Casa in vendita

|
9788860960764.jpg

Autore: Lenci Giulia

Editore: Kimerik Edizioni

Prima edizione: 05/2007

Edizione corrente: 05/2007

EAN-ISBN: 9788860960764

Pagine: 168

Rilegatura: Copertina plastificata

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 14,00 Euro

Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia


Descrizione
Raffinatezza, bravura e garbo: questi gli elementi principali di un libro che sorprenderà e affascinerà fino all'ultima pagina.

Lo stile di Giulia Lenci è brillante e ricercato, studiato e originale.

Seduce e sorprende attraverso un linguaggio immediato e fresco, ma ricco di allusioni e rimandi a situazioni non esplicitate, non spiegate, ma che risulteranno chiare proseguendo con la lettura.

La trama è articolata in una serie di riprese e riferimenti.

Momenti diversi si intrecciano drammaticamente.

La protagonista si districa in due situazioni lontane tra loro, ma profondamente legate: la sua vita in famiglia, ricca, circondata dal lusso e dal superfluo, accanto ad un marito mai sazio di questo lusso e ostentazione; e le frequenti visite alla sorella, che vive nella loro casa paterna insieme al suo compagno, entrambi indigenti e nullafacenti, sopravvivono con mezzi di fortuna e un tetto sopra la testa, un tetto che appartiene alla sorella della protagonista solo per metà e di cui Gioele, suo marito, vuole privarla per ottenere ancora più denaro.

La Casa in vendita è il cardine intorno al quale si sviluppa il romanzo, è l'oggetto della contesa.

In realtà non è altro che uno spunto per mettere a confronto due mondi distanti e antitetici, per raccontare il rapporto difficile tra due sorelle, il loro delicato equilibrio psicofisico, la lotta perenne tra amore e concretezza, tra affetti e beni materiali.

Giulia Lenci condurrà il lettore ad un finale che turberà e inviterà a riflettere su ognuna delle singole parole di questa straordinaria scrittrice.

Originale la costruzione dell'intero romanzo: il narratore parla alla protagonista come se le stesse raccontando una storia che lei ha volutamente rimosso.

Evidente la suddivisione in sezioni della vicenda: sezioni apparentemente slegate tra loro, ma che condividono diversi aspetti e situazioni, sono l'una la causa e l'effetto dell'altra, dove ogni gesto compiuto nell'una si riflette inesorabilmente e spesso drammaticamente nell'altra.

Casa in vendita è un romanzo che mostrerà al lettore tutta la sua carica innovativa a partire dalla struttura narrativa, passando dal linguaggio meditato, fino ad arrivare ad uno sviluppo dei contenuti capace.

Giulia Lenci: una vera rivelazione.


Note biografiche
Giulia Lenci è un apicoltore di Torino.

Casa in vendita è il suo primo romanzo.


Estratto
Capitolo 1

Mentre ti avvolgi nella pelliccia di visone e ti chiedi come abbia fatto a sopravvivere all'inverno, lei accende una candela.

Ti guardi intorno e ti accorgi che manca il frigorifero.

L'ho venduto, tanto, a che mi serve? dice, seguendo i tuoi occhi.

Sui vetri sporchi è disegnato un cuore, riempito con la punta delle dita.

Le sue impronte digitali.

I tuoi stivaletti Dior ticchettano nelle stanze.

Lei ti scivola dietro con le ciabatte di panno e chiede: Come sta Liz? Come sta Gioele?

Sali la scala che va al piano di sopra.

Anche lì manca il frigorifero e non chiedi niente.

Tanto, a che serve?

Dal terrazzo guardi giù.

Il giardino è ancora molto indietro.

Ha fatto troppo freddo.

Gli altri anni, era già tutto in fiore.

Adesso spuntano a malapena i crochi e le primule.

Da sotto grida: Lo vuoi il caffè?

Ti sporgi dal mancorrente in legno.

Come fai, se non c'è il gas?

Ci ha pensato Pietro.

Appoggiato su di un gradino c'è il vassoio con le tazzine e la ciotola dello zucchero.

Lei fa tintinnare il cucchiaino, rimestando tranquilla.

Scendi, ti siedi sul gradino di marmo freddo e, quando hai bevuto il caffè, dici: Te ne devi andare.


Gliel'hai detto?

Certo.

E lei?

Sai com'è... lei.

Sì, lo so, ma voglio sapere cos'ha detto.

Non ha detto niente.

Gioele accende un sigaro "Juan Lòpez Selecciòn N.1" e tu ti alzi per sparecchiare.

Qualche istante, poi dice: Non c'è Inèz per questi lavori?

Era per muovermi. rispondi.

Voglio sapere cos'ha detto. insiste.

Niente. Proprio niente.

Batte un pugno sul tavolo e Inèz accorre.

Stava bevendo vino dalla bottiglia e ha paura che lui l'abbia capito.

Impila piatti e bicchieri e torna in cucina.

Allora? dice lui.

Inèz raccoglie le briciole dalla tovaglia, ammucchia i tovaglioli e porta tutto di là.

Niente. ripeti.

Inèz è di nuovo di qua, mette il centrotavola d'argento e sorride.

Serve qualcosa?

Che te ne vai. risponde Gioele.

Lei sparisce.

Dimmi cos'ha detto. sospira un po' rauco.

Ti alzi e ti piazzi di fronte a lui.

Prendi l'orlo della gonna e lo arrotoli sul davanti.

Arrotoli arrotoli arrotoli, finché arrivi alla vita.

Lo pizzichi dietro la cintura.

Lui ti guarda le gambe.

Scosti le mutandine di pizzo nero, poco poco, giusto per mettere allo scoperto la voglia.

Ecco! dici.

Ecco, che? chiede lui.

Ha fatto così.

Lei ha fatto così?

Con il polpastrello dell'indice strofini piano piano la piccola voglia color fragola.

Quand'era incinta, tua madre una notte aveva voglia di fragole e, per non svegliare tuo padre, se l'è tenuta.

Te l'ha raccontato almeno cento volte, soprattutto negli ultimi tempi che era fuori di testa.

E perché ha fatto così? domanda lui.

Le prudeva.

Lui alza la voce.

Le hai detto di sloggiare e lei si è menata la fica?

Non è la fica. puntualizzi.

Lui scruta il tuo dito.

Perché non la smetti?

Perché mi piace.

Ancora batte un pugno sul tavolo. Ancora arriva Inèz.

Chiede: Vuole che faccia io, signora?

Le sorridi.

No, grazie, faccio da sola.

Inèz guarda Gioele.

Non voglio nessun massaggio. grugnisce lui.

Inèz scompare.

Rilassa, perché è in linea diretta con l'inconscio. Mia madre cominci a spiegare.

Tua madre! sbraita lui .

Tua madre era una grande porca.

Per due volte è stata incinta e due volte si è sfregata la fica

Non è la fica. lo interrompi.

Detesta essere interrotto.

Stavolta batte un pugno da far tremare il tavolo. Inèz non appare.

Se quella è la sua risposta, andrò io a parlarle! urla, gettando a terra il sigaro.

Quella è casa mia.

Allora fai la padrona di casa! grida più forte.

Sono sicura che se ne va.


Entrando, ti abbracci nella cappa di zibellino.

Il freddo è insopportabile.

Pietro ha portato un dolce. dice lei.

Finalmente conosci Pietro.

Ha la barba di qualche settimana.

I capelli sporchi di qualche mese.

I denti trascurati da troppi anni.

Ti chiedi da quanto non si lavi.

Vuole favorire, signora? domanda con un inchino.

In terra, davanti al caminetto acceso, c'è una torta su di un foglio di giornale.

Stavamo per tagliarla

Prende dalla tasca del giaccone un coltello serramanico.

Mentre taglia il dolce, osservi le sue mani e ti chiedi da quanto tempo non le insaponi.

Le unghie sono nere.

Ti porge la prima fetta sul palmo lercio.

Prego, signora.

La prendi in equilibrio sulla punta delle dita.

Tua sorella sta già mangiando la sua parte e Pietro sorride, mormorandole: Buona, eh?

In un batter d'occhio lei ingolla un'altra fetta e lui divora la sua.

Signora, non le piace? chiede premuroso.

Sono a dieta.

Stavi scrutando nel suo orecchio.

Un senso di nausea si è impadronito del tuo stomaco e ora sta salendo lento lento, ma inesorabile.

Deglutisci.

Ancora una, è troppo buona. dice tua sorella.

Lui è contento e taglia un'altra fetta.

Come come l'ha fatta, Pietro? chiedi, tirando giù un groppo di saliva.

Oh semplicissima, signora.

L'ho mica fatta io.

Il mio amico panettiere mescola gli avanzi di giornata e quel che viene, viene.

La nausea ti rotea in gola, ma stai pensando che ormai lo stomaco dovrebbe essere vuoto.

Quindi, anche se vomiti, non sarà un disastro.

Ma non vuoi vomitare lì.

Pietro riprende: Stamattina non aveva niente per me.

Ha detto che ieri aveva finito tutto tutto.

È un negozio che lavora molto.

Allora sono andato nel bidone dell'immondizia.

Adesso è facile, con la raccolta differenziata.

Vai a colpo sicuro, non devi scartare un granché.

Si ferma, fissandoti.

Signora ma sta bene?

Stai sudando e sai di essere impallidita.

Bene, bene. Solo che. non è una giornata

Hai le tue cose? domanda tua sorella.

Sì. dici, deglutendo due volte.

Dicevo. continua Pietro, porgendo un altra fetta a lei

Ho dovuto aprire pochi sacchetti, per fortuna.

Un mucchietto di farina di qua, una manciata di semola di là.

Insomma, un po' di questo, un po' di quello e la torta è venuta fuori.

Il mio amico è gentile.

Di suo fornisce un pizzico di lievito e un cucchiaio di zucchero, e la mette in forno.

Un profumo, là dentro

Non la mangi? chiede tua sorella.

Hai le dita rattrappite.

La tua fetta di torta è ancora lì, intatta.

Gliela dai e lei la ingurgita ad occhi chiusi, facendo hmmm.

Pietro ride, appallottola il foglio di giornale e lo getta nel fuoco.

Ti vengono le lacrime agli occhi.

Signora? dice lui.

È il fumo rispondi, bloccando le palpebre con due dita.

C'è silenzio, interrotto soltanto dal crepitare delle fiamme.

Apri gli occhi.

Ti stanno osservando con volti partecipi, preoccupati per te.

Chiami all'appello la tua rabbia, e dici: Non so più come ripeterlo.

Sei costretta a tacere, perché le lacrime ti hanno ammorbidito la voce in un tremore che non devi avere.

Fissi tua sorella e sussurri: Devi andartene.

Il bagliore del fuoco le accende la pelle chiara.

Gli occhi luccicano, belli e misteriosi.

I capelli hanno varie sfumature dorate.

Un incanto.

Le labbra, morbide, piene e rosee, si muovono con grazia.

Tu pensi ti risponda.

Sorride, annuendo piano, e una ciocca leggera si posa sulla sua guancia, come una lacrima.

La mano di Pietro, delicata, la scosta e scivola in una carezza.

Tu scatti in piedi e corri via.


Capitolo 2

Come fa a entrare sopra?

Gira la chiave nella toppa e spinge. rispondi.

Smette di mangiare.

Resta persino a bocca aperta.

Le labbra sono unte di olio.

Liz lo guarda, un po' disgustata.

Poi infilza i tuoi occhi con il rimprovero dei suoi.

È colpa tua, se suo padre è a bocca aperta.

Lui riprende a masticare e deglutisce.

Come fai a darmi delle risposte del genere

Mi basta muovere la bocca.

Lui guarda Liz.

Liz sospira piano, appoggia coltello e forchetta sull'orlo del piatto e ti fissa con aria scocciata.

Ogni volta che vai da tua sorella, c' è una discussione. sussurra.

Mia sorella è tua zia. dici.

Gioele insiste: Perché ha la chiave di sopra?

Perché non dovrebbe averla?

Arriva il primo pugno sul tavolo.

Inèz accorre.

Sul labbro superiore ha una linea violacea.

Sembra trucco permanente mal riuscito.

È vino tracannato dalla bottiglia.

Porto la torta, signora?

Prima pulisciti la bocca, santo cielo dice Liz.

Inèz passa veloce il dorso della mano sulle labbra.

Che torta è? chiede Liz.

Ananas e mango, signorina.

Ma che abbinamenti ci combini, santo cielo

Inèz fa spallucce.

L'altra non le è piaciuta, signorina.

Già, ma era papaia e avocado

Porta la torta, Inèz, grazie. intervieni tu.

Anche il vino dolce, signora?

Se non l'hai finito, sì grazie. dice Gioele.

Oh, no. risponde Inèz.

A me il vino dolce non piace.

Io vado di barbera.

Mentre Inèz esce dalla sala, Liz alza gli occhi al cielo.

Non dovrebbe avere la chiave di sopra. dice Gioele.

E perché no? È suo diritto.

Il secondo pugno si abbatte quasi al centro del tavolo, perché lui si è alzato.

È paonazzo.

Inèz arriva caracollando.

In equilibrio sulla mano sinistra ci sono i piattini, su quella destra un ciuffo di foglie verdi attira l'attenzione.

Santo cielo cos'è. bisbiglia Liz.

L'ho abbellita un attimo con le foglie dell'ananas, signorina. risponde Inèz.

Svelta svelta serve le fette sui piatti, le distribuisce e torna in cucina.

Non ha nessun diritto. dice Gioele.

Ha gli stessi miei diritti.

Adesso batte tutti e due i pugni proprio ai lati del piatto.

E allora perché non vai anche tu ad abitare in quella casa? urla.

Perché io una casa ce l'ho.

Inèz entra col vassoio.

I bicchieri ondeggiano e la bottiglia ha un brutto movimento.

Liz sospira.

Ma Inèz ce la fa e appoggia il vassoio sul tavolo.

Vai a fare il caffè! grida Gioele.

Inèz fugge.

Sia ben chiara una cosa. dice lui a bassa voce.

Non ti permetterò di gettare alle ortiche un milione di euro.

Poi prende un sigaro "Partagàs Serie D N. 4" e lo accende, senza più guardarti.


Vieni a vedere. e ti porta su, dove non dovrebbe entrare.

Ha aperto il mobile grande in salone. Ci sono mucchi di fotografie.

Guarda.

È in bianco e nero.

Sai che sei tu, ancora bambina, sette anni, ti pare.

In braccio hai un fagottino da cui spunta una piccola guancia rotonda.

È quella che preferisco. dice.

Lei sa di essere stata quel fagottino.

Mi ricordo il tuo profumo.

Non puoi. rispondi.

Eri appena nata. Non lo ricordo nemmeno io.

Io lo ricordo. Sapeva di violette e di erba

Sta impazzendo, pensi.

Continui a scorrere le fotografie.

Voi due bambine, lei appesa alla tua mano, lei che parla coi fiori, tu con il gatto nero, lei che affonda il viso nel pelo di un coniglio, lei in braccio a te.

Con un gesto secco le restituisci le foto.

Non dovresti salire qua sopra. dici.

Perché? domanda lei.

Ti viene un sorriso. Non lo so.

Vuoi la chiave? chiede.

La osservi.

In fondo non è cambiata molto, da quand'era bambina.

I capelli hanno il biondo dorato acquistato dopo i sei anni.

Prima, ricordi? erano talmente chiari che spazzolandoli ti divertivi a sollevarli adagio adagio e lasciarli ricadere, finissimi, quasi bianchi, come la spuma di un'onda.

E lei si addormentava.

E tu ancora la spazzolavi, piano pianissimo, poi smettevi e restavi a guardarla, senza sapere perché.

La pelle è splendida, compatta e levigata come porcellana.

Ha solo un colorito più roseo e i lineamenti si sono riempiti.

Gli occhi hanno conservato la meraviglia incantata di chi vive in una fiaba.

Azzurri, con le ciglia lunghe, arcuate.

La bocca è raccolta e gonfia, come un frutto maturo, succoso, e si apre in quei sorrisi che illuminano tutto intorno.

Sembra truccata, tanto è bella.

E tu sai che a malapena si lava la faccia.

Scuoti la testa. No, non voglio la chiave. È tua. Io ce l'ho, la mia.

Perché ridi?

Non te ne sei accorta.

Davvero, stai ridendo.

Solo adesso, pensandoci, sai che stai pensando a Gioele.

Allora ridi forte, di cuore, come da tanto tempo non ti succede.


Non è mai stata a posto, tua sorella.

Sono anni, che lo dico.

Con calma accende il sigaro "El Rey del Mundo Taìnos" e Inèz rovescia il rum sul tavolino di cristallo.

Casso bisbiglia lanciandoti un occhiata di scusa.

Si dice cazzo, Inèz.

Non ti preoccupare. dici.

Sì, non ti preoccupare. s'intromette lui acido. È solo un vecchio rum martinicano

Inèz corre a prendere un rotolo di carta da cucina.

Torna e srotola, srotola, srotola.

Il ripiano di cristallo è lindo e pulito e lei ti guarda soddisfatta.

Grazie, Inèz. dici.

Grazie, Inèz? tuona Gioele.

Nessuno le ha detto di servire il rum, ne ha sciupato mezza bottiglia, ha consumato un rotolo intero di carta

Grazie un cazzo!

Inèz raccoglie il grosso gomitolo di carta appiccicaticcia, lesta lesta si dirige alla porta del salone.

Si ferma di botto e si gira.

Non ho sciupato mezza bottiglia.

Invece sì! grida lui.

Invece no. mormora lei.

Mi contraddici?

Dico la verità.

Ah, sì?

Oh, sì. Ne avevo bevuto due belle golate, prima di portarla in salone, quindi non è metà che...

Sparisci! urla Gioele rosso rosso quasi viola.

Inèz se ne va col broncio.

Dovresti essere più preciso, con lei. commenti calma.

Ti metti anche tu?

No, a me il rum non piace.

Lui sospira. Dunque, tua sorella.

Sì, dice che ricorda benissimo il profumo di violette e di erba.

Gioele sghignazza. È andata

Lo fissi un attimo. Ti ricordi che profumo avevo quando ci siamo sposati?

Abbassa le sopracciglia in quel modo minaccioso che sa lui.

No. risponde. Però ricordo le tue mutande bianche.

E si mette a ridere, tossicchiando e sputando goccioline di saliva, finché gli viene il singhiozzo.

Scrolli il capo. Era tuberosa.

Ma non ti sente. Si sta contorcendo tra risate e singhiozzo.

Ti alzi adagio e vai su, in soffitta, dove tieni quello stupido baule zeppo di cose scordate.

Rovisti sgarbata, gettando all'aria fogli, quaderni, libri, stoffe, nastri, e finalmente lo trovi, il vecchio flacone alla tuberosa.

Annusi: non ti piace più.

Poi, giù in un angolo, vedi il boccettino.

È vuoto. Solo una goccia rappresa sul fondo.

Lo prendi nel palmo.

Sollevi il tappo e chiudi gli occhi.

Lo accosti al naso.

Il profumo delle violette nell'erba ti sale alla testa e scende, fermandosi nel cuore, riempiendolo di qualcosa di lontano e dimenticato, che lo fa battere forte.

Apri gli occhi e le lacrime colano sulle guance.

Scaraventi il boccettino da qualche parte, chiudi il baule e ti appoggi sopra.

E piangi.


.

Stephansdom

|

Cattedrale di Vienna

9788889874172.jpg

Autore: Marilù Giannone

Editore: Terre sommerse

Prima edizione: 12/2006

Edizione corrente: 12/2006

EAN-ISBN: 9788889874172

Pagine: 190

Dimensioni: 21x21 cm

Prezzo di copertina: 20,00


Descrizione
Un saggio sulla Cattedrale di Stefano, analizzato dal punto di vista architettonico, storico, antropologico e alchemico.

L'autrice, attraverso studi e sue illustrazioni personali della Cattedrale di Vienna, riesce a dare e inquadrare le coordinate manifeste e latenti di una delle più belle cattedrali del mondo.

Con una scrittura chiara e familiare l'autrice ci prende per mano in un viaggio fra simbologie e analogie ancestrali.

La prefazione è del noto studioso Celestino Grassi.


Note biografiche
Marilù Giannone è critico d'arte, pittrice, traduttrice e scrittrice.

Fra i suoi libri ricordiamo Lasciami diversa, edizioni Pagine.


.

Le scintille di luce e l'Araba Fenice

|

Romanzo tratto da una storia vera

9788860961723.jpg

Autore: Shanti

Editore: Kimerik Edizioni

Prima edizione: 12/2007

Edizione corrente: 12/2007

EAN-ISBN: 9788860961723

Pagine: 160

Rilegatura: Copertina su cartoncino con plastificazione lucida

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 14,00 Euro

Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia


Descrizione
Quando nella mia vita è piombata su di me una situazione insostenibile come quella della paraplegia, dopo che la vita già molto si era accanita contro di me, non sono riuscita in un primo momento, se non addirittura in un primo periodo, nemmeno a pensare, se non all'intensità quasi disumana del mio dolore.

Il solo ricordo di quei giorni mi fa rabbrividire e, quando rileggo le pagine scritte, è come se stessi rivivendo tutti i momenti della mia passione: un tunnel terrificante nel quale credevo di non riuscire ad intravedere una luce sul fondo.

Fortunatamente mi sbagliavo, ma il cammino è stato molto duro, pieno di prove che a volte mi hanno provata e sfinita.

Credo che qualche entità spirituale mi abbia veramente sostenuta, altrimenti non sarei qui a raccontarvi la mia storia, in modo così esplicito e sincero, con un intento più che importante: quello di dare una testimonianza di vita e di fede utile a tutti, non solo a coloro che la sofferenza la vivono, ma forse, soprattutto a coloro che la evitano per mille ragioni.

Non c'è stata mai in me nessuna intenzione di offendere o ferire le persone citate nel racconto, ma la volontà ed il coraggio di esprimere il mio disagio e la mia sofferenza, per far comprendere l'importanza di certi valori nella cultura dell'amore.

Il sentimento di rivincita o di vendetta non fa parte della mia natura, e neanche quello dell'invidia o dell'odio, quindi tutto ciò che è espresso è la semplice trasposizione degli eventi, arricchita da sentimenti, sensazioni, opinioni in un contesto a volte anche di grande disperazione, in ogni caso comunque inesprimibile a parole nella sua totalità ed intensità.

Credo che in tutta questa storia ognuno debba imparare qualcosa, ed io sono stata la prima a farlo.

Prima di tutto è una lezione di umiltà per tutti quelli che credono di capire tutto o di non avere responsabilità negli eventi della propria vita ed in quella degli altri; in secondo luogo fa comprendere come nella propria vita tutto si possa ribaltare da un momento all'altro, ma anche che, se esistono solide fondamenta a sostegno della propria personalità, si possa riuscire a superare o perlomeno a convivere con problematiche alquanto pesanti, affrontando la realtà dei fatti giorno dopo giorno, addirittura con grinta, con umiltà e con passione, con creatività e voglia di vivere sempre rinnovata.

Spesso mi sono trovata di fronte a piccoli e grandi problemi di barriere architettoniche, ma non ho mai ceduto di un passo, per affermare il mio diritto umano e civile del rispetto del valore della persona e della sua dignità.

Cose scontate, direte voi: scordatevelo!

A volte, di fronte a certa gente, queste parole che rivestono concetti di un certo livello, mi suonavano un po strane, quasi prive di senso, visto che non venivano in alcun modo considerate nel loro valore profondo.

Più volte mi sono sentita ridicola, non per le domande che facevo, ma per le risposte che ricevevo; un ascolto che non coinvolgeva quasi mai entrambe le parti, ma che risuonava come un vaso di coccio vuoto.

L'isolamento, l'abbandono non sono solo un problema di quelle categorie di cui si parla spesso, solo perché argomento di molti talk-show, o perché tragico epilogo di situazioni limite.

Sono realtà vissute troppo spesso tra le mura di casa in totale silenzio da parte di molti: questa è la vera tragedia.

Spero che molti riflettano seriamente su molte di queste situazioni, per fare in modo che nuovi germogli di speranza possano crescere nella terra del futuro di ognuno di noi e soprattutto in quella delle nuove generazioni.

Far sentire una voce smorzata nel silenzio: questo è l'obiettivo dell'Araba Fenice.

Ascoltatela e vi farà riflettere, portando dentro di voi un messaggio di vita, di speranza e di amore universale.

Ho scelto come pseudonimo il mio nome indiano SHANTI, dal significato molto profondo e positivo sperando che non solo infonda pace dentro di me come già sta facendo, ma che la trasmetta soprattutto a chi leggerà i miei libri.


Note biografiche
L'autrice Shanti è nata a Torino nel dicembre del '57 e lì ha vissuta fino all'adolescenza.

Ha dovuto lasciare la sua amatissima città per motivi familiari e trasferirsi al Sud.

Dopo gli studi ha svolto attività di traduttrice di lingua inglese, francese e tedesca.

Ha vinto un premio di poesia al Primo Concorso Internazionale di Poesia "Aniello Califano" nel 1978.

Ha collaborato successivamente con vari giornali provinciali e pubblicazioni universitarie della zona di residenza, trattando tematiche politiche, problematiche sociali e iniziative culturali.

Sempre molto interessata allo studio della psicologia e della storia delle religioni, ha maturato in sé la volontà di dedicarsi al volontariato collaborando con centri sociali e comunità di accoglienza.

Alla fine del 1999 ha stampato privatamente la sua prima raccolta di poesie, racchiuse nel libro "Anime parallele", dove parla della poesia come trasmissione di sentimenti puri e rappresentazione del sacro.

Nel 2001 è stata colpita da una grave patologia, che non solo l'ha spinta a scrivere il suo secondo libro di poesie "Ogni vita vale l'eternità", ma le ha anche fatto portare avanti un progetto molto importante: la creazione di un centro di psiconcologia e art-therapy, che l'anno successivo si è trasformata nella "Associazione Cassiopea - Una poesia per la vita", il cui scopo resterà sempre principalmente quello di fornire una serie di servizi informativi sulla prevenzione oncologica, e sul supporto psicologico ai pazienti ed ai loro familiari.

Inoltre, in seno a questa iniziativa, ha collaborato con chirurghi ed oncologi importanti come il prof. Francesco Caracciolo, il senologo Carlo Iannace, il prof. Gridelli, specialista di fama europea; con psiconcologi e psicoterapeuti; con associazioni come l'Auser, ed il suo presidente Augusto Della Sala, la Misericordia, che le ha offerto la sede per le riunioni e gli incontri con i soci, nella persona della dott.ssa Rosalba Majorana, quale presidente; con le istituzioni come il Comune, l'Assessorato alla cultura e alle politiche sociali, che le hanno dato spesso il patrocinio per le manifestazioni dell'associazione; con una compagnia teatrale e attori come Oscar Luca D'Amore, che ha recitato in ogni presentazione le sue poesie.

Dopo circa un anno dalla morte prematura del marito, a causa di un carcinoma polmonare, si è trasferita con i due figli a Rieti, dove aveva già vissuto in precedenza e dove aveva trovato un ambiente accogliente e solare.

Qui ha scritto e presentato il suo terzo libro "La Via Celeste", un invito a riflettere su di una realtà superiore che ci appartiene e di cui non possiamo non tenere conto, a seguire un'immaginaria ed al contempo reale via interiore che ci porterà sicuramente dove noi vorremo.

Mentre stava per frequentare il terzo anno di consulenza familiare presso il Consultorio Familiare Sabino di Rieti, dove svolgeva attività di volontariato, è stata colpita da un ischemia midollare, che l'ha costretta, dopo cinque mesi e mezzo di degenza presso l'ospedale e il centro di riabilitazione, sulla sedia a rotelle.

Dopo lo shock iniziale, ha deciso di ritornare a scrivere, ma questa volta una storia vera, la sua storia, che parlerà di vita, di morte interiore, di rinascita: Le scintille di luce e l'Araba Fenice.

Impegnata nel sociale, nella lotta contro l'indifferenza alle problematiche del mondo che ruota intorno all'oncologia e all'handicap, ha tentato di scuotere più volte le coscienze, inviando articoli e lettere aperte al Messaggero, al Tempo, al Corriere di Rieti e alla televisione locale RTR, per non far vincere la cultura dell'assenza su quella dell'amore.

Attualmente partecipa come educatrice volontaria presso il centro diurno socio-riabilitativo di Greccio-Rieti, svolgendo un'attività di scrittura creativa.

Sta per costituire un gruppo di auto-aiuto per persone che hanno vissuto o vivono un esperienza oncologica, grazie al sostegno ed alla collaborazione dell'Associazione Raggio di Sole, e della sua responsabile Donatella Matteocci.


Estratto
RIFLESSIONE INIZIALE

Oggi pensavo a come sia strana la vita e, aggiungerei, a come sia beffardo il destino, considerato il fatto che l'anno scorso, di questi tempi, avevo costituito con mia figlia ed un amica (almeno così sembrava) una cooperativa sociale integrata.

In tutto questo vedevo anche realizzarsi finalmente la possibilità di dare servizi a coloro che ne avevano necessità e fra questi anche i portatori di handicap.

Quest'anno mi trovo io stessa ad aver bisogno di usufruire di questi servizi e ad avere queste necessità.

Buffo, no?


E si comincia

Non c'è spiegazione al dolore.

Non immagino nemmeno perché Dio abbia permesso che mi accadesse tutto ciò, ma anche se non conosco la ragione esatta, potrei formulare delle ipotesi. inutili a questo punto.

Riguardando indietro nel tempo, quanti sono stati i giorni trascorsi felici?

Molto pochi.

Nella mia infanzia quando correvo felice nei prati, contornati da bellissime montagne e cieli azzurri, che ti facevano sentire in Paradiso.

Certo non potevo immaginare che la vita potesse riservarmi tutto ciò.

Poi quei tempi sono finiti e l'era delle incertezze è cominciata presto: sballottata in un mondo ostile e lontano da me mille miglia, avrei scoperto poi a mie spese una realtà gretta e ipocrita, che mai e poi mai avrei potuto accettare.

Poi un giorno ho creduto di trovare l'amore e con lui la persona che avrebbe dovuto rendere felice la mia vita, con la quale condividere tutto.

Invece la mia felicità è durata poco, minata da persone che mai mi avevano, non dico amata, ma nemmeno accettata.

Quando ho realizzato di essere considerata la straniera tra gli indigeni, rifiutata più di una volta, non per motivi legati al mio carattere ma al conto in banca dei miei genitori, ho provato disgusto e un grande dispiacere; dentro di me, però, volevo credere che il compagno della mia vita fosse dalla mia parte ed invece mi sbagliavo.

Rifiutata più di una volta ad ogni mio tentativo di avvicinamento alla famiglia di mio marito; non volevo arrendermi all'idea di poter far ragionare con il cuore le stesse persone che io avevo sempre considerato la mia seconda famiglia.

Invece, in tre contro una, alla fine anche mio marito è passato dalla loro parte o forse c'era sempre stato.

Fino a quando, un bel giorno, anche i nostri figli sono diventati solo i miei figli e la sua famiglia di origine era diventata la sua sola famiglia: noi esclusi, trattati con freddezza e a volte anche con indifferenza, come se non esistessimo affatto.

Nonostante i miei sforzi, è incominciato così l'inizio della fine e ai tempi duri sono seguiti tempi durissimi.

La mia malattia, la sua totale indifferenza e assenza.

Il senso di abbandono non è stato mai così doloroso, e ogni mio tentativo di far comprendere di quanto affetto avessi bisogno era inutile, finiva solo per degenerare in discussioni, a volte anche violente.

I ragazzi, i miei amati figli, soli insieme con me: abbiamo lottato sempre uniti anche a costo di gravi sofferenze.

Le mie amiche, vicine con i loro sentimenti di condivisione, erano l'unico momento di sfogo per me.

Ho vissuto momenti atroci e terribili di solitudine, di annientamento, di non vita.

Ogni giorno mi chiedevo: "Perché tutto questo?".

Non trovavo una motivazione vera, un senso che potesse in qualche modo pareggiare il dolore.

E l'unico mio modo di comunicare tutto era la poesia, scrivere, e poi ancora scrivere.

Poi, dopo circa due anni, ironia della sorte, proprio lui, mio marito, venne colpito da quella stessa malattia che aveva rifiutato di affrontare con me, con la differenza che la sua condizione era ben peggiore e non gli dava nessuna possibilità di scampo.

Ma, a differenza di me, lo aveva reso ancora più ostile nei nostri confronti e, anche se non gli avevo negato la mia vicinanza, al punto da ridurmi in uno stato pietoso, lui in cambio mi aveva detto solo cattiverie, naturalmente insieme alla sua famiglia.

Non hanno avuto neanche rispetto della sofferenza e della morte.

Non sta a me giudicare; a me è bastato comporre l'epitaffio di mio marito, l'unica cosa che mi è stato permessa di fare, per lanciare un messaggio: "Felice è chi sa amare". Non credo abbiano mai capito.


Ciò che ero non sono, ciò che sono non sarò

È passato un anno, ho una ricaduta della mia malattia, anche se molto circoscritta; comunque devo sottopormi ad altre terapie.

Nel frattempo incomincio a scrivere il mio terzo libro.

Decido di comune accordo con i ragazzi di lasciare quella città, che ci ha procurato tanto dolore, e organizziamo il trasferimento a Rieti.

Dopo quasi un anno, ormai tutto sembra un bruttissimo ricordo da continuare a dimenticare.

Organizzo la presentazione del mio libro e, proprio in quei giorni, incomincio ad avere dei dolori alla schiena e alla gamba sinistra.

Vado più volte dal dottore di famiglia, senza risolvere nulla, poiché nella sua totale incompetenza non fa altro che darmi degli antidolorifici, invece di capire la causa di tanta sofferenza.

Poi la situazione si aggrava, anche dopo aver scoperto che, in concomitanza con questi dolori, ho in atto anche un herpes zoster sul fianco sinistro, che mi procura dei bruciori e delle fitte atroci.

Faccio una cura specifica consigliata da un neurologo, ma la situazione sembra peggiorare al punto che non riesco più a camminare, e i dolori si allargano anche alla gamba destra.

Non riesco nemmeno a dormire più nel letto e le mie nottate sul divano mi permettono di dormire al massimo un paio di ore a notte.

Sola con mio figlio, che è l'unico che sembra preoccuparsi, fino il giorno in cui arrivano a casa mia le mie amiche, Santina e Paola, che mi costringono ad un ricovero d'urgenza in ospedale.

Non voglio assolutamente andarci, anche se mi rendo conto che la situazione è molto seria.

Arrivata al pronto soccorso, dopo aver atteso con Christopher, mio figlio, due ore e mezza, forse tre, mi visita un neurologo.

Aspettiamo ancora un ora, poi finalmente mi danno un letto al terzo piano, nel reparto di Medicina, dove sarò seguita dal dottor Capparella.


Qualche passo indietro

Entrando in ospedale a Rieti, già incapace di stare in piedi da sola, la mia mente elaborava mille idee e congetture, tra le quali il 90% catastrofica, anche se mai avrei potuto immaginare il triste epilogo: costretta quasi con la forza al ricovero da Paola e Santina, che avevano visto le condizioni nelle quali mi trovavo.

Dopo aver chiamato il 118, in effetti, era accaduto anche un fatto singolare e un po' tragicomico: poiché non c'erano a disposizione normali ambulanze, era arrivata l'ambulanza dei pompieri, i quali, come da manuale, mi avevano prelevata portandomi su di una sedia speciale giù per le scale (ah, dimenticavo! Io abito al quarto piano di un palazzo senza ascensore, ma per me bellissimo e un giorno, se avrete pazienza, vi spiegherò perché ).

Christopher mi accompagnava con il mio borsone pieno, oltre che di pigiami e pashmina, anche di tanta speranza, indispensabile per la degenza ospedaliera.

Giunti in ospedale, dopo una lunga, interminabile attesa, un medico mi aveva visitato enigmatico, non so se per circostanza o incompetenza, e mi aveva fatta ricoverare; salivo finalmente in camera, al terzo piano, reparto Medicina donne 2.

Non esistono parole per esprimere il dolore fisico che dovevo sopportare, inimmaginabile, indescrivibile, tale da farmi scendere in un baratro profondo e scuro dove c'era solo un inferno privo di uscita.

Solo la capacità e la volontà, mista ad istinto di sopravvivenza, di aggrapparsi con le unghie a quel muro, poteva darmi qualche possibilità di risalire.

Erano stati giorni terribili in cui c'era stata una dura lotta tra me e un degno rappresentante dell'inferno: un duello all'ultimo sangue.

Poi un bel giorno, anzi un terribile giorno, mi sono risvegliata sentendo un blocco alle gambe che non rispondevano più e, come se non bastasse, anche al bacino era toccata la stessa sorte.

A peggiorare le cose si aggiunse anche il fatto che mi ritrovai tutta bagnata nel letto.

Shock tremendo, credevo d'impazzire, ma sperai con tutta me stessa che fosse una situazione temporanea, era troppo assurda per essere realmente vera.


L'inferno

Qui era cominciato il vero inferno, ed io, ignara di tutto ma attenta al mio sesto senso, percepivo che per me non si stava profilando una situazione semplicemente risolvibile.

E così, dopo aver già fatto una tac e una puntura lombare nei giorni precedenti, il medico mi comunicò che era necessario farne un altra per fare altre ricerche.

Inoltre mi disse che era quasi tassativo fare una risonanza magnetica: non volevo assolutamente sentirne parlare a causa della mia claustrofobia.

Il giorno successivo passarono in corsia e nelle stanze dei ragazzi e delle ragazze, annunciando l'arrivo della statuina della Madonnina di Fatima.

Quando finalmente arrivò la Madonnina, sentii un brivido lungo la schiena e un emozione fortissima; mi rivolsi a lei con tutta l'umiltà e la fede di cui sono capace, invocando la grazia per poter camminare di nuovo per l'amore dei miei figli.

Una ragazza mi donò un rosario blu benedetto.

Stranamente mi venne l'istinto di metterlo al collo.

L'indomani mattina, quando ripassò il dottore per il giro delle visite, mi rivolse nuovamente, quasi arreso, la domanda: "Allora, ci ha pensato bene, non la vuoi proprio fare la risonanza magnetica?".

Al che io risposi: "Va bene, la faccio".

Il dottore guardandomi un po' stupito disse: "Sicura? Va bene".

La mattina successiva a digiuno fui portata al piano terra per eseguire l'esame, che doveva durare, a detta dei medici, una ventina di minuti.

Invece durò un'ora e mezza.

Chiusi gli occhi e incominciai a pregare, pregare e poi ancora fino a quando non uscii da quel macchinario infernale...

Qualche giorno e avrei saputo l'esito dell'esame.

E così fu.

Una mattina il dottor Capparella mi comunicò che era stata riscontrata una forte infiammazione al midollo spinale..

Mi assicurò però, come pure era apparso da una precedente elettromiografia, che la mia condizione era reversibile, con l'aiuto di una lunga e professionale fisioterapia in un centro specializzato.

Nel frattempo il dottore si era attivato per prendere contatti con la fondazione Santa Lucia a Roma per la riabilitazione, specializzata in questo tipo di neuropatie.

Era Ferragosto passato e ogni giorno pregavo perché mi potessero trasferire al centro di riabilitazione; intanto durante la mia degenza accaddero anche altre cose non meno importanti per me e credo per tutti.

Conobbi molti pazienti e infermieri e, com'è sempre nella mia natura, nonostante il grande dolore, provai a stabilire con ognuno di loro un contatto umano.


Pensieri

Ora non so nemmeno perché sia qui a raccontarvi la mia storia, e non posso che presumere che vi possa interessare, ma qualcosa mi spinge a farlo.

Nel momento in cui le mie gambe si sono immobilizzate e il mio bacino le ha seguite a ruota, facendomi trovare bagnata nel letto, incapace di controllare i miei reni e la mia vescica, ho provato terrore misto ad umiliazione e non so bene cos'altro.

Mi è sembrato di impazzire e, rivolgendomi a Dio, ho creduto di vivere un incubo dal quale mi sarei risvegliata presto.

Una cosa è certa: mai nella mia vita ho sentito tanto dolore fisico e psicologico così concentrato da mozzare il fiato, da non poter formulare un ragionevole pensiero.

Ho sperato che questo dolore si attenuasse o sparisse, senza che ciò volesse dare un messaggio negativo per la situazione delle mie gambe e del mio bacino.

Che senso ha tutto ciò che sta accadendo?

Sfido chiunque a trovarne uno valido.

Sono esausta e disperata, ma di una disperazione silenziosa.

Ora voglio rinchiudermi in un guscio, che mi dia almeno una qualche sensazione di sicurezza, di accoglienza e mi infonda un senso di protezione e di pace.

Non desidero parlare con nessuno ora, non sono in grado di farlo.

Ma anche questo nessuno l'ha capito, compresa mia figlia, che se n'è andata lasciandomi sola a combattere.

Ma ora sono un guerriero stanco di combattere delle battaglie inutili, non ho più la forza e l'energia per poterlo fare.

Quale futuro si affaccia all'orizzonte per me?

Una vita spezzata, un dolore sempre presente, nulla di quello che avrei immaginato per me.

Che amarezza profonda, che tristezza infinita!

Ogni giorno trascorso qui in ospedale appare senza un senso ben definito.

La mia mente è come se fosse sospesa in aria ed il mio corpo trattenuto a terra da un macigno, che è piombato nella mia vita senza chiedermi nulla.

Non riesco a seguire un idea seppur labile da seguire.


.

Delitti di Carta

|
8860940605.jpg

Archivio NuoviLibri.It

Autore: Nicolò D'Amico

Editore: Editing Edizioni

Prima edizione: 10/2007

Edizione corrente: 10/2007

EAN-ISBN: 8860940605

Pagine: 143

Dimensioni: 12x21 cm

Prezzo di copertina: 11,50 Euro


Descrizione
Le tre storie di questo libro sono variabili sullo stesso tema, quello della parola.

Stampata, scritta, spedita.

Un'ossessione che porta alla morte e alla distruzione, nell'incubo di chi vorrebbe cambiare la propria esistenza, dandole un senso.

Soggetto, predicato, complemento.

Tre racconti gialli, tre favole nere, tre vite grigie.

E un commissario che, tra le righe, con le parole provoca, gioca e denuncia.


Note biografiche
Nicolò D Amico vive e lavora a Treviso.

È commissario di polizia dal 1990.

Tre figli e un gatto.

Nel 2004 ha pubblicato Parola di sbirro. Storia del Commissario di polizia nel cinema italiano.

Collaboratore della "Tribuna di Treviso", scrive di cinema per la rubrica "Appuntamento al buio" quando ne ha voglia.

Delitti di carta è il suo primo libro di narrativa.


.

9788885333901.jpg

Autore: Massimiliano Bonacchi, Luca Menicacci

Editore: RIREA

Prima edizione: 07/2008

Edizione corrente: 07/2008

EAN-ISBN: 9788885333901

Pagine: 48

Prezzo di copertina: 10,00 Euro


Descrizione
Quaderno Monografico Rirea - n. 68

L'Italia è il Paese europeo con il più alto numero di stabilimenti termali; secondo Federterme, gli stabilimenti funzionanti sono 379, ripartiti in 170 Comuni.

Solo Campania e Veneto ne contano 224, gli altri sono perlopiù in Lombardia, Lazio, Toscana ed Emilia-Romagna.

Al netto dei ricavi derivanti da attività alberghiera, si stima che il fatturato abbia sfiorato nel 2007 i 734 milioni di euro.

Risulta ormai superata la fase nella quale gli stabilimenti termali erano visti semplicemente come luoghi di cura ed i soggetti gestori alla stregua di enti meramente assistenziali.

Da alcuni anni, infatti, il sistema termale è entrato in una vera e propria ottica di mercato, uscendo dall'orbita pubblica ed orientandosi, oltre che alle cure, anche ai servizi benessere ed ampliando l'offerta di ricettività.

Tale transizione ha richiesto nuovi orientamenti strategici da parte delle aziende, nelle quali si stanno sempre più diffondendo logiche manageriali.

Nonostante la sua rilevanza in termini di volumi d'affari e la sua strategicità per l'economia del paese, il sistema termale ha ricevuto scarsa attenzione da parte degli studi di Economia Aziendale.

A tal fine, ci è parso utile inquadrare le caratteristiche del settore e fornire una chiave di lettura delle prestazioni delle aziende che vi operano.

Questa analisi ha fornito i fondamenti teorici per l'esame dei risultati di bilancio di un campione di società di capitali rappresentativo del settore, per poi approfondire l'indagine sulle prime cinque aziende per quota di mercato.

I dati contabili hanno confermato la presenza di due distinti gruppi di imprese: le aziende in crescita e capaci di innovare attraverso un forte orientamento al benessere e quelle in declino, ancora legate alle strategie del termalismo tradizionale.


Indice
1. L'analisi delle performance in ottica strategica

2. L'ambiente competitivo; le fasi evolutive del settore, le forze competitive

3. La catena del valore nelle aziende termali

4. Le dinamiche competitive lette attraverso i dati di bilancio

5. Conclusioni


Note biografiche
Massimiliano Bonacchi è professore associato di Economia Aziendale presso l'Università degli Studi di Napoli "Parthenope" dove insegna Economia Aziendale e Strumenti di Analisi per il Rating.

È, inoltre, docente di Analisi di Bilancio presso l'Università degli Studi di Firenze.


Luca Menicacci è dottore in Economia Aziendale e dottore magistrale in Libera Professione e Consulenza Aziendale.

Svolge attività di consulente d'azienda, in particolare, di analisi economico-finanziaria e benchmarking per aziende termali ed alberghiere.


.

Carattere Grande | Piccolo

Pagine

Benvenuti

Editori registrati

Librerie Online italiane

Siti di libri

Informazioni per gli Editori