![]()
Autore: Francesco Zizola
Editore: EGA Editore
Prima edizione: --/2007
Edizione corrente: --/2007
EAN-ISBN: 9788876706233
Pagine: 96
Prezzo di copertina: 26,00 Euro
Argomento: Grafica e Fotografia
Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia
Descrizione
Immagini dell'Iraq ne abbiamo viste e ne vediamo quotidianamente tante, per lo più televisive, che troppo spesso scivolano via.
Queste riescono a prenderti e a portarti là, a farti entrare nella pelle la violenza, la paura, la dignità delle vittime.
I loro diritti violati diventano nostri.
Immagini che rimangono, si fissano nella mente e dentro, costringono a confrontarsi con se stessi e con le priprie contraddizioni.
Riescono, ed è cosa rara, a restituirci la complessità di una situazione, a restituirci un clima.
"Qualunque sarà l'esito della guerra in Iraq, il disastro è stato compiuto e non abbiamo saputo impedirlo.
Ai testimoni una cosa sola è rimasta da fare: documentarlo"
Pietro Veronese
Note biografiche
Francesco Zizola: nato a Roma, è considerato uno dei più grandi fotoreporter contemporanei.
Dal 1986 le sue fotografie sono state state pubblicate dalle maggiori testate nazionali e internazionali.
È stato l'unico italiano insignito del premio Foto dell'anno al "World Press Photo", nel 1996.
Ha ottenuto altri sei riconoscimenti nell'ambito della stessa competizione ed è stato premiato quattro volte al "Picture of year".
Note
Questo libro contribuisce a finanziare le campagne di Amnesty International.
Amnesty International è un movimento democratico e autogovernato con quasi due milioni di soci e di sostenitori in oltre 140 paesi e territori.
La Sezione italiana di Amnesty International, costituitasi nel 1975, conta circa 90.000 soci.
È finanziato prevalentemente dai suoi iscritti in tutto il mondo e da donazioni pubbliche.
.
Storie mai raccontate
![]()
Autore: Autori Vari
Curatore: Reporters sans frontières
Editore: EGA Editore
Prima edizione: 11/2007
Edizione corrente: 11/2007
EAN-ISBN: 9788876706356
Pagine: 192
Prezzo di copertina: 19,00 Euro
Argomento: Società, Politica e Comunicazione
Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia
Descrizione
Undici reportage, undici modi di raccontare i fatti, ma anche undici differenti scuole giornalistiche a confronto, in un libro che rende omaggio al difficile mestiere dell'inviato di guerra.
Alcune importanti firme del giornalismo italiano raccontano la guerra così come viene vissuta sul campo, senza aggettivi, senza la retorica della comunicazione mass-mediatica.
Undici inviati speciali: articoli inediti sui più recenti conflitti che hanno infiammato il mondo contemporaneo, un reportage fotografico che documenta la tragedia della guerra, di tutte le guerre.
Ancora una volta Reporters sans frontières dimostra di stare dalla parte dell'informazione libera, della cronaca senza condizionamenti.
Indice
- Introduzione di Mimmo Candito
- Il paese che non c'è di Domenico Affinito
- Dietro le quinte di Toni Capuozzo
- Una lotteria con la vita di Tiziana Ferrario
- Rwanda, la guerra dei machete di Toni Fontana
- Non più bambini di Claudio Monaci
- Iran, la frontiera dei martiri di Alberto Negri
- Nel nome di Gaza di Stella Pende
- C'è della birra al Palestine? di Giovanni Porzio
- Cronache bizantine di Ennio Remondino
- Azerbaijan, il Paese delle guerre radenti di Francesca Sforza
- Sotto tiro di Livio Senigalliesi (fotografie)
Note biografiche
Reporters sans frontières: organizzazione non governativa internazionale in difesa della libertà di stampa, è stata fondata il 20 giugno 1985 da Robert Ménard giornalista e attuale segretario generale di RSF.
La vocazione iniziale dell'associazione è di far luce sui drammi dimenticati dai media e di reagire contro la censura dilagante in alcuni Paesi del mondo.
Domenico Affinito: inviato dell'agenzia giornalistica Rcs, dal 2003 vicepresidente della sezione italiana di RSF
Mimmo Candito: giornalista de La Stampa, inviato speciale e commentatore di politica internazionale, corrispondente di guerra.
Docente di giornalismo all'Università di Torino.
Presidente italiano di RSF, direttore de L'Indice dei libri del mese
Toni Capuozzo: inviato e vicedirettore del TG5, ha scritto "Il giorno dopo la guerra" (1986) e Adios (2007)
Tiziana Ferrario: volto noto del giornalismo televisivo in RAI al TG1. Autrice nel 2006 di Il vento di Kabul (2006)
Toni Fontana: giornalista de L'Unità, è uno degli autori di La guerra di dieci anni, a cura di Alessandro Marzo Magno (2001)
Claudio Monaci: cronista e inviato speciale per Avvenire. tra le sue esperienze di inviato: Afghanistan, Ex Iugoslavia, Balcani, Albania, Kosovo, Ruanda, Burundi, Somalia, Iraq...
Alberto Negri: inviato speciale de Il Sole 24 ORE dal 1987.
Negli ultimi 25 anni ha coperto i maggiori eventi bellici e politici in Medio Oriente, Balcani, Africa e Asia centrale
Stella Pende: inviato speciale di Panorama, autrice di libri e autrice e conduttrice di trasmissioni televisive
Giovanni Porzio: dal 1979 lavora a Panorama, specializzato nelle aree di conflitto e nel giornalismo di guerra, vincitore nel 2001 del premio giornalistico "Max David"
Livio Senigalliesi: fotografo indipendente, collabora con le più importanti testate italiane e straniere, membro della sezione italiana di RSF
Ennio Remondino: inviato speciale del TG1, si occupa di terrorismo, mafia e giornalismo investigativo, dal 1990 passa al giornalismo di guerra
Francesca Sforza: dal 2001 giornalista de La Stampa, oggi è caporedattore del servizio Esteri
Estratto
"La scoperta della centralità dell'informazione per la realizzazione degli obiettivi strategici d'una guerra ha portato i giornalisti davanti al mirino delle armi, e quelle armi[...] sono pronte ora a far fuoco quando il giornalista manifesta indipendenza.
Questo libro racconta alcune storie, dall'Iraq ai Balcani, dal Medio Oriente all'Africa all'Est europeo".
Mimmo Candito
.
Software per la scuola dell'Infanzia
![]()
Autore: Francesco Costabile, Rosario Golemme
Editore: Nuova Santelli
Prima edizione: 01/2008
Edizione corrente: 01/2008
EAN-ISBN: 9788889013212
Pagine: 24
Prezzo di copertina: 13,00 Euro
Argomento: Informatica, Libri per Bambini e Ragazzi
Descrizione
Nella scuola dell'infanzia e nei primi anni della scuola primaria le scoperte che i bambini compiono portano, progressivamente, all'emergere di alcuni ambiti che via via assumono una sempre maggiore riconoscibilità.
Lo scopo di "Inf@ 0.1" è di accompagnare ed aiutare i bambini nel loro itinerario formativo verso le prime forme di aggregazione della conoscenza.
L'insegnante chiamato a guidare il processo evolutivo del bambino, si trova, rispetto al passato recente, di fronte a nuovi strumenti hardware e software, che deve utilizzare ai fini scolastici.
In tale ottica si propone "Inf@ 0.1" perché progettato su basi psico-pedagogiche.
L'insegnante attraverso "Inf@0.1" non solo commenta, spiega ed illustra ma interviene anche per modificare la struttura ciclica e sonora a seconda delle esigenze didattiche: quindi non una videocassetta da vedere ed ascoltare bensì un ausilio didattico che serve per creare situazioni di apprendimento idonee ed innovative.
Se pure in un contesto ludico, caratterizzato da immagini dinamiche e colorate, "Inf@ 0.1" ha precipue finalità formative e di avvio all'apprendimento, oltre che per stimolare le capacita' intuitive, logiche e linguistico-descrittive del bambino.
Il software si compone dei seguenti programmi:
1. Orientamento,
2. Forme e colori,
3. Scansione temporale e movimento,
4. Contare: numero cardinale,
5. Scrittura col mouse.
Note biografiche
Francesco Costabile è ordinario presso l'Università della Calabria di scienze matematiche.
Ha all'attivo diverse pubblicazioni.
.
![]()
Autore: Marco Candida
Editore: Las Vegas edizioni
Prima edizione: 01/2008
Edizione corrente: 01/2008
EAN-ISBN: 9788895744025
Pagine: 179
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13x19 cm
Prezzo di copertina: 10,00 Euro
Argomento: Narrativa Italiana
Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia
Descrizione
Verino Lunari, ventottenne disoccupato, in seguito a una serie di violenti attacchi di panico comincia a assumere quotidianamente una compressa di Cipralex, un antidepressivo che come sorta di effetto collaterale gli provoca ogni notte sogni vividissimi.
Verino decide di registrare i suoi sogni in un diario, e in seguito di stendere un resoconto dove riportare quelli per lui più significativi.
Qui è come se ci offrisse di entrare nella sua stanza segreta delle follie.
Dentro ci si trova di tutto.
Oggetti che respirano.
Fantasmi dell'aldilà che perseguitano persone all'indirizzo sbagliato.
Demoni posseduti da esseri umani.
E molto, molto altro ancora.
Presto, però, ci accorgiamo che Verino racconta di sogni dove protagonisti sono sempre i suoi amici e immancabilmente lei: Veronica, la sua ex-fidanzata...
In un crescendo di sovrapposizioni tra realtà, sogno, immaginazione e allucinazione, in questa storia d'amore e tradimenti la sola certezza è che niente fino all'ultimo è quel che sembra.
Note biografiche
Marco Candida è nato nel 1978 a Tortona.
Ha esordito nel 2007 col romanzo La mania per l'alfabeto (Sironi editore).
Estratto
Nel 2006 - non ricordo la data precisa - durante la mia prima visita dallo psichiatra mi venne prescritto un farmaco antidepressivo di nome Cipralex.
Mi presentai dallo psichiatra a quattro passi da casa mia in seguito a una serie di attacchi di panico violentissimi che si erano verificati nell'arco di tre mesi circa - ma anche in questo caso non ricordo le date precise e non ricordo nemmeno il numero preciso di attacchi di panico.
Di questi attacchi due mi avevano portato a chiedere assistenza al pronto soccorso.
Qui la prima volta mi furono somministrate dieci gocce di un calmante.
La seconda volta, invece, mi fu diagnosticata un'allucinazione e mi venne spiegato che la cosa migliore sarebbe stata a quel punto rivolgermi a uno psichiatra.
Mentre leggevo il foglietto che mi era stato consegnato al pronto soccorso, non riuscivo a credere che il cannoneggiamento che avevo sentito dentro il petto e il problema piuttosto frequente di non riuscire a prendere fiato fossero dovuti a un'allucinazione.
Per me si era trattato di cose che avevo provato e non di fantasie: muscoli al mio interno che si muovevano, che si stringevano oppure che si dilatavano, e tutto questo senza che potessi fare molto perché non succedesse.
Il primo attacco mi aveva preso nel mio appartamento a Genova.
Da una settimana circa avevo terminato il romanzo che stavo scrivendo e lo avevo appena spedito per posta ordinaria ad alcune case editrici perché lo leggessero.
Avevo impiegato due anni per scrivere il romanzo, ma quasi metà del libro - fanno più di trecento pagine - era stata scritta negli ultimi due mesi.
Per terminarlo e consegnarlo il prima possibile - sentivo i tempi maturi e di non dover aspettare oltre -, avevo assunto grandi dosi di caffeina.
Ora, è necessario sapere che sono una persona parecchio ansiosa.
Per questa ragione da tempo - circa da quando ho compiuto diciannove anni - evito la caffeina e nemmeno faccio uso di qualsiasi altra sostanza di tipo eccitante.
Per di più non fumo perché il fumo mi genera una sensazione di blocco alla gola e all'esofago e sto attento anche con i superalcolici perché possono farmi alzare la pressione e provocarmi l'accelerazione dei battiti
del cuore.
Così voglio pensare che sia stata soprattutto la grande quantità di caffeina che ho ingerito negli ultimi due mesi di stesura del romanzo il motivo - per me che soffro di pressione arteriosa tendenzialmente alta - che ha scatenato gli attacchi di panico, anche se molto probabilmente sotto c'è dell'altro.
Nel 2005 pochi mesi prima che finissi dallo psichiatra, un mio amico carissimo era morto.
In conseguenza di questo, per quindici giorni almeno, le lacrime mi erano affiorate nei momenti più inattesi.
In aggiunta, nel 2005, circa un anno prima degli attacchi di panico, e precisamente il 28 febbraio 2005, il mio contratto di lavoro a tempo determinato presso la ditta dove lavoravo da due anni e tre mesi si era concluso e io da quel momento, con qualche eccezione piccola e imbarazzante, non ho lavorato più.
Questo comporta, almeno per come sembra a me, che quando alla fine del gennaio 2006 avevo inserito il manoscritto del mio romanzo nelle buste da spedire per posta ordinaria alle case editrici che avevo giudicato più adatte a leggerlo ed eventualmente a pubblicarlo, non avessi inserito assieme al manoscritto soltanto qualcosa come una generica ambizione, ma, se vogliamo, qualcosa di ancora più generico, inspiegabile e melodrammatico: avevo inserito la mia sopravvivenza, tutto il senso della mia esistenza.
Se il manoscritto non fosse stato accettato e io a ventisette anni non fossi diventato qualcosa, adesso, senza una laurea, senza un lavoro, non sarei niente.
All'epoca non avevo nemmeno una ragazza.
Avevo soltanto una storia che pretendevo fosse la mia storia d'amore e che invece altro non era che una sequenza di incontri che cuciti assieme non davano nulla che avesse un senso.
A partire dalla fine del gennaio 2006 la mia vita si era trovata a dipendere dalla decisione di altre persone - decisione che per quanto avessi motivi validi per ritenere che sarebbe stata presa positivamente (appunto perché sentivo i tempi maturi) in caso contrario avrebbe potuto annientarmi.
Poco tempo dopo, anche se avevo ricevuto una proposta di pubblicazione quasi sicura dopo quindici giorni soltanto - era febbraio; siglai il contratto di pubblicazione in giugno -, mi presentai dallo psichiatra, per la prima visita, dove mi fu prescritto il Cipralex, da prendere una volta al giorno, tutti i giorni, per sei mesi.
Il Cipralex è una compressa che come nome tecnico ha escitalopram.
Contiene - nel mio caso in un dosaggio di 10 milligrammi, ma esistono dosaggi anche più elevati - escitalopram ossalato, cellulosa microcristallina, silice colloidale anidra, talco, sodio croscalmellosio, magnesio stearato, ipromellosa, macrogol 400 e titanio biossido (bianco E-171), e non so se a causa della cellulosa microcristallina o del magnesio stearato o del titanio biossido, ma in queste piccole capsule bianche di forma ellittica evidentemente deve trovarsi qualcosa che dopo due mesi che ho cominciato ad assumerle mi ha indotto a far sogni.
Da circa una decina d'anni non sogno tanto frequentemente e in un modo così vivido come nell'ultimo anno. I sogni che faccio sono chiarissimi, come vedere le immagini di una pellicola proiettate su uno schermo o ancora meglio come trovarsi dentro una forma di realtà virtuale.
Quando mi sveglio, da ormai quasi un anno - adesso che scrivo è il 22 gennaio 2007 - sono in grado di ricordare tutto quanto.
Il sogno mi rimane addosso per tutta la giornata e anche oltre come un profumo o un odore - immagino a seconda che si tratti di un sogno o di un incubo.
Mi è persino successo di far sogni che prendono il loro materiale da altri sogni che ho fatto in precedenza - specie ultimamente, che dormo molto più di prima.
Mi è successo di trovare personaggi ricorrenti nei miei sogni oppure caratteristiche ricorrenti nei diversi personaggi che popolano i miei sogni o i miei incubi.
Comincio anche a generalizzare la mia esperienza e a credere di essermi accorto che i sogni crescano su se stessi anche quando siamo svegli e che in pratica noi sogniamo anche mentre abbiamo gli occhi aperti e siamo vigili, soltanto che di questo non ci rendiamo conto a meno di non prestare un'attenzione tutta particolare - come io, in qualche caso che più avanti racconterò, credo di aver fatto.
Mentre sostengo questo, non ho la pretesa di avanzare ipotesi sull'attività onirica diverse da quelle che conosciamo dalla dottrina che si è consolidata nel secolo scorso e dagli studi che tuttora si conducono.
Dico soltanto l'impressione che mi è venuta essendo diventato io nell'ultimo anno un sognatore attivissimo.
Dopo qualche tempo che mi sono messo a sognare attivamente ho cominciato a tenere un diario dei sogni.
Per me è stata una decisione naturale, dal momento che sono una persona dedita a scrivere di tutto quel che mi succede, a travasare sulla carta le mie esperienze in ogni forma possibile, dal minutario al poemetto in prosa; certamente i sogni si presentavano a me come un'esperienza non meno interessante o reale di un viaggio, di un lavoro nuovo o di una ragazza nuova; e quando ho cominciato, non avevo il sospetto che addirittura gli esperti di sogni consigliassero di tenere un registro o un diario dei sogni come ho scoperto in seguito - e precisamente quando ho cominciato a scrivere queste pagine - consultando la rete.
Essendo abituato a scrivere, sono abituato anche a verificare in via preliminare prima di buttarmi a capofitto su qualche idea che mi è venuta, se questa idea per caso non sia già venuta a qualcun altro, e in questo caso in quali forme e in quali modi sia stata trattata e in quali direzioni l'idea sia stata sviluppata.
Faccio questo consultando per prima cosa diversi motori di ricerca sulla rete.
Poi facendo ricerche più tradizionali in biblioteca.
Qualche volta consultandomi con amici in possesso secondo me di una cultura sterminata.
In particolare tra le pagine in rete sull'argomento all'indirizzo
www.lifegate.com ho trovato questa scheda:
Il libro dei sogni
Ogni singolo sogno è solo un frammento
di un affresco enorme, fatto coi colori
dei nostri simboli personali.
Con il libro dei sogni è possibile, nel tempo,
vederne un ampio spazio. Inoltre esso catalizza
energia sul sognare, che diviene
più ricco ed intenso.
Il libro dei sogni comincia con un quaderno
a fogli mobili, una penna e una lucina
accanto al letto. Serve a ricordare
i sogni, a registrarli appena prima che
la coscienza della veglia li faccia sparire
come carta nel fuoco. Ma non solo.
La concentrazione quotidiana sull'attività
onirica amplia la percezione del nostro
inconscio, inaugura una migliore
comunicazione, a due vie, fra i diversi
emisferi cerebrali. Riuscire a tenere un
diario dei sogni, per un periodo di tempo
abbastanza lungo consente di comprendere
il nostro personalissimo linguaggio simbolico,
di riconoscerne le costanti e i
ritornelli: si può tracciare una mappa
del paesaggio interiore, altrimenti inaccessibile
se non per brevi e spesso incomprensibili
incursioni.
Per prima cosa è bene segnare data e
titolo. Poi, rapidamente, l'emozione di
fondo e la trama, saltando i punti mancanti,
scrivendo in modo quasi stenografico.
Questo va fatto appena svegli,
quasi nel dormiveglia. Più con calma,
poi, si aggiunge, ogni dettaglio dall'ambientazione
alle associazioni e sensazioni.
Si può arricchire il resoconto con
dei disegni, con foto o con immagini ritagliate,
oppure poesie o ricordi. E
anche con pezzi di diario della veglia,
in senso simbolico-emozionale.
Ogni personaggio del sogno è una parte
di sé da riconoscere. Si noterà che alcune
atmosfere, oppure dei fatti o degli
oggetti, tendono a riproporsi più volte.
Ad esempio una casa, o guidare, o gli ombrelli.
Non serve cercarne il significato
subito, basta registrare il simbolo, e
osservare come si presenta, per sentirne
il messaggio in modo non razionale. Si
può così stilare una specie di dizionario
dei simboli personali e universali.
Emergeranno, inoltre, anche di giorno,
sorprendendoci, nel fenomeno della sincronicità.
Ho cominciato tenendo subito un diario dei sogni e non soltanto un registro perché al risveglio riuscivo ogni volta a scrivere una quantità di pagine piuttosto cospicua - come minimo intorno alla decina di pagine.
Non solo, ma inizialmente - almeno nelle pagine del primo mese, dove ho annotato dodici sogni -, il diario non è composto da resoconti, ma da qualcosa che tenta anche una certa resa estetica, e per il primo mese alla stesura del diario mi ha accompagnato anche l'idea di farlo diventare un'opera letteraria.
Voglio credere, però, che pensassi quest'ultima cosa soprattutto per nascondere a me stesso l'assoluta non utilità di quel che andavo facendo, come quando scrivo qualcosa che non ha a che vedere con la mia attività di scrittore e che pertanto si presenta in base alle mie convinzioni personali come non utile: pagine del diario sulla rete, corrispondenze private con persone che potrei anche fare a meno di conoscere, le chat persino; ogni volta, insomma, che, come si dice, sto sprecando tempo.
In ogni caso proprio perché si nascondono dietro a ricercatezze stilistiche per i motivi che ho cercato adesso di chiarire, le pagine che contengono i dodici sogni del primo mese sono forse tra le peggiori di tutto quanto il diario.
Il sogno che ho annotato in data 3 marzo 2006 porta persino il titolo scritto con un pennarello rosso e con caratteri più grandi del resto del testo:
TU LEGGI NEL PENSIERO
Non solo, ma in fondo al testo c'è persino scritta la parola:
FINE
Comunque, riporto qui di seguito le pagine scannerizzate senza nemmeno ricopiarle nei caratteri di stampa che ho usato finora:
TU LEGGI NEL PENSIERO
...in questo sogno leggi nel pensiero ma non
come nelle pagine che di quando in quando ti capitano
tra le mani dove di solito i pensieri si riportano
seguiti da una virgola e l'espressione
//pensare tra sé// o //meditare tra sé e sé// o
altre espressioni simili nei tempi e nei modi adatti
o come nelle pellicole che di quando in quando
ti capitano davanti agl'occhi dove chi riesce a leggere
il pensiero lo fa mettendo in fila le parole
correttamente, no,
niente di tutto questo nel
modo come in questo sogno leggi nel pensiero, e
a dirla tutta nel sogno non sai se quel che possiedi
è un modo oppure è il solo modo di leggere nel
pensiero che tra l'altro a quel che ti risulta nei libri
e nelle pellicole non è ancora stato preso in considerazione,
e non lo sai perché nessuno sa leggere
nel pensiero, o almeno ancora nessuno lo sa
fare scientificamente, e in proposito nessuno può
riferire di un'esperienza reale (scientificamente
reale),
e per questo chiunque può inventarsi quel
che vuole, e allora prima di tutto questa lettura del
pensiero non ti si presenta come una //lettura//,
chissà come a chiamarla se non tutti la maggior
parte //lettura//, visto che non si vedono le parole
degl'altri dentro alla mente, o almeno tu non
le vedi, no, non si tratta di un //vedere//, e
quindi nemmeno di un //leggere//, ma piuttosto
di un //orecchiare//,
e quindi piuttosto di un
//sentire//, e succede che all'orecchio arrivano
soltanto suoni sparsi, li raccogli e cerchi di tradurli,
e questo è possibile perché il suono fa comparire
nella mente anche un'immagine, e i pensieri
non hanno il suono della voce di chi li pensa,
ma arrivano con una sonorità neutra - carnosa anziché
metallica, essendo una sonorità umana anziché
robotica -, e soltanto quando le stesse parole
che ti girano per la mente vengono pronunciate
da una o dall'altra persona ti rendi conto di averle
effettivamente lette nel pensiero, e questo per dire
che non puoi saperlo mai con certezza,
a meno di non trovarti in un luogo chiuso con una sola
persona, forse allora sì che in quel caso lo potresti
sapere, perché potresti cercare di verificare quel
che pensa, giocando a tirare a indovinare, magari
anticipandole il pensiero, o completandole le frasi
che sta pronunciando,
e in questo ti pare di essere
bravo perché spesso le frasi riesci a concluderle
per un esercizio di logica, o di buon senso, e a
volte capita che quel che hai letto nel pensiero dell'altra
persona non corrisponda a quello che desiderava
dire, e in questi casi ti viene fatto di
domandarti se quel che hai orecchiato nella mente
della persona fosse soltanto sbagliato oppure
fosse un pensiero falso,
e è invece l'espressione
del desiderio vero quel che pronuncia a voce alta,
oppure se per caso il pensiero non venga da qualcun
altro, magari nella stanza accanto o nell'appartamento
adiacente oppure al piano superiore,
oppure se ti trovi con una sola persona in una
casa abbandonata,
allora il pensiero non venga da
qualche soffitta o scantinato dove qualcuno è tenuto
legato mani e piedi imbavagliato e con un
sacco nero sulla testa, in fondo certe volte ti sembra
di orecchiare cose che paiono non avere nessuna
connessione con il contesto circostante,
forse nemmeno con il mondo circostante, e qualche
volta, già,
qualche volta ti sembra di orecchiare
cose proprio di un altro mondo, e non solo
di un altro contesto, orecchiando suoni come cantina
videoregistratore stanza segreta prostituta, anche se
la persona davanti a te magari è vestita a fiori con
una molletta a stella e le infradito verdi, insomma
niente che lasci sospettare possa trattarsi di una
persona che abbia a che fare con cantina videoregistratore
stanza segreta prostituta qualunque cosa si
possa dedurre da questa sequenza di parole, compreso
anche che cantina videoregistratore stanza segreta
prostituta venga dalla visione di qualche pellicola o
dalla lettura di qualche libro, via, più probabilmente
dalla prima,
perché le persone da dove vengono
i suoni - che tra l'altro se si provassero a
trascrivere si presenterebbero come "cant stratore
stan segr putt" - fanno dei pensieri che sembrano
come disturbi di frequenza e questi disturbi si nutrono
del repertorio delle immagini televisive,
e anche di quello della rete, così che insomma per te
è difficile stabilire che cosa siano quelle parole che
ti ritrovi girarti per la testa, se l'espressione di un
pensiero che ha a che fare con la realtà o se un
pensiero che ha a che fare con l'immaginazione, o
.
![]()
Autore: Hector Luis Belial
Editore: Las Vegas edizioni
Prima edizione: 01/2008
Edizione corrente: 01/2008
EAN-ISBN: 9788895744018
Pagine: 135
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13x19 cm
Prezzo di copertina: 10,00 Euro
Argomento: Narrativa Italiana
Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia
Descrizione
La notte del 30 settembre 1999 una ragazza viene violentata ed uccisa a Saxophone Street.
La mattina del 1° ottobre un bus dell'azienda pubblica di trasporti viene abbandonato di fronte alle vetrine di un grande magazzino.
All'interno, cinque cadaveri.
Un dj, un criminale appena uscito di galera, un boss mafioso, un ragazzo, un vecchio poliziotto.
Tutti morti.
E nessuno innocente: tutti quanti hanno passato la notte a Saxophone Street.
Ovvero: come violare la più basilare regola della letteratura rivelando in anticipo buona parte della trama.
Note biografiche
Hector Luis Belial è nato nel 1987 da qualche parte nel mondo e attualmente vive a Milano.
Il resto non lo conosce nessuno.
Belial stesso "o chi per lui" si diverte ad alimentare la propria leggenda proponendo le sue biografie potenziali sul blog www.hectorbelial.blogspot.com.
Estratto
El Niño, parte I
La ritrovarono in una pozza di sangue. Nuda, bellissima, e morta.
Solo un altro rifiuto solido umano, gelido nella notte di Saxophone Street.
Gli occhi di Samuel Brown erano massi di ghiaccio nero, fumosi e tranquilli come due bombe a mano; negli ultimi settant'anni erano diventati più duri di qualsiasi gancio fosse mai arrivato a pestarli.
Ma nonostante questo, crollarono in mille pezzi, gli occhi ed il cuore del vecchio Brown si sgretolarono - come pagine epiche ed ammuffite nel più umido e dimenticato armadietto dell'archivio della polizia - quando la videro in quello stato.
Era tornata a morire lì, nello stesso identico punto in cui, sei mesi prima, qualcuno le aveva piantato un coltello nella fica.
Il taglio saliva fino allo stomaco.
Il coroner, un tipo verde come le salme crivellate di piombo che costituivano la sua più fedele compagnia,
aveva dichiarato con un ghigno: «L'hanno aperta in due.»
Il genere di umorismo di chi scherzerebbe sull'alzheimer di sua madre.
La prima volta, però, si era salvata.
L'avevano ricucita, ripulita e spedita in una stanza di manicomio con un pacco di fogli sotto il braccio.
Circa trentasettemila parole per dichiarare che era diventata pericolosa per se stessa.
Lei di parole non ne disse più nemmeno una.
Neanche a Samuel Brown.
Poi, un bel mattino, trovano la stanza di manicomio vuota, sangue sul vialetto candido, ed il suo cadavere nell'unico posto in cui avrebbe potuto essere.
A Saxophone Street. Il buco di culo della città.
Il buco di culo del mondo.
Aveva soltanto sedici anni.
Devo ammettere che avevo un debole per lei.
Mi pesa, questa parola, debole, riferita a me stesso.
Gli uomini sono deboli, gli uomini possono sbagliare.
Ma io sono un killer; l'errore non è contemplato nel mio mestiere.
Anche avere un debole per una ragazzina non è contemplato.
Specie quando la ragazzina vende il crack nei ghetti.
Ma lei era come me.
Stessa maledetta stirpe di parassiti.
Noi esistiamo, in questa città, esattamente come i virus all'interno della carne, gli errori di programmazione invisibili tra le righe del codice.
Interferenze relativamente piccole nel continuum del sistema.
Non abbiamo nome.
Nessuno sa da dove veniamo.
Né dove finiremo.
Niente documenti, niente certificati, carte di credito, conti correnti, foto di famiglia, mutui, stipendi, legami.
Siamo invisibili, sì, eppure esistiamo.
Poi, certo, c'è chi guadagna grosse somme di denaro per uccidere delle persone.
E c'è chi fa la fame e muore ammazzato in Saxophone Street.
Fa parte del gioco.
Samuel Brown diceva che quella ragazza era la luna.
Un frammento di luna che aveva perduto la via del cielo, e che si era ritrovato in un mondo col quale non aveva molto a che fare.
Diceva, c'è una luce in quella ragazza, una grande luce, la gente la odia per questo.
La gente odia tutto ciò che non capisce, e tende a non capire un cazzo.
Rimase là, il vecchio sbirro, nero e solitario come un baobab della savana straziato dalla motosega di una multinazionale.
Rimase là fino a che la notte non portò via con sé il corpo bianco e senza vita dentro una lenta e scalcinata ambulanza.
La sirena non suona quando ti portano all'obitorio - la morte non ha mai fretta.
Arriva e basta, come l'inverno, come la tenebra.
Poi i raggi del sole iniziarono a squartare quel che restava della notte, spazzando via gli ultimi ravers dal club abbandonato, trascinando curiosi e flash automatici verso la pozza di sangue, risvegliando gli scarafaggi a gasolio dai bordi delle strade.
Così se ne andò anche Brown, trascinando un piede dietro l'altro, vecchio pugile fermo ad aspettare la vita che passa sotto la pensilina divelta del bus 6.
Sul ring e per le strade aveva vinto più di quanto un negro della sua generazione potesse sognare in una città come questa.
Ed aveva perso più di quanto qualunque uomo potesse sopportare, senza mai pensare di puntarsi il ferro alla tempia.
Ripensandoci, forse gli ho fatto un favore, quando l'ho ucciso.
30 settembre 1999
Beep. Sept 30, 1999.
Led verde nel sole a scacchi.
Sì, ha il permesso di tenere la sveglia.
Uno dei vantaggi di essere clienti di vecchia data.
D'altronde quel beep serve a ricordargli, ogni maledetta mattina, che anche fuori dalle sbarre ci sarà sempre qualcosa pronto a fottergli la libertà.
Il suono di una sveglia.
Una bolletta nella cassetta delle lettere.
Il pusher che non ti fa più credito.
Il telefono che suona, e non sai chi cazzo ti sta chiamando.
Beep [ingl. beep di orig. imitativa] s. m. inv.:
1. Voce onomatopeica che riproduce il segnale acustico di alcuni apparecchi elettronici
2. Ricordati che, fuori o dentro le sbarre, sarai sempre un figlio di puttana che cammina il suo schifoso miglio verde verso il cappio delle necessità.
Il significato 2 è piantato nella mente di JVC come una croce di cemento in un cimitero di periferia.
Ma questa mattina, col suo battesimo elettronico, fastidiosamente lampeggiante - Sept 30,
1999 - è diversa.
JVC uccide per l'ennesima volta l'orologio.
Sa che la sua anima si reincarnerà con tutta la precisione di una meccanica svizzera fabbricata in Cina.
Ma non gliene frega un cazzo.
Anzi sorride, JVC, sorride come un figlio di puttana l'ultimo giorno di scuola.
Perché oggi, proprio oggi, scade la pena.
E non importa se la casa a cui tornerà è un monolocale che fa schifo al cazzo subaffittato ai topi, in un vicolo lurido dalle parti di Saxophone Street.
Perché dopo che hai passato gli ultimi dieci anni in una cella 2x3, ed arriva il giorno di tornare a casa, sei contento come una Pasqua.
«Allora, dove la scortiamo, signore?»
«Come, non te lo ricordi, bello?
Ma se ci venivi sempre a vendere il culo...»
«Frena la lingua, negro.
Credi che mi piaccia questo lavoro?
Scortare gli avanzi di forca come te alle loro lussuose dimore?
Di' un po'?»
«Andiamo, amico, stavo solo cercando di tirare un po' su il morale... »
«Voi bastardi vi ringalluzzite sempre al momento di tornare uccel di bosco.
Siete solo dei cani randagi... non fanno in tempo a rimettervi in strada, che è già ora di rimettervi in canile.
Quando imparerete a non pisciare sulle strade sbagliate, di'?»
«Va bene, che cazzo, hai fatto la tua predica.
Adesso sai che ti dico? Prenditi una sigaretta, mettiti un po' tranquillo e portami giù a Saxophone Street.»
«Saxophone Street? Sai che avevi ragione, ci sono già stato...»
«Ah davvero, e che ci faceva un viso pallido dalle mie parti?»
«Venivo a fottere tua madre...»
«...figlio d'una grandissima...»
«Noooo. Fermati un po', negro, non vorrai che giri la macchina e che ti riporti all'ovile per oltraggio a pubblico ufficiale, di'?»
«...»
«Ora va meglio. Te l'hanno mai detto che hai un'aria più intelligente quando stai zitto?»
«...fottiti...»
«Come, scusa, credo di non aver sentito bene.»
«FOTTITI SBIRRO!»
«Ah, allora avevo capito bene!
Hai proprio detto "Mi lasci pure qui agente Trigger, farò una bella passeggiatina fino a casa!", vero?
Avanti, fuori dai coglioni, negro!»
«Ci rivedremo, sbirro!»
«Prima di quanto vorresti.»
Slam.
L'ombra di un uomo nella pioggia.
Perfino sulla silhouette nera si riescono a distinguere i buchi sul vecchio cappello ed i contorni esagerati, primordiali delle Nike Air Force One.
La bella passeggiatina fino a casa consiste in tredici fermate della metro, più altri
tre chilometri a piedi nello smog e nel nulla suburbano.
JVC lo sa.
Eppure continua a sorridere.
Saxophone Street.
C'è una ragazza, una figlia del vento, con i capelli colorati di mille diverse fragranze di paesi lontani, sparsi
dietro di lei nella corsa.
Come il vento ha mille nomi e nessuna casa dietro o davanti a sé; e corre.
Corre via dalla galera bianca con i cuscini alle pareti, abbandonando sulla strada lacrime, sangue ed incubi.
Con gli occhi sembra piangere e sorridere, ma il baratro da cui fugge è dentro di lei, come un cancro, ed attorno a lei, come un pozzo senza fine.
È un dolore senza via d'uscita, pieno soltanto di incubi ed echi gelidi grida taglienti.
Una prigione dell'anima, la galera di chi ha perso se stesso.
E la ragazza ha perso se stessa in una notte senza stelle, lungo una strada senza via d'uscita, in una città senza cuore.
Da quella notte, ogni singolo istante, è ghiaccio, ghiaccio affilato appuntito tagliente quello che sente sulla pelle lacerata.
È metallo gelido quello che respira, è una lama quella che passa sui suoi occhi sbarrati, di un terrore esotico.
Continuo.
C'è il male, dentro di lei.
Così tanto male che se solo lo potesse urlare, gridarlo tutto in un solo istante, al suo suono si frantumerebbero le città di vetro e d'acciaio, crollerebbero le torri di rabbia e di ipocrisia... e la terra si aprirebbe per ingoiare gli uomini i loro coltelli di sangue i loro occhi urlanti d'odio i loro cuori putrefatti
e finirebbe così... finirebbe così.
Tutto quanto.
Ma non può.
Le hanno tolto anche le parole.
Con il delirio d'onnipotenza fragile delle loro panacee sintetiche, con la loro teologia da camici bianchi, le hanno rubato anche la sua ultima speranza.
La sua voce.
Lei che era il vento, per due anni ha vissuto rinchiusa in una stanza senza finestre né spiragli da cui passasse un filo d'aria.
Nello stomaco asettico di un ospedale psichiatrico.
Dicevano di volerla proteggere da se stessa, ma forse temevano che potesse volare via.
E nonostante le loro precauzioni d'acciaio, proprio così è successo, questa mattina.
Era riuscita a fuggire sul tetto dell'edificio, e da lì, da quattro piani di distanza, le sue labbra dovevano aver
sussurrato una preghiera muta all'unico padre che avevano mai avuto.
Il vento.
Il vecchio dio zingaro aveva ascoltato le lacrime profumate d'ira della figlia.
Aveva cominciato a soffiare.
Forte, sempre più forte.
E lei, la ragazza del vento, aveva spiccato il volo nella tempesta, su, più in su, oltre le sbarre, le guardie ed il cancello, lasciando sul gelido, bianchissimo cortile una sottile scia di sangue.
Qualcuno aveva negato l'evidenza.
Nessuno può gettarsi dal quarto piano e sopravvivere.
Ma decine e decine di occhi incollati alle finestre dell'ospedale psichiatrico non avevano dubbi.
Era volata via.
Certo, erano tutti occhi di pazzi rinchiusi in un manicomio.
E allora?
Che cos'è la pazzia, vivere in un mondo che non è reale?
E quale sarebbe, esattamente, la realtà, nel 1999?
In un'epoca di vite virtuali, in cui tua nonna con un colpo di bisturi diventa una top-model ventenne e un ragazzino filippino viola da dietro la tastiera il castello di segreti della CIA, non siamo tutti maledettamente pazzi?
L'ombra fradicia e stanca di JVC che si ferma lungo la strada.
C'è un palazzo nuovo.
Lustro come un preservativo ancora sigillato sul pavimento lurido di un bordello.
I passi delle Air Force One attraverso le porte di vetri lucidi, automatici, isolanti per il rumore ed il calore.
Un solo passo e la temperatura sale di 10°C, il rumore della strada si trasforma in una soffusa hit dell'ultima top ten, l'asfalto diventa marmo.
E tutto quello che vedi attorno a te è l'ennesima incredibile disneyland per casalinghe annoiate, la scintillante arena della guerra monetaria tra poveri, l'ultima Santiago dell'offerta speciale.
JVC si sentì improvvisamente perso nell'ipermercato.
Play: The Clash - Lost in the supermarket
Un unico negozio in cui si vende tutto, dallo spazzolino da denti all'aragosta surgelata, dall'ansiolitico all'armadietto per i Kalashnikov, dal film porno al biberon per neonati.
Probabilmente il pakistano seduto di fronte alla fontanella di plastica vende anche dell'hashish, ma JVC non ha abbastanza soldi in tasca.
JVC si ritrova circondato, sovrastato da enormi cartelloni che gridano le loro offerte speciali.
È praticamente costretto a comprare un barattolo di sugo di pomodoro "Pulp Royale", e non sa perché.
Ci sono centoventisette modelli di televisore sincronizzati su MTV.
JVC ci vede dei negri travestiti da gangster, circondati da fiche pazzesche, diamanti, limousine, erba e pistole.
L'audio è disattivato.
Di sottofondo c'è una canzonetta per ragazzine il cui ritornello ricorda vagamente un orgasmo femminile.
In alcuni versi si può sentire il vuoto lasciato dalle parole tagliate dalla censura...
.