Le povere immagini di Dio
Autore: Adriana Zarri
Editore: La Piccola Editrice
Prima edizione: --/2007
Edizione corrente: --/2007
EAN-ISBN: 9788872583203
Pagine: 60
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 12,5x16,5 cm
Prezzo di copertina: 4,00 Euro
Descrizione
Dio ci risulta poco amabile perché abbiamo di Lui false e povere immagini: un Dio filosofico, un Dio stoico, un Dio maschile, un Dio monolitico.
La meditazione di Adrianasi ferma con finezza sorprendente sulla realtà trinitaria del Dio di Gesù, una dimensione carica di sviluppi profondi e provocazioni profetiche e poetiche per capire la storia nel suo dinamismo vitale.
Note biografiche
Adriana Zarri, nata a S. Lazzaro di Savena nel 1919. Teologa, saggista, autrice di romanzi. Collabora con diversi periodici. Vive in forma monastica in un eremo del Canavese.
Estratto
ASSOLUTO E RELATIVO
L'universo è il primo altro, contenitore d ogni creatura all'interno del quale tutti sono e si muovono e, i viventi, vivono.
Tutti questi altri disseminati nel mondo, redenti e assunti dal Cristo vengono riportati in seno all'Altro di Dio: a quell'alterità che è l'obiectum del Padre.
Ma in questa sintesi al plurale, che alberga nel singolare Altro di Dio, niente scompare, niente va perduto.
Le creature assunte da Cristo nel Verbo non naufragano in Dio ma in lui navigano, ciascuna nella propria identità, perché il Dio trinitario è il supremo garante di ogni singolarità.
Non vi sembri - parlando a chi opera soprattutto nel Terzo Mondo - che allarghi i problemi in modo indebito.
È importante, per un uomo di fede, che gli interessi di tipo politico e sociale, vengano radicati nella teologia; e che il suo rapporto con l'altro abbia delle motivazioni più profonde.
Eppure ci sono tanti non credenti che operano con la stessa nostra dedizione e che non hanno questo radicamento teologico.
La loro dedizione vale forse di meno?
Se la dedizione c'è, Dio c'è; e credo che le cose si pongano nei medesimi termini quando ci si dedica all'altro, perché l'altro è stato assunto da Cristo, sia che me ne occupi io, sia che se ne occupi un non credente, sia che il credente lo sappia, sia che il non credente non lo sappia.
Questa ricapitolazione di Cristo che porta ogni uomo (ed animale e cosa) in seno al Padre, vale per tutti.
Ma ritorniamo a noi e all'ultima fondazione del nostro operare e rapportarci.
Il rapporto con l'altro è tanto importante perché anche Dio ha un rapporto con l'Altro: rapporto che è addirittura costitutivo delle Persone.
Abbiamo sempre parlato di Dio come Assoluto.
Ma, se la relazione è costitutiva delle persone, possiamo parlare di Dio come Relativo.
Se opponiamo assoluto a contingente, certo Dio - che contingente non è - è assolutamente assoluto; ma se opponiamo assoluto a relativo, Dio, le cui Persone sussistono e si identificano nel rapporto, non è più assoluto: anzi, essenzialmente, assolutamente relativo.
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Autore: Hiromi Goto
Traduttore: Cristina De Sanctis, Valeria Trisoglio
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 10/2005
Edizione corrente: 10/2005
EAN-ISBN: 9788872020234
Pagine: 224
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x20,5 cm
Prezzo di copertina: 13,50 Euro
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Descrizione
È un romanzo dalla struttura complessa, che si articola su diversi piani narrativi e racconta l'esperienza della migrazione attraverso tre voci che si interrogano, si trasformano, si intrecciano a comporre una saga al femminile ricca di poesia e di amore per la parola.
La scelta lessicale accuratissima e sempre esplicitamente sottolineata dalla voce narrante principale, quella della giovane Muriel/Murasaki, è dettata dall'esigenza di conferire dignità letteraria alle fiabe giapponesi tramandate oralmente dalla nonna Naoe, e nello stesso tempo di lasciar percepire la musicalità della parola.
Il lettore di Coro di funghi potrà apprezzare veramente il romanzo se si disporrà all'ascolto.
Hiromi Goto lo inviterà suadente a farsi trasportare in un viaggio dal Giappone al Canada e poi a ritroso, verso suggestive leggende popolate di personaggi bizzarri, accompagnato dalla melodia fiabesca delle mille voci che sussurrano in coro nella fungaia che fa da sfondo al romanzo.
Di grande attualità nell'epoca delle società multietniche, Coro di funghi è innanzitutto un invito ad ascoltare la voce di culture diverse e distanti, ad armonizzare e riattualizzare i valori della tradizione orientale nel contesto della società d occidente.
Il multiculturalismo non è un'utopia: è un obiettivo sociale da raggiungere e, come dimostra Hiromi Goto in Coro di funghi, è anche una nuova fonte di originalità letteraria.
Dal continuo oscillare della narrazione tra il registro esotico-fiabesco - che rimanda alla suggestiva memoria di saghe e leggende di un Giappone lontano nel tempo e nello spazio - e un piano narrativo concreto, che rappresenta il confronto con la quotidianità canadese, scaturisce un romanzo fresco, raffinato e avvincente.
Significativa la scelta di una trasmissione matrilineare della cultura delle origini: le diverse sfaccettature dell'universo femminile si rivelano un ulteriore fonte di ricchezza nell'odierna società multietnica.
Note biografiche
Hiromi Goto è nata nel 1966 a Chiba-Ken, in Giappone, e all'età di tre anni è emigrata in Canada con la famiglia.
Vive a Calgary.
Nel 1989 ha conseguito un B.A. in letteratura inglese e arte, entrando a far parte della scuola di scrittura di Aritha Van Herk.
Con Coro di funghi, suo romanzo d esordio, ha vinto numerosi premi, tra cui il prestigioso Commonwealth Writers' Prize (1995).
È autrice inoltre di altri due romanzi, saggi, poesie e vari racconti.
Un estratto dal romanzo "The Kappa Child" è stato pubblicato in Italia da Feltrinelli nell'antologia Seconda pelle (2001).
Nel 2004 è uscito il suo ultimo libro, la raccolta di racconti "Hopeful Monsters".
Estratto
Siamo distesi sul letto ad ascoltare il clic degli avvolgibili, a osservare i fragili fili di una ragnatela polverosa ondeggiare avanti e indietro, avanti e indietro, nei soffi d aria invisibile.
Coperte e lenzuola stanno ammassate ai piedi del letto e il tepore è solo là, dove è pelle contro pelle.
La mia spalla, il braccio, il profilo sporgente dei fianchi.
La linea sinuosa delle cosce.
Mollemente protese verso di te.
Ho i polpastrelli gelati, ma sto troppo bene per muovermi.
Per prendermi la briga di tirarmi su e sistemare le coperte.
Ho solo voglia di assaporare il silenzio della pelle sulla pelle.
Il mormorio del sangue, dove i nostri corpi si toccano.
Il nostro respiro prende involontariamente un ritmo, asseconda il movimento della ragnatela che ondeggia sopra le nostre teste.
Alzi la mano "ruvido, il palmo" per adagiarla appena sotto il mio seno.
«Mi racconti una storia?» domandi.
Lo sguardo alla tela di polvere.
«Sì».
«Mi racconti una storia sulla tua Obachan?»
«Sì».
Chiudo gli occhi e respiro a fondo.
Lentamente.
«Mi racconti una storia vera?» chiedi, con inconsapevole smania.
«Sono in molti a chiederlo. Ci hai mai fatto caso?»
Mi rigiro dalla mia parte.
Mi sollevo sul gomito e appoggio il mento e la guancia sul palmo della mano.
«È come se la gente avesse voglia di ascoltare una storia e poi, quando è finita, non gliene importasse più nulla. Hai presente?»
«Non proprio» dici, e scivoli un po più in basso, accoccolando la testa sotto il mio mento.
Il viso che affonda nel mio collo.
«Ma me la racconti lo stesso?»
«Certo, però avrai pazienza con la mia lingua, vero? Il mio giapponese non è buono quanto il mio inglese e potresti non capire tutto quello che dico. Ma questo non significa che la storia sia incomprensibile. Wakatte kureru kashira? Sei in grado di ascoltare prima di sentire?»
«Fidati di me» dici.
Mi fermo.
Faccio un bel respiro, quindi do il via a una spirale di suoni.
«Ecco una storia vera».
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Naoe
Nevica!
Doveva nevicare proprio la notte in cui ho scelto di partire.
Ah!
Su, soffia, soffia, dai, Donna delle Nevi.
Yuki-Onna.
Buffo quanto odiassi il vento quando me ne stavo al riparo.
Siamo sorelle, io e te, e il tuo fresco alito sulle guance mi darà conforto.
Ahhh, quest'aria è piacevole e i cristalli di ghiaccio tra i miei capelli fremono come piccoli cembali.
È un bene partire.
È un bene partire da questa casa di parole polverose.
È troppo comodo starmene seduta a parlare e parlare, quando invece posso camminare e parlare.
Ah, sciocca.
In marcia.
Gawa gawa gawa gawa
Ototatete
Are are morino mukōkara,
Soro soro detekuru hikōsen.
Ma aspetta.
Dovrei vedere.
Voglio vedere, prima di lasciare questo posto per sempre.
L'odore fushigi del posto dove i funghi vengono coltivati.
Qui, così vicino.
Mi piacerebbe immergere le dita nel terreno umido in cui maturano, avvolti nell'oscurità.
Torna indietro, donna, torna indietro.
Non ci sono statue di sale nella mia cultura.
Andrò a dare un'occhiata prima di partire.
Mattaku!
Questo furoshiki si fa sempre più pesante.
Pesa già abbastanza adesso, per non parlare di quanto diverrà pesante dopo che avrò camminato per un chilometro o due, di qualsiasi distanza si tratti.
Troverò qualcuno che mi dia un passaggio una volta arrivata sulla strada principale.
Yuki-Onna.
Donna delle Nevi.
Imprigionata nella tua storia di bellezza e di morte.
Lascia che ti liberi.
Appoggia le tue labbra ghiacciate sulle mie, qui, e la morte fuggirà via dalla mia bocca fresca di zenzero.
Sono vecchia, ma sono ancora piena di salamoia e sake.
Così, molto meglio, dico e cosa c'è?
Le tue guance si fanno rosee.
Qui, siedi un attimo, basta ondeggiare nel vento.
A qualcuno potrebbe venire un capogiro nel vederti svolazzare tutt'intorno a quel modo.
La neve è soffice e tu devi essere stanca, tutti quegli anni intrappolata in una storia creata da altri.
Vuoi bere?
Ho della birra.
Lenirà la sete e renderà più denso il tuo sangue.
No?
Ma guarda, ho proprio la cosa giusta per una donna pallida come te.
Ecco qui, prendi.
È una melagrana, piccola.
Ma no, naturalmente non ne hai mai vista una prima, non crescerebbero mai nella neve.
Sotto la buccia di cuoio ci sono gocce di rubino, così dolci che non sentirai mai più l'amaro sapore polveroso della morte.
Lascia che la spezzi in due metà.
Prendile, piccola.
Affonda i denti nel frutto.
Succhia.
Sì, lo so.
Tu resta pure qui e riposa, ma io devo andare a vedere dei funghi.
Così tanta neve sospinta dal vento, praticamente non riesco a vedere, ma dovrei essermi avvicinata.
Sento l'odore acre della composta.
È sospeso come un panno saturo d'umidità sopra il capannone.
Mi piace questo suono, questo scricchiola scricchiola della neve sotto i miei stivali.
Tutto è invaso da suoni e storie.
Accidenti, ci si potrebbe perdere con tutti questi rumori, ma il naso non mente mai.
Annusa.
Annusa.
In effetti si potrebbero sentire i sapori con il naso, se si avesse abbastanza sensibilità.
Come un cane, o forse un serpente.
No, non è del tutto esatto.
Un serpente assapora gli odori con la lingua?
O annusa le lingue con il gusto.
Oppure annusa i sapori con la lingua - ma io farfuglio e scarabocchio - mentre i serpenti stanno sognando rocce riscaldate dal sole e i cani contraggono la punta delle zampe in piaceri da coniglio, però questa vecchia deve andare avanti!
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Il Natale e i nostri natali
Autore: Adriana Zarri
Editore: La Piccola Editrice
Prima edizione: --/2007
Edizione corrente: --/2007
EAN-ISBN: 9788872583180
Pagine: 60
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 12,5x16,5 cm
Prezzo di copertina: 4,00 Euro
Descrizione
La meditazione di Adriana si concentra con lucidità teologica sul significato fondamentale delle venute di Dio nella vicenda umana.
Tra le diverse venute di Dio, quella dell'Incarnazione è certamente la più dirompente perché manifesta in modo impensato, stupefacente l'amore di Dio per l'uomo.
Il Verbo di Dio, l'Infinito si fa limite, l'Eterno si fa tempo, offrendo il proprio abbraccio all'uomo, alla relatività della storia, al dinamismo evolutivo del cosmo.
Note biografiche
Adriana Zarri, nata a S. Lazzaro di Savena nel 1919.
Teologa, saggista, autrice di romanzi.
Collabora con diversi periodici.
Vive in forma monastica in un eremo del Canavese.
Estratto
IL NATALE CONSUMISTICO
Da noi, in questo clima conformista, molliccio e ambiguo, il Natale è una festa comandata e osservata anche dai non credenti (o cosiddetti tali) ma spesso vissuta anche dai credenti (ancora cosiddetti tali) a livello di festa profana.
E, sulla scorta di questa festività per tutti, si scatena il consumismo natalizio.
Le luminarie cominciano un mese prima ad accendersi (ci lamentiamo della crisi energetica, vogliono rifare le centrali atomiche; la nostra popolazione non le vuole ma i nostri governanti le vogliono e ciò che vogliono, fanno).
Possibile che non ci sia un divieto?
Si accendano le luci tre giorni prima di Natale, una settimana, a voler essere generosi, ma non con un mese di anticipo.
Quanto costa, tradotto in KWH, un tale spreco?
E a cosa serve?
A impallidire il senso della festa serve, perché un addobbo che dura un mese intero si fa abitudine e non è più avvertito.
È anche bello un segno esterno di letizia però a cominciarlo tanto tempo prima, quando arriva il Natale gli occhi ormai sono abituati e non vedono più la novità, la diversità, la festività di un clima che si è ormai fatto abituale.
Dal punto di vista psicologico è un errore.
È utile solo a fini commerciali o forse neanche a quelli.
Davvero facciamo una spesa di più perché c'è una luce accesa?
E lo spreco dei doni?
Il dono è bello; non buttiamolo via!
La pratica del dono, di per sé, non è consumista.
Certo può diventarlo, ma forse allora non è più dono perché non ha rispetto e insinua lo sfarzo e lo spreco.
Il dono può essere povero e bellissimo, pieno di fantasia e di simbologia.
Uno dei doni più apprezzati che mi occorse di fare a delle amiche di città (notatelo: è importante perché va scelto il destinatario con i suoi gusti e il suo ambiente di vita!) fu un nido di uccello, non certo rubato al piccolo abitante, un nido caduto a terra, ormai in disuso (certi uccelli - lo sapete? - ne fanno uno ogni anno) ma ancora bellissimo.
Le mie amiche ci misero dentro un piccolo Bambinello di terracotta.
E dopo qualche anno, un altro nido regalai a un non credente, di grande levatura morale.
Certo non ci avrà messo il Bambino, ci avrà messo il suo cuore, la sua sensibilità, la sua amicizia.
Come spesso è sbrigativo e monotono il dono consumistico; come siamo affrettati, efficientisti, terribilmente occidentali e come invece dovremmo essere più fantasiosi, creativi, lenti nella scelta e nella confezione del dono.
E più gratuiti.
Il dono deve essere anche un espressione e una pedagogia di gratuità.
Un nido, un sasso dalla lucentezza di quarzo, una pigna sfrangiata di muschio...
E bisogna anche disporre di intelligenti amici per permetterci tanto e così poco; amici che non si attendono l'omologato panettone o la bottiglia di spumante; amici che sanno usare il sasso come fermacarte e mettere la pigna sulla tovaglia di Natale (anche la tovaglia, un anno, potremmo regalare: è un simbolo di convivialità, un larvato richiamo eucaristico).
Ma questo dono - manifestazione di affetto, bello da fare, bello da ricevere - può diventare mondanità ostentata, vanità coltivata o addirittura mezzo di corruzione.
Quante volte la Bibbia parla degli amministratori corrotti, con le mani piene di doni ricevuti o dei postulanti corruttori, con le mani piene di doni offerti!
Non dovremmo neanche chiamarli doni ma tangenti, pagamenti, tentativi di acquisto, operazioni commerciali.
Così, attraverso il regalo, passa la corruzione.
Il Natale consumistico non è un natale cristiano e neanche un Natale onesto, a livello di etica naturale (evitiamo l'errore di pensare che la moralità sia soltanto cristiana o addirittura cattolica. No: c'è una morale laica che tante volte ci dà dei grandi esempi).
Non c'è bisogno della fede per rifiutare questo Natale consumistico: basta la morale laica.
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Autore: Howard Marks
Traduttore: Carla Dolazza
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 11/2001
Edizione corrente: 02/2008
EAN-ISBN: 9788872020159
Pagine: 540
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x24,0 cm
Prezzo di copertina: 19,00 Euro
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Descrizione
Esilarante autobiografia di Howard Marks, professore gallese di fisica a Oxford.
Dalla sua iniziazione al "sex, drugs & rock 'n' roll" negli anni Sessanta, al traffico di tonnellate di hashish con l'appoggio dell'IRA e della CIA, fino all'estradizione da parte della DEA e alla detenzione per sette anni nel maggior penitenziario USA.
43 nomi falsi, 89 linee telefoniche, 25 società di copertura...
Signore e signori, ecco a voi Howard Marks, in arte Mr. Nice, l'uomo più ricercato della Gran Bretagna, il professore di fisica che ha trafficato tonnellate di hashish per milioni di dollari.
In un'autobiografia all'insegna di uno humour tutto britannico, l'esilarante storia di un turbolento studente di provincia che riesce ad approdare a Oxford e a laurearsi, per poi vivere fino in fondo la filosofia «sex, drugs and rock'n'roll» degli anni Sessanta, nella Londra capitale delle culture alternative.
Reclutato dai servizi segreti britannici, tiene contatti con l'IRA, la CIA, la mafia e le triadi asiatiche, senza che il suo fascino e i suoi ideali non violenti vengano meno.
Catturato infine dalla DEA, dopo una caccia all'uomo in 14 paesi, viene estradato negli USA.
Se non si trattasse di una storia vera sembrerebbe il copione di un avvincente film d'azione.
"Un genio in fumo" (GQ)
"Il Marco Polo della droga" (Le Monde)
"Al confronto Peter Pan è un vecchio rimbambito con la malattia del sonno" (Loaded)
"Il più sofisticato signore della droga di tutti i tempi" (Daily Mirror)
Come dimostra il grande successo ottenuto in altri paesi europei, il libro (pubblicato in Gran Bretagna dalla Random House) interessa non solo chi è in favore della liberalizzazione delle droghe leggere, bensì affascina tutti per il modo di raccontare lieve e disincantato una vicenda dai numerosi risvolti avventurosi, che fanno del protagonista quasi un eroe alternativo dei nostri tempi.
Note biografiche
Howard Marks è nato a Kenfig Hill, nel Galles, il 13 agosto del 1945.
Conseguito il dottorato in fisica a Oxford, abbandona la carriera accademica per dedicarsi al traffico di hashish.
Scontati sette anni nel durissimo penitenziario statunitense di Terre Haute (Indiana), è tornato in Inghilterra e grazie al successo di Mr Nice (un milione di copie) è ricco e famoso.
Estratto
Cominciavo a essere a corto di passaporti, di quelli che avrei potuto usare.
Intendevo andare a San Francisco, qualche settimana dopo, per ritirare parecchie centinaia di migliaia di dollari da qualcuno interessato a sfruttare le proprie conoscenze, sia con me che con un compiacente funzionario della dogana statunitense, che lavorava nel settore importazioni dell'aeroporto internazionale di San Francisco.
Alcuni anni prima ero stato dichiarato l'uomo più ricercato della Gran Bretagna, un trafficante di hashish con documentati legami con la mafia italiana, la Brotherhood of Eternal Love, l'IRA e i Servizi Segreti Britannici.
Una nuova identità era vitale.
Avevo già assunto circa venti diverse identità, la maggior parte delle quali avvalorate dall'esistenza di un passaporto, di patente di guida o altro tipo di documento comprovante la mia esistenza.
Tali identità, tuttavia, erano state scoperte da amici/nemici o compromesse dalla mia presenza in qualche pista sospetta che serpeggiava nei meandri di un traffico di recente data.
Guidammo fino a Norwich.
Dopo un paio di imbarazzanti incontri con intermediari, fui presentato a una persona gentile, un tizio di nome Donald.
Non riuscivo a capire se fosse uno che beveva, che si faceva oppure no.
La sua cucina non lasciava trapelare alcun indizio.
Sembrava normale, a eccezione degli occhi, sfuggenti come quelli dei cattivi.
«Qui fuori possiamo parlare in privato», mi disse, conducendomi nel capanno degli attrezzi del giardino.
«Ho bisogno di un passaporto, Don, di uno che sia a prova di qualsiasi controllo».
«Puoi prendere il mio. Non ne avrò bisogno, ma c'è un problema».
«Quale?»
«Ho appena scontato dodici anni di condanna all'ergastolo per omicidio».
I condannati per omicidio, sebbene siano indubbiamente gente con la fedina penale sporca, sono di rado dichiarati indesiderati al confine di un paese.
Vengono considerati una minaccia solo nei confronti dei singoli individui piuttosto che pericoli per l'intera società.
Quest'ultima definizione, infatti, tendeva a essere riservata solo agli spacciatori e ai terroristi.
«Ti darò mille dollari», dissi, «qualche altro biglietto da cento di tanto in tanto, quando avrò bisogno di una maggiore copertura».
Pensavo a una patente di guida, alla tessera dell'assistenza medica, a quella della biblioteca locale.
Un passaporto senza alcun altro elemento di identificazione che lo accompagni rimane sospetto.
La tessera d'accesso al circolo del biliardo locale, ottenibile a buon mercato e senza alcuna prova di identità, è sufficiente a convalidare la propria credibilità.
«È il migliore affare che mi sia stato offerto».
«Come ti chiami di cognome, Don?» gli chiesi.
Nel passato sono stato incasinato con cognomi terribili.
«Niss».
«Come si scrive?»
«N - I - C - E, proprio come quella città sulla Riviera».
Come Don pronunciasse il suo cognome era una sua scelta.
Sapevo, tuttavia, che io lo avrei pronunciato in maniera diversa.
Stavo per diventare Mr Nice.
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«Grazie a Dio siete arrivati», disse Alan, «però non dovete fare niente con Jim, qualsiasi cosa dica Charlie.

Quell'uomo è un pazzo pericoloso.
Ha il bagagliaio della macchina parcheggiata proprio qui fuori pieno di esplosivi, ha nascosto armi nel manicomio delle suore, ha voluto che facessi la guardia al suo cane ed è fatto o ubriaco fradicio tutto il giorno, continua a portare qui uomini dell'IRA e i poliziotti di tutta l'Irlanda gli stanno dando la caccia.
Non ho mai avuto tanta paura in vita mia.
Mettetelo di buon umore quando rientra dal pub ma non pensateci neanche di fare un affare con lui.
Verrebbe arrestato in un lampo».
Jim McCann, annaspando e inciampando completamente ubriaco, oltrepassò la soglia della porta caracollando e diede un robusto calcio nel culo al cane addormentato.
Ignorò me e Graham, scoreggiò sonoramente e fissò il cane.
«Guarda questo stronzo di un cane!
E te?
Non lo fai mai uscire, Alan.
È sbagliato, te lo dico io.
Guardalo quello stronzo di un cane!»
Alan, Graham e io volgemmo lo sguardo vuoto sul povero bastardo ancora addormentato.
E così questo era "il vostro uomo McCann".
Un combattente per la libertà dell'Irlanda.
Gli occhi di McCann si spostarono dal cane a me.
«Tu sei di Kabul, vero?»
«No, veramente sono gallese».
«Gallese! Fottuto gallese! Gesù Cristo. E che cazzo vorresti fare tu? Perché sei venuto qui?»
«Devo decidere se potresti esserci in qualche modo utile o no».
«Utile a voi!» gridò McCann.
«Mettetevelo in quelle fottute teste una volta per tutte. Io sono il Kid. La Volpe. Decido io se siete voi a essere di qualche cazzo d'utilità per me, e non il fottuto contrario. Ed è meglio che riusciate a essermi utili in qualche cazzo di modo. Abbiamo bisogno di armi per la lotta. Avete capito? Siete stati pedinati dall'aeroporto dai miei ragazzi. E cazzo se questo posto non è circondato dagli uomini dell'IRA. La minima stronzata e siete morti, chiaro?»
Si girò, poi, rivolgendosi a Graham: «Allora sei tu che vieni da Kabul?»
«Be', non proprio...»
«Perché mi hai portato queste due seghe, Alan? Pensavo che mi avresti portato qualcuno che mi poteva procurare armi da Kabul».
«Sono stato a Kabul», disse Graham, tentando di salvare la situazione.
«Mi puoi procurare delle armi da lì, allora? Sì o no. Sputa il rospo o porta il culo fuori di qui. Deve venire John Lennon qui, questa sera. Non c'è tempo».
«Kabul non è il posto giusto per vendere armi», spiegò Graham.
«Che stronzata è questa, che vuoi dire? Vendere armi? Io non compro fottute armi. Mi vengono offerte per la causa da gente che vuole assicurarsi il futuro quando finalmente cacceremo voi fottuti inglesi dal mio paese. E poi, che ci fa un fottuto frocio gallese a vendere armi? Dovresti continuare a dipingere segnali stradali».
«Jim», gli dissi, «siamo due trafficanti di hashish. Vorremmo sapere se sei in grado di portar dentro roba per noi. Ti pagheremo un sacco se lo farai».
«E da dove viene l'hashish?»
«Da Kabul».
«E dove cazzo sta, coglione gallese?»
La conversazione stava precipitando pericolosamente. Graham mi venne in aiuto.
«Kabul è la capitale dell'Afghanistan. Ma possiamo procurarcelo anche da Karachi, in Pakistan. Hai qualche suggerimento su come poterlo fare entrare in Irlanda?»
«Mettetelo in una bara. Avete capito? Non le perquisiscono mai, quelle. Vi fornirò l'indirizzo dove mandarla. Mio fratello Brendan conosce il prete. Il nostro Gerard potrebbe guidare il carro funebre e il nostro Peter farà in modo che nessuno la tocchi».
Non era il migliore degli stratagemmi.
E neanche originale, ma almeno parlavamo la stessa lingua.
Mi sentii un po' sollevato, ma Graham non sembrava troppo convinto.
«Trafficare con le bare dà i suoi problemi in posti come Kabul, Jim. Davvero. Ci sarà una quantità impressionante di documenti da fare e vorranno conoscere l'identità del cadavere, eccetera».
«Questo stronzo di Alan mi aveva assicurato che avreste potuto fare qualsiasi cosa da Kabul. E invece non potete procurarvi armi e non riuscite neanche a portarvi via un fottuto morto, con un fottuto passaporto legato al collo così che quegli idioti di Kabul sappiano chi cazzo sia. Dove cazzo sta John Lennon? È di nuovo in ritardo. Va' di sopra a chiamarlo, Alan».
Alan scomparve su per le scale, grattandosi la testa.
«Non gli darò neanche un fottuto penny», disse Jim, indicando le scale.
«Questa è la mia prima condizione. Charlie Radcliffe pure non prenderà nessun cazzo di penny. Questa è la seconda condizione. Condizione numero tre. Voglio 500 sterline in contanti, ora, per cominciare, e voglio altre 5.000 sterline per concludere».
Parlai io: «Jim, e se noi mandassimo soltanto qualche scatola, non una bara, solo qualche scatola, all'aeroporto, sareste in grado, tu e tuo fratello, di ritirarle?»
«Certo che potremmo, stronzo gallese. Cosa credi che ti abbia continuato a dire negli ultimi dieci minuti? Siamo noi a governare questo fottuto paese. Fammi fare un tiro da quel fottuto spinello».
Graham, che si stava evidentemente stancando, si mise la mano in tasca e disse: «Va bene, Jim, ecco le 500 sterline. Facci sapere appena avrai un indirizzo al quale possiamo spedirti qualche scatola. Adesso io me ne vado a dormire».
Graham e Alan passarono uno accanto all'altro, sulle scale.
Alan sbadigliò e disse a Jim: «Non ha risposto nessuno a quel numero di John Lennon che mi hai dato».
«Deve stare per arrivare. Ti va un boccale di Guinness, Howard? Alan aspetterà John Lennon qui. Dovrebbero venire anche un paio dei ragazzi, e terranno anche loro compagnia a John mentre ci facciamo un goccetto».
Camminammo in un silenzio totale fino a un negozio a circa cento metri da lì.
Erano più o meno le due del mattino, era buio e c'era nebbia.
Jim bussò pesantemente alla porta.
Ad aprirci fu un vecchio contadino, che ci condusse attraverso il negozio fino al bar sul retro.
Circa una dozzina di persone, dalle più svariate corporature e professioni, si stavano scolando boccali di Guinness e cantavano a voce alta.
Jim se n'era andato soltanto un paio d'ore prima e ora veniva accolto da affettuosi: «Come va, Seamus».
Ci sedemmo a un tavolo e ci furono portati diversi boccali di Guinness.
Jim cominciò a raccontarmi la storia della sua vita - o comunque la storia della vita di qualcuno.
Essenzialmente, il suo resoconto era quello stesso che era apparso sulla rivista Friends con qualche ulteriore abbellimento.
Mi chiese informazioni sul mio passato.
Gliele diedi.
«Così sei un fottuto accademico di Oxford? Il fottuto cervello di questa fottutissima banda di pazzi di Kabul. Il mago gallese. Hai detto Oxford? Non sarai mica uno dei servizi segreti, eh? Magari venuto a fottere il Kid? A chi la vendi tutta la roba? Ad altri fottuti accademici o a quelle merde di hippy? Che fai, eh? Ti limiti a portare quella tua cazzo di borsa sul lungomare di Brighton e poi te ne vai a Hyde Park per gli affari più grossi? Conosco gente che vende roba a Brighton. Li conosci i Weaver, no? O Nicky Hoogstratten? Devi conoscerlo, Cristo Santo!»
«Ho sentito parlare di loro, Jim, ma non li conosco personalmente».
I Weaver erano la famiglia di criminali più famosa di Brighton. Il loro capo era James Weaver, condannato a morte per rapimento e omicidio; la sua condanna era stata tuttavia recentemente sospesa.
La famiglia era nota perché disapprovava che i propri membri e affiliati cedessero alla tentazione di vendere sostanze stupefacenti.
Nicholas Hoogstratten era il padrone, milionario, dei bassifondi di Brighton.
I suoi scagnozzi buttavano continuamente fuori i suoi inquilini, hippy squattrinati e strafatti.
«Potrei venderla io la tua roba. La potrei vendere qui, in Irlanda. C'è stata una retata a Dublino, la scorsa settimana».
C'era stata davvero una retata a Dublino.
Si era trattato di circa 250 grammi di hashish e, in televisione, il colpo era stato descritto da uno dei capi della polizia come il più grosso d'Irlanda.
Non ero sicuro che il traffico d'erba avrebbe potuto funzionare con McCann.
Se sì, tuttavia, sarebbe stata decisamente una cattiva idea, da parte sua, vendere il nostro hashish per le strade di Dublino, mettersi in tasca i soldi e molto probabilmente essere beccato.
«Jim, sarebbe sicuramente meglio che la roba non venisse venduta in Irlanda.
Non vogliamo che i piedipiatti pensino che venga importata droga in questo paese.
Non appena avrai la roba in mano, me la darai e io la porterò col traghetto nel Galles, viaggerò poi in auto fino a Londra e lì la venderò.
Mi ci vorranno un paio di giorni e poi tornerò, sempre col traghetto, con i soldi, se li vorrai qui».
«Voglio i miei soldi ad Amsterdam».
«Va bene, Jim».
«Potresti procurarmi delle armi e portarmele su quel fottuto traghetto gallese? Sarebbero utili alla causa».
«No, Jim».
«Allora potresti portarmi dei film pornografici? Porta tutto quello che puoi».
«Sì, Jim, credo di poterlo fare».
Fu acceso un giradischi e qualcuno degli altri avventori cominciò a ballare una giga irlandese.
Jim si unì a loro.
Andai al bancone del bar e pagai da bere a tutti.
C'era un telefono, appoggiato lì sopra, il cui numero era, ancora, Ballinskelligs 1.
La baldoria andò avanti fino all'alba.
Jim e io fummo gli ultimi ad andarcene.
Attraversammo a piedi un terreno intriso d'acqua.
Il mare era a pochi metri di distanza.
Attraverso qualche squarcio nella nebbia mattutina, riuscivamo a vedere le isolette vicine.
«Quella è Scarriff Island. John Lennon la sta comprando. Probabilmente ce lo siamo perso mentre eravamo al pub. Però ce la siamo spassata. Di sicuro, meglio di un fottuto pub gallese».
Tornati al cottage del pescatore, trovammo Graham e Alan ancora profondamente addormentati.
Non c'erano tracce di John Lennon.
Jim e io fumammo qualche canna.
«Lo sai che i preservativi sono illegali in Irlanda, Howard? Ma non lo saranno ancora per molto. Appena butteremo fuori gli inglesi, ci libereremo di quei fottuti preti e la gente potrà scopare con chi vuole senza avere ragazzini da mantenere. Tenerci in povertà fa parte della strategia inglese. Ci fanno pagare per il sesso: un bambino a scopata. Sto fondando una società chiamata Durex Novely Balloons, così la Durex dovrà dare qualche altro fottuto nome ai suoi preservativi, e non ne venderà nemmeno uno. Mi stai ascoltando? Dan Murray ha fatto la stessa cosa con la Hertz. Li fotteremo, quegli stronzi capitalisti. prima devo trovare un po' di soldi, però. Potrei aver bisogno di te, Howard. Andiamo a comprare qualcosa da mangiare, sto crepando di fame».
Di nuovo attraversammo con passo lento i campi bagnati, questa volta passando davanti al manicomio delle suore.
«Quello è il nostro magazzino per le armi», disse Jim.
«Potremmo nasconderci per mesi».
Lo stesso negozio/bar che avevamo lasciato non da molto era ora aperto per la prima colazione.
Una signora cordiale serviva ai suoi clienti colazioni enormi, mentre un ragazzo era al banco delle vendite.
Sul retro il casino della notte precedente non era stato pulito, ma c'erano ancora cinque tizi, che continuavano a tracannare birra.
Il telefono del bar squillò.
Era per Jim.
Mi misi a guardare distrattamente gli alimenti in vendita, poi mi sedetti a un tavolo del bar.
Jim tornò indietro.
«Era John Lennon?» gli chiesi.
«No, erano Graham e Alan. Stanno venendo a mangiare. Non dire un cazzo di quello di cui abbiamo parlato. È importante. Hai capito?»
Mi stavo chiedendo come Ballinskelligs 1 potesse chiamare Ballinskelligs 1.
Jim ordinò quattro abbondanti colazioni e quattro boccali di Guinness.
Quando Graham e Alan arrivarono erano già sul tavolo.
Dissero che era troppo presto per bere e, allora, fummo Jim e io a bere le loro birre.
«Jim, dobbiamo prendere l'aereo per Londra oggi. C'è nient'altro di cui dobbiamo parlare?» gli chiese Graham.
«No. Ci vedremo tra sette, dieci giorni, perché non ci sarò prima».
Con ciò, Jim si alzò, ci strinse le mani e lasciò il negozio.
«Allora, che ne pensate?» chiesi a Graham e Alan.
«Non ci pensate nemmeno» disse Alan.
«Quell'uomo è un pazzo. Tutte quelle assurdità su John Lennon. E non ha neanche idea di dove si trovi Kabul».
«Io, invece, penso che possa farlo», disse Graham.
«È il tipo di persona che riesce sempre a farla franca. Sentite, ora dobbiamo proprio metterci in viaggio. Devo tornare a Londra».
Sulla strada di ritorno verso l'aeroporto di Cork, passammo vicino a Blarney.
Avrei voluto fermarmi e baciare la pietra per buona fortuna.
Graham disse che non c'era tempo.
Era la zona dove il mio bis-bisnonno, Patrick Marks, allora un McCarthy, aveva vissuto la sua giovinezza.
Quanto di irlandese c'era dunque in me?
All'aeroporto di Cork, da un telefono pubblico chiamai l'operatore e chiesi di essere messo in comunicazione con Ballinskelligs 1.
Una bella voce irlandese disse: «Con chi desidera parlare: con Michael Murphy, con il negozio, la fattoria o gli stranieri? Ne sono arrivati due l'altra sera ma sono ripartiti questa mattina presto».
«Con chi sto parlando?» chiesi.
«Ma con l'operatore di Ballinskelligs».
Adesso riuscivo a capire un po' meglio, sebbene il tutto continuasse a rimanere piuttosto strano.
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A nuove domande, nuove risposte
Autore: Agenor Brighenti
Traduttore: Luciano Comini
Editore: La Piccola Editrice
Prima edizione: --/2006
Edizione corrente: --/2006
EAN-ISBN: 9788872581100
Pagine: 158
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x20,0 cm
Prezzo di copertina: 12,00 Euro
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Descrizione
Adesso che sapevamo tutte le risposte, non sarà che sono cambiate le domande? (Edoardo Galeano).
Viviamo un tempo di perplessità.
Siamo immersi in un tempo di crisi.
Più che un epoca di cambiamenti viviamo un cambiamento d'epoca.
Non si può continuare a non dare risposte alle nuove domande.
Una crisi che non è un vicolo cieco, ma piuttosto un incrocio con diverse strade possibili.
Per dare risposte adeguate bisogna prima identificare in mezzo all'ambiguità e all'opacità della storia le vere domande che emergono dalla realtà attuale.
La Chiesa deve affrontare con realismo e profetismo i nuovi segni dei tempi, le nuove grandi sfide.
A nulla servono nostalgie restauratrici o pretesi monolitismi ideologici, interpreti di una visione storica superata e catastrofica.
Indice
Prefazione
Introduzione
EPOCA DI CAMBIAMENTO O CAMBIAMENTO D'EPOCA?
Viviamo un tempo di profonde trasformazioni
Caratteristiche delle trasformazioni attuali
Sintomi di un cambiamento d'epoca
Il processo della Modernità
L'Umanesimo, il Rinascimento, la Riforma Protestante
Esasperazione e radicalizzazione di certi valori umanisti
Primo Illuminismo
- Esasperazione e radicalizzazione di alcuni valori del Primo Illuminismo
Secondo Illuminismo
- Esasperazione e radicalizzazione di alcuni valori del Secondo Illuminismo
FINE DELLA STORIA O TEMPO PASQUALE?
Modernità in crisi
La critica alla Modernità come anti-Modernità
La critica alla Modernità come post-Modernità
La critica alla Modernità come sur-Modernità
La Vaticanità in crisi
Il Concilio Vaticano II
La crisi della vaticanità
La critica alla vaticanità come anti-vaticanità
La critica alla vaticanità come post-vaticanità
La critica alla vaticanità come sur-vaticanità
L'IRRUZIONE DEI NUOVI SEGNI DEI TEMPI
La globalizzazione e l'emergere della coscienza di un mondo solidale
- Il processo planetario e le sue implicazioni
La mondializzazione attraverso l'economia e il mercato totale
La mondializzazione attraverso la tecnoscienza
La mondializzazione attraverso la politica
La mondializzazione attraverso gli ideali e la spiritualità
La mondializzazione dell'ecologia
- Dalla coscienza antropocentrica ad una coscienza cosmocentrica
L'emergere di una nuova coscienza: la coscienza solidale
L'emergere di una nuova razionalità
La scoperta delle culture
- Il pluralismo culturale
Concetti riduttivi di cultura
La cultura come sapere letterario
La cultura come sovrastruttura
Concetto massimalista di cultura
La scoperta della cultura come realtà antropologica e sociostorica
Un giusto concetto di cultura
Il mondo materiale o del lavoro
Il mondo sociale o del potere
Il mondo interpretativo o dell'immaginario
Cultura e Terzo Illuminismo
- Il pluralismo religioso
L'EMERGENZA DI GRANDI SFIDE
La sfida di una nuova razionalità
- La razionalità moderna in crisi
Il neopositivismo o il positivismo logico
Ateismo e nichilismo
Il superamento del positivismo logico
L'ermeneutica
Il disincanto del mondo weberiano
In cerca del nesso tra Dio e verità
- Sfide alla razionalità teologica
La sfida del mondo dell'insignificanza
Povertà e razionalità teologica
Sfida alla razionalità teologica: allargamento del concetto di povero
Interrogativi per l'azione e la riflessione
La sfida del pluralismo
- Pluralismo e intelligenza della fede cristiana
L'allargamento del concetto di teologia
La pluriconfessionalità della teologia
La pluriculturalità della teologia
- Unità di fede e pluralismo teologico
L'AGENDA DELLA CHIESA ALL'ALBA DEL SECOLO XXI
Riprogettare la missione
L'evangelizzazione come inculturazione
L'uomo, via della Chiesa
La missione della Chiesa come presenza globale
La sfida dell'alterità, in particolare dell'alterità negata
Rifondazione identitaria
- Alla ricerca dell 'sperienza originaria
Il passato come rifugio: il fondamentalismo
Il passato come rifondazione: attualizzare l'esperienza originaria
- Il mito dell'identità originaria
Rinnovamento istituzionale
Carisma e istituzione
Due estremi da evitare: iconoclastia e idolatria
Il luogo dello Spirito Santo nella Chiesa
L'istituzione come supporto dell'essere e della missione
Istituzione ecclesiale e koinonia
Atteggiamenti per un rinnovamento istituzionale
Saper innovare
Saper decostruire
Saper ricostruire
Note biografiche
Agenor Brighenti, sacerdote e dottore in Teologia (Università Cattolica di Lovanio-Belgio), e laureato in Filosofia (Università del Sud di Santa Catarina-Unisul) e specializzato in Pastorale Sociale (Itepal, Celam).
Docente e Direttore dell Istituto Teologico di Santa Catarina (Itese), tiene corsi all'Università Pontificia in Messico, all'Unisul e nella Fundação Educacional de Brusque.
Membro dell'Istituto Nazionale di Pastorale (CNBB).
Autore di vari libri e articoli.
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