Autore: Ken Saro-Wiwa
Traduttore: Scuola Herzog
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 09/2004
Edizione corrente: 09/2004
EAN-ISBN: 9788872020203
Pagine: 176
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x24,0 cm
Prezzo di copertina: 10,00 Euro
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Descrizione
Un vero e proprio viaggio in Africa, che ne fa quasi percepire al lettore i profumi, vedere i colori, sentire la terra arida sotto i piedi nudi.
Alla scoperta dell'orgoglio che lega un uomo alla propria terra, "perché la casa è la casa", anche quando significa povertà, sporcizia, corruzione, stili di vita e tradizioni spesso crudeli.
Tutto questo è Foresta di fiori, composto da 19 racconti, primo libro pubblicato in Italia di Ken Saro-Wiwa, scrittore (e non solo) che nel 1995 ha pagato con la vita l'amore per la sua Nigeria ed è stato candidato, a due anni dalla morte, al premio Nobel per la pace.
Diciannove racconti nei quali il grande scrittore nigeriano ci regala un delicato ma sorprendentemente ironico affresco della Nigeria
Stile lineare, intelligenza arguta nel cogliere ed esprimere le contraddizioni e una fine ironia ne fanno un
opera piacevole da leggere, ma soprattutto affascinante e coinvolgente da vivere .
Indice
PARTE PRIMA: Casa dolce casa
Casa dolce casa
La visita dell'ispettore
La conversione
Un affare di famiglia
Il rogo
Una fetta di guadagno
La divorziata
Morte nel villaggio
PARTE SECONDA: La bella vita
La bella vita
Caso n. 100
Motel Acapulco
E giù, le stelle
Robert e il cane
Viaggio notturno
Garga
Canto d'amore di una casalinga
Un uomo premuroso
Il negoziante e l'accattone
Una leggenda nella nostra strada
Note biografiche
Ken Saro-Wiwa (1941-1995), nato a Bori in Nigeria, laureato in inglese a Ibadam, ha insegnato nelle università di Nsukka e Lagos.
Scrittore molto prolifico, ha pubblicato oltre ventisei libri di vario genere letterario (romanzi, racconti, poesie, libri per l'infanzia) tra cui Sozaboy, il suo romanzo di maggior successo, basato sulle memorie di un ragazzo-soldato sullo sfondo della guerra civile nigeriana.
Collaboratore di programmi radiofonici e televisivi era molto popolare nel suo paese.
Ambientalista e attivista per la difesa dei diritti umani, nel 1993 è diventato presidente del MOSOP (Movimento per la salvaguardia degli Ogoni), che si batte per questa martoriata etnia e contro i disastri ecologici causati dalle compagnie petrolifere.
Accusato d omicidio insieme ad altri otto compagni e condannato a morte da un tribunale speciale, è stato impiccato, nonostante le pressioni internazionali, il 10 novembre del 1995.
Nel 1997 è stato candidato al premio Nobel per la pace.
"Nella figura e nell'azione di Ken Saro-Wiwa confluivano ideali quali libertà civile e lotta al razzismo, ambientalismo e lotta al capitalismo, ecologia e diritto al lavoro" (Naomi Klein)
Estratto
Casa dolce casa.
"Progres" scoppiettava pigramente giù per la lunga strada sporca, che si estendeva davanti a noi come la lingua impastata di un uomo malato.
Trasportava un prezioso e variegato carico di riso, sale e fagioli, scatole di sapone e di zucchero, ignami e
tapioca; una cesta di polli legati per le zampe che protestavano rumorosamente per la loro temporanea prigionia; alcune capre troppo stordite per belare; e uomini e donne accalcati sulle panche di legno al centro del camion, come pesci appesi a un filo a essiccare.
Io sedevo sul sedile anteriore, accanto al giovane conducente che portava il berretto all'indietro.
"Progres" era l'orgoglio di Dukana, il suo unico collegamento rapido con il mondo moderno, con la città di mattoni dove attraccavano le navi e si vendevano e compravano merci straniere.
Percorreva quella strada ogni giorno e tutti lo tenevano in alta considerazione.
Era una superba testimonianza dello spirito moderno, progressista e cooperativo di Dukana.
Nonostante l'avviso di pessimo auspicio sulla sua sponda ribaltabile, attento a dove metti la testa, ero felice
che ci si potesse viaggiare; altrimenti, arrivare fino a Dukana sarebbe stato insopportabile.
Io avrei dovuto fare una parte del tragitto sul sellino posteriore di una bicicletta, per poi proseguire a piedi fino al villaggio.
Non è che morissi dalla voglia di intraprendere questo faticoso viaggio fino a Dukana.
Dovevo farlo una volta l'anno, quando tornavo a casa dal college per trascorrere le vacanze con mia madre.
Ciò per cui valeva la pena di affrontare il percorso sporco e accidentato era il pensiero che alla fine ci sarebbe stata Mama, sorridente e felice di vedermi, che mi avrebbe abbracciata stringendomi forte a sé
e mi avrebbe portata a casa tenendomi per mano.
E tutte le volte non vedevo l'ora di incontrare Sira, la mia amica d'infanzia, che restava sempre la mia migliore amica nonostante le nostre strade si fossero divise.
Eravamo andate a scuola insieme e ci volevamo bene come sorelle.
La sua istruzione si era interrotta bruscamente, come per molte ragazze di Dukana; ora aveva quattro figli e l'ultima volta che l'avevo vista era di nuovo incinta.
Sira mi deliziava sempre con i racconti delle buffonate di Duzia e Bom, i buontemponi di Dukana.
E conosceva tutti gli ultimi pettegolezzi del villaggio.
Anche questa volta avevo comprato dei dolci per i suoi bambini.
Quel giorno avevo motivo di essere più eccitata del solito per il ritorno a casa.
Finalmente avevo concluso i miei studi e stavo tornando a Dukana per insegnare nella sua unica scuola, la St. Dominic, la stessa che avevo frequentato anch'io.
Mi piaceva l'idea di restituire qualcosa alla mia terra ed ero contenta di tornare a vivere a Dukana e di far parte della comunità.
Perché Dukana è la nostra casa e, come chiunque da queste parti direbbe con orgoglio, la casa è la casa.
Un'espressione un po' vaga, che significa che è un posto di gran lunga migliore di tutti gli altri visitati o di cui si è letto qualcosa; che l'immondizia in cui sguazza piacevolmente è preferibile alle strade lastricate delle migliori città del mondo; e che le sue case di fango sono più grandi e più belle dei palazzi dei re e delle regine di altri Paesi.
E come si potrebbe non essere d'accordo?
Dissentire significherebbe non essere fedele alla saggezza della comunità; e mancare di rispetto a questa saggezza, così attentamente distillata attraverso i secoli, sarebbe un segno di arroganza.
E l'arroganza è un peccato mortale a Dukana.
Per questo Mama mi aveva raccomandato spesso di cercare di capire Dukana, di conoscere tutti gli uomini e le donne che vi abitavano, i ricchi e i poveri, i forti e i deboli, i preti juju e gli evangelisti cristiani, le persone cattive e quelle gentili, e i molti spiriti del villaggio, perché soltanto in questo modo avrei saputo cosa fare, cosa dire, quando dirlo e a chi, e dunque salvarmi dal peccato dell'arroganza.
Il consiglio di Mama era legge e induceva all'obbedienza perché veniva dato in un modo talmente dolce, gentile, ragionevole, che era impossibile mettersi a discuterlo.
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Autore: Luigi Capuana
Illustrazioni: Bruno De Vita
Introduzione e note: Luigi Maria Cesaretti
Editore: Edizioni Remo Sandron
Prima edizione: 08/1967
Edizione corrente: 09/1969
EAN-ISBN: -
Pagine: 196
Rilegatura: brossura fresata
Dimensioni: 14,5x21,0
Prezzo di copertina: 13,50 Euro
Il libro si può acquistare on-line solo sul sito dell'editore www.sandron.it
Descrizione
Introduzione e note di Luigi Maria Cesaretti
Uscito nel 1912, è forse il più "verista" fra i racconti per ragazzi del Capuana.
Attraverso le vicende, peraltro a lieto fine, del piccolo protagonista Menu l'Autore affronta il tema dell'emigrazione dei contadini poveri del meridione verso le Americhe, e in particolare verso gli Stati Uniti, divenuta nell'ultimo Ottocento e nei primi anni del '900 un fenomeno sociale di gigantesche proporzioni.
L'emigrazione, agli occhi del disincantato scrittore "ben documentato sul fenomeno per averlo osservato con attenzione nella natia Mineo, la Ràbbato del romanzo" è prospettiva dura e magari dolorosa ma, in certe circostanze, ineluttabile, e va possibilmente trasformata in una occasione di promozione sociale e culturale.
È questo l'insegnamento che i lettori possono trarre dalla storia di Menu, emigrante volontario e persino entusiasta a New York, per un misto di infantile curiosità e desiderio di emulazione dei fratelli e dei compaesani; la "Merica" non è però per lui una meta definitiva: egli ritorna infatti al paese natio, dopo aver visto e imparato tante novità e aver avuto a che fare, fra l'altro, con la malavita organizzata (la temibile "Mano nera").
Reduce dall'avventura americana durata un anno e mezzo, Menu si ritrova cresciuto umanamente e culturalmente; il suo tesoro di esperienza, cercherà di farlo fruttare a beneficio dei suoi compaesani, diventando maestro per insegnar loro un po' di "americanismo", cioè di libertà e abilità imprenditoriale, apprese di persona.
Indice
Introduzione
I - Il nonno
II - «Coda pelata»
III - Propaganda
IV - Preparativi
V - La partenza
VI - Alla Nicchiara
VII - La prima lettera
VIII - Inquietudini
IX - « Menu » fantastica!
X - Riscatto
XI - La festa del Patrono
XII - La pazza
XIII - « Menu » vuol partire
XIV - Il dottor Liardo
XV - « Menu » a Nova York
XVI - I due fratelli
XVII - La « Mano nera »
XVIII - «Miss Mary»
XIX - Lo zi' Carta
XX - L'arrivo delle rondini
XXI - Finalmente!
XXII - Oh la Patria!
Note biografiche
Luigi Capuana (Mineo 1839 Catania 1915) è uno dei principali esponenti del verismo, del quale fu anche il maggiore teorico: sulla scia del naturalismo di Zola, egli propugnò una letteratura fedele al vero e improntata a rigorosa impersonalità.
Dedicato a Zola è il romanzo Giacinta, del 1879, manifesto letterario del verismo.
Il suo libro più noto è Il marchese di Roccaverdina del 1901; scrisse anche vari volumi di novelle di ambiente contadino, e saggi di critica teatrale e letteraria.
Si occupò, primo fra gli scrittori italiani, del mondo del soprasensibile e dell'occulto, da lui investigato in saggi e novelle con lo spirito "scientifico" dello scrittore verista.
Fu infine un fortunato autore di fiabe e racconti per ragazzi.
Estratto
XVII - La «Mano nera»
Da due mesi Menu era dallo zi' Carta un po' da contabile, un po' da giovane di bottega.
Stava ancora con l'animo sospeso, e squadrava da capo a piedi gli avventori che affluivano, specialmente quelli che erano decentemente vestiti e portavano fagotti e panieri in mano.
Si divertiva un po' occupandosi a disporre nelle ceste gli aranci avvolti nella carta stampata a colori diversi; formava disegni a croce, a rosoni, a circoli, perché allettassero l'occhio dei compratori, secondo la qualità, secondo il prezzo; e in ogni cesta metteva un arancio senza involucro, per mostra.
Così pei limoni, pei cedri, per le cassette di uva passa, di fichi secchi.
Quando non aveva da fare, si sedeva su l'uscio dalla parte interna, e leggeva il giornale allo zi' Carta, che ora lo comprava ogni giorno, e voleva le notizie della Talia, della Siggilia, maravigliandosi che quei bestia dei giornalisti non dessero neppure notizia di Ràbbato, come se non esistesse.
E un giorno che il foglio riportava un dispaccio con l'annunzio di una scossa di terremoto avvenuta colà, la compiacenza dello zi' Carta fu tanta, che si lasciò scappare di bocca:
Ci vorrebbero almeno tre terremoti al mese per sapere qualcosa di lassù!
Ma soggiunse subito.
Dio ne scansi!
Già Ràbbato lo aveva tutti i giorni sotto gli occhi nelle due larghe cartoline affisse al muro, insieme con l'immagine di Sant'Isidoro, com'era nel quadro dell'altare maggiore della sua chiesa, con gli angioli che aravano mentre il santo glorioso faceva orazione, e il re, venuto a certificarsi del miracolo, apriva le braccia e spalancava gli occhi, che pareva proprio vivo.
Cose dei tempi antichi.
Oggi santi non ce ne sono, concludeva ogni volta che si raccomandava al santo Patrono perché lo aiutasse a far prosperare il suo negozio.
E poi, occorrevano forse le cartoline e le immagini del Santo per ricordarsi ogni giorno di Ràbbato?
Non ne passava uno che egli e Menu non si sentissero salutare da qualche «americano» del paese:
Come va, zi' Carta?
Ah! Sei ancora qui? Ti credevo già andato via.
Chi sta bene non si muove.
Salutiamo, zi' Carta! Tu sei nipote di zi' Santi Lamanna, mi pare.
Sì, rispondeva Menu.
Di tanto in tanto, ecco Nascarella col suo organino, e la moglie e la figlia che cantava in siciliano, storpiando le canzonette napolitane.
Agli americani dovevano però sembrare proprio costumi napolitani, se si divertivano allo spettacolo, a star a sentire, e buttavano bei soldi nel piattino delle donne che andavano attorno e raccattavano a terra quelli che piovevano dalle finestre piene di curiosi.
Nascarella, per saluto al paesano faceva una breve sosta davanti alla bottega dello zi' Carta e le due donne accettavano volentieri un regalo di aranci sbucciandone qualcuna, e mangiandola; per rinfrescarsi la gola, diceva la ragazza.
Qualche volta accadeva di veder passare tre quattro poveri rabbatani che parevano sperduti, e con la fame sul viso.
Lo zi' Carta li riconosceva agli abiti, alle mosse, e non s ingannava mai, preso da grande pietà per quei disgraziati.
Voi siete di Ràbbato?
Sissignore!
Io sono lo zi' Paolo Carta; e questo è nipote dello zi' Santi Lamanna.
Ah!...
Quei poveretti quasi non credevano alla fortuna di avere incontrato due compaesani.
Siamo stati ingannati.
Ci hanno lasciato in mezzo a una via.
Non sappiamo come fare.
Vi condurrò io dal Commissario... Intanto... Venite con me...
Li faceva entrare nella vicina osteria.
Prendete un boccone.
Se non ci aiutiamo tra noi!
Non sono ricco...
Così ne aveva consolati parecchi, trovando di collocarli bene, di salvarli dalle unghie degli sfruttatori.
Menu, che passava tutte le domeniche in compagnia di Santi, aveva riveduto due sole volte Stefano dalla mattina in cui erano stati a colazione nell'osteria di compare Cheli Murabitu.
La prima volta era venuto col pretesto d informarsi se Miss Stoppa fosse tornata.
Io avrei da collocarti come fattorino in una Banca; poi potresti passare ad usciere e andare su su, se sapresti fare.
Che Banca?
aveva domandato lo zi' Carta.
Di quelle che falliscono a ogni sei mesi?
Voi non ve n'intendete.
Lasciane la cura a Santi.
Se lo prende a proteggere la figlia del suo padrone...
Sarà un pulcino "nella stoppa" sghignazzò Stefano.
Hai voglia di chiamarla Miss Stoppa!
Quella ci ha qualche milioncino che non avremo mai né tu né io.
Suo nonno vendeva cerini, dicono.
Questo gli fa onore.
Diglielo a Santi che il posto è pronto.
Avete sentito, zi' Carta?
Hanno accoltellato il mascalucioto.
Dopo che gli hanno ammazzato la moglie e la figlia!
Aveva dato la notizia sui punto di andar via.
Se la caverà con trenta giorni all'ospedale.
Vi saluto, zi 'Carta.
Se scrivi al nonno e alla mamma...
Tu non hai mani per prender la penna?
La zappa m insegnò il nonno, zi' Carta.
Una mattina, Menu avea notato due figuri che pareva facessero la ronda, passando e ripassando davanti alla bottega.
Lo zi' Carta, dietro il piccolo banco, contava certi quattrini da portare alla posta, e ne faceva tanti pacchetti da cento lire l'uno.
Vado e torno sùbito, disse.
Menu, che dalla soglia della bottega non avea perduto d occhio quei due, si accorse che uno di essi, all'uscire del suo padrone si era allontanato in fretta.
Poco dopo, vide spuntare Stefano e gli parve che, per un piccolo tratto della via, fosse accompagnato da colui che aveva lasciato l'altro a fare la guardia.
Stefano andò difilato alla bottega.
Che ti ha detto Santi?
La signorina tornerà tra giorni.
Va bene mi farete sapere qualcosa.
Si aggirava per la bottega, osservando le ceste, come uno che non avesse altro da fare.
Poi si fermò, si accostò a Menu e quasi sottovoce gli disse:
Dovresti darmi una ventina di lire; te le renderei fra tre giorni.
E chi le ha? rispose Menu maravigliato della richiesta.
Dalla tua mesata.
Non ho manco un soldo. Lo zi' Carta la paga a Santi.
Prendile dal cassetto. Ci saranno ben più di venti lire.
Neppure se avessi io la chiave! Ma ti pare!
Bella fiducia ti ha il tuo padrone! Fa conto che non ti ho detto nulla. Hai capito? Fa conto che non mi hai visto anzi, ricordatene.
Quei due figuri sparirono dietro a Stefano.
Menu li aveva seguiti con l'occhio fino allo svolto della cantonata.
Era rimasto con un lieve tremore per tutta la persona.
Viveva sotto l'ossessione delle revolverate, delle bombe, e ora delle coltellate, come era accaduto al mascalucioto.
Non temeva precisamente per sé, ma per lo zi' Carta, che spesso diceva: Ce l'hanno con me!
Le bombe però non hanno riguardo! pensava il povero Menu.
E non vedeva l'ora che tornasse la miss di Santi per allontanarsi da quel posto, quantunque poi gli dispiacesse di lasciare lo zi' Carta che davvero gli voleva bene come a un figlio, e gli aveva raddoppiata spontaneamente la mesata.
Fa conto che non mi hai visto anzi! Ricordatene!
Perché mi ha detto questo? si domandava Menu nel momento in cui lo zi' Carta ritornava tranquillamente dall'Ufficio postale.
Chi ha portata questa lettera? domandò prendendola dalla cesta su cui era posata.
Quale lettera? fece Menu.
Questa!
Lo zi' Paolo era impallidito scorgendo nel posto del sigillo una piccola impronta nera che rappresentava una mano.
Qualcuno, con la scusa di comprare...
Non è venuto nessuno, affermò Menu, pensando al ricordati di Stefano.
È piovuta dall'aria dunque?...
Ah, gl'infamacci! Ma questa volta vado a ricorrere alla polizia.
Non l'apro neppure... No: leggila... Sentiamo!
E stracciò a stento la busta, tanto gli tremavano le mani.
Che dice?
Dice che...
Menu aveva percorso rapidamente con gli occhi lo scritto del foglio e si era fermato a una cifra.
Poi lesse con voce mal ferma:
«Lunedi sera, al quarto albero a sinistra della Terza Avenue, un vecchio attenderà la grazia di voi signor Paolo Carta, cioè trecento dollari, che manderete col vostro ragazzo, se non volete che vi avvenga qualche grosso dispiacere. E zitto, altrimenti farete peggio.
Con noi non si scherza. Gli amici della...»
E, sotto, la stessa impronta della busta: una piccola mano nera.
Lo zi' Carta rimase un momento a testa bassa, con gli occhi socchiusi, quasi annichilito, respirando appena.
Poi si rizzò tutto a un tratto su la persona, tolse di mano al ragazzo la lettera, ripiegò il foglio, lo rimise dentro la busta e detto a Menu:
Andiamo! tolse via le ceste posate su due panchetti ai lati della porta, rimosse i panchetti e, chiusa la bottega coi catenacci e con le sbarre di ferro, come faceva le domeniche quando andava a passare le giornate fuori di casa, si avviò verso il posto di polizia del quartiere.
Menu stentava a seguirlo, tanto lo zi' Carta andava in fretta.
Coi gesti, più che con le parole, giacché egli non sapeva un motto d inglese (le due o tre frasi apprese a memoria le riduceva incomprensibili per la cattiva pronunzia), soprattutto mostrando la lettera che indicava chiaro, per via dell'impronta, la sua provenienza, lo zi' Carta fece capire all'ispettore di che cosa si trattava.
Fu fatto venire un interprete che traduceva in italiano le domande:
Questa lettera non è venuta per posta. Chi l'ha portata?
L'ho trovata su una cesta di frutta. Io sono fruttaiolo.
Non eravate in bottega?
No. C'era questo mio ragazzo. Parla tu.
Chi è venuto nella sua assenza?
Nessuno. Non ho visto nessuno!
Menu scoppiò a piangere.
Non aver paura, ricorda bene!
Non ho visto nessuno!
È siciliano anche lui?
Del mio paese, fratello di un mio amico, rispose lo zi' Carta.
L'ispettore e l'interprete, si misero a parlare in inglese tra loro, fissando di tratto in tratto Menu che continuava a singhiozzare, atterrito di trovarsi in presenza di quei due che lo squadravano da capo a piedi.
È la prima volta che vi si minaccia? domandò l'interprete allo zi' Carta, che si trovò imbarazzato a rispondere.
Mi hanno estorto due volte, piccole somme, disse dopo un momento di esitazione.
Chi? Li conoscete?
Se li vedessi, li riconoscerei. Non li ho più riveduti.
Poteva accusare Stefano? E che prova avrebbe potuto dare?
Sarete chiamato. Il ragazzo resta qui.
Voscenza... rispondo io di lui! Rispondo io! esclamò lo zi' Carta portando la mano al petto per giuramento.
Il ragazzo... sa! concluse l'interprete: Interrogatelo bene.
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Autore: Kathleen Ferguson
Traduttore: Roberto Bertoni
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 07/2001
Edizione corrente: 07/2001
EAN-ISBN: 9788872020142
Pagine: 186
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x24,0 cm
Prezzo di copertina: 13,50 Euro
Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia
Descrizione
L'"autobiografia" di una perpetua dall'orfanotrofio alla definitiva liberazione dopo 33 anni di servizio, raccontata con uno humour colorito ma spietato nei riguardi dell'ambiente clericale dell'Irlanda del Nord tra gli anni Cinquanta e Ottanta.
Storia di una perpetua è ambientato in una comunità cattolica di Derry, Irlanda del Nord, tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta, quando il clero aveva, ancor più che da noi, un peso preponderante sulla società.
Nel salottino di Padre Mann sfila una serie ininterrotta di personaggi: il Vescovo arcigno e autoritario, preti a volte dediti più al whiskey che al vino della messa, donne in crisi matrimoniale alla ricerca di conforto.
Gli anni passano e cambiano le mode, i costumi sociali, le abitudini; da lontano giunge l'eco delle sommosse civili.
Chi non cambia è Brigid Keen, la perpetua del bel prete dagli occhi azzurri del quale è inconsapevolmente un po' infatuata.
Per 33 anni Brigid non fa che osservare e servire umilmente, senza percepire uno stipendio, fino a quando, messa alla porta e costretta ad arrangiarsi da sola, si libera dai condizionamenti religiosi e culturali prendendo in mano la sua vita in un finale da applauso.
Da scoprire quindi la capacità di analisi psicologica, di denuncia sociale e di riscatto personale di un personaggio "fuori moda".
La prima osservazione che un lettore odierno formula si riferisce alla mancanza di attenzione ai conflitti e agli scontri fra le comunità cattolica e protestante, come è noto molto vivi e drammatici in tali decenni e ancora oggi tutt'altro che estinti; è presente solo qualche riferimento come sfondo ininfluente sulla vicenda.
La ragione di tale scelta risiede nel voler evidenziare la vita privata della protagonista, Brigid, fatta di assoluta dedizione al prete, al quale la scelta del vescovo l'ha assegnata fin da giovanissima.
È stata così riscattata da un destino più oscuro a cui sarebbe stata altrimenti destinata: di famiglia povera, orfana di madre in tenera età, con il padre ricoverato in una clinica psichiatrica, insieme a una sorella e a un fratello è stata allevata in un orfanotrofio e lì preparata alla vita che l'attendeva.
Nel contesto sociale dell'Irlanda cattolica e provinciale di allora il ruolo di perpetua rappresentava comunque una elevazione sociale e perciò è accettato di buon grado dalla protagonista, ed è vissuto con totale dedizione e sacrificio di sé.
È quindi questo il primo aspetto universale che Kathleen Ferguson pone in luce, tralasciando i risvolti storici del periodo: la condizione femminile in una società arcaica.
La vita privata non è ammessa, tanto meno la sessualità, ed emergerà solo alla fine, quando, licenziata per la morte del prete che ha amorevolmente curato fino all'ultimo respiro, acquista coscienza del suo stato, vuole essere finalmente autrice del suo destino, si apre alla vita e al mondo, avviandosi in età ormai canonica, al traghetto che la porterà in Inghilterra.
Il secondo aspetto generale posto in luce è la descrizione dell'ambiente ecclesiastico.
I preti sono poco sinceri e intriganti, il vescovo è privo di carità ed è preoccupato solo dell'apparenza.
Egli infatti allontana dalla sua sede il parroco di Brigid, padre Mann, quando si accorge della sua malattia, solo per evitare che la senilità faccia apparire il prete un po' svanito e lo ricovera in un ospizio dove la perpetua lo segue, difendendolo fino all'ultimo.
Ultimo aspetto posto in luce è quello che potremmo definire l'abuso del potere.
Il vescovo, alla morte di padre Mann, licenzia Brigid, a cui non ha mai corrisposto alcun compenso e neppure le concede un indennizzo, ignorandone sacrifici e dedizione.
Analogo comportamento caratterizza anche le suore nel cui orfanotrofio Brigid e i suoi fratelli sono stati cresciuti.
Da un punto di vista letterario il romanzo manifesta un pregio che ne rende la lettura gradevole: la drammaticità dell'argomento è alleggerita da un linguaggio colloquiale, ironico e colorito.
Un linguaggio ricco di humour e sarcasmo che evita di far cadere nel melodramma una vicenda così aspra e dura.
Note biografiche
Kathleen Ferguson è nata nel 1958 a Tamnaherin, una cittadina della Contea di Derry, nell'Irlanda del Nord, da madre cattolica.
Si è laureata in Inglese alla University of Ulster e dal 1989 si dedica completamente alla scrittura.
Con Storia di una perpetua ha vinto l'Irish Literature Prize for Fiction.
Estratto
La Chiesa Cattolica mi ha fatto da padre, da madre e famiglia per più di cinquant'anni.
Potete ben immaginare cosa ho provato il giorno che il Vescovo mi ha scaricato in quel modo: come il giornale del giorno prima, che buttava via quando l'aveva finito.
Dopo che io avevo dato a Padre Mann quel che molte mogli non danno mai al marito.
Trentatré anni ho lavato i calzini a Padre Mann e gli ho rifatto il letto.
Trentatré anni sono stata a sudare sulla cucina economica, ho mangiato i suoi avanzi, per giunta da sola in cucina, intanto lui mangiava sulla tovaglia in sala da pranzo.
Ma posso prendermela solo con me stessa.
Ho aspettato molto più del dovuto ad andarmene.
Sono cresciuta a Bethel House, un orfanotrofio gestito dalle Sorelle della Carità di Derry, anche se non ero un orfana vera e propria.
Mia madre era morta, d'accordo.
Il fatto è che mio padre le aveva dato delle botte da cui non si era ripresa.
Ma lui era ancora vivo, nell'ospedale psichiatrico di Gransha, dove l'avevano rinchiuso a vita.
Mia sorella, Dympna, aveva cinque anni più di me; e mio fratello, Micheal, un paio più di lei.
Bethel House era divisa in due metà, una per le femmine e una per i maschi.
Io e Dympna stavamo da una parte, vicino al convento; Micheal stava dall'altra, vicino alla casa del Vescovo.
Non c'era un grande andirivieni tra i due settori.
Le suore non lo permettevano per paura di quel che poteva succedere.
Perciò noi tre non siamo venuti su come una famiglia.
A dire la verità, non vedevo una gran differenza tra Dympna e le altre ragazze con cui vivevo.
La famiglia, nel senso in cui usa questa parola la maggior parte delle persone, non voleva dire niente per me.
Non mi mancava.
Per quanto mi riguardava, le parole Madre e Sorella andavano usate per le suore, non per i parenti.
Quel che mi dicevano le suore "cioè che la Chiesa era mia madre e Dio mio padre" me lo bevevo.
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La preghiera e le preghiere
Autore: Adriana Zarri
Editore: La Piccola Editrice
Prima edizione: --/2007
Edizione corrente: --/2007
EAN-ISBN: 9788872583197
Pagine: 64
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 12,5x16,5 cm
Prezzo di copertina: 4,00 Euro
Descrizione
La preghiera si origina dalla relazione amorosa che intercorre tra Dio e l'uomo: Dio prega nell'uomo e l'uomo prega in Dio.
La preghiera, "uno stato di innamoramento", come scrive Adriana Zarri, che ha la sua espressione nelle preghiere.
Nel silenzio della contemplazione si accoglie la Parola che alimenta la vita, si percepisce la presenza nascosta e la forza creatrice di Dio nella storia.
Note biografiche
Adriana Zarri, nata a S. Lazzaro di Savena nel 1919.
Teologa, saggista, autrice di romanzi.
Collabora con diversi periodici.
Vive in forma monastica in un eremo del Canavese.
Estratto
LA PREGHIERA E LE PREGHIERE
Un discorso sulla preghiera è molto più complesso di quanto possa forse sembrarci.
Potremmo cominciare col chiederci che cos'è la preghiera.
Pensiamo tutti di saperlo ma ne abbiamo, di solito, un idea e anche una prassi molto povera.
Preghiamo poco e preghiamo male.
Eppure non si può dire che, nelle nostre chiese, non si ascoltino esortazioni a pregare, ma sono di tipo prevalentemente devozionale, con forte accentuazione sulla quantità: inviti a recitare formule, a fare determinate pratiche, ad assolvere a taluni adempimenti.
Più che a pregare si esorta a recitare preghiere.
Anzi, nella mentalità corrente, ci troviamo di fronte ad un equivoco che identifica le due cose, ritenendo che la loro finalità primaria sia ottenere le cosiddette "grazie".
E qui noto, di passaggio, l'abituale abbassamento di livello quando si passa dal singolare al plurale.
Non dirò del bene che, nel plurale, indica le sostanze patrimoniali, i beni.
E già le "sostanze" son cosa ben più povera della "sostanza", sinonimo filosofico di essenza.
Ma, per tenerci al nostro campo, sappiamo bene dell'impoverimento cui soggiace la "Parola del Padre" quando discende nelle "parole rivelate".
La stessa caduta di tensione la rileviamo nel passaggio tra la "preghiera" - che è dimensione teologale di grande profondità e ricchezza - e le "preghiere" che ne sono l'episodica espressione.
Egualmente dicasi per la "grazia" - che è l'inabitazione trinitaria, la vita di Dio in noi - e le "grazie" che sono i piccoli favori che chiediamo e che talvolta ci illudiamo di ricevere da Dio; e son magari il frutto di un naturale svolgersi di eventi.
Cominciamo con il parlare della preghiera al singolare; poi parleremo anche del posto che hanno le preghiere nella preghiera e del rapporto tra le due.
C'è un passo della scrittura che dice: pregate continuamente (senza intermissione).
Se la preghiera fosse la recita di preghiere è evidente che quell'invito sarebbe solo una pia iperbole.
Non si può recitare preghiere senza sosta.
C'è il momento in cui si recitano preghiere e il momento in cui si deve fare altro.
Se quell'esortazione non è un enfasi retorica vuol dire che pregare è altra cosa rispetto al recitare preghiere.
Facciamo un paragone che spero sia chiarificatore, rifacendoci all'immagine biblica che parla dell'Alleanza nei termini di amore di coppia (è l'immagine più appropriata).
È evidente che amare non è solo fare l'amore, anche se c'è un rapporto molto stretto tra le due cose.
Si può amare anche senza fare l'amore.
Possono darsi difficoltà (il partner lontano, una malattia o altro) per cui non si può esprimere l'amore con l'amplesso, però l'amore resta.
E si può purtroppo anche fare l'amore senza amore, il che è poi sostanzialmente il peccato sessuale.
La realtà profonda del peccato di sesso si dà quando c'è un rapporto epidermico, goloso, senza armonizzazione.
Il prima, il poi, il dentro, il fuori rispetto alla ritualizzazione - al cosiddetto matrimonio in chiesa - sono elementi in gioco, però non rappresentano il nodo profondo del problema.
Il nodo, invece è il "dentro" o il "fuori", la pertinenza o l'estraneità rispetto all'amore che è il vero sacramento della coppia.
Si può quindi fare l'amore senza amare e amare senza fare l'amore.
Le due cose non coincidono, anche se sono correlate tra di loro perché, in una coppia normale, in cui non ci siano inceppi psicologici o altro, l'amore desidera manifestarsi nel fare l'amore e con vari gesti di tenerezza che esprimono l'amore stesso.
È il rapporto tra l'essere e il manifestarsi.
Lo stesso rapporto c'è tra la preghiera, che è uno stato di innamoramento di Dio, e la sua espressione nelle preghiere, questo momento forte in cui sospendiamo altre attività per dedicarci esplicitamente, direttamente, esclusivamente a pregare.
Ed è come il fare l'amore: il momento forte di un innamoramento, che tuttavia permane sempre anche al di là del gesto.
Il concentrarci per meditare o recitare preghiere è il momento in cui si rende esplicito questo stato di amore permanente, in cui consiste la preghiera.
Però non è il fatto fondamentale poiché è chiaro che è più importante essere innamorati che fare l'amore; ed analogamente è più importante la preghiera, come stato permanente d'amore, che non la sua manifestazione episodica.
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Autore: Alexander Trocchi
Traduttore: Silvana Vitale
Editore: Edizioni Socrates
Prima edizione: 04/2003
Edizione corrente: 04/2003
EAN-ISBN: 9788872020173
Pagine: 160
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,5x24,0 cm
Prezzo di copertina: 12,00 Euro
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Descrizione
Una chiatta, che attraversa i grigi e brumosi canali della Glasgow degli anni Cinquanta, fa da sfondo alle vicende di Joe, Ella e il marito di lei, Leslie.
Quella di Joe, il protagonista, è una vita monotona e insoddisfacente, finché un giorno, a increspare le acque del suo passato, riemerge il corpo di una giovane donna morta annegata.
Da quel momento Joe si coinvolge in una relazione passionale con Ella, spinto dal bisogno impellente di esercitare, attraverso il potere della seduzione, un controllo su se stesso e sulla propria vita, che sembra non andare da nessuna parte.
Ma insieme al cadavere affiorano i ricordi di un passato torbido e misterioso.
Dotato di una personalità singolare, Joe si pone al di sopra delle convenzioni morali comuni, ritenute ipocrite e limitative, costruendosi una propria morale che gli permette di assolvere ogni suo peccato, ogni sua mancanza, mantenendo uno stato di totale innocenza (giovane Adamo).
Giovane e riflessivo protagonista, figura antitetica all'eroe tradizionale, Joe è tormentato da dilemmi esistenziali e caratterizzato da un senso di estraneità che lo avvicina notevolmente al protagonista de Lo straniero di Camus.
Ed è proprio nella disperata resistenza a non lasciarsi omologare in alcun sistema e nella ricerca di conservare intatta, sempre e comunque, la propria libertà che la vicenda di Joe ci colpisce come l'amara raffigurazione del nostro percorso umano.
Giallo introspettivo e filosofico, Giovane Adamo è un romanzo che si contraddistingue anche per una forte componente erotica, dosata sapientemente da Trocchi in un gioco oscillante tra sensualità e intellettualità.
Col suo stile inconfondibile, puro come il cristallo, Alexander Trocchi, "cosmonauta dello spazio interiore", come lo ha definito William Burroughs, ci regala un romanzo ricco di suspense e di mistero, vero e proprio gioiello di tecnica narrativa; capolavoro intenso e drammatico della letteratura del Novecento.
Note biografiche
Alexander Trocchi, figura di spicco del panorama letterario scozzese tra gli anni Cinquanta e Sessanta, nacque a Glasgow nel 1925.
Scrittore provocatorio ed estremo, mal sopportava il bigottismo della società scozzese e per questo motivo nel 1952 decise di trasferirsi a Parigi.
Qui collaborò con la rivista innovativa "Merlin", nota per la pubblicazione di autori "scomodi" come De Sade, Nabokov e Apollinaire, e con l'Olympia Press, per la quale scrisse racconti pornografici.
Il suo capolavoro, Young Adam (1954), è studiato nelle università e considerato un classico della letteratura del Novecento.
Il suo secondo e ultimo romanzo, in gran parte autobiografico e ambientato a New York, Il libro di Caino, fu pubblicato nel 1963 in Gran Bretagna.
In seguito Trocchi lavorò per ben 24 anni, praticamente fino alla morte, attorno all'idea di un terzo romanzo senza mai riuscire a darle forma.
Morì nel 1984 con il fisico completamente distrutto dall'abuso di eroina, in totale povertà, pagando a caro prezzo le conseguenze della sua autoemarginazione.
"Trocchi ha scritto poco, ma quel pochissimo che ci ha lasciato è eccezionale. La sua narrativa è poetica, aforistico-filosofica e sempre permeata di una profonda sensualità"
(L'Indice)
Estratto
Ci sono momenti in cui ciò che deve essere detto ti guarda dal passato, ti guarda come qualcuno da una finestra e tu per strada, che cammini.
Le ore passate, le azioni passate assumono un inquietante senso di distacco.
Ora, fra queste e tu che ti volgi a guardarle, non c'è continuità.
Stamattina, dopo essermi alzato, per prima cosa mi sono guardato allo specchio.
È uno specchio di acciaio cromato e lo porto sempre con me.
È infrangibile.
La barba mi era cresciuta impercettibilmente durante la notte e ora, corta e ispida, mi copriva le guance e il mento.
Avevo gli occhi meno arrossati rispetto alle due settimane precedenti.
Dovevo aver dormito bene.
Ho osservato la mia immagine per alcuni istanti senza scorgere nulla di strano.
Lo stesso naso, la stessa bocca e la piccola cicatrice che dall'alto s'incuneava nel sopracciglio sinistro non era più evidente di quanto non fosse il giorno prima.
Niente fuori posto, eppure tutto lo era, perché fra me e lo specchio esisteva la stessa distanza, la stessa discontinuità che avevo sempre avvertito fra le azioni commesse ieri e la mia attuale consapevolezza delle stesse.
Ma il problema non si pone.
Io non mi chiedo se sono l' "io" che guardava o l'immagine che veniva vista, l'uomo che ha agito o l'uomo che ha pensato all'azione.
Poiché ora so che è la struttura stessa della lingua ad essere ingannevole.
Il problema nasce non appena comincio a usare la parola "io".
Non c'è contraddizione nelle cose, soltanto nelle parole che inventiamo per riferirci alle cose.
È la parola "io" a essere arbitraria, a racchiudere in sé la propria inadeguatezza e la propria contraddizione.
Nessun problema.
Da qualche parte, oltre gli oscuri confini dell'universo, la risata di una iena.
A quel punto ho distolto lo sguardo dall'immagine riflessa.
Tra allora e adesso ho fumato nove sigarette.
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Torniamo all'inizio.
È una cosa strana, o meglio fu una cosa strana.
Grazie a Dio è improbabile che capiti di nuovo.
Volevo parlare di Ella, di come fosse entrata all'improvviso nella mia vita, come una scossa al cervello, il giorno stesso in cui ripescammo il cadavere della donna dal fiume.
Per quella ragione, e per non complicare la questione, non ho detto niente di Cathie.
O per lo meno non ho svelato il suo ruolo nella faccenda.
Naturalmente era sempre lì, ma non lo sapevate.
Era il cadavere.
Stavo quasi per dire il mio cadavere.
Ma un cadavere, strettamente parlando, non appartiene a nessuno, e anche se avrei potuto rivendicare qualche diritto sul suo corpo quando era in vita, preferisco pensare di non avere alcun diritto sul suo cadavere, nemmeno quello di un assassino.
Ho ucciso Cathie.
Non ha alcun senso negarlo dato che nessuno mi crederebbe.
La polizia, con il suo solito sensazionalismo, aveva cominciato subito a indagare sull'ipotesi di omicidio.
Questo secondo i giornali.
In realtà, ciò significava che stavano già cercando un assassino.
Beh, ne hanno trovato uno, ma su questo torneremo dopo.
Quello che li aveva convinti, credo, era il fatto che non avesse vestiti addosso, il che, non avevano dubbi, indicava la presenza di un uomo.
Almeno di un uomo.
Fin qui sono d'accordo con loro, certo: è il tipo di conclusione a cui potrei arrivare da solo, e pure voi, forse.
Ma, se uno ha rapporti sessuali con una donna in circostanze piuttosto sconvenienti, e se poi il cadavere della donna viene rinvenuto in uno dei nostri fiumi navigabili, dare per scontato che l'uomo l'abbia uccisa mi sembra completamente assurdo.
I giornali, presi nel ruolo di difensori della morale pubblica, avevano sostenuto questa tesi.
Il pubblico, assetato di scandali, se l'era bevuta.
Leslie ci credeva, Bob ci credeva, Ella ci credeva.
Perciò continuai a tenere la bocca chiusa.
Torniamo all'inizio, o meglio, all'inizio che ho scelto io - anche se avrei potuto tornare indietro di uno o addirittura dieci anni per trovare il principio di tutto quanto - a quel mattino che la ripescammo dal fiume.
Era una cosa strana che dovessi essere proprio io, io che avevo visto Cathie perdere l'equilibrio e cadere nel fiume, a trovare il suo cadavere il mattino dopo a un chilometro da dove era caduta.
Al tempo la cosa mi era parsa ridicola, tanto incredibile che se Leslie non fosse salito sul ponte in quel momento, sicuramente mi sarei rifiutato di accettare un fatto talmente inverosimile e avrei cercato di spingerla di nuovo via con la gaffa.
Purtroppo Leslie era salito al momento sbagliato e vedendo il corpo nell'acqua gli era venuto in mente che fosse nostro dovere ripescarlo.
Almeno questo è quello che aveva detto lui.
La faccia dell'uomo col berretto da operaio comparve sul giornale tra un disastro aereo, quarantasette morti, e un convegno del mondo della finanza che si sarebbe tenuto a Parigi.
L'immagine a puntini era piazzata nella pagina come una macchia indistinta, uno sprazzo di bianco in mezzo a un esercito di puntini più scuri, come se la faccia cercasse di immergersi nello sfondo e di fondersi con esso.
L'articolo sotto diceva:
omicidio sul clyde
Accusato un uomo
Quest'oggi il Tribunale Centrale ha disposto un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Daniel Goon, idraulico, residente a Glasgow, 42 Black Street. Goon, padre di quattro figli, è accusato dell'omicidio di Catherine Dimly, 27 anni, aspirante attrice, domiciliata a Glasgow, 2 Goble Street.
Il cadavere della signorina Dimly era stato rinvenuto due settimane fa nel fiume Clyde da due chiattaioli.
Non riuscivo nemmeno a immaginare quali prove potessero avere contro Goon.
Lui non c'entrava niente.
Ed ero convinto di aver distrutto qualsiasi prova.
Quando Cathie inciampò e cadde all'indietro nel fiume l'urlo le si strozzò in gola prima che potesse cacciarlo fuori.
Le luci sulla riva opposta sfavillavano e ovunque un silenzio di tomba.
Il tonfo nell'acqua mi rimase in testa per qualche attimo, come un grido in un bosco, prima che mi stendessi a pancia in giù sulla banchina, in preda al panico, a fissare l'acqua nera e veloce.
Lei si mosse zigzagando rapidamente oltre le pietre della banchina e qualche metro più avanti, silenziosamente, spuntò qualche bollicina in superficie, come bolle di sapone quando si fa il bucato, sempre più lontano, finché non ci fu più nulla da vedere.
Capii subito che era morta, andata, senza alcuna speranza, e nello stesso momento mi accorsi di avere gambe e braccia paralizzate.
Rimasi a lungo lì dov'ero, senza muovermi, i miei occhi ormai abituati all'oscurità dopo quell'ora che avevamo passato insieme.
E prima una scatola di fiammiferi, poi una bottiglia e una spranga di legno, ogni oggetto fece un rumore diverso quando sbatteva sulle pietre, graffiandole, per poi scomparire nel flusso della corrente.
Pensai a stelle che sfrecciavano via disperdendosi nel nero universo, più veloci della luce.
E in quel momento stavo pensando che Cathie era là sotto da qualche parte.
Era troppo buio e troppo tardi per fare qualcosa.
Urlare adesso?
Cercai a lungo qualche traccia di lei, e a parte i detriti che galleggiavano trasportati dalla corrente, l'acqua era completamente scura, e dopo un po' mi accorsi che era come cercare un ago in un pagliaio.
Poteva essere dovunque, a qualsiasi profondità.
Cristo Santo!
Ricordo una sensazione di incredulità.
Era successo tutto così in fretta, senza che niente lo facesse immaginare.
Niente.
Per me era tanto insensato quanto un terremoto su un prato inglese.
Più tardi, proprio questo mi sarebbe parso così falso nella dettagliata ricostruzione dell'accusa.
Nel momento in cui cadde non ci furono reazioni drammatiche da parte di nessuno di noi due.
Nemmeno un urlo, né mani agitate nell'acqua, e, per quanto mi riguarda, fui sorpreso di essermi calmato così in fretta.
Credevo forse che avesse nuotato un bel po' sott'acqua e avesse raggiunto la riva dall'altra parte?
Sapevo che era impossibile.
Sapevo che non era capace di nuotare.
Aveva sempre avuto paura dell'acqua.
Qualche volta la prendevo in giro quando uscivamo in barca a remi, magari un giorno d'estate, non lontano dalla riva da qualche parte sulla costa occidentale, e ci sdraiavamo nudi sul fondo della barca, sotto i banchetti.
Era più passionale che mai in quei momenti, perché sapeva di non essere capace di nuotare, perché per lei la nostra lotta erotica nella barca che ondeggiava in balìa della corrente era una questione di vita o di morte.
Non era soltanto il suo corpo che si dava nel fragile guscio della barca.
Era la sua vita che metteva in gioco, e lanciava gridolini di delirante piacere quando un'onda improvvisa si infrangeva sulla fiancata della barca e spruzzava le sue natiche come argento vivo.
Diceva di sentire la forza del mare attraverso il legno della barca nella sua carne così come nelle sue orecchie; e non credeva di essersi mai data così pienamente come quando, i muscoli irrigiditi sul fondo malridotto della barca, la prua si sollevava e uno spruzzo d'acqua le cadeva sulle cosce come una raffica gelata.
A poco a poco mi abituai all'idea che fosse annegata, senza speranza, e per qualche ragione il placido sciabordio dell'acqua contro le rocce mi rassicurava.
Anzi, esercitava un certo fascino su di me, senza dubbio per via del nesso che era sempre esistito fra i nostri amplessi e l'acqua.
Cathie raggiungeva l'estasi col terrore dell'acqua, e più di una volta - anche se in questo modo si stava semplicemente lasciando andare alla sua fissazione per i melodrammi - disse di sentire che era così che sarebbe morta, travolta dall'acqua mentre faceva l'amore.
Non si era sbagliata del tutto.
Se un poliziotto fosse arrivato in quel momento, probabilmente non avrei fatto alcun tentativo di fuga.
Fu solo più tardi, dopo qualche minuto, che mi resi conto che la mia posizione era pericolosa, che c'era solo la mia parola a testimoniare che fosse un incidente.
Era davvero un incidente?
Credo di sì.
Non mi era mai passato per la testa di ucciderla.
Me ne stavo semplicemente andando.
Lei cercò di trattenermi.
Mi divincolai.
Lei perse l'equilibrio, inciampò su un ciottolo e finì nell'acqua.
Splash.
Era successo tutto così in fretta.
Magari qualcuno potrebbe dire che la colpa è mia, perché le mie reazioni erano state troppo lente.
Devo aver voluto la sua morte.
Non credo.
Anche se sicuramente, quando lei cadde all'indietro, la sensazione che mi dominava era quella di fastidio.
Ero scocciato con lei.
E poi una specie di curiosità mista a panico.
Se n'era andata all'improvviso, e non appena la rabbia mi sbollì la curiosità mi lasciò senza fiato, e poi mi investì un'ondata di paura, quasi nausea, e me ne stavo sdraiato a faccia in giù a fissare l'acqua nella quale era scomparsa.
Se soltanto fosse spuntata in superficie, anche solo per un istante, forse mi sarei mosso.
Ma per qualche ragione fin dall'inizio sentii che non c'era alcuna speranza, anzi, ormai era fatta, e in quel momento francamente non posso dire che me ne fregasse molto, anche se dopo me ne importò, quando mi resi conto che era morta.
Morta.
Morta.
Morta.
Mia madre e adesso Cathie. Improvviso come un lampo a ciel sereno.
E poi una graduale amplificazione mentre, assorto nella mia immaginazione, il doloroso fatto si spandeva come un'alba rossastra che tinge a poco a poco l'intero orizzonte.
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