I figli di Beowulf 2008

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Il nuovo fantasy italiano

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Autore: AA. VV.

Editore: Midgard Editrice

Prima edizione: 03/2008

Edizione corrente: 03/2008

EAN-ISBN: 9788895708133

Pagine: 146

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 14,4x20,5 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

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Descrizione
I figli di Beowulf 2008 è un antologia di racconti e saggi brevi dedicati al fantasy italiano, una raccolta che spazia attraverso tematiche e stili diversi in modo originale e stimolante.

Tullio Bologna affronta la storia d Italia, ricostruendo un Medioevo fantastico alternativo, in cui paganesimo e cristianesimo convivono.

Teresa Regna ci presenta un racconto di atmosfere celtiche.

Claudio Foti scrive un opera di fiction che ha per protagonista il mitico scrittore americano di Heroic Fantasy Robert E. Howard.

Nella sezione saggistica, Giuseppe Panella analizza un film capostipite del fantastico italiano come "La corona di ferro" di Blasetti.

Altri testi completano l'antologia.

Il volume è a cura di Alberto Henriet.

Introduzione di Alberto Henriet.

Racconti di Tullio Bologna, Teresa Regna, Alberto Henriet, Fulvio Gatti, Claudio Foti e Valentino Sergi.

Saggi di Giuseppe Panella, Francesco Rebuffo e Gianluca Casseri.

Illustrazioni di Roberto Bonadimani, Marco Gordini e Marco Privato.


Note biografiche
Alberto Henriet è nato ad Aosta il 14 Ottobre 1962.

Ha studiato al DAMS/Indirizzo Spettacolo di Bologna.

Al suo attivo ha una serie di racconti di fantascienza e fantasy apparsi in pubblicazioni professionali (L'Eternauta, Nova SF*, Futuro Europa) e antologie (Futuraosta, Nel nome di Conan, Sangue sintetico).

Ha pubblicato con Midgard il fantasy Storia di un cavaliere gotico (2007), incentrato sul personaggio di Kylmer il cavaliere barbaro errante.


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Il dente del coniglio

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Autore: Rüdiger Zange

Editore: Edizioni Senza Speranza

Prima edizione: 12/1993

Edizione corrente: 09/2002

EAN-ISBN: --

Pagine: 147

Dimensioni: 13x19 cm

Prezzo di copertina: 8,00 Euro


Descrizione
È lo yellow dove Sherlock Holmes è il Generale Ribes e il Dottor Watson, suo assistente, è Quito Bolivar, una cavia peruviana.

Stessa narrazione della prima versione - modificata in alcuni personaggi non autorizzati e ampliata - racconta due realtà sovrapposte, una umana, l'altra animale, che hanno il proprio intreccio nei perimetri di due città, Bulagna e Boowley.

La prima è ubicata nel sottosuolo londinese e vive il calendario del "ventesimo secolo", la seconda, in superficie, è "attardata" negli anni di fine ottocento, gli stessi delle gesta scritte da Sir Conan Doyle.

Una maledizione viene insinuata nella mente di Bob - rampollo della famiglia Kinley, fabbricante clandestina di pessimo whisky - da uno strano "creaturo": inizia una catena di omicidi.

Sarà il Generale Ribes, coadiuvato dall'impareggiabile Dottor Quito, a risolvere il caso


Note biografiche
Rüdiger Zange (Ruggero Pinza)


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Autore: LivioTiezzi

Editore: Alberti Editori

Prima edizione: 03/2008

Edizione corrente: 03/2008

EAN-ISBN: 9788889664544

Pagine: 144

Rilegatura: brossura filo refe

Dimensioni: 17x24 cm

Prezzo di copertina: 16,50 Euro

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Descrizione
Di case, ne avevamo viste tante, ma per Anna e Giovanni c'era sempre qualcosa che non andava bene!

Non è che avessimo bisogno di una seconda casa, ne avevamo già due, di cui una al mare.

Quella dove abitiamo a Sinalunga è ampia ed ha tutti i comfort, ma, un desiderio era dentro di noi, desideravamo possedere una casa tradizionale, toscana, nelle nostre campagne, dove siamo nati e dove sono radicate le nostre origini.

Noi volevamo in ogni modo una casa antica nelle nostre campagne!

Una storia che narra con semplicità l'amore per le tradizioni, per le proprie origini, per la famiglia, immersi nella tranquillità della campagna toscana.


Indice
Il sogno
La ricerca
La visita con Tommaso
Farnetella
Contatti con i proprietari
L'incontro
Guido e Rosa
Cenni del passato di casa meleto
Il contratto
La perizia della banca.
Il borgo dell'amorosa
I miei genitori
Andiamo a vedere casa nostra
Valda e i fratelli Casucci
Chi farà tutte queste cose?
L'inizio lavori
La visita dei fratelli Casucci
La ristrutturazione
Fine lavori
I primi ospiti Amavano stare a Meleto
Conclusione
Di Pablo Neruda
Le foto


Note biografiche
Livio Tiezzi è nato l'8 Novembre 1943 presso la frazione dell'Amorosa, nel comune di Sinalunga.

Ha passato un'infanzia semplice e spensierata nel podere di famiglia, in mezzo a campi ed animali tenuti sempre con grande cura dal padre Ezio.

Nel 1969 ha conosciuto ed in seguito sposato Anna Maria Casucci, e nel 1972 è diventato papà di Giovanni, dando vita ad una famiglia unita e affiatata negli anni.

Appassionato fin dalla più tenera età della tecnologia, nelle sue più svariate forme, appena entrato nel mondo del lavoro ha trovato felicemente sbocco nel settore della meccanica, dando vita a più di una iniziativa imprenditoriale.

Oggi è presidente e direttore dell'azienda metalmeccanica da lui fondata nel 1989 la quale, avvalendosi del suo prezioso contributo (nonché dell'ingresso nella compagine sociale di un importante gruppo industriale italiano), si è accresciuta negli anni arrivando ad oggi ad un consistente fatturato, nonché a contare molti dipendenti altamente specializzati.

È soprattutto negli ultimi anni che si è risvegliata in lui la passione per la vita di campagna, facendo riaffiorare ricordi sopiti dai tempi dellìinfanzia.

Per quanto a tutt'oggi la sua pressoché unica occupazione dal lunedì al venerdì resti l'azienda, che dirige insieme al figlio Giovanni, i sabati e le domeniche sono quasi sempre dedicati a Meleto, la terza passione della sua vita (dopo la sua famiglia e la meccanica!).


Estratto
Il sogno

Di case, ne avevamo viste tante, ma per Anna e Giovanni c'era sempre qualcosa che non andava bene!

Non è che avessimo bisogno di una seconda casa, ne avevamo già due, di cui una al mare.

Quella dove abitiamo a Sinalunga è ampia ed ha tutti i comfort, ma, un desiderio era dentro di noi, desideravamo possedere una casa tradizionale, toscana, nelle nostre campagne, dove siamo nati e dove sono radicate le nostre origini.

In Toscana, la maggior parte dei casolari sono già stati ristrutturati, non sono in vendita, difficilmente si riesce ad aprire nuove trattative per la ridotta offerta.

Noi volevamo in ogni modo una casa antica nelle nostre campagne!

Nei fine settimana, quando avevamo del tempo libero ci siamo messi ad esplorare queste terre, per scovare qualche rudere o casolare che potesse fare al caso nostro.

Era bello aggirarsi per questi luoghi, pensavamo di conoscerli bene, ma non era cosi.

Lucignano, Trequanda, Montepulciaino, Crete Senesi.

Queste ultime erano già troppo distanti dalla nostra abitazione, (35 minuti di macchina).

La condizione di Anna ed anche la mia, era che per raggiungere la nuova casa dalla nostra abitazione di Sinalunga non dovevamo impiegare più di 15 minuti.

A Trequanda nei pressi della stazione, avevamo visto un rudere che poteva andare bene, 15 minuti esatti per raggiungerlo, costruzione tipica del luogo, annessi, un po' di terreno.

Anche il prezzo ci appariva interessante.

Dopo alcuni commenti familiari decidemmo di farlo visionare dal nostro architetto, il quale, dopo il sopralluogo ci consiglio di abbattere tutto e ricostruire.

Le fondamenta non erano adeguate ed esistevano crepe enormi, il prezzo allettante era così giustificato.

Abbandonammo l'idea in quanto i costi per la ricostruzione sarebbero stati proibitivi.

Le altre case viste, avevano sempre qualcosa che per Anna o Giovanni non andava bene.

Io mi accontentavo più facilmente perché cercavo sempre di trovare i lati positivi immaginando già come avrei potuto migliorare questa o quella situazione.

Molte volte era il prezzo a non accontentare nessuno di noi.

Ci eravamo persi di coraggio e già pensavamo di orientarci verso altre forme di investimento.


La ricerca

Anna, mia moglie fa il promotore finanziario, ha molti clienti ed è molto stimata da questi.

La nostra casa è un centralino telefonico, i clienti telefonano a tutte le ore non solo per il lavoro ma anche per chiedere consiglio sulle loro cose personali.

Io le dico scherzando, che forse, guadagnerebbe di più se aprisse un agenzia per consigli e consulenze.

Tommaso è un cliente di Anna, è un uomo tutto di un pezzo e fa il giardiniere.

Durante uno dei suoi colloqui nell'ufficio di Anna, parlando del più e del meno, viene fuori che il podere dove lavora lui potrebbe essere messo in vendita, niente di certo, ma si sa che quando se ne parla

La casa è a Farnetella dice Tommaso, località podere Meleto, i proprietari sono di Roma, gente del cinema, e, con il loro permesso posso farvela vedere.

Oh Tommaso! Replica Anna, noi non cerchiamo meleti, le mele non ci interessano!

Noi cerchiamo una casetta, che costi il giusto.

Non mi pare che da come ne parli questa sia adatta per noi.

Tommaso: Anna, dillo a Livio altrimenti glielo dico io, perché a me interessa che questa casa, se la vendono, vada in mano a gente perbene, e del posto, le sono affezionato, e poi, è vicino al mio oliveto e posso curarli entrambi.

Anna: Va bene Tommaso, lo dirò a Livio e poi ci risentiamo.

Anna, con il suo spirito di segugio, non poteva non indagare su dove poteva essere questo podere, che, pur essendo vicino a Farnetella non si era mai notato transitando le strade locali.

Dopo aver capito dove poteva essere, ci fa una visitina da sola per vedere il luogo.

Quella sera, a cena, non ci fu bisogno di entrare nell'argomento casolari, che in quel periodo era un tema predominante.

Anna, non stava nei panni per raccontarmi tutto.

Mi accorsi che, a differenza di altre volte il suo atteggiamento era molto interessato all'argomento ed io pensai: questa e la volta buona! e dissi: Combina un appuntamento con Tommaso e poi andiamo a vedere.

Giovanni che nel fine settimana va con gli amici o con la sua ragazza, ebbe solo qualche informazione dei nostri movimenti, sapeva solo che avremmo visitato un'altra casa, e come al solito, non dette al fatto alcuna importanza, "Sarà come le altre!" Disse e uscì.

Mia moglie voleva che in qualche modo Giovanni ci desse il suo parere, almeno per la zona, perché nelle altre occasioni era stato molto esigente a riguardo.

Una sera, dopo il lavoro, a mia insaputa, andarono a vedere il posto, e quanto era possibile vedere attraverso il cancello chiuso.

Mamma questa non la possiamo perdere! Fu l'esclamazione di Giovanni.

L'appuntamento per visitare Meleto era fissato per la domenica mattina, ma anch'io ero impaziente, anche se pensavo di non darlo a vedere.

Anna disse: Senti Livio, domani sera, andiamo a vedere insieme il posto, almeno da fuori, è bene che ti faccia un'idea prima della visita con Tommaso.

Accettai.

Superato il bivio di Farnetella, 500 metri più avanti svoltando a sinistra c'è una stradina bianca con due file di cipressi ai lati, la imbocchiamo e lentamente con l'auto saliamo verso la collina.

Ai lati dei cipressi s'intravedono i vigneti che, danno un ottimo vino Chianti, alternati ad olivi stupendi.

Salendo ancora a sinistra incontriamo un casolare e poi un altro entrambi disabitati.

Appartengono alla fattoria di Farnetella.

E non sono in vendita.

La strada è abbastanza sconnessa, ma transitabile.

Ma Anna, dove mi porti! Chiedo incuriosito, non si vede ancora niente!

Vai avanti e non ti preoccupare! Risponde Anna.

Poco più avanti, svoltando a destra s'imbocca una stradina bellissima, bosco a destra, bosco a sinistra, colate d'edera e macchia boschiva fiorita ai lati, odore di bosco.

Una piccola cascata d'acqua usciva dal muro a secco: più avanti, un piccolo posteggio, tutto coperto di querce, "eccoci arrivati", esclama Anna.

Un bel cancelletto in ferro battuto, circondato di pietre locali, tetto con travetti in legno e cotto antico, gelsomini ai lati.

Si avvertiva un messaggio d'eleganza insieme alla rusticità del luogo.

Guardiamo dentro, "Bello!" Fu la mia esclamazione, ma, credo, cara Anna, che non combinerà con le nostre finanze, "speriamo bene" fu la sua risposta.

Dal cancello chiuso si scorgeva una bella scalinata in mattoni con fiori campestri ed un grande mandorlo a destra fra la scala e il caseggiato.

Gli scalini disposti a ventaglio accompagnavano verso l'ingresso alto, del casolare, quest'ultimo costruito in pietra.

Il parco, disposto su più livelli sostenuti da muri a secco.

La dependance anch'essa in pietra, con piante grandi che quasi la nascondevano alla vista.

In fondo, olivi grandiosi, circondati da muretti a secco, il tutto mantenuto con elegante trascuratezza.

Siamo rimasti affascinati!!!

Anna a me piace molto, ma ripeto, il prezzo che Tommaso ci ha detto, non mi sembra attendibile!

Sentiremo! dice Anna.


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Nickname

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Chattare non sarà più la stessa cosa.

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Archivio NuoviLibri.It

Autore: Gianfranco Virardi

Editore: Boopen

Prima edizione: 10/2007

Edizione corrente: 10/2007

EAN-ISBN: 9788862230681

Pagine: 100

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 14,8x21,0 cm

Prezzo di copertina: 7,50 Euro

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Descrizione
Un nuovo romanzo di Gianfranco Virardi, copywriter romano che da qualche anno ha liberato la sua penna alla narrativa.

Questa volta l'autore ha scelto di cimentarsi nel genere thriller, scrivendo un libro che si legge in un lampo: 100 pagine ad altissima tensione.

Il titolo è Nickname e la trama è legata come facilmente si può intuire al mondo delle chat su Internet.

Una mente criminale si aggira sul web, cercando le sue vittime e i suoi assassini nelle chat.

Il suo nickname è Etrom, la sua crudeltà è infinita.

La vittima del suo folle disegno criminale è Iris, una ragazza come tante, che si diverte a chattare con gli amici.

Una sera viene contattata da Etrom che la minaccia di morte.

Decide di raccontare tutto al suo migliore amico, che presto si accorgerà di amare.

Intanto qualcuno progetta nei dettagli la sua fine.

Il libro è disponibile in tutte le librerie.


Note biografiche
Gianfranco Virardi scrive per la Pubblicità dal 1992, è laureato in Economia e Commercio e specializzato in Marketing Strategico.

Ha pubblicato con l'editore Comunicazione Italiana i libri Strumenti per Comunicare 1 (2002) e il romanzo Coperte di parole (2003).

Ha inoltre curato i libri Fare promozioni (Buffetti - Roma, 2004) e Siamo tutti venditori (Lupetti Milano, 2006).

Nella sua attività di comunicatore ha ideato la webzine Platea, on line dal 2003, la rubrica Spotbuster, on line su comunitazione.it dal 2002 e dal 2007 in onda anche sulle radio di tutta Italia.

Vive e lavora a Roma, dove almeno una volta la settimana prende la metropolitana per guardare e ascoltare le persone.


Estratto
Quale nickname posso inventarmi stanotte? pensò tra sé.

Poi, quasi simultaneamente al pensiero, digitò sulla tastiera del suo portatile: Etrom.

Entrò nella chat, mosso da uno spirito diverso, come se la sua identità fosse veramente cambiata.

Da quando aveva usato quel nick la prima volta ne era stato completamente rapito.

Per mesi e mesi si era collegato ai siti di chat, dove aveva osservato in silenzio le chiacchiere degli utenti on line.

Si era accorto che molti di loro erano sempre gli stessi.

Ne aveva studiato i pensieri, le abitudini di collegamento, la velocità di scrittura.

Alcuni era anche in grado di riconoscerli quando entravano in chat con un nick diverso dal solito, perché conosceva i loro errori grammaticali più frequenti, le lettere della tastiera che non gli funzionavano bene, i modi di abbreviare le parole.

Quella sera Etrom entrò in chat con l'intenzione di portare a segno il suo disegno criminale.

Ormai ciò che sapeva bastava per agire.

Fece scorrere il cursore con il rolling del mouse, per leggere gli ultimi messaggi scambiati tra gli utenti collegati.

Poi aprì il blocco per appunti e scrisse qualcosa di molto rapido.

Fece scorrere ancora il cursore, quindi scrisse ancora.

Continuò ad osservare lo scambio di battute on line, poi selezionò dall'elenco un nick collegato per inviargli un messaggio.

Sul monitor di Novea comparve la schermata di richiesta conversazione privata.

Rifiutare o accettare?

Novea scelse di leggere il messaggio.


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Verba volant scripta manent

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9788889664520.jpg

Autore: Catani Chiara

Editore: Alberti Editori

Prima edizione: 03/2008

Edizione corrente: 03/2008

EAN-ISBN: 9788889664520

Pagine: 128

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 14,0x21,5 cm

Prezzo di copertina: 13,50 Euro

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Descrizione
Una storia intrisa di sentimento, emozioni, lacrime, dolore, gioia.

Un invito a non arrendersi, una preghiera a coloro che non sanno, non vogliono più avvicinare le mani, una tentazione ad essere coraggiosi.

Il protagonista, Emiliano, è un ragazzo che cerca di prendere in mano le redini della propria vita, magari con decisioni coraggiose, dolorose, ma a reagire, a far tesoro degli insegnamenti ricevuti da chi non c'è più, ad attingere forza da se stesso anche quando sembra che non ce ne sia rimasta.

Lui è uno che si è dovuto spogliare delle sue somiglianze per poter vivere ancora con chi lo aveva abbracciato fuori da quella sala operatoria.

L'ha fatto con rabbia, con pianti, con compassione, con amore, ma non ha mai voluto cacciare nessun diverso.

La figura di Emiliano può essere di aiuto a tutti coloro che non accettano le persone nuove, così come la storia può essere di auspicio a tutti i ragazzi e ragazze affinché possano incontrare nel loro cammino persone speciali in un luogo come la scuola che oggi, viene spesso dipinta, purtroppo, come un accumulo di negatività.

Questa storia è una speranza e uno stimolo per tutti quegli insegnanti che hanno perso la fiducia nelle loro capacità di donare qualcosa agli altri.

L'Autrice ha scritto questa storia senza pensare che un giorno sarebbe divenuta un libro, ma ha raccolto semplicemente i suoi pensieri.


Note biografiche
Chiara Catani
è nata a Jesi il 4 luglio 1986 dove vive.

Iscritta al terzo anno della Facoltà di Lettere e Filosofia presso l'Università di Macerata.

Ha una vita ricca e per molti aspetti imprevedibile.

Una vita che la riempie giorno dopo giorno e lei accumula, raccoglie, accatasta e poi getta, riversa tutto sulla carta come un fiume in piena cercando di ordinare tutto quello che ha acquisito, registrando tutto scrivendo pagine su pagine la vita.

Ed è questa la sua vera passione!

Sensibile, chiusa e attaccata al passato, base per costruire il futuro.


Estratto
L'erba che luccica dall'effetto dell'acqua che la mantiene verde, fresca, morbida.

Bisogna correrci sopra, calpestarla, schiacciarla.

È la stessa sulla quale ci si allena per prepararsi alla partita, a questa partita, all'altra... o a chissà quale.

Bella, viva, in alcuni tratti però inizia ad essere meno splendida, meno giovane, sembra triste come quei ciuffi che nascono ai bordi delle strade.

Sono piccoli i tratti in cui quest'erba più avvilita nasce, cresce, resta e sono proprio in questi piccoli angoli che si cade con minor difficoltà.

I tacchetti non si incastrano bene tra la terra e si scivola, si cade, ma non è un problema: fortunatamente sono pochi gli spazi in cui si fatica a tenersi in equilibrio... il resto è verde, affascinante, attraente.

La tribuna è a due passi, lì attaccata al prato o quasi attaccata.

La gente che va e viene, chissà quanti fischi, quanti applausi, quanti saranno coloro a cui si deve far vedere qualcosa o quanti saranno quelli che si aspettano qualcosa da te.

Si riesce giusto a vederle arrivare, tutte quelle persone, si siedono e stanno lì, sopra, più su a guardare, cantare, urlare, giudicare.

Oggi la maglia è a maniche lunghe, domani a maniche corte.

Ma no, è freddo meglio l'altra, ma no è caldo, meglio la corta... e poi i parastinchi, così ci si ripara dai colpi, e poi i giusti tacchetti per stare meglio in piedi, e poi l'acqua.

Tenete l'acqua vicina perché a volte ci si deve assolutamente ricaricare, nei momenti di pausa, tra un fallo e l'altro, durante l'intervallo, basta tenerla lì, pronta a dissetare, a rinfrescare.

Ecco: arriva l'arbitro, quest'uomo vestito di nero.

È lui che prima di tutti giudica, ti guarda in silenzio e poi ti fischia, ti ferma.

Chissà quante volte ammonirà, la manderà buona, ti butterà fuori...

L'importante è fare il possibile per non farsi cacciare.

Fateglielo tenere in mano quel tabellone al quarto uomo, che lo tenga giù.

Sempre.

Fate pure urlare il vostro allenatore:

Forza, forza, accorcia, recupera il tuo posto, copri lì adesso, forza corri, attacca.

Ma non ditegli mai di volere il cambio.

Mai.

Portate la freschezza dell'erba verde, tramite gli scarpini, ai ciuffi più tristi e correte, correte.

Avanti e indietro; indietro e avanti.

Ogni volta.

Le luci si accendono, gli altri si preparano.

Inizia il riscaldamento: si corre piano, ma ci si scalda per essere pronti.

Magari però non è la giornata giusta, forse c'è un piccolo fastidio al piede, forse non si è al top fisicamente, forse... anzi quasi sicuramente ci aspetta il ruolo lungo la fascia dei cespugli più vecchi, aridi e si vorrebbe chiedere al mister di non giocare, di rimanere seduti.

No, mai, bisogna giocare.

Sempre.

E se poi non ci convoca alla prossima partita?

E se poi ci si ritrova seduti in panchina?

Il tabellone esce, i compagni corrono avanti e indietro; indietro e avanti.

E la partita continua, ma non la nostra, quella degli altri.

E tu sei fermo.

E chi si ferma è finito.


Lo so, però mi manca.

Ma dai che adesso stai meglio, hai casa libera!

È sempre libera...

Sì, ma almeno fai quello che vuoi.

Ma non ho bisogno di fare quello che voglio.

Io sto bene anche se qualcuno mi dice di fare.

È solo che quando ho visto quell'aereo alzarsi, mi sono sentito così piccolo, così strano.

In bilico tra santi e falsi dei, sorretto da un insensata voglia di equilibrio e resto qui sul filo di un rasoio ad asciugar parole che oggi ho steso e mai dirò.
(Negramaro)


Pochi anni alle spalle è tutto quello che ha di costruito Emiliano.

Una maglia da scegliere, un paio di scarpini da comprare e dei calzettoni da indossare.

E poi una partita e poi deve correre.

Avanti e indietro; indietro e avanti.

A volte è stanco perché si sente pieno e quando sei carico devi buttare fuori, devi calciare quel pallone distante, lontano... invece spesso rimane lì, attaccato ai piedi.

Mille sogni da realizzare, molte reti da segnare e tantissime immagini ancora da superare.


Io sono convinto: mamma passa, io la vedo mentre sto qui seduto.

Ogni volta mi giro e poi non c'è nessuno.

Ma anche se lei passasse cosa ti succede?

Niente, mamma non mi farebbe niente.

E allora?

Ho paura.

Ma di cosa?

Di vederla morta.

Ma non la vedi morta.

Lo so.


Gli occhiali grandi davanti a quegli occhioni scuri.

I capelli castani e corti, tagliati alla morte del padre.

Le gambe lunghe nascoste sotto quelle gonne che svolazzavano di qua e di là.

Il sorriso leggero, così piccolo, così forte e poi quei denti bassi e larghi, particolari di quel viso né lungo né corto.

Le braccia lunghe capaci quasi di girarsi su se stesse e quegli anelli mai tolti da quelle dita: la fede e l'anello serpente.

Gli stessi che ora Emiliano porta appesi al collo, lì fermi, vicini al cuore.

Il carattere sempre deciso, senza mai dire forse, chissà, però, quella determinazione, quel coraggio di aggrapparsi ad una sedia, quella debolezza di sostenersi a un bicchiere, quella sensibilità di abbracciare i bambini di colore, i nomadi, quella bellezza di far gustare il sole alle persone malate di mente e quella penna sempre in mano a scrivere e fermare le sue emozioni.

Quel quarantadue di piedi che guidavano la Panda rossa, che correvano e poi si fermavano, inciampavano.


Piacere, sono Alessia aveva detto alla ragazza di Francesco, il fratello di Emiliano.

Era così Alessia, sempre con quel "piacere" sulla bocca.

Quel "piacere" che faceva quasi ridere Emiliano ogni volta che lo sentiva uscire dalle labbra della madre.

Gli sembrava una stupidaggine, rideva con quella parola, invece adesso è proprio quel piacere a portarlo a scrivere.

Il piacere di questa bella vita, di questa sfuggente e confusa storia.

Il tango ubriacava la casa, alto, sempre più alto e Alessia ballava, danzava, giravolte su giravolte con il cucchiaio in mano e l'acqua della pasta che brontolava dentro quella pentola come se volesse ballare anche lei, al suono di quel tango.

E tutto era una musica. Un pianto.


Eccolo.

Hanno acceso il motore.

Come?

Hanno acceso il motore, presto partirà.

Sì, è vero lo sento anch'io.

Come si sentirà papà adesso?

Felice.

E tu come ti senti?

Io come mi sento?

Sì, come va?

Mi sento in bilico...


In bilico come quell'aereo che partiva e volava via, lontano, instabile e in equilibrio nell'aria.

Piccolo come quel puntino che si immergeva nell'azzurro del cielo.

Strano come quell'attrezzo che riusciva a volare su, su.

Tre metri sopra il cielo.

Papà era partito.

Partito con Claudia.

Era lontano.

Chi sa cosa stavano facendo in quel momento?

Ridevano, scherzavano, si abbracciavano.

Ma sì, abbracciatevi pure!

La sua vita non era poi un letto di rose.

Partito.

Con sua moglie.

Sua moglie?

Sì, esatto sua moglie.

La sua compagna.

E mamma?

MAMMA.

Mamma è morta.

Morta, non c'è più.

Però c'è, per me non è morta, cacchio.

E se fosse stata viva, sarebbe partito?

Partito, a-n-d-a-t-o-v-i-a?

Forse.


L'ho vista, era qui.

Ma non c'è Emiliano, vedi che non c'è?

Ma c'era nonna, te lo giuro.

Ma dove? Hai sognato.

La tenevo in mano e mi sorrideva, poi mi è caduta nella vasca, ma c'era, c'era e sono scoppiato a piangere.

Mi manca...


Pioveva, tirava vento, tanto.

I tuoni e i fulmini gli strillavano dentro

Era il giorno più pesante di questa vita fatta di quattordici anni.

Emiliano era a scuola.

Primi giorni di scuola, esattamente l'ottavo giorno dall'inizio dell'anno scolastico.

Prima superiore.

Nuovi amici, nuovi insegnanti.

Tutto nuovo.

L'insegnante di storia vestita tutta di viola.

Un viola chiaro, leggero, soffice, brutto.

La classica insegnante con gli occhiali appena appoggiati sul naso, capelli neri e sigaretta sempre accesa.

Emiliano, seduto all'ultimo banco, scriveva tranquillo.

Si era accorto, però, che c'era qualcosa di strano, la prof entrava ed usciva in continuazione dalla classe.

Poi, in un attimo, era arrivato il bidello e si era fermato vicino all'insegnante, immobile davanti a quella porta.

Il bidello, con aria forzata, gli aveva detto: Emiliano i tuoi zii ti aspettano, sono venuti a prenderti.

Io ero rimasto non male, malissimo.

Avevo chiuso l'astuccio, preparato la cartella e mi ero alzato.

Mi guardavano tutti.

Gli insegnanti mi fissavano e non capivo perché.

Uscì dalla classe così piccolo in mezzo a quei tanti occhi che lo circondavano, si avvicinò allo zio e si sentì dire: Mamma sta male .

Emiliano rimase in silenzio, non disse una parola, inghiottì e si lasciò prendere la mano dalla zia.

Salì in macchina.

Silenzio assoluto.

Emiliano non pensava assolutamente a ciò che veramente poteva essere successo, anzi

Mamma stava male, mi voleva vicino.

Forse era andata allìospedale.

Ancora una volta, ospedale no stop.

Povera mamma, stava male, forse stava piangendo e mi aspettava.

Dovevo essere lì, lì.

Corri con questa macchina, più veloce.

Mamma mi aspetta, sta male. Male. Mamma.

Semaforo rosso. Fermi.

Silenzio, nessuno parlava, ancora pochi metri ed Emiliano sarebbe stato a casa, dalla mamma, a confortarla nel suo dolore.

Sì le starò vicino e vedrai che starà meglio.

Cinque, quattro, tre metri dal cancello di casa

Pensavo di vedere l'ambulanza, ne ero sicuro, perché ogni volta che mamma stava male la portavano all ospedale, ma questa volta quel furgone arancione non c'era.

Ho visto la macchina di papà.

Sono rimasto male.

Allora ho pensato che mio padre fosse salito sull'ambulanza con mia madre e avesse lasciato la macchina a casa, ma c'era qualcosa di strano.

I miei zii non mi parlavano.

Il rumore del freno a mano tirato, la portiera si aprì ed Emiliano scese con la cartella in mano.

Lo zio si avvicinò, gli toccò una spalla e sospirando gli disse: Coraggio.

Tolse la tenda della porta con una mano e subito davanti trovò il padre.

Mamma non c'è più

Emiliano lasciò cadere la cartella, si coprì il viso con le mani, tornò indietro, non voleva più entrare.

Poi si guardò attorno e vide Francesco seduto per terra piangere, i nonni fuori, chiusi in garage piangere, tanta gente, un via vai di persone, ma chi erano in quel momento per Emiliano?

Nessuno.

Rimase fermo, immobile, teso, senza parole, mentre la zia tentava di abbracciarlo e il padre lo tirava lì davanti ad Ales-sia.

Emiliano però non aveva il coraggio di vedere quella persona con la quale aveva trascorso quattordici anni, aveva condiviso pianti, risate, dolori, notti, giorni.

Il padre tirava con forza, ma Emiliano non cedeva, lui tirò ancora più forte e tornò fuori.

Allora Emiliano esplose a piangere tra le braccia della zia e, tra la vista confusa e appannata dalle lacrime, vide Francesco alzarsi in piedi.

Emiliano si girò, aprì le braccia ed insieme fecero un temporale di dolore.

Questa volta aveva accettato la mano del padre e insieme, piano piano, si erano affacciati dietro quella porta ed Emiliano vide il corpo della madre coperto, circondato da due persone vestite di nero.

La croce segnata su quella fronte bianca, parole di invocazioni riempivano quella stanza e il sacerdote rimaneva lì, fermo, vicino ad Alessia.

Ho preso il diario, ho girato le pagine, una dietro l'altra fino a quando ho trovato quel foglio nel quale mamma mi aveva scritto: Se mi vuoi bene come sono, non lasciarmi sola adesso che, piena di dolori, ho tanto bisogno del tuo affetto. Incoraggiami piccolo, dolce Emiliano.

Quel diario è passato nelle mani di tutti, ogni persona girava quelle pagine, invece io volevo tenerlo stretto tra le mie mani, volevo sentirlo mio, era mio.

Emiliano rimase seduto su quella sedia di legno vicino alla madre.

La piccola mano stringeva quella mano grande e fredda.

Quel piccolo sguardo di Emiliano era fermo su quei due occhioni scuri che aveva visto piangere, sorridere.

E adesso erano solo chiusi, fermi, tristi.

Quell'espressione di morte, quelle labbra viola e quell'orecchio nero facevano restare Emiliano immobile come una statua, senza lacrime, senza parole.

Lì, fermo, ignorante di quel momento.

Un uomo piccolo, basso, con gli occhiali, pochi capelli.

Un uomo veloce in quel momento, rapido ad allungare la mano e dare a Francesco una busta, chiusa, sigillata.

Emiliano - mi hanno detto - vieni c'è una lettera per te, per voi.

Mi alzai da quella sedia, andai in cucina, sbirciai quella busta, avrei voluto prenderla io, ma non potevo.

Io ero il più piccolo!

Sentii il rumore di quando si strappa la carta e stavo lì con un dolore carico di curiosità.

Con quelle mani tremanti, Francesco aprì le pagine e lesse:

"Cari bambini, cosa può dirvi la mamma che presto vi lascerà, se non che siete stati la mia vita e la mia gioia per vent'anni.

Non piangete per me, la natura vuole il suo corso e se è vero che esiste un aldilà, sarò sempre vicino a voi.

Francesco, sei grande, ma devi ancora crescere.

Non fidarti della bontà e onestà degli altri, degli amici che ti scelgono.

Scegli tu con chi stare.

Occupati di tuo padre e tuo fratello, sei in grado di farlo.

Emiliano, piccolo, dolce pastrocchio ricordati di quando giocavamo insieme.

Continua ad amare gli animali, sono gli esseri più sinceri di questo mondo.

Ama Whisky come il più grosso regalo che ti ha fatto la mamma.

Studia e riuscirai a diventare ciò che vorrai essere.

Cari bambini ricordatevi soprattutto di essere voi stessi, esprimete sempre le vostre idee, lottate per essere e sarete, diventerete forti, puliti dentro come io desideravo che foste.

Un bacio grosso a tutti e due.

Che Dio vi benedica.

Mamma"


Piangevo, piangevo.

Non capivo niente, vedevo solo tanta gente, troppa per me.

Tutti che firmavano in memoria di mia madre e io lì mi sentivo come se qualcuno mi avesse schiacciato con le ruote di un trattore gigante.

Mi sentivo male, avrei voluto non esistere in quel momento, avrei voluto tirare in piedi mia madre come facevo sempre e dirle: Dai mamma, appoggiati alla sedia e cammina, cammina mamma, ti prego.

Seduto da una parte e poi dall'altra, abbracciato prima da due braccia e dopo da altre due, baciato da un bocca e poi da un altra.

Ma perché, cos'era successo?

Io non credevo che mamma fosse morta, non me ne rendevo ancora conto.

Finalmente aprirono quella porta.

Finalmente avevano finito di vestire Alessia.

Emiliano e Francesco erano corsi a sedersi al suo fianco.

Una piccola candela illuminava quel viso, le persiane si illuminavano all'arrivo dei fulmini.

Anche il cielo piangeva, urlava.

Ricordo quella voce interminabile di quel diacono che pregava e scorreva quelle palline di quella collana; quelle signore anziane non andavano mai via, restavano lì, a pregare con quel tono mortificante che mi è rimasto dentro.

E poi quelle scarpe nere che avevano messo a mia madre.

No, non le volevo, erano da vecchia e mamma non era vecchia.

Ancora le vedo così brutte, così... da vecchia, da morta.

No, mamma non era così.

Appoggiato al piccolo mobile posto all'ingresso di quella casa, Emiliano alzò le mani, si coprì gli occhi.

Esplose a piangere e pianse, pianse più di prima.

Il medico legale aveva letto ad alta voce il certificato di morte nel quale si dichiarava: Arresto cardiorespiratorio.

Alessia muore alle 10.30 il diciotto settembre 2000.


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