli emiri: i rapporti con il mondo arabo
3.3 Al Jazeera e le contraddizioni del Qatar
3.4 Al Jazeera, Afghanistan e bin Laden
3.5 Al Jazeera e la guerra in Iraq
Considerazioni conclusive
Bibliografia
Note biografiche
Francesco Congiu (1977), si è laureato in Scienze della Comunicazione all'Università di Bologna, discutendo la tesi da cui è tratto questo libro.
Ha collaborato, come redattore, con la rivista bolognese" Zero in Condotta" e per alcuni portali di informazione web.
Ha lavorato, come copywriter, presso Interattiva, una software house milanese specializzata nel Digitale Terrestre.
Attualmente lavora come Content Manager presso "Abbeynet", una azienda informatica attiva nel campo della comunicazione VoIP.
È alla sua prima pubblicazione.
Contatti
francesco.congiu@gmail.com
Estratto
Introduzione
Nonostante non sia mai stato efficacemente dimostrato che i rapporti intercorsi tra l'organizzazione terroristica Al Qaeda e l'Iraq siano stati diversi da quelli con lo Yemen, l'Arabia Saudita o lo stesso Pakistan, e dato ancor più sorprendente, nonostante lo stesso Bin Laden abbia più volte esternato attraverso i suoi minacciosi proclami l'odio profondo per il regime "infedele" di Saddam Hussein, secondo un sondaggio effettuato dalla CNN, alla vigilia dell'attacco all'Iraq il 76% degli americani era convinto che vi fossero prove attendibili di aiuti dell'Iraq ad Al Qaeda, mentre il 72% credeva che Saddam fosse coinvolto negli attentati dell'11 settembre.
Le moderne armi di inganno di massa funzionano perché fanno affidamento su tecniche già sperimentate: la paura causata dal dopo 11 settembre, gli allarmi sul terrorismo e le deportazioni di massa; una coalizione di media che ripetono all'infinito le dichiarazioni ufficiali del Governo con scarsa analisi critica; l'uso di un linguaggio che nasconde o inverte i significati (ad esempio, "cambio di regime", "liberazione", "coalizione del Bene" e "asse del male"); e la sostituzione nella sfera pubblica degli intellettuali indipendenti con "esperti" autoproclamati istruiti da attrezzatissime agenzie di pubbliche relazioni, che applicano al "prodotto" "guerra" le stesse tecniche di marketing e comunicazione utilizzate per vendere un automobile o uno shampoo.
La narrazione della guerra mostrata dai mass media americani, e di riflesso, come conseguenza del crescente processo di concentrazione del mercato editoriale globale, della maggior parte dei media occidentali, ci ha presentato una versione purificata del conflitto, asettica, quasi chirurgica.
Le immagini trasmesse da tutte le televisioni presentavano per lo più visioni dall'alto, o da lontano, sui cieli in fiamme di Baghdad o sul paesaggio piatto del deserto solcato dalle sagome dei tank e dei blindati.
Più un videogame che una guerra.
Senza volti, senza corpi, senza dolore.
Senza il volto segnato dal panico di nessun soldato che riportasse il grande show del conflitto alle Dimensioni dell'umano.
Dal punto di vista occidentale, il conflitto iracheno è stato scandito dai servizi dei giornalisti embedded, letteralmente "incastonati" al seguito delle truppe, una delle novità che hanno caratterizzato la copertura mediatica dell'operazione Iraqi Freedoom.
Questi nuovi protagonisti del giornalismo di guerra, protetti e assistiti dall'esercito, si sono rivelati una delle armi vincenti in mano alla propaganda Usa per la conquista del "fronte interno" dell'opinione pubblica americana.
La copertura mediatica della prima guerra del Golfo, segnata da una manciata di immagini del cielo di Baghdad attraversato dalle scie luminose delle bombe e della contraerea irachena, ossessivamente ripetute dalla CNN, ha decretato il successo globale del network di Atlanta, che con le sue breaking news in onda 24 ore su 24, ha rivoluzionato i tradizionali criteri giornalistici di selezione e scelta delle notizie, imponendo un modello dell'informazione a "ciclo continuo", il cosiddetto "giornalismo fast food".
Il secondo capitolo della saga bellica statunitense in Medio Oriente ha invece registrato il trionfo del "giornalismo patriottico" inaugurato da Fox news, il nuovo canale satellitare all news nato proprio per fare concorrenza alla Tv del gruppo Time Warner.
Secondo i dati diffusi dall'istituto Nielsen, una sorta di Auditel americano, il maggior beneficiario del conflitto in termini di ascolti è stata proprio Fox News, che ha fatto del patriottismo integrale e dell'appoggio incondizionato al secondo conflitto iracheno il proprio marchio di fabbrica, promuovendo uno stile aggressivo e sensazionalistico di sicura presa sul pubblico.
Il nuovo canale di informazioni via cavo è tuttavia solo la punta dell'iceberg della News Corporation, il gigantesco impero editoriale presieduto da Rupert Murdoch, che grazie all'acquisizione del canale satellitare Direct Tv, oltre alle svariate Sky Tv sparse in tutto il mondo, può contare sulla smisurata cifra di 120 milioni di abbonati distribuiti in 52 paesi.
La News Corporations inoltre pubblica 175 giornali nel mondo, tra cui The Times, The Sunday Times, The Sun, The News of the World, nel Regno Unito, il New York Post ed il Weekly Standard negli Stati Uniti.
40 milioni di esemplari alla settimana in totale, venduti in tutti i continenti.
William Randolph Hearst, il simbolo dell'influenza raggiunta dal "Quarto Potere" all'epoca dell'"età dell'oro della stampa", e alla cui figura non a caso si ispira Citizen Kane, il capolavoro cinematografico di Orson Welles, al confronto con l'estensione smisurata dell'impero mediatico di Murdoch, farebbe la figura di un editore di bollettini locali.
Hearst, attraverso una violenta campagna stampa a favore dell'intervento militare a Cuba, uno degli ultimi possedimenti spagnoli, trascinò praticamente gli Stati Uniti nel conflitto ispano-americano, ribattezzata da molti come la guerra di Hearst.
Allo stesso modo, come ha scritto Federico Rampini su La Repubblica nei giorni immediatamente successivi alla caduta di Saddam, "l'intervento in Iraq passerà alla storia come la vittoria privata di Rupert Murdoch, per il suo ruolo decisivo nel 'venderla' all'opinione pubblica angloamericana mobilitando la potenza planetaria dei suoi mass media.
E' stato il motore ideologico di questa guerra".
Tuttavia, nonostante l'appoggio incondizionato della corazzata mediatica di Murdoch, e della maggior parte dei grandi network informativi statunitensi, abbia fornito un sostegno importante all'amministrazione Bush per convincere l'opinione pubblica americana circa "la giustezza della guerra" intrapresa in Iraq, l'opinione pubblica internazionale, definita dal New York Times, sull'onda delle grandi manifestazioni contro la guerra che hanno portato in piazza 110 milioni di persone in tutto il mondo, come "la seconda superpotenza mondiale", è rimasta piuttosto scettica riguardo alla necessità di un intervento militare; sia prima, durante la lunga campagna mediatica che ha preceduto l'inizio delle ostilità; che dopo, di fronte al perdurare della crisi irachena una volta decretata ufficialmente la fine della guerra.
Secondo un sondaggio pubblicato negli Stati Uniti4, alla vigilia dell'inizio delle operazioni militari in Iraq, mentre il 59% degli americani si dichiarava favorevole alla guerra, solo il 39% dei britannici, i cui soldati erano in procinto di partire a fianco delle forze Usa, appoggiava l'intervento militare "alleato".
In Italia, Spagna e Polonia, paesi inclusi nella "coalizione dei volenterosi" che sostenevano la spedizione angloamericana nel Golfo, la percentuale dei sostenitori della guerra crollava rispettivamente al 17, al 13 e al 21% degli intervistati.
Percentuali simili in Germania e Francia, dove solamente il 27 e il 21% dichiarava di non essere contrario all'intervento.
In Russia infine, l'operazione Iraqi freedoom era approvata da appena il 10% della popolazione.
Nello stesso Iraq "liberato", appena nove giorni dopo il trionfale abbattimento della statua del rais, anziché lanciare mazzi di fiori ai soldati americani, come enfaticamente raccontato dalla "coalizione" dei media occidentali, migliaia di persone affollavano le strade di Baghdad per protestare contro l'occupazione americana.
Sinistri presagi di una situazione di crisi che a qualche mese di distanza sarà descritta come "l'inferno iracheno".
"A un anno esatto dalla presa di Baghdad - recita un lancio dell'Ansa del 9 Aprile 2004 - la guerra in Iraq sembra ricominciare più vigorosa che mai.
Si combatte da nord a sud del Paese e si aggiorna di continuo il conto dei morti".
Lo stesso giorno, mentre i commentatori dei media cominciano a evocare sempre più insistentemente lo spettro di un nuovo Vietnam, la tv satellitare araba Al Jazeera trasmette le angoscianti immagini dei tre ostaggi giapponesi rapiti da un gruppo di guerriglieri iracheni, bendati, legati e con il coltello alla gola, costretti a gridare invocazioni ad Allah.
Immagini crude e brutali che contrastano drammaticamente con la rassicurante visione della guerra proposta dai mezzi di informazione occidentali.
Attraverso lo sguardo delle telecamere delle tv satellitari arabe, la sensazione è quella di assistere ad un'altra guerra, molto diversa da quella iper-patriottica andata in onda sui media americani: è la storia di una violenza quotidiana contro civili inermi, con immagini terrificanti di corpi smembrati, bambini attoniti, donne in lacrime.
Mentre sugli schermi della CNN e delle altre testate giornalistiche occidentali andava in onda la lunga sequenza della rimozione della statua di Saddam Hussein da Piazza del Paradiso, più o meno "patriotticamente" commentata a seconda della nazionalità e della proprietà dell'emittente, le emittenti arabe mostravano le vittime civili dei bombardamenti angloamericani urlanti dal dolore accolte negli ospedali iracheni.
Come accennato sopra, l'introduzione dei giornalisti embedded ha rappresentato la novità più significativa nella copertura mediatica del secondo conflitto iracheno da parte dei media occidentali.
Un'interpretazione illuminante dei motivi che hanno spinto Victoria Clarke, responsabile della comunicazione del Dipartimento di Difesa statunitense, nonché ex dirigente della Hill & Knowlton, una delle più stimate agenzie di pubbliche relazioni specializzate nella creazione di eventi mediatici al servizio di governi e di Stati in situazioni di crisi, nel mettere a punto la strategia di comunicazione che contemplava i giornalisti "arruolati" al seguito delle truppe, viene dalle parole di Steve Gorman, corrispondente della Reuters da Los Angeles.
Secondo Gorman, che scrive un mese prima dello scoppio del conflitto," preoccupati che il pubblico rimanga profondamente scettico riguardo l'entrata in guerra, gli ufficiali del Pentagono hanno detto che è nel loro interesse fornire ai media occidentali l'accesso alle zone di combattimento per contrastare il potenziale di disinformazione che potrebbe venire da fonti di notizie arabe".
In una guerra caratterizzata dalla debolezza e dall'estrema incertezza del disegno politico che l'accompagna, "la conquista dei cuori e delle menti" dei popoli coinvolti nel conflitto e dell'opinione pubblica del pianeta, come più volte enfaticamente sottolineato dagli stessi membri dell'amministrazione americana, rappresentava infatti il primo obbiettivo strategico da raggiungere; in modo "da conquistare ex post, con la forza travolgente delle immagini, il consenso e la ragione che erano mancati alla vigilia".
Non stupisce, quindi, che all'interno di un conflitto programmato in funzione della sua rappresentazione mediatica, e per questo caratterizzato da ingenti sforzi comunicativi, inediti in quanto a dimensioni e durata dell'apparato propagandistico messo in campo, la presenza delle Tv arabe sia stata definita dal presidente della Commissione Federale per le Comunicazioni degli Stati Uniti, Reed Hunt, come un vera e propria "forza geopolitica".
L'esplosione delle emittenti satellitari in lingua araba è stata l'altra grande novità che ha caratterizzato la copertura mediatica del secondo conflitto iracheno.
Una novità non di poco conto, che con la rottura del monopolio occidentale delle informazioni, ha messo in moto una vera e propria rivoluzione nel sistema della comunicazione globale, destinata a produrre conseguenze profonde nel mondo arabo, un'area in cui la libertà d'informazione è sempre stata fortemente limitata o addirittura assente.
Una delle cause principali del terremoto in atto nel sistema informativo arabo, un contesto mediatico tradizionalmente caratterizzato dal servilismo e dal conformismo, in cui la maggior parte dei grandi media è controllata, direttamente o indirettamente, dai poteri politici, è da imputare sicuramente allo strepitoso successo di Al Jazeera, la tv satellitare in onda 24 ore su 24 che ha conquistato fama planetaria con la spregiudicata messa in onda dei messaggi di Osama Bin Laden dopo i tragici attentati dell'11 settembre 2001.
Nata nel 1996 a Doha, grazie ai finanziamenti dello sceicco Hamad Khalifa al-Thani, l'emiro del Qatar, oggi può contare su un pubblico di circa 45 milioni di abbonati distribuiti nei paesi del Medio Oriente e nelle comunità arabe sparse ovunque nel mondo.
Nei giorni seguenti all'attacco angloamericano, Google e Lycos, i maggiori motori di ricerca su Internet, affermatosi come mezzo di comunicazione ormai maturo, pienamente funzionale alla febbrile ricerca di informazione e di aggiornamento in una situazione di crisi quale il contesto bellico iracheno, hanno registrato che Al Jazeera è stato il termine più comune ricercato dai navigatori, tre volte più frequente della parola "sesso".
Contemporaneamente il sito di Al Jazeera, dove erano disponibili le immagini della guerra che i network americani avevano deciso di censurare, è stato fatto oggetto di massicci attacchi da parte di alcuni hacker, che hanno reso irraggiungibile per un lungo periodo sia la versione araba che quella inglese.
L'approccio aggressivo orientato al sensazionalismo e alla ricerca ossessiva dello scoop, che contraddistingue le nuove tv arabe, Al Jazeera in testa, è stato spesso etichettato dai media occidentali come fiancheggiatore dell'estremismo e del fondamentalismo islamico.
Il comportamento dell'emittente qatariota in particolare, ha scatenato roventi polemiche da parte del governo americano.
La Casa Bianca ha stigmatizzato più volte l'antiamericanismo, a suo giudizio, imperante nel network arabo, accusato di essere il megafono di Al Qaeda, e ha più volte esercitato la sua pressione diplomatica nei confronti dell'emiro del Qatar, affinché la riportasse a più miti consigli.
Uno degli obbiettivi che questo lavoro si propone di raggiungere, è quello di analizzare come i media occidentali hanno inquadrato il terremoto in atto nel mondo dell'informazione araba; un cambiamento che a parere di Roberto Reale, "provocherà conseguenze profonde negli anni che seguiranno questa guerra".
Come case study verrà preso in considerazione il ruolo svolto da Al Jazeera, in virtù della sua posizione di leadership e di fattore di rottura all'interno del mondo dell'informazione araba.
L'informazione, o per meglio dire "la disinformazione" in tempo di guerra, è il tema centrale affrontato nel primo capitolo: un excursus storico che intende ripercorrere la copertura informativa dei maggiori conflitti combattuti nell'arco del ventesimo secolo.
Nel suo celebre studio sulla "Grande Guerra", il politologo Harold Lasswel individuò alcuni temi ricorrenti nella propaganda di tutte le nazioni belligeranti, incentrati sulla contrapposizione tra "amici" e "nemici", tra forze del bene e forze del male.
All'interno di questo sistema di classificazione il nemico assume le sembianze del male assoluto da estirpare, diviene il responsabile di tutte le sofferenze e di tutte le ingiustizie dell'umanità e per questo deve essere annientato.
Il racconto della guerra che oggi ci viene riproposto a quasi un secolo di distanza, dimostra come questi temi siano presenti non solo nella propaganda, ma nel contesto informativo in generale.
Basta rileggere i servizi giornalistici o i discorsi del presidente americano Bush sulla seconda guerra del Golfo per ritrovarli tutti, insieme a un linguaggio non troppo dissimile dalla retorica politica classica.
"Naturalmente la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra, né in Germania.
Questo è comprensibile.
Ma, dopotutto, sono i governanti del paese che determinano la politica, ed è sempre facile trascinare con sé il popolo, sia che si tratti di una democrazia, o di una dittatura fascista, o di un parlamento, o di una dittatura comunista.
Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre portato al volere dei capi.
È facile.
Tutto quello che dovete fare è dir loro che sono attaccati, e denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo, in quanto espongono il paese al pericolo.
Funziona allo stesso modo in tutti i paesi.
A parlare in questo modo non è un esperto in pubbliche relazioni assunto dalla amministrazione Bush per convincere l'opinione pubblica sulla necessità di intraprendere la "guerra al terrorismo" contro "gli stati canaglia".
Si tratta di un discorso pronunciato dal gerarca nazista Hermann Goering durante il processo di Norimberga, ma la somiglianza con le argomentazioni presentate in seguito agli attacchi dell'11 settembre da autorevoli commentatori cosi come da molti membri del Governo Usa sono imbarazzanti.
Il 6 dicembre 2001, il procuratore generale John Ashcroft, l'equivalente statunitense del nostro ministro della Giustizia, in risposta alle polemiche sulle restrizioni delle libertà civili in seguito all'approvazione del Patriot Act, in una deposizione davanti al Congresso definì "i nostri oppositori" come "coloro che spaventano gli amanti della pace con lo spettro della perdita di libertà; il mio messaggio è questo: i vostri metodi aiutano soltanto i terroristi, corrodono l'unità nazionale e indeboliscono la nostra risolutezza.
Offrono cartucce ai nostri nemici e scoraggiano gli amici dell'America. In questo modo la gente di buona volontà viene incoraggiata a restare in silenzio di fronte al Male".
"L'essenziale della dominazione politica - scrisse il sociologo francese Patrick Champagne - consiste in meccanismi essenzialmente di ordine simbolico, poiché l'azione politica più importante è nascosta e consiste soprattutto nell'imposizione di sistemi di classificazione del mondo sociale".
All'interno del corpo sociale, ai tempi di Goering come ai giorni nostri, le situazioni di crisi permettono ai governi di creare "una scala di lealtà che premia il patriota e il buon cittadino, mentre punisce chi si dichiara neutrale e agisce con violenza contro chi viene considerato, a torto o a ragione, un traditore.[...]
Dalla fine dell'Ottocento in poi, lo strumento con cui la verità patriottica è stata fatta arrivare nei villaggi più remoti dei paesi in guerra sono stati ovviamente i mass media".
"Mai come durante lo stato di guerra v'è scollamento tra la realtà e la sua riproduzione ideologica di massa. Tutto nell'informazione di guerra congiura ad affidarle intenzioni e scopi che prescindono dai fatti".
I mezzi di informazione, nonostante la loro funzione di cronaca, sono stati spesso usati nella storia come strumenti di propaganda.
In tempo di guerra la distinzione tra notizia giornalistica e propaganda diventa assai sottile.
"La guerra - scrive Fabrizio Tonello - consacra una tale superiorità del campo politico su quello giornalistico che discutere dell'autonomia di quest'ultimo non ha alcun senso.
Quando il governo chiama all'azione, i giornalisti rispondono più prontamente e con maggiore entusiasmo delle reclute".
"I mass Media - scriveva nel 1991 Rossella Savarese a proposito della prima guerra del Golfo - influenzano l'opinione pubblica perché non sono considerati strumenti di propaganda anche se essi impiegano di fatto codici non verbali per stabilire priorità qualitative e scale di valori, come la misura dei titoli e la collocazione degli articoli, elementi che non vengono percepiti come messaggi persuasori.[...]
La propaganda infatti non è altro che questo: prendere posizione a favore o contro qualcosa attribuendo alla propria scelta valori positivi in opposizione a quelli di un avversario vero o supposto.
Il linguaggio che essa impiega può essere terribilmente informativo".
Stabilire se queste riflessioni siano ancora valide a 13 anni di distanza, nell'era di Internet e della comunicazione satellitare, sarà il compito del secondo capitolo, che prende in considerazione la narrazione mediatica dei due conflitti iracheni da parte dei media occidentali.
Cosa è cambiato e cosa è rimasto immutato nello scenario mediatico rispetto all'operazione "Tempesta nel deserto"?
Il terzo capitolo, si occuperà infine del ruolo assunto dai mezzi di informazione arabi e in particolare della rete satellitare Al Jazeera nella rappresentazione mediatica di questa guerra.
Verranno analizzate le implicazioni, i fattori positivi e le eventuali problematiche che a giudizio dei nostri commentatori, comporta la diffusione di un punto di vista arabo autonomo e relativamente omogeneo all'interno di un Mediascape non più interamente dominato dal monopolio occidentale dell'informazione.
In una guerra in cui i nostri mezzi di informazione sono stati sistematicamente inondati come non mai da un vero e proprio diluvio di notizie false, frutto di un copione mediatico sapientemente preparato da tempo a tavolino grazie a una massiccia campagna di pubbliche relazioni magistralmente orchestrata al servizio dei governi americano e britannico, con la cruda forza delle immagini, le emittenti arabe hanno clamorosamente smentito le ottimistiche interpretazioni della "guerra umanitaria e democratica" suggerite dai dipendenti del Pentagono agli acritici mass media della "coalizione".
Come sottolinea Roberto Reale, "questo tipo di testimonianza ha cambiato le cose anche a casa nostra. Per la prima volta negli ultimi anni, le cosiddette 'bombe intelligenti', gli 'effetti collaterali', sono progressivamente usciti di scena.
Se queste espressioni asettiche, queste forme di ipocrisia sono state finalmente rimosse dal vocabolario di molti commentatori, il merito è proprio dei tanti filmati girati sul campo di battaglia".
Questa volta la CNN, il leader mondiale dell'informazione ai tempi della prima guerra del Golfo, così come gli altri mezzi di informazione e le agenzie di stampa di tutto il mondo hanno dovuto attingere dalle informazioni provenienti da Al Jazeera e dagli altri network arabi che con la loro documentazione filmata hanno mostrato per la prima volta ai poco avvezzi spettatori occidentali il vero tragico volto della guerra.
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