Ho incontrato il dragone

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La cultura cinese raccontata agli amici

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Autore: Arnaldo De Vidi

Editore: La Piccola Editrice

Prima edizione: --/2007

Edizione corrente: --/2007

EAN-ISBN: 978-88-7258-5

Pagine: 200

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 14x21 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro


Descrizione
... nella tarda estate del 1969 mi sono imbarcato a Oakland, in California, su una nave cargo che trasportava carcasse di automobili, pressate e imballate...

Dopo una sosta a Osaka, ho continuato il viaggio su una nave da crociera e sono approdato a Taiwan, meta del viaggio...

Nei due decenni dal sessanta all'ottanta la rivoluzione cinese è stata una speranza per noi.

Ora ci conforta accusare la Cina di non conoscere democrazia, legge, diritti umani.

O si dice frettolosamente che la Cina si sta occidentalizzando punto e basta.

Ma non è vero.

Da qui l'utilità di libri come questo che studiano la diversità, la documentano, ma non pretendono di dare un giudizio.

P. Arnaldo De Vidi è un cinese.

Lo è da quando ha cominciato lo studio del cinese, uno studio che ti segna e ti condiziona, ti rende cosciente della tua appartenenza a una cultura e allo stesso tempo ti apre la mente a comprenderne un altra.

È un libro testimonianza in stile narrativo, una sorta di diario di un vissuto immerso in una nuova cultura.


Indice
Prefazione di Renata Pisu

Prima Parte
UN ITALIANO NEL PAESE DI CONFUCIO

Capitolo I
L'incontro con i caratteri cinesi
Da Oakland a Keelung e l'eredità di Teilhard de Chardin.
Quasi un battesimo.
Lingue e culture.
Nessun alfabeto, ma caratteri o ideogrammi.
Ascoltare. Melanconia. Pace. Guerra (riquadro).
Il tuo nome è Dai Weili.
Alfabeto e caratteri.
La lingua scritta, un bilancio.
Il cinese come lingua parlata.
La romanizzazione pinyin.

Capitolo II
La famiglia Liu di Xinzhu
L'incontro con Bengsun
La leggenda dello scampato pericolo.
Ospitalità per un barbaro occidentale.
La preparazione del capodanno.
La celebrazione dell'anno nuovo, Yuantan.
La festa delle lanterne, Dengjie.
Ero dragone e non lo sapevo.
I segni dello zodiaco (riquadro).
Altri sei mesi con i Liu.
Qingming jie e il giuramento di fratellanza.
Le tre anime.

Capitolo III
Choc da cosmologia cinese
Dialogo del congedo.
La cosmologia cinese secondo Huifeng.
La settimana silenziosa.
Finito, infinito, indefinito.
Essere e esseri.
Yin-yang nel moto del Dao.
Riguardo a Dio.
L'uomo e la natura.
Confucio e Mao.
Praticanti non credenti (atei devoti?)
Il sogno della farfalla.


Seconda Parte
STORIA DELLA CINA E DELLA FILOSOFIA CINESE

Capitolo primo
Scoperte e i primordi filosofici
Un bagno a Shanghai.
Cina antica.
Un popolo di lavoratori e scienziati.
Alcune invenzioni cinesi.
La ginnastica del taijiquan.
Il maestro Chang.
Da discepolo a maestro.
Tre cicli per una cosmologia.
Yijng, libro sapienziale.
Spiegando l'inspiegabile Dao.
Otto trigrammi, sessantaquattro esagrammi.
L'età degli umanisti.

Capitolo secondo
La prima scuola: il confucianesimo
Confucio, Maestro della Cina imperiale.
Il confucianesimo.
Confucio oggi: al governo ci sia l'esempio.
Confucio e la famiglia.
Liu Bengsun nella dinastia Tang (trama per un romanzo).

Capitolo terzo
La seconda scuola: il motismo
Mozi, il filosofo della non violenza. 107
L'amore universale di Mozi. 110
Tramonto del motismo. 112
Non c'è stagione propizia per la guerra (drammatizzazione). 113

Capitolo quarto
La terza scuola: il daoismo
Laozi e il Daodejing.
L'ideogramma del Dao.
Una dottrina che usa la satira.
Semplicità di bambini, saggezza d'anziani.
Il Dao nutre sospetti sul progresso.
Per chi governa. Zhuangzi e l elogio del non (riquadro)

Capitolo quinto
Per la comprensione della nostra cultura
I greci e i denti del drago.
La filosofia e l'alfabeto.
Gli ebrei, la storia e la trascendenza di Dio.
Il gradiente di Galtung.
A mo' di sintesi.
Un esempio di conclusione.
Cultura indiana e cultura cinese (annesso).


Terza Parte
DA MATTEO RICCI AL DIALOGO DIFFICILE BEIJING-ROMA

Capitolo primo
La Cina dei Ming e Matteo Ricci
Religione termine mancante.
Le cinque missioni.
Francesco Saverio.
La Cina dei Ming.
Matteo Ricci, mediatore di culture.
Michele Ruggeri e Matteo Ricci.
Matteo Ricci, il gesuita mandarino.
Destinazione Beijing.
Le opere principali di Ricci.
Lizi, lo scienziato che fa scuola.
Lizi, il missionario e il suo dramma.
Tre avversari e un alleato.
Ricci e la fiera del daoismo.
Ricci e il buddismo, nemico perfetto.
Le nobili verità e le parabole buddiste.
Ricci e il confucianesimo.
Ricci e il neo-confucianesimo di Zhu Xi.
Confucio e la religione.

Capitolo secondo
Il dopo-Ricci e la controversia dei riti
Quasi una trama romanzesca.
La controversia dei riti.
Jiangxi, il magnanimo.
L'editto di tolleranza (riquadro).
(Anti)Editto di Maigrot.

Capitolo terzo
Commercio, oppio e comunismo
Il commercio zoppo.
Lettera di Lin Tsehsue alla regina d'Inghilterra (riquadro).
Guerra dell'oppio.
Dopo le guerre dell'oppio.
Robert Morrison e i protestanti.
La religione nella Cina comunista.
Il caso Falun Gong.

Conclusioni

Quale futuro per la chiesa in Cina?
Quasi un Bodhisattva.
Taiwan addio!
Col passare degli anni.


Note biografiche
Arnaldo De Vidi è nato a Roncade (TV).

Sacerdote missionario saveriano dal 1967.

Specializzazione in Inglese e teatro negli USA, in lingua e cultura cinese a Taiwan.

Laurea in Teologia con specializzazione in Missiologia in Brasile.

Playwriter di film cortometraggi, direttore del giornale Kosmos (Brasile), visiting professor di storia delle religioni all'Unicamp (Brasile), vicedirettore dell'AGEN (agenzia ecumenica di notizie), assistente del MST - movimento dei senza terra.

Tre anni a Taiwan e venti in Brasile.

Scrive su giornali e riviste.

Ha pubblicato saggi. poesie, testi teatrali.

Dal 1998 al 2005 Direttore di CEM e della rivista CEM Mondialità.

Ha pubblicato con la EMI: "L'omino della teiera (Favole cinesi)", 1975; "Gli occhi del drago (Favole cinesi, con Sandro Danieli)", 1993; Poesia e intercultura, 2003; Via Crucis del Regno, 2007.


Estratto
Capitolo II

La famiglia Liu di Xinzhu


L'incontro con Bengsun

Dopo quattro mesi, la luna di miele con la lingua cinese era finita.

Ero anzi disanimato perché incapace di progredire e avevo fretta di conoscere a fondo la cultura.

Un giorno incontro un giovane - di diciannove anni -, Bengsun, di cognome Liu.

Conversiamo a lungo.

Bengsun ha una buona conoscenza dell'inglese e cerca occasioni per praticarlo.

Mi parla dei suoi sogni: crede fermissimamente che gli Stati Uniti possano offrire a giovani come lui molte opportunità, ben più dell'isola dov'è nato.

Come dire: l'isola di 18 milioni di abitanti in 37 mila kmq gli sta stretta.

Mi parla anche della sua famiglia: la mamma era morta qualche anno prima e il papà non aveva rispettato il tempo stabilito per il lutto ed era passato subito a seconde nozze.

Bengsun è simpatico, un bel giovane senza avere un corpo atletico: il nome che i suoi genitori gli hanno imposto significa Villaggio Pacifico, a motivo del suo sembiante affabile fin dalla nascita.

Inoltre nell'ideogramma di villaggio scelto per il suo nome c'è il radicale dell'albero, e il daoismo vuole che il nome proprio con radicale ligneo nell'ideogramma possa aiutare un corpo mingherlino a rafforzarsi.

Penso però che i ragazzi di Taiwan quasi nella totalità avessero bisogno di radicali come legno o pietra, perché fisicamente piuttosto esili, di spalle, di torace e di bacino, ben diversi dagli adolescenti conosciuti negli Stati Uniti.

Bengsun ha un intelligenza viva ed è voglioso di primeggiare.

Vedendo il mio interesse per la cultura cinese, mi suggerisce l'idea di chiedere ospitalità alla sua famiglia.

Era quello il tempo più indicato: era prossimo il capodanno cinese e durante le due settimane di festività le famiglie cinesi sono estremamente ospitali.

Bengsun mi racconta anche la storia che starebbe all'origine della festa di capodanno.

Per non sembrare infantile, me la narra come una pagina di folklore, con un certo distacco, e in lingua inglese, quasi un esercitazione scolastica.


La leggenda dello scampato pericolo

Molte e molte generazioni or sono, gli uomini vivevano la loro esistenza fatta - come oggi - di virtù e vizi, circondati da spiriti che popolavano l'ambiente e sovrintendevano le funzioni delle persone nella famiglia e nella società.

Anche limitandosi alla casa, di questi spiriti ce n'erano molti: spirito del pozzo, spirito delle fondamenta, del tetto, del focolare, delle pentole-

Tutti questi spiriti erano agli ordini dell'Imperatore Celeste o Imperatore di Giada e dovevano salire in cielo alla fine di ogni anno per fare un rapporto dettagliato.

Accadde che in occasione di questa verifica in un anno non meglio definito, lo spirito del focolare di una grande famiglia, ritenendo d essere stato gravemente offeso, volle vendicarsi facendo un rapporto disastroso, non solo nei confronti della famiglia in questione ma dell'umanità intera.

Come se avesse coraggiosamente deciso di dire quello che altri spiriti sapevano e non osavano, egli denunciava che la malvagità degli uomini sulla terra era troppo grande e che in ogni disegno concepito dal loro cuore non v'era altro che male.

Il genere umano era così empio che non c'era verso di correggerlo o redimerlo: andava sterminato fin dalla radice senza risparmiare nessuno.

L'Imperatore di Giada, sovrano compassionevole, ma anche giudice giusto, ritenne suo dovere decretare la fine dell'umanità e la distruzione del mondo.

Gli altri spiriti però, venuti a conoscenza del rapporto negativo steso dal loro collega e del tragico verdetto, si precipitarono dall'Imperatore di Giada, assicurandolo che gli uomini erano dopotutto filiali verso il Cielo.

Chiesero quindi al dio di sospendere il decreto mortale e procedere prima ad una verifica accurata, così avrebbe costatato il grado di virtù degli uomini e la loro venerazione verso il Cielo.

L'Imperatore di Giada allora dispose che alcuni spiriti di sua fiducia si recassero immediatamente sulla terra come fiscali per investigare in quindici giorni sul degrado o meno del genere umano.

Gli spiriti che simpatizzavano con la grande famiglia umana, si premunirono di avvisare immediatamente gli uomini dell'imminente pericolo che incombeva.

Edotti dagli spiriti amici, gli uomini decisero di comportarsi in modo esemplare durante i quindici giorni.

Non solo lasciarono ogni attività criminale, ma evitarono ogni eccesso, perfino nel lavoro e nel commercio; le famiglie passavano il loro tempo libero ben unite, con i genitori amabilmente impegnati nell'educazione dei figli, e dando bella prova di generosità e sobrietà.

Naturalmente i figli ricambiavano con grande affetto e rispetto.

Le autorità facevano a gara nello spirito di servizio e bandirono ogni abuso di potere.

I soldati desistettero da ogni sopruso.

Il popolo praticava la solidarietà.

Per due settimane venne sospeso il lavoro e tutti si dedicavano ai riti: celebrarono soprattutto un grande sacrificio per placare gli spiriti, gli antenati e il Cielo.

Tanto civismo, umanità e religiosità sconfessarono le oscure e drammatiche accuse dello spirito del focolare.

I fiscali celesti dopo quindici giorni di controlli tornarono in cielo per riferire che l'umanità meritava non una condanna ma un plauso.

L'Imperatore di Giada sospese subito l'ordinanza, che aveva preparato per la distruzione del mondo, sostituendola con una grande benedizione.

Da parte loro gli uomini celebrarono lo scampato pericolo con una fiaccolata per le strade delle città.

Bengsun termina la narrazione (che poi ho anche trovato scritta in un libretto molto popolare, venduto sulle bancarelle durante le feste) dicendo:

- Da allora noi cinesi siamo molto buoni e ospitali nei quindici giorni delle festività per l'anno nuovo.

E mi rinnova il suggerimento:

- Ti conviene approfittare e chiedere ospitalità a mio zio che è il capofamiglia dei Liu, da quando il nonno è morto.

C'è la nonna, è la matriarca, una figura emblematica e vedrai che le sarai simpatico.

I Liu erano una bella famiglia patriarcale o "estesa", di trentadue persone, troppo numerosa per abitare tutti insieme nella vecchia casa.

I nuclei dei Liu, che non vivevano più lì, avevano comprato casa nelle vicinanze.


Ospitalità per un barbaro occidentale

Da bravi cinesi i Liu seguivano (e seguono tuttora) le tre grandi dottrine: confucianesimo, daoismo e buddismo.

Ho subito pensato che come loro ospite avrei anche ricavato elementi per capire se i cinesi sono il popolo più religioso del pianeta, come giurano alcuni missionari, o se sono atei come giurano altri.

Insomma, ho preso il coraggio a due mani e ho chiesto ospitalità alla famiglia Liu.

Quando mi sono annunciato al portoncino d'ingresso, la casa già era addobbata per la festa.

S'era a fine gennaio, perché la festa cade al novilunio di metà inverno.

I Liu mi hanno ricevuto gentilmente, anche se - a detta di Huifeng, il capofamiglia, zio di Bengsun - io ero il primo barbaro occidentale a varcare la soglia della loro casa.

Ero disposto ad ogni evenienza.

Un vecchio missionario ha tentato invano di dissuadermi da quella esperienza che riteneva pericolosa, perché i Liu, oltre ad essere pagani (non-cristiani), potevano anche aver assimilato certi costumi depravati dei giapponesi che avevano dominato l'isola dal 1895 al 1945.

Di costumi depravati, per la verità, in casa Liu io, nonostante la mia scrupolosa curiosità, non ne ho poi trovato nessuno.

Il signor Huifeng mi fa la domanda di circostanza:

- Nin gui xing? - cioè, qual è il suo onorevole nome?

Rispondo:

- Bi xing Dai, mingzi Weili - cioè, il mio umile cognome è Dai e il mio nome Weili.

La seconda domanda riguarda il mio stato civile.

Rispondo di essere single.

Huifeng dice che mi considererà come il più vecchio dei suoi figli (Laodà), al posto del suo primogenito già sposato da vari anni; e mi assegna una stuoia sulla lunga pedana dove dormono i figli maschi non sposati della famiglia.

Dichiaro di considerarmi molto onorato per la condiscendenza dimostrata verso la mia modesta persona.

È l'antivigilia del capodanno ed è già tardi.

Mi avvolgo nella beizi (leggera trapunta), aggiustando la salvietta all'altezza del mento, mi stendo sulla stuoia e cerco la posizione giusta per far riposare bene il capo sul cuscino, un parallelepipedo di legno, naturalmente dagli angoli smussati.


La preparazione del capodanno

Il giorno dopo ci aspetta parecchio lavoro.

Cominciamo con la costruzione artigianale di un cavallo: creiamo l'intelaiatura con stecche di bambù, che poi ricopriamo usando carta di riso e colla.

I ragazzi e bambini aiutano e intralciano.

Il signor Huifeng mostra una pazienza meravigliosa.

È poi la volta della costruzione di una casa con lo stesso procedimento e materiale.

I due artefatti se non sono veri capolavori, sono però pregevoli, a mio parere.

Perciò mi meraviglio quando l'anziano mi dice che bisogna bruciarli.

Ma subito mi spiega:

- In occasione del capodanno noi dobbiamo mostrare il nostro affetto verso gli antenati.

Così il cavallo è un dono al nonno morto: glielo mandiamo col fuoco che lo trasferirà nell'altro mondo.

La casetta è per la mamma di Bengsun e per le antenate della famiglia Liu.

Al pomeriggio seguono gli ultimi preparativi del passaggio dell'anno.

La casa è già stata oggetto della pulizia generale annuale - che si fa nella settimana antecedente al capodanno - approfittando dell'assenza degli spiriti - saliti in cielo - che se fossero presenti si sentirebbero importunati da ramazze e spostamenti di mobili.

Per la cerimonia di benvenuto dell'anno nuovo i giovani devono avere i capelli ben corti, tagliati di recente.

Anche la doccia è obbligatoria.

Il bagno dei Liu è un po rustico, con un contenitore che funziona da boiler, ma che non riesce a scaldare l'acqua nei brevi intervalli tra una doccia e l'altra.

C'è però modo di aggiungere dell'acqua calda.

Per l'occasione imparo ad asciugarmi con l'asciugamano bagnato.

I cinesi ritengono che il corpo deve restare un po umido e che usare un asciugamano secco sarebbe assurdo come passare della carta vetrata su un oggetto di pelle.

In un canto dello stretto bagno c'è un secchiello di acqua bollente dove immergere l'asciugamano e strizzarlo con cura, prima di passarlo sul corpo.

Mi rendo conto che questo loro costume non è così stravagante.

Lo stesso si dica del costume dei cinesi di bere acqua calda: devo convenire, per esperienza, che l'acqua calda (e molto calda!) aiuta a traspirare, aiuta la digestione ed evita alla persona di ingrassare, o almeno di soffrire ritenzione di liquidi.

Insomma, la mia permanenza in casa Liu fin dall'inizio si rivela una scuola di etnologia e di vita.

Passando le ore, cresce l'eccitazione, specialmente nei più giovani della famiglia.

Tutti indossiamo i nostri vestiti migliori.

Domina su tutti il color rosso, colore di gioia.

Agli stipiti sono incollate le frasi augurali di circostanza, nero su rosso.

Sfilano striscioni rossi augurali un po' dappertutto.

Bisogna che tutto venga preparato secondo la tradizione.

Se il papà controlla le buste rosse con dei soldini da dare ai figli, i figli preparano i mortaretti.

La parte principale spetta alle donne con i cibi: non possono mancare i dolcetti "nien kao", ma soprattutto devono essere pronti i piatti speciali della cena, che verranno offerti agli antenati alle cinque in punto della sera, accompagnati da sette coppette e sette paia di bastoncini.

Non v'è dubbio che gli antenati sarebbero venuti ad assaggiarli e ad alimentarsi del loro profumo.

L'unico problema è sapere quando gli antenati, invisibili, si ritirano.

Ecco allora che la nonna (la matriarca) si apparta per consultare le mezzelune di legno, lanciandole e studiandole fino ad avere la certezza che gli antenati si sono ritirati e con soddisfazione.


La celebrazione dell'anno nuovo, Yuantan

A questo punto l'anziano Huifeng si porta davanti all'altare di famiglia, dove al lato sinistro ci sono le tavolette degli antenati.

Lì, annunciandosi con i rituali inchini, brucia dell'incenso ed alcune vistose banconote rituali, che le fiamme finiscono per divorare e mandare all'altro mondo, mentre il filo di fumo dei bastoncini d'incenso continuerà a salire a lungo.

Nel frattempo le donne, recuperati i cibi, li riscaldano.

Su di essi il capofamiglia commenterà che non sono così profumati e gustosi come ci si potrebbe aspettare dagli ingredienti usati e dall'arte culinaria sopraffina delle cuoche, ma è proprio questa la prova che gli antenati ne hanno aspirato intensamente il profumo.

Ci mettiamo a tavola, la tradizionale tavola da pranzo rotonda delle famiglie cinesi, attorno alla quale si può sempre aggiungere ancora uno sgabello.

Il capofamiglia occupa il posto d'onore che è quello dirimpetto alla porta centrale, perché da lì si domina la situazione.

Io gli sono seduto accanto.

La cena si svolge in un clima di serenità, con una conversazione disimpegnata e piacevole.

Ad un certo momento il capofamiglia mi dice:

- Laodà, fa un po freddo, non ti pare?

Annuisco, perché di sera la temperatura si abbassa.

- Ma guarda sotto la tavola - aggiunge Huifeng; e mi fa notare che sotto la tavola c'è un braciere con braci incandescenti.

A cena terminata, Huifeng mi invita a passare nella sala d'ingresso, la stessa dell'altare di famiglia, e lì ci sediamo per continuare la conversazione.

Huifeng mi chiede in quale modo e con quali cerimonie si celebra il capodanno in Italia e se ho nostalgia della mia famiglia.

Noto nel frattempo alcune particolarità tipiche della festa: un labaro con dipinto il dragone primo responsabile dell'abbondanza; in uno striscione l'ideogramma della primavera, simbolo della vita che rinasce; ciotole di riso già pronte, ottenute con arte culinaria speciale per poter resistere quattro giorni, fino al ritorno degli spiriti della casa.

Per terminare, fanno bella mostra tre pile di cinque arance: ciascuna pila con tre arance sormontate da una quarta a sua volta sormontata dalla quinta: sarebbero restate così durante i quindici giorni.

I Liu non riescono a spiegarmi la presenza delle arance, eccetto che il loro numero non può essere quattro perché porta male, dal momento che il numero quattro si pronuncia "si", come la morte.

Avvicinandosi la mezzanotte il capofamiglia fa tre prostrazioni di ringraziamento per l'anno trascorso a Cielo-e-Terra, alla divinità protettrice della famiglia e agli antenati.

A mezzanotte vengono sparati i botti, con molta allegria e una certa parsimonia.

Il capofamiglia ripete le prostrazioni per dare al Cielo-e-Terra e agli antenati il benvenuto per il nuovo anno.

Subito i figli ossequiano i genitori: i più piccoli si inginocchiano (io ne sono risparmiato).

I "ketao" - o "convenevoli" dei figli sono accompagnati da vari auguri, credo tramandati fin da tempi immemorabili.

Per capirne l'ingenua magniloquenza basti questo: Che voi [padre e madre] possiate mangiare fino ai centoventi anni .

I genitori ricambiano donando ai figli le buste rosse con la mancetta.

La nuora offre una tazza di tè dolce ai suoceri e le viene augurato di avere la gioia di un figlio maschio: più che un augurio, una vera benedizione.

La festa si protrae nei giorni successivi, ma senza particolari cerimonie, eccetto due riti semplici: la cerimonia del "benvenuto di ritorno" agli spiriti della casa nel quarto giorno; e l'omaggio di "buon compleanno" all'Imperatore di Giada nel nono giorno.

Una mattina poi ci rechiamo come famiglia a visitare i vari templi della città, ma senza che ci siano celebrazioni comunitarie a orario.

Semplicemente una visita di cortesia alle divinità che risiedono nei templi della città, venerate dai Liu mediante l'accensione di bastoncini d'incenso.

I giovani partecipano con discrezione: né entusiasmo, né insofferenza.

Un pomeriggio il signor Huifeng mi chiede di accompagnarlo a un piccolo monastero buddista sul clivo di un monte, tuffato nella natura.

Sorseggiamo il tè con un monaco con cui Huifeng pare avere una certa familiarità. Io purtroppo non riesco a seguire il loro colloquio da iniziati, anche se essi cercano di farmi partecipare.


La Festa delle Lanterne, Dengjie

I quindici giorni del capodanno corrispondono alle ferie principali dei cinesi.

Li trascorriamo giocando a "mah-jong", a dadi, ad altri giochi di famiglia; come pure godiamo di lunghe passeggiate e di "struscio" lungo le strade.

Nei quindici giorni i negozi sono tassativamente chiusi, ma le bancarelle sui marciapiedi vendono di tutto.

Il tempo passa rapidamente, fino alla Festa delle Lanterne (Dengjié) del quindicesimo giorno.

C'è una certa magia che pervade tale festival per sua natura notturno, ma con la luna piena.

Io vivo la festa con Bengsun e gli altri ragazzi: è l'occasione per giovani e bambini di fare a gara nella costruzione di lanterne e per riversarsi sulle strade dove incontrarsi.

Gli anziani ricordano che in passato questa era anche la prima di un paio di occasioni annuali concesse alle ragazze per uscire di sera e cercare l'anima gemella.

Le ragazze allora aspettavano con ansia questa che era chiamata "passeggiata sotto la lanterna" per spiare qualche giovane e chissà "rubare vegetali", una frase che - sempre per quei benedetti simil-suoni - corrisponde anche a "sposare un buon marito".

Naturalmente chi intendeva iniziare un fidanzamento, lo poteva solo se il giovane era d'aggrado ai genitori e sottostando ai vari passaggi obbligati fino al matrimonio.

Questa è anche la notte in cui le donne incinte potevano scoprire quale fosse il sesso della futura loro creatura.

Ovviamente bisognava seguire un cerimoniale preciso.

La donna doveva pregare e bruciare incenso davanti all'altare di famiglia, quindi gettare le sorti, cioè gettare dietro le spalle più volte le due mezzelune divinatorie di legno, fino ad avere la certezza dell'attenzione favorevole degli spiriti (cioè finché le due mezzelune cadessero più volte una dal lato piatto e l'altra dal lato convesso).

Allora doveva uscire e sperare di udire una voce maschile, garanzia che il neonato sarebbe stato un maschio.

Bengsun mi fa da cicerone e mi spiega anche le possibili origini religiose della Festa delle Lanterne.

Forse gli antenati hanno voluto realizzare una festa in onore del Taiji, cioè dell'Ultimo Supremo o Principio Eterno che fa emanare tutte le cose col soffio divino primordiale.

È da lui che ci si aspetta il rifiorire della primavera.

Questa versione ha la comprova nell'insegna dei due caratteri (Tai-Ji) posti per l'occasione ben in alto, nel tempio, sopra la trave che sovrasta l'altare principale.

Forse più semplicemente la festa, con la corrente di lanterne nelle mani dei ragazzi, vuol mettere in fuga i demoni che in questa notte si aggirano sciolti.

E allo stesso tempo vuol dare il benvenuto (anticipato) alla primavera in concomitanza alla prima luna piena dell'anno.

Le stesse luci delle lanterne, ora calde ora livide, sono un invito alla primavera spingendo i demoni dell'inverno a rassegnarsi e battere in fuga.

Ma pare che già durante la dinastia Ming (1368-1644) la festa fosse diventata profana, senza più un carattere religioso.

La storia racconta che un imperatore della dinastia Ming aveva organizzato il Festival con diecimila lampade galleggianti sul lago del palazzo imperiale in onore di alcuni ospiti stranieri.

Perfino Buddha era sceso ad ammirarle.

Il Dengjie è senza dubbio una bella festa.

I cinesi meritano la fama di migliori artigiani del mondo; si vedono lampade di tutte le forme e dimensioni, a forma degli animali dell oroscopo cinese, ma specialmente del Cane cui è dedicato l'anno, a forma di spade (in onore di Guang Gong) e moltissime a forma di loto, ma anche intere scene in stile vetrata, come la scena del famoso ministro Chang Taigong, che abbandonata la politica era riuscito a pescare con la lenza senza amo.

Nel momento massimo della festa ecco l'arrivo del dragone: un bel dragone di stoffa colorita che otto giovani fanno danzare grazie a tamburi fissati su pali di bambù che vanno ad affusolare il corpo della bestia.

Il drago insegue una palla fiammeggiante, mentre il pubblico grida fino al parossismo e scoppiano botti, mortaretti e fuochi d artificio.


Ero Dragone e non lo sapevo

Prima di lasciare l'argomento del capodanno, bisogna dire qualcosa sull'oroscopo cinese.

Le ragazze della famiglia Liu sono curiose di conoscere la mia cultura, ma non tanto quanto di sapere quale sia il mio segno zodiacale.

Io mostro in materia una ignoranza che le lascia esterrefatte: come posso io, persona esperta in simbologia religiosa, disinteressarmi dell'oroscopo?

Il loro sbigottimento si trasforma in ammirazione quando comunico loro la mia data di nascita: 1940, anno del Dragone.

Sì, io sono Dragone e non lo sapevo!

Il mio segno è il più prestigioso dei dodici segni dello zodiaco cinese, il quale considera non i mesi dell'anno ma il ciclo di dodici anni.

Nell'Anno del Dragone le nascite in Cina sono il doppio che negli altri anni, perché non c'è famiglia che non desideri un figlio Dragone e che non faccia i suoi calcoli per averlo.

Subito le ragazze della famiglia Liu mi invitano a visitare un "divinatore" che studia la personalità e il futuro della persona a partire dalla conformazione ossea.

Per presunti motivi etnologici, accetto di buon grado l'invito dell'allegra schiera delle xiaojie.

Appena varcata la soglia del divinatore, questi si alza, mi viene incontro e poi cade in estasi.

Quando si riprende, dichiara che le mie ossa frontali hanno la stessa sporgenza di quelle di Sun Yat-sen, padre della Repubblica cinese, e di Chiang Kai-shek, presidente del Kuomintang e della Cina (nazionalista).

Profetizza che un glorioso futuro mi aspetta a partire dai trentacinque anni, cosa che puntualmente non si è realizzata più di tanto.

Le bellezze della famiglia Liu si assumono poi l'incarico di rendermi edotto sull'oroscopo cinese.

Il 1970: l'anno del Cane.

Due dei Liu sono del Cane; e le ragazze giurano che i due presentano le caratteristiche tratteggiate dall'oroscopo.

L'oroscopo non mente.

Anche se con qualche perplessità iniziale, mi lascio istruire su questa materia:

- Parlatemi dunque della personalità di chi è nato sotto il segno del Cane.

- Un individuo nato nell'anno del Cane è onesto, leale e sincero.

Forse non spicca per intelligenza, ma ha la passione per la giustizia e l'imparzialità.

È vivace e irradia sex appeal.

Si fa ben volere perché è amabile e non troppo esigente.

È disposto ad ascoltare la voce della ragione e a fare la sua parte.

Se l'avete per amico, quando siete nei guai non dovete far altro che chiamarlo.

A volte protegge gli interessi altrui più che i propri.

Rimane attaccato a chi ama anche se non lo merita.

Se lascia una casa, essa dev'essere veramente insopportabile.

È osservatore attento e aperto alle finalità sociali e difende gli interessi di tutti.

Come la sua amica, la Tigre, raramente il Cane se la lega al dito (e non tutti i Cane vanno in cerca di zuffe).

Insomma, il segno del Cane è il più simpatico dell'intero ciclo cinese.

Penso che la lezione sia terminata e invece le ragazze, libretto alla mano, continuano con la seconda parte.

È utile infatti vedere il segno zodiacale in relazione ai cinque elementi di cui l'universo è costituito.

Cane del metallo.

Ha principi elevati.

Si impone disciplina mentale e prende sul serio soprattutto gli affari di cuore e gli interessi politici.

Cane dell'acqua.

È intuitivo.

Se donna, può avere una bellezza eccezionale.

L'acqua gli conferisce una certa capacità di riflessione e chiarezza.

Buon consigliere, imparziale, con mentalità legislativa.

Cane del legno.

Incantevole, equilibrato, stringe legami durevoli (dovrebbe però imparare a essere più indipendente).

Cerca stimoli intellettuali e lavora per migliorarsi.

Pur attratto dal denaro e dal successo, non è materialista.

Cane del fuoco.

Estremamente teatrale, estroverso, popolarissimo presso gli esponenti dell'altro sesso.

Il fuoco lo rende creativo ed espressivo.

Forza di volontà, natura onesta, fede negli ideali lo rendono capace di eroismo.

Cane della terra.

È fedele alle sue convinzioni, ma si piega al volere della maggioranza.

Tranquillo, aiuta gli altri.

Mai completamente depresso dalla sconfitta, mai troppo sicuro di sé nella vittoria.

Sinceramente non ho capito bene quale relazione ci sarebbe tra i segni zodiacali e gli elementi costitutivi dell'universo.

Ma ho appreso che anche tali elementi costitutivi sono differenti da noi in Occidente e presso i cinesi e gli altri popoli dell'Estremo Oriente.

Secondo la cultura occidentale antica gli elementi sono quattro - aria, acqua, terra, fuoco - e si ritiene che compongano e generino tutti gli altri corpi; per i cinesi gli elementi costitutivi sono cinque ed essi sono simbolici ; accompagnando la fisica orientale, essi non compongono né generano.

Dopo la lezione sull'Anno del Cane, mi riservo del tempo per cominciare ad approfondire la questione della religiosità dei cinesi.

Metto insieme vari elementi per giungere ad una prima conclusione: i cinesi sono molto "rituali".

E spiego.

Avevo con me un libro che parlava dettagliatamente della celebrazione del capodanno cinese.

Ebbene, il capofamiglia Huifeng s'era attenuto pedissequamente alle norme stabilite, e senza sembrare affettato.

Nel mio libro guida si legge che ad un certo punto della cena il capofamiglia, se è presente un ospite, gli dovrebbe rivolgere la parola in questi termini:

Fa un po freddo, non le pare? .

E dopo: "Ma veda sotto la tavola", mostrando il braciere di braci incandescenti.

Similmente nel mio libro guida v'è scritto: Dopo la cena il capofamiglia, se c'è un ospite lo inviterà a passare nella sala d'ingresso, quella dell'altare di famiglia, per una conversazione più personale.

Presso l'altare non possono mancare un labaro col dragone .

Insomma Huifeng ha fatto con me diligentemente tutto quello che il rituale gli richiedeva di fare.

Noi abbiamo un certo sospetto nei confronti dei riti celebrati con perfezione rubricale: temiamo che la rubrica inaridisca il cuore.

Vorremmo che le celebrazioni siano non un culto ma un happening dove si manifesti ciò in cui crediamo fermamente.

Ed io mi sono chiesto: Huifeng ha messo il cuore nella celebrazione del capodanno?

Credeva in quello che faceva? .

Non esito a chiedergli conferma riguardo a qualche punto.

Per esempio, pensa davvero che il fuoco faccia passare all'altro mondo il cavalluccio di cartapesta per il nonno e la casetta per le antenate e i soldi per i defunti?

Pensa davvero che gli antenati vengano a odorare con avidità i cibi della cena di capodanno?

Huifeng sorride enigmatico alle mie domande, come chi si meraviglia dell'altrui meraviglia.

Avendo anche notato che tutti i membri della famiglia, quando vanno al bagno, tossiscono nell'entrarvi o fanno schioccare le dita, approfitto per chiedere spiegazione.

Tardando Huifeng a rispondere, mi scuso dicendo che non è mia intenzione trasgredire a qualche regola di bon-ton.

L'anziano mi rassicura che non c'è nessun mistero.

E spiega con molta naturalezza che i cinesi, varcando la porta del gabinetto, tossiscono per avvisare gli spiriti della fogna, di modo che essi possano tirarsi in disparte e non essere colti di sorpresa da una pioggia di urina o da una grandinata di feci.

Trattengo a fatica una sonora risata:

- Non crederete davvero a simili cose!

L'anziano commenta:

- Laodà capisce ancora poco di noi cinesi.

Noi siamo tenuti a manifestare rispetto, solo questo: rispetto verso un eventuale altro mondo.

Mi mordo le labbra: devo aver dato l'impressione di un giovane moderno alquanto sciocco e irriverente.

Per qualche associazione d'idee ricordo un aneddoto letto da qualche parte: un beduino incontra nel deserto il cadavere di un uomo, morto di sete.

La cosa incredibile è che lì a pochi passi vi è una sorgente d'acqua che borbotta.

Il beduino capisce e commenta: La vittima è senza dubbio un uomo moderno, un occidentale che per turismo s'è avventurato tra le dune del deserto ed è stato sorpreso da una tempesta di sabbia.

Ha poi vagato a lungo, assetato.

Infine ha sentito il canto dell'acqua, l'ha anche vista, ma da uomo razionale ha creduto che si trattasse di un miraggio e non ha voluto cadere nel ridicolo di compiere un ultimo sforzo verso la fonte .

Che i riti siano importanti per i Cinesi lo deduciamo anche dal Lunyu, il libro dei Dialoghi di Confucio*.

Il Maestro Zeng disse: Se vi è cura nella cerimonie dei defunti e si adempiono i sacrifici per gli antenati, la virtù tra gli uomini tornerà ad essere immensa. (L. I, 9)

Il Maestro You disse: Nell'osservanza delle norme rituali, l'armonia è il più prezioso conseguimento. (L. I, 12)

Il Maestro disse: Nel governare un regno è indispensabile osservare le norme rituali. (L. XI, 26)

C'è quell'espressione: Si compiano i sacrifici alle divinità, come se esse davvero fossero personalmente presenti.

Il Maestro disse: Persino per me, non coinvolgermi nei sacrifici sarebbe come non compierli. (L. III, 12)

Zigong voleva mettere fine al costume di sacrificare una capra per [annunciare agli antenati] l'inizio di ogni nuovo mese.

Il Maestro commentò: Zigong, a te sta a cuore la capra, a me invece l'osservanza delle norme rituali. (L. III, 17)

L'uomo magnanimo si compiace nell'osservanza di regole e norme; l'uomo meschino si compiace nel ricevere favori. (L. IV, 11)

Mi sono convinto che per capire i cinesi dovevo raccogliere quante più tessere possibili sui riti, e cercarne l'ispirazione e le motivazioni più profonde che ancora mi sfuggivano.


Altri sei mesi con i Liu

Dovevo rimanere ospite dei Liu per quindici giorni, in occasione del capodanno cinese.

Ma la sera della festa delle Lanterne avanzo timidamente una richiesta:

- Io qui mi ci sono trovato così bene, che se non fossi per voi di molto incomodo ci resterei ancora qualche giorno.

Non ricevo in quel momento una risposta.

Penso che gli adulti abbiano fatto una riunione quella sera stessa e si siano chiesti se la mia presenza fosse da ritenersi positiva.

Devono aver ritenuto che ero discreto, facile da soddisfare e che esercitavo qualche ascendente sui ragazzi e sui giovani della famiglia: oltretutto potevo aiutarli a perfezionare la loro conoscenza della lingua inglese.

Il mattino dopo, il capofamiglia Liu Huifeng mi comunica con certa ufficialità che posso restare tra di loro tutto il tempo che desidero.

Sono rimasto dai Liu per sei mesi.

Quando i ragazzi andavano a scuola, io andavo all'Istituto Linguistico e per il pranzo eravamo già tutti riuniti.

Passando il tempo, mi sono fatto scrupolo di collaborare all'economia della famiglia con una modica mensilità.

Con i Liu ho preso i bagni lustrali con erbe aromatiche all'inizio della primavera e dell'estate; ho mangiato ogni luna nuova i cibi "assaggiati" dagli spiriti del tempio vicino; ho assistito alle rappresentazioni dell'opera cinese, nella piazza del quartiere.

Il mio interesse per le manifestazioni religiose popolari era tanto, che sono stato invitato ad accedere al primo gradino del clero daoista.

Ho ricusato l'invito, con un po' di rammarico perché non potevo nascondere un feeling per la visione bohemien della vita propria dei daoisti.


Qingming jie e il giuramento di fratellanza

All'inizio di aprile, nella ricorrenza del Quingming jie, festa dello splendore dei defunti, i cinesi si recano nei cimiteri per pranzare con i loro cari defunti e rifare, sempre simbolicamente, la copertura delle tombe, con fogli di cartoncino a mo' di tegole.

Bengsun mi invita a visitare la tomba della mamma e mi chiede se accetto di diventare suo fratello, con la mamma come testimone.

Mi confida che lui ha "jiejie", sorelle maggiori, "meimei", sorelle minori e anche un "didi", fratello minore, ma non gli è toccato in sorte d avere un "gogo" ( gege , in pinyin), un fratello maggiore, uno che gli sia amico e consigliere.

Accetto con gioia.

Compriamo un pacchetto di bastoncini d'incenso e decidiamo di celebrare il giuramento il giorno seguente di buon mattino.

All'alba Bengsun mi invita a montare a cavalcioni della sua moto sul sellino posteriore e partiamo nella direzione dei colli a Nordest della città.

La vecchia Honda canta male nel silenzio dell'alba e si lascia dietro una scia di fumo bianco.

Corriamo parecchio, per un quarto d'ora, salendo per una strada prima asfaltata e poi sterrata, tra una vegetazione rada e con quasi nessuna abitazione.

Giungiamo in cima alle colline in un punto in cui esse si allargano a formare un altipiano.

Proseguiamo fino ad una costa di monte disseminata di tombe simili ad un gregge di pecore.

Ma non ci fermiamo neppure lì.

Continuiamo la corsa fino ad imboccare un viottolo su campi di stoppie.

Rallentiamo.
Scorgo una tomba solitaria, pulita. Immagino che il giorno prima il papà o le sorelle siano venuti a celebrare, a pranzare.


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Dove nessuno posava lo sguardo

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Poesie oltre il muro

978-88-7258-4.jpg

Autore: Gabriele Aral

Editore: La Piccola Editrice

Prima edizione: --/2007

Edizione corrente: --/2007

EAN-ISBN: 978-88-7258-4

Pagine: 84

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 14x21 cm

Prezzo di copertina: 10,00 Euro


Descrizione
Aral sa che la scrittura è autoterapia e riscatto, un qualcosa che serve in primo luogo a chi la esercita e poi, se si è abbastanza bravi, anche agli altri.

La scrittura poetica lo ha aiutato a prendere le distanze dalla propria esperienza, dalla sofferenza e dal dolore, e a trasformarle in una sorta di fraternità offerta agli altri.

Non c'è in questi versi il gridato, l'invettiva, e nemmeno l'esibizione di sé, il vittimismo, l'autocompiacimento.

Il dettato è piano, comprensibile, sussurrato.

Aral parla, non urla, e il tono è quello della confidenza.

Perché ha già raggiunto, cioè conquistato, la verità che salta fuori da questi versi: la vera libertà è quella interiore, mentale, creativa.


Indice
Introduzione di Sara Bauli e Simonetta Brighi

Prefazione di Ernesto Ferrero

Perché il cuore ha bisogno di magia

Il giardino nascosto
Poesia
A me gli occhi
Il mio compagno è un poeta
Bianco

Mura di cinta

Dove nessuno posava lo sguardo
Ispezione
Questo lungo giorno
Il Palazzo
Quel muro grigio tutto intorno
Dieci giorni al verdetto
Mammagialla
La fortezza di Volterra

Io esisto

Io esisto
Lettere
Vergogna
Un vento che non conosco
L'arte del biliardo
Su questo treno sconosciuto e indifferente
Wa

La mia libertà

Evasione
Un giorno d'estate
Come ho scoperto il mondo
Ulisse
Alfabeto in viaggio
Notturno

Ho un cuore soltanto e non dimentica mai

Ogni giorno di prigione
Per non pensare a te
A mia sorella
Isabella
A chi forse non la leggerà
Quella finestra
All'amico José

I giorni che verranno

15 luglio 2030
Domani
La nascita di una farfalla
Il mio sguardo sul mondo
Il volo


Note biografiche
Gabriele Aral, nato a Roma nel 1975, è detenuto dal 2002; dal settembre 2006 si trova nella Casa di reclusione di Volterra.

Diplomatosi presso il Liceo Classico Virgilio di Roma, attualmente frequenta in carcere un corso di studi per conseguire il Diploma di Geometra.

Nelle edizioni del Premio Letterario Nazionale Emanuele Casalini, nel 2004: 1° classificato, nel 2005: 3° classificato, nel 2006: 1° classificato.

Ha ottenuto inoltre riconoscimenti dalla Giuria nel PremioNazionale Iris di Firenze e nel Premio Letterario Internazionale Archè di Anguillara Sabazia Città d Arte.


Estratto
Il mio compagno è un poeta

Voi vorreste una poesia,
ma il mio compagno di cella
non conosce la metrica e i versi,
né è padrone di ritmica e stile,
eppure scrive poesie.

II mio compagno scrive poesie
quando mi racconta la sua vita,
e parla dei paesi che non vedrà mai
e dei mestieri che mai farà.

II mio compagno scrive poesie
quando sa che nessuno verrà a trovarlo,
eppure tende l'orecchio all'altoparlante
senza far rumore, senza respirare
in attesa di quel nome che non viene mai.

Scrive poesie
quando si accorge della mia tristezza
e mi racconta le sue storie buffe
finché il suo sorriso non diventa il mio.

II mio compagno scrive poesie
quando riesce a ricordare
il profumo dei capelli di una donna,
e poi mente a se stesso
dicendo che si può vivere anche senza.

Il mio compagno lo sa:
chi si sente giudicato, brama giudicare
ed il più debole è sempre condannato,
ma ha scritto poesie
quel giorno che all'aria ha detto loro:
Chi si azzarda a toccarlo fa i conti con me! .

Ma a volte viene la notte
e non si cura del sole o delle stelle,
il buio inghiotte ogni pensiero ed ogni sentimento,
allora sul suo corpo scrive versi con la lametta
e non ci sono né premi, né giurie per lui
ma giorni in isolamento.

Il mio compagno scrive poesie
quando la guardia gli grida contro ingiustamente
e lui non reagisce,
perché la vita è altrove
e sa che la guardia non l ha capito.


Io esisto

Io esisto.
Quando andate a dormire o quando vi svegliate, io esisto.
Quando lavorate o ridete con gli amici, io esisto.
Quando vi tuffate nella vostra normalità,
o vi proteggete con la vostra indifferenza, io esisto.

Al di là dello spazio in cui mi confinate
e oltre il tempo che fate trascorrere, io esisto.
Al di sopra della vostra falsa morale
e nel profondo delle vostre coscienze, io esisto.

Uccidetemi, io non morirò.
Perché io sono il vostro tradimento
io sono la vostra ipocrisia
io sono il vostro inutile oblio.

Il mio compagno è un filosofo,
è uno scienziato, è un letterato
è un artista, un pagliaccio, un soldato,
un musicista, un marinaio, un mendicante, un magistrato
e lo è tutti i giorni.
Tutti i giorni è un poeta
ma nessuno
ha il coraggio di leggere le sue poesie.


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Come svoltare nella vita

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Senza farsi ammazzare

9788872020333.jpg

Autore: Angélica Gorodischer

Traduttore: Anna Ferrari Aggradi

Editore: Edizioni Socrates

Prima edizione: 12/2007

Edizione corrente: 12/2007

EAN-ISBN: 9788872020333

Pagine: 131

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 20,5x13,5 cm

Prezzo di copertina: 10,00 Euro

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Descrizione
Anche l'argentina ha la sua Sin City.

È Rosario.

Una città in cui ogni abitante ha un debito da pagare, una vendetta da consumare o una follia da sfogare.

Un luogo in cui l'inferno si nasconde in malfamati vicoli e in lussuose ville borghesi, e in cui tante esistenze, loro malgrado, si trovano a vivere.

Una donna testimone di una coppia che si odia e poi si ama, fino alla morte.

Un vecchio sbirro che ricorda la sua sfida con un ladro misterioso e inafferrabile.

Un ex galeotta che cerca vendetta contro l'uomo che l'ha tradita.

L'amante di un commissario che per i gioielli farebbe qualunque cosa.

Una ricca arpia che in punto di morte decide di assumere una domestica senza nome.

Una puttana in cerca di riscatto sociale.

Un medico che cura la depressione trasformandosi in serial killer.

Un'ingenua ragazzina che scopre gli oscuri segreti della propria famiglia.

Otto racconti tra il noir e il poliziesco, il thriller e la detective story, in cui niente è come sembra e la verità è sempre una rivelazione.

La Signora argentina del giallo, Angelica Gorodischer, dà ai suoi personaggi, uomini o donne che siano, vite e voci diverse ma sempre credibili, e trasforma la sua Argentina in una terra di misteri e violenza, incrocio ideale tra l'America di Raymond Chandler e l'Inghilterra di Agatha Christie.


Indice
Vite private

Una volta a settimana

Il capriccio

Psicologia

Come svoltare nella vita

Il colore dei nomi

La notte vuota

Una ragazza ribelle


Note biografiche
Angélica Gorodischer è nata a Buenos Aires il 28 luglio del 1928 e vive a Rosario (Santa Fe).

La sua vastissima produzione letteraria comprende romanzi e raccolte di racconti, tra cui molte di genere fantastico.

Si ricordino: "Cuentos con soldados" (1965); "Opus dos" (1968); "Las pelucas" (1969); "Trafalgar" (1979); "Kalpa imperial" (1983); "Floreros de alabastro, alfombras de Bokhara" (1985); "Jugo de mango" (1988); "La fábula de la virgen y el bombero" (1993); "Tecnicas de supervivencia" (1994); "Prodigios" (1994); "La noche del inocente" (1996).

Ha ricevuto numerosi premi, nazionali e internazionali, e molte delle sue opere sono state tradotte in francese, inglese, ceco e svedese.


Estratto
Mi sentivo bene, davvero bene.

Avevo ucciso una persona, è vero, proprio io che avevo giurato di salvare delle vite, ma quella era una persona spregevole.

Voglio dire che non sentivo il minimo rimorso, che non mi importava delle leggi o dei comandamenti.

Ero consapevole di ciò che avevo fatto ma sapevo anche che non era stato altro che un gesto, diverso, da condannare forse in alcune circostanze, ma nulla più di questo, un gesto, un'azione, un fatto senza alcuna importanza, senza conseguenze.

«Forza, parla» era il ritornello che ripetevo a tutti.

«Che vuole che le dica, capo?» mi rispondevano con i nervi a fior di pelle.

«Qualunque cosa», gli facevo io, «e datti una mossa, ché sennò...».

Poi c'era il solito gradasso che alzava la cresta «sennò cosa, mi sbatte dentro?»

«No», lo rassicuravo, «ti mando via e faccio avvisare Ramallo il Guercio, Cirilo Gómez, o Hilario il Pazzo. Uno qualunque dei pezzi grossi del momento, che ne dici? Certo, quella è gente che si offende per un nonnulla. Basta una cretinata e quelli fanno una strage. Pensa se sapessero che tu hai spifferato qualcosa».

Era alto e molto grasso.

Anche molto bianco.

Una volta doveva essere stato biondo ma ora gli rimaneva una corona di capelli tra il bianco e il giallastro intorno alla pelata lucida.

Aveva un naso all'insù, una bocca carnosa e occhi chiari.

Era vestito con dei pantaloni grigi, una maglietta azzurra stinta e dei mocassini senza calze.

La cinta dei pantaloni era molto bassa, come se reggesse quel ventre acquoso, espressivo, prua insolente quando si sollevava.

La carne bianca e molle gli spuntava dal bordo della scollatura della maglietta e veniva fuori dalla cintura ogni volta che si muoveva.

Quella carne doveva essere liscia, imberbe e rosa, morbida al tatto, come quella dei bambolotti che piangono, celluloide sorridente, gomma vuota, un peso di piombo nella pancia che li fa balzare in piedi inaspettatamente quando qualcuno li capovolge.

Richi sentiva il sangue colargli lungo il collo e bagnargli la camicia.

Voleva gridare, certo che lo voleva, ma lei non lo lasciava.

Era seduta sul suo petto e gli premeva la bocca con entrambe le mani.

Il Turnbull le spuntava tra le dita della mano destra.

Lo colpì di nuovo.

Più che un colpo, fu quasi una carezza.

La punta del coltello tagliò la giacca, il maglione, la camicia e la canottiera, arrivò alla carne e continuò.

Non molto in profondità.

Non voleva che morisse così presto.

Lei aveva sopportato per anni, quanti anni?

Beh, lui poteva sopportare per un paio d ore.

«Ce l'hai un cuore? Ce l'hai? Sicuro?»

Mise la punta del Turnbull nella ferita appena aperta e la percorse, rigirando nella carne la lama macchiata.

Richi svenne.

Un peccato.

Tornò vicino a lui che sembrava una statua di gesso.

Così bianco, freddo e preoccupato.

E pensare che lei tanto tempo fa lo aveva a lungo accarezzato, lo aveva fatto bruciare di desiderio sdraiato su di lei, la bocca infuocata e gli occhioni spalancati.

Adesso se ne stava quieto e freddo, tanto che lei si spaventò e gli sentì il polso.

Ma no, era vivo.

Meno di prima, ma era vivo.

Gli tolse le scarpe e i calzini e con il coltello gli fece un taglio abbastanza profondo, più di quello sul petto, sulle piante dei piedi.

Lui si agitò, fece qualcosa come un singhiozzo e mosse la testa.

Gli si avvicinò e le sembrò che volesse dirle qualcosa.

Si piegò: «Che vuoi?» diceva lui a bassa voce, così bassa che lei lo sentiva appena «dimmi che vuoi, ti darò tutto, dimmi».

«È tardi per frignare» fece lei, «non voglio più niente. Anzi, voglio che vieni nei giorni di visita e mi porti delle caramelle e una boccetta di colonia. Questo voglio».

E allora gli aprì il ventre.

Gli spaccò la cinta con un colpo e affondò la punta del Turnbull vicino all'ombelico.

L'uomo riuscì a voltarsi.

Io tenevo ancora la pistola in mano e così, mentre lui cadeva, vidi per un secondo la perfezione dei corpi, quella che mai nessuno ci insegna e che scopriamo solo troppo tardi, quando si ha un figlio o si sta per morire.

Si contorceva come se fosse torturato, i piedi rivolti verso mia madre, sua vittima mancata, le ginocchia appena piegate, i fianchi storti, il torso verso di me, una mano come un ala, indecisa, l'altra ormai inutile, sfiancata dal peso dell'arma, che era qualcosa di nero, una tarantola o uno straccio in cerca del suolo.

Gli tremarono le spalle, aprì la bocca e i suoi occhi spaventati mi cercarono senza potermi trovare e tuttavia io ero lì, rigida e immobilizzata in un piccolo gesto, impertinente e gradito, contemporaneamente desiderato e impossibile da ripetere.

Lo vidi cadere.

Si piegò sulle ginocchia e abbassò la testa, senza cercare né aspettare nulla perché il dolore e il buio gli si confondevano nelle vene dilatate del bianco degli occhi.

Cadde lentamente.

Il gomito destro fu il primo a toccare terra, poi la testa, poi si accasciò tutto il corpo, barcollando come in mare e bagnando il tappeto con un lago lucente di sangue.

La pistola gli scivolò dalla mano e cadde vicino alla poltrona dov era seduta mia madre. Lei la spinse via con la punta della scarpa come se le facesse schifo.


Approfondimenti
Consigliato a...

Chi ama la letteratura poliziesca, i racconti noir, il thriller psicologico in cui le protagoniste sono spesso donne.

In breve

Rosario è storicamente la Chicago argentina.

Adesso è una cittadina tranquilla ma per anni si sono affrontate le criminalità mafiose di italiani e polacchi e la tratta delle bianche andava a riempire i bordelli del paese.


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Le mie bolle. Poesie

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Prefazione di Dacia Maraini

9788872584095.jpg

Autore: Candida Proietti

Editore: La Piccola Editrice

Prima edizione: --/2007

Edizione corrente: --/2007

EAN-ISBN: 9788872584095

Pagine: 88

Rilegatura: brossura

Dimensioni: 14x21 cm

Prezzo di copertina: 8,00 Euro

Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia


Descrizione
Le "bolle", bolle fisiche incise sulla pelle liscia di un corpo avvenente, rappresentano la metafora di un'esistenza sofferta, deturpata dall'evento improvviso di uno scacco.

Ed allora la poesia, come ogni espressione dell'anima umana, parte e si alimenta di sensazioni, emozioni, di slancio interiore, e le parole, "parole per far capire", sconfinano nell'oltre, penetrano l'invisibile, fanno emergere il mistero, cantano melodie mai scritte: parole come occhio dell'anima.

La poesia di Candida si dipana attorno al perenne dissidio tra "scatole in buste lese" della realtà greve e il desiderio "confuso", il "territorio, [dove] manca qualcosa", dell'apertura verso orizzonti dove "il cuore chiama".

Limite, smarrimento, stanchezza, dolore, silenzio, che come trama sottile costellano questi canti poetici, prorompono poi in "travolgente sentimento", in "armoniosi quadri", nelle "tenere circonferenze" del cuore, sino ad esaltarsi in respiri di amore "come piuma leggera che vola" e "corpi annullati".


Indice
Prefazione di Dacia Maraini

Le mie bolle
Poesia
Poeti

Tenere circonferenze

Amore
Quel volto
Non vederti
Ah l'amore!
Candele blu
Pensando all'amore
Mani
Un quadro
2 ore non mi bastano
Percorrendo
Se...

Intervalli emozionali

Parole
Bagliori di vita
Il mio dolore
I miei passi
Spazi
Desiderio
Passioni
Facce spente
No
Una giornata
Questa sera
Guardare
Sempre
Se potrò dire "ho vinto"
Sogno
Donna
Futuro
Quando tornerai

Acquerelli

Momenti
Ispirazione
L'albero maestro
Tramonto
Il fiore
Semplici parole
Senza limiti
Il mare
Papavero rosso
Allegria
Profumo
La luna
Mattino
La fontana
Campagna
Giochi
Il treno
La collina
Farfalle
Gioco
La giostra

Tracce

La foto
Ombra
Madre
Ricordo
Il mio paese
La ciliegia
Celleno Vecchio
Il Convento


Note biografiche
Candida Proietti, nata a Celleno nel 1966, attualmente è residente a Vetralla (VT).

Esprime la sua vena artistica alternando la poesia alla pittura.

Ha avuto riconoscimenti in vari Premi poetici ed alcune delle sue poesie sono raccolte in diverse Antologie.

È presente nel "Catalogo Antologico Poeti del Viterbese".


Estratto
Amore

Amore folle che guarda il mare,
respira il profumo del mare,
osserva il tramonto e il gabbiano volare.

Amore da cogliere che si lancia, ti prende,
stringe la tua anima talmente forte da farla sentire una piuma,
piuma leggera che vola,
fino a toccare la spensieratezza.

Amore triste che ti chiude in una scatola,
senza poter avere occhi trasparenti
per ammirare i colori della vita,
sempre più dura.

AMORE pensiero vero, pensiero felice,
dove porti?

Porta l'euforia di un momento a sognare,
porta la voglia di esser vivi fuori dal silenzio,
porta il giusto a lottare,
rendilo esteso come un prato verde,
accarezzalo con il tuo calore.

Amore, non chiudere i cuori,
di chi attentamente ascolta
il ticchettìo di un orologio.


Parole

Dovrei dire parole tante
parole, parole per far capire,
le cerco, le arrotolo nei
miei desideri,
le faccio uscire,
non bastano ne ho ancora bisogno.

Le cerco impensate,
originali,
diverse,
che come frecce vadano dritte al cuore,
emozionino.

Dove trovo tante parole?

Corro nella camera, in un angolo,
in una via,
le cerco.

Cerco parole che vadano oltre,
impossibili,
che lascino un segno,
un commento,
giro tra sentire,
contatto, volare,
mi fermo su EMOZIONE,
che bella parola,
vorrei emozionare il silenzio,
emozionare un'anima,
emozionare il giorno e la notte,
riempire il vuoto di chi sta solo.


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Tre maghi alla deriva

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9788872213150.jpg

Autore: Livy Former

Editore: Laruffa Editore

Prima edizione: 06/2007

Edizione corrente: 06/2007

EAN-ISBN: 9788872213150

Pagine: 182

Prezzo di copertina: 10,00 Euro

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Descrizione
A seguito di un terribile evento accaduto dieci anni prima, Robilante, Ligustro e Cenerino, tre potentissimi maghi, si vedono costretti a rinunciare ai loro poteri speciali e alle ricette segrete.

In un vecchio bosco, in una notte di luna piena, li affidano ad un piccola sfera che ha il compito di riportarli al sicuro, nella fortezza di Strhongolcrag.

Per un errore, la sfera non giungerà a destinazione ma sarà, invece, rinvenuta durante una passeggiata nel bosco, dal cane di un bambino, Marco, che la conserverà fra i suoi tesori all'insaputa del fratello maggiore e dell'amica di lui.

Amaranta, una giovane strega, bellissima e ambiziosa, viene a conoscenza della vicenda da Tour Eiffel, il pellicano, che assoggetta al suo volere con una magia.

Amaranta, deciderà di partire per ritrovare la sfera e impossessarsi degli enormi poteri che vi sono racchiusi, con l'aiuto del suo servitore Testadura e del terribile e sanguinario Molok.

Ma, nell'ombra, un altro personaggio misterioso tira le fila di tutta la vicenda, perché interessato a sua volta ai poteri della sfera.


Note biografiche
Livy Former, nota e apprezzata scrittrice di libri per ragazzi, ha già pubblicato: Arianna e il lupo e Robin e la pietra blu.


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