Autore: Nino Casamento
Editore: Kimerik Edizioni
Prima edizione: 07/2008
Edizione corrente: 07/2008
EAN-ISBN: 9788860962591
Pagine: 128
Dimensioni: 15x21 cm
Prezzo di copertina: 14,00 Euro
Descrizione
I protagonisti di questo romanzo sono due ragazzi, nati e cresciuti a Torino, dove i genitori si sono trasferiti dalla Sicilia in cerca di lavoro.
Dopo anni di permanenza nella grande città del Nord, la famiglia torna nella terra d'origine.
E qui vive le contraddizioni e i ritardi di una terra bella ed accogliente, ma apatica e sonnolenta, segnata da incuria e degrado, soprusi ed ingiustizie.
Nel libro emergono le problematiche dei tempi odierni: il trauma dell'emigrazione e il difficile rapporto con gli immigrati, il degrado delle periferie delle metropoli del Nord, la violenza e la corruzione nello sport, il vortice della droga, la profanazione dell'ambiente, il bullismo ed il razzismo, la mancanza di sicurezza e lo sfruttamento del lavoro.
E poi i privilegi, le discriminazioni, le ingiustizie di una società troppo accondiscendente con i potenti e implacabile coi deboli.
Ma risalta anche il valore dell'amicizia, la solidarietà, il calore della terra di Sicilia, il nascere gioioso delle prime esperienze d'amore.
Note biografiche
Nino Casamento è stato professore di Italiano e Storia.
Ha svolto per lungo tempo attività politica.
Giornalista pubblicista, ha fondato e diretto i periodici locali "Paese nuovo", "Il Filo", "Nebros".
Ha collaborato con "Il giornale di Sicilia", "La Gazzetta del Sud", "la Sicilia", "Centonove", "La Gazzetta ionica", "Il Punto", "Il Soldo".
Ha all'attivo numerose pubblicazioni di carattere culturale e turistico.
Come narratore ha esordito con il romanzo L'albero dei torti, Gangemi editore, Roma 2004.
Nel 2006 ha pubblicato il suo secondo romanzo, Il nome nemico, sempre per i tipi dell'Gangemi editore.
Con "La pietra in mezzo al mare", edizioni Kimerik 2008, un romanzo pensato per i giovani, ma scritto per tutti, è al suo terzo impegno narrativo.
Estratto
Capitolo 1
Ma quando arriva? si chiedeva costernata la signora Maria.
Per il ritorno del figlio da Torino aveva preparato un pranzo d'eccezione.
Aveva stirato con le sue mani i maccheroni che avrebbe condito col sugo di maiale, così come piacevano al suo ragazzo.
E poi le polpette, secondo una ricetta che si tramandava da generazioni nella sua famiglia.
Sentì il rumore della macchina del marito, che era stato alla stazione.
Si affacciò alla finestra.
L'uomo era solo.
E Franco? si affrettò a chiedere preoccupata.
Il treno viaggia con oltre due ore di ritardo! le rispose Giuseppe sconsolato.
Mai puntuali questi treni! si lamentò la donna.
E poi aggiunse: Beh, lo aspetteremo.
Vuol dire che oggi pranzeremo più tardi .
Franco tornava da Torino per sposarsi.
Giunse verso le tre del pomeriggio portando in casa una grossa valigia, da cui tirò fuori il vestito del matrimonio per farlo vedere ai suoi.
Per risparmiare l'aveva comprato alla Facis, nel magazzino della grande fabbrica di confezioni alla periferia nord della città, dove lavorava Turi, un suo amico d'infanzia.
Erano partiti assieme per il Nord da Patti, un antico insediamento normanno adagiato sulle colline che sovrastano la costa tirrenica, verso la quale si era sempre più allungato, come calamitato dall'irresistibile richiamo della riviera.
Proprio di fronte a Tindari, dove s'ergeva il famoso santuario della Madonna nera, meta di pellegrini che giungevano da ogni parte della Sicilia.
Dalla sua casa, nel centro storico della città, vicino alla Cattedrale, si dominava il mare, d'un azzurro intenso, e ci si beava della vista delle Eolie, che chiudevano quello specchio d'acqua come una barriera protettiva.
O, se si vuole, come una sorta di pregiata cornice, voluta da una natura generosa per contornare e impreziosire il quadro che aveva saputo disegnare.
Ricordava ancora l'amarezza che aveva provato quando due anni prima si era dovuto staccare dalla sua terra.
Ma lì non c'era lavoro e quindi neppure futuro.
Prima di prendere la decisione ci aveva ragionato tanto con Turi, l' amico del cuore, con cui trascorreva la maggior parte della giornata.
Franco e Ciccio li avevano soprannominati gli amici, come i due famosi comici.
Non tanto per la somiglianza, ma perché facevano coppia fissa e soprattutto per la marcata differenza di statura.
L'uno basso e tarchiato, l'altro alto e snello.
Facevano spesso lunghe camminate per il viale che dal centro portava verso il Canapè.
In certi giorni in cui la discussione li prendeva più del solito, la passeggiata si allungava e arrivavano fino a
Case Nuove.
Se era sabato, scendevano giù fino al campo sportivo e andavano al mercato.
Anche se non compravano niente, era sempre un divertimento addentrarsi tra le bancarelle piene di mercanzie di ogni genere, in un affollarsi di gente che proveniva da ogni dove.
Sul brusìo della calca irrequieta e colorata dei visitatori si elevavano gli strilli dei venditori che cercavano di richiamare l'attenzione sui prodotti in esposizione.
Esso si estendeva proprio sotto le mura dello stadio, dove Franco andava a giocare.
Militava infatti nella squadra della Pattese.
La passione per il pallone gliel'aveva trasmessa suo padre, che era stato un buon centravanti quando ancora gli incontri di calcio si disputavano alla Maidda, il vecchio glorioso campo sportivo di Patti Marina, dove gli spettatori si accalcavano tutt'intorno ai bordi del terreno, proprio a ridosso dei calciatori.
Siete fortunati voi giovani.
Avete la fortuna di giocare in un vero stadio gli diceva.
E poi, addentrandosi nei ricordi, aggiungeva: Quando finivamo a terra su quel fondo maledetto erano guai.
Avevamo sempre le ginocchia scorticate.
Turi era il suo più accanito tifoso e sostenitore.
Lo seguiva sempre.
Non solo nelle partite interne, ma anche in quelle fuori casa.
E persino negli allenamenti, che si svolgevano regolarmente tre volte la settimana.
Quella del pallone era per entrambi una forte passione.
Anche per questo Franco aveva resistito a lungo prima di cedere all'idea di trasferirsi al Nord in cerca di lavoro.
Non voleva abbandonare la sua squadra, i suoi compagni, il suo mondo.
Ma per i dilettanti come lui il calcio non poteva certo assicurare un avvenire.
A Torino potresti tentare il grande salto, magari provare per la mitica Juve lo tuzzicava lìamico, che era il più deciso a intraprendere l'impresa del trasferimento.
Per vincerne i dubbi e le resistenze le tentava proprio tutte.
I due giovani erano sempre assieme, sicché quando, per la verità piuttosto raramente, comparivano da soli, gli amici si preoccupavano.
Chi ci succidiu a Cicciu? o Chi appi Turi? chiedevano di volta in volta all'uno o all'altro, incuriositi e allarmati per l'assenza di un componente della coppia.
L'idea di cercare lavoro al Nord gliel'aveva fatta venire Pippo, che abitava nel loro stesso quartiere e che da alcuni anni si era trasferito in Piemonte.
Era un po' più vecchio di loro.
I capelli ricci incorniciavano il volto paffuto, rotondo, in cui spiccavano due grandi occhi neri.
Aveva un po' di pancetta, dovuta alla tentazione del cibo cui non rinunciava mai, specie con gli amici.
Era infatti di compagnia.
Un parlatore instancabile e piacevole, un tipo allegro insomma, che emanava un flusso spontaneo e irresistibile di simpatia.
Ben voluto da tutti.
La provincia non era fatta per lui.
A mari largu si faci a megghiu pisca! era il suo motto.
E così aveva lasciato il suo paese e tentato l'avventura al Nord.
Gli era andata bene.
Quando tornava in estate per le ferie non faceva altro che decantare la città, il lavoro, il guadagno, i divertimenti.
Doveva passarsela davvero bene se in pochi anni di lavoro aveva potuto comprarsi una fiammante Alfetta rossa, con cui li portava a scorazzare per i paesi della costa.
Venite stasera a ballare alla Pineta?
I due si schermivano, non volevano approfittare della sua generosità, ma finivano per cedere agli inviti insistenti.
Spendeva sempre lui.
Io me lo posso permettere, li rassicurava.
Ma lascia perdere. Non puoi pagare ogni volta tu!
Non vi create problemi.
Vi rifarete a Torino, quando comincerete a guadagnare .
Fu proprio in una serata in discoteca sul lungomare di S. Giorgio che Franco conobbe Teresa, una ragazza di Gioiosa.
Mora, dai lunghi capelli neri e dagli occhi scuri e intensi.
Un po' bassina e robustella per la verità, ma nel complesso molto carina.
Aveva un sorriso dolce e accattivante che le illuminava il volto dai lineamenti delicati.
Ne fu subito colpito e cominciò a frequentarla, con sempre maggiore assiduità.
Fu un amore travolgente, che lo allontanò in qualche modo dall'amico e mise uno stop alla decisione del
trasferimento.
Si recava spesso a Gioiosa a trovare la ragazza, anche se aveva modo di vederla ogni giorno a Patti, dove lei frequentava l'Istituto magistrale.
Per carnevale andarono a ballare al circolo Mediterraneo.
In quel periodo la cittadina diventava luogo di richiamo per tutti i giovani del circondario.
Turi non mollava la presa e tornava spesso alla carica.
Fu proprio Teresa ad incoraggiarlo a seguire la sua strada.
Se ci vogliamo veramente bene, non sarà la lontananza a rompere questo rapporto.
E per rassicurarlo maggiormente aveva aggiunto: Se ti sistemi potremo fidanzarci ufficialmente, potrai venire a casa e poi, se Dio vuole, sposarmi.
Sì - aveva ribattuto prontamente Franco - cerco un lavoro, trovo casa, ti sposo e ti porto con me a Torino .
Certo, gli sarebbe mancato anche il mare e i tuffi dal pontile, ma ogni estate per le ferie se lo sarebbe goduto meglio.
Anzi, avrebbe comprato una barca a motore, con la quale condurre Teresa in giro per le coste, fino alla pietra in mezzo al mare e magari, chissà, spingersi fino alle Eolie.
Avrebbe potuto portarla anche a pescare.
C'era stato qualche volta con lo zio Tano, che andava a totani con la sua sgangherata barchetta a remi.
Nelle calde notti d estate erano tante le barche che si concentravano nello specchio d'acqua di fronte alla marina.
Sembravano branchi di lucciole radunate lì a rischiarare la distesa quieta del mare.
Dalle colline sovrastanti la costa si scorgevano come gocce di luce in un riverbero che rendeva lo scenario straordinariamente suggestivo.
A Franco non piaceva pescare, specie i totani.
Gli faceva impressione soprattutto il momento conclusivo nel quale lo zio staccava le bestiole dall'amo.
Vedere gli animali che cercavano di opporre un'ultima disperata difesa, spruzzando liquido dappertutto, gli procurava una forte pena.
Ma se ne faceva una ragione.
Questa è da sempre la lotta per la sopravvivenza tra l'uomo a caccia di cibo e le prede che cercano
di difendersi e di sfuggire alla cattura, lo confortava lo zio.
Quando erano cucinati, quel moto di pietà scompariva d'incanto per lasciare posto solo alla sua golosità.
Li mangiava volentieri.
Specie come glieli cucinava la mamma, che era una brava cuoca.
Andava pazzo per quelli ripieni.
Erano una vera ghiottoneria.
Alla stazione di Patti l'aveva accompagnato il padre con la sua vecchia seicento.
Lì aveva trovato la schiera degli amici.
Era venuta anche Teresa e il distacco era stato un vero strazio.
Appena salito sul treno, si precipitò al finestrino.
Turi si sbracciava a salutare tutti, a dare appuntamento per la prossima estate.
Lui non aveva occhi e pensiero che per Teresa.
Quando il convoglio si mosse la vide farsi sempre più piccola, fino quasi a scomparire, mentre il treno
prendeva velocità e si dirigeva alla volta di Mongiove.
Quante volte c'era stato al mare con la ragazza!
Si sedette e se ne stette immobile e pensieroso.
L'amico faceva di tutto per consolarlo, per distrarlo.
In meno di un'ora furono a Messina.
Durante l'attraversamento dello stretto salirono sul ponte della nave, a respirare per l'ultima volta l'odore del mare e a dare l'ultimo sguardo alla costa dell'isola, che a quell'ora si presentava in una straordinaria fantasmagoria di luci e di colori.
A Villa si sistemarono nelle cuccette e si addormentarono quasi subito.
Ma per Franco si trattò di un sonno alquanto tormentato.
Si susseguì un intreccio di sogni che si sovrapponevano in una sorta di frenetico tourbillon: dapprima era il protagonista di partite di calcio, di giochi con gli amici, poi di nuotate a mare, di passeggiate con Teresa.
E infine di sfilate e balli del carnevale.
Fu a questo punto che gli apparvero delle strane mostruose maschere che lo fecero svegliare.
Rimase a lungo a pensare, abbandonandosi ai ricordi dei tempi spensierati e felici che aveva vissuto fino a quel momento.
Ma poi fu assalito dalle preoccupazioni per quello che lo aspettava nella sua nuova destinazione.
Per fortuna lo sferragliare del treno sulle rotaie lo fece presto riaddormentare.
Lo svegliò un colpo secco sulla porta e una voce, quella del cuccettista, che avvertiva gli occupanti dello scompartimento: Preparatevi. Tra mezz'ora saremo a Torino.
Alla stazione di Porta Nuova scesero dal treno.
A distanza scorsero la sagoma dell'amico Pippo che era venuto a prenderli.
Appena li vide corse loro incontro.
Benvenuti a Torino! li salutò con un caloroso abbraccio.
E li guidò alla volta dell'auto parcheggiata davanti alla stazione.
Il freddo pungente dell'aria fece loro capire che erano lontani dalla loro Sicilia, in un posto molto diverso.
Si sarebbero abituati a quel gelo che sferzava i loro volti?
Di sicuro per i due giovani iniziava una nuova vita.
.
LiberaMente in cammino: prossima fermata Russel Square
Autore: Gianluca Lucchese
Illustrazioni: Lorenzo Simonelli
Editore: Edizioni Miele
Prima edizione: 07/2008
Edizione corrente: 07/2008
EAN-ISBN: 9788863320039
Pagine: 144
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 12x20 cm
Prezzo di copertina: 13,70 Euro
Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia
Descrizione
Prefazione di Nello e Mody Acampora
Questo lavoro non è una favola e neppure un romanzo.
È una strada in un giorno di viaggio.
La meta?
La spiaggia perfetta.
La strada?
La chiamano Nina.
Il viaggiatore?
Lucas Ciandri che, circondato da profumi di lavanda e cuoio, limone e tabacco, rosmarino e caramello, percorre la via della consapevolezza.
Una tappa dopo l'altra, con le musiche di Verdi, Mozart, Sinatra, Modugno e Freddie Mercury in sottofondo, l'uomo acquista consapevolezza di se e dei valori ai quali non intende rinunciare, impara a riconoscere e a superare le paure che lo immobilizzano, fissa gli obiettivi da raggiungere e si incammina con passo sicuro verso il successo.
Note biografiche
Gianluca Lucchese esordisce nel 2004 con Buttafuori per caso.
Klaus Davi ne firma la prefazione.
Per il "Book Festival 2007" un suo racconto è in Pisanthology. progetto Italie, Giulio Perrone Editore.
Nel 2008 La spiaggia perfetta si aggiudica il Premio Letterario "Favole, cammini e percorsi", sezione racconti.
Recensioni
"Ho letto il libro tutto d'un fiato.
Un racconto piacevole, suggestivo e surreale che entra nelle pieghe dell'inconscio"
Livio Sgarbi, Personal Coach e Fondatore EKIS Srl
"La spiaggia perfetta" è il luogo ideale dove portare i nostri corpi e le nostre menti: un beach party del cuore.
Da scoprire pagina dopo pagina"
Sonia Rossi, My Life TV- Rossivideo
"Leggere una storia vuol dire entrare in un mondo composto da tanti livelli...
Qui la cosa sorprendente è che oltre ad una storia, ad una metafora, ad un insegnamento, questo è un vero manuale di Programmazione Neuro-Linguistica, con tutte le tecniche di base descritte con estrema precisione, ma celate nella forma-romanzo.
Una spiaggia perfetta, un luogo magico dove trovare la propria identità, i propri valori e la strada che ha un cuore"
Carlo Raffaelli, Licensed Trainer e Coach in PNL
"Finalmente un libro piacevole e utile che unisce la narrativa alla crescita personale.
Leggendolo farai un viaggio a più livelli di crescita, apprendimento e miglioramento"
Francesco Martelli, Trainer e fondatore Intuition Training TM
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Autore: Giorgia Spano
Editore: Kimerik Edizioni
Prima edizione: 12/2007
Edizione corrente: 12/2007
EAN-ISBN: 9788860961464
Pagine: 192
Rilegatura: Copertina su cartoncino con plastificazione opaca
Dimensioni: 15x21 cm
Prezzo di copertina: 14,00 Euro
Acquistalo subito su Internet Bookshop Italia
Descrizione
Là dove la ragione sosta, incede determinato e imperturbabile il cuore, le silenti passioni che, nonostante tutto, ancora sopravvivono.
Arcadie distanti ormai, mille e mille passi.
Nicole è una giovane donna, disinibita, autonoma, costretta ad affrontare la tragicità degli eventi che la vita ha posto sul suo cammino.
Ma anche nel buio più profondo può accendersi una luce, la luce di un sogno.
Ritorneranno le emozioni, i desideri, i brividi di un sentimento che non ha confini, che non ha presente né passato, che non può tenere conto di altri se non che di se stesso.
Solo allora Nicole sarà pronta ad aprirsi nuovamente all'amore, quello più grande.
Non crediate di trovarvi di fronte ad semplice e languido romanzo d'amore.
L'autrice riesce anche a trovare spazio per un approfondimento psicologico e a guidare il lettore attraverso una serie di colpi di scena, tenendolo col fiato sospeso fino ad un finale davvero sorprendente.
Note biografiche
Giorgia Spano è nata nel 1971 a San Gavino Monreale, un paese della Sardegna del Medio Campidano.
Dopo essersi laureata in Pedagogia presso l'Università di Scienze della Formazione di Cagliari si è specializzata a Firenze in Pedagogia Clinica.
Attualmente esercita la professione presso il suo studio a Cagliari e lo spazio che nella sua vita occupa la scrittura è molto piccolo, ma essenziale.
Scrive prevalentemente la notte, in perfetta solitudine o nelle mattine in cui gli impegni lavorativi glielo consentono.
Accadde per caso o per destino è il suo primo romanzo.
Estratto
PROLOGO
Nicole guardava l'uomo su quel letto d'ospedale e stentava a riconoscerlo.
Il viso quasi interamente coperto di bende; sulle tempie degli elettrodi erano collegati ad un monitor per il controllo dell'attività celebrale, così sul petto per il controllo cardiaco, mentre il braccio sinistro era collegato alla flebo.
Nella stanza asettica dalle pareti verdi e i soffitti bianchi, il tempo era scandito dal suono freddo delle macchine che controllavano la sua vita.
Alla sinistra del suo letto, un bip che faticosamente segnava il ritmo del suo cuore, accompagnato dall'immagine, in uno schermo, di un cuoricino verde che si accendeva e si spegneva.
A destra delle linee che segnavano i suoi sogni, i suoi pensieri per lo più piatti.
Regnava il silenzio, rotto di tanto in tanto dal passo leggero di qualche infermiera o qualche medico durante le visite di controllo.
Erano passate ormai tre settimane e quel corpo immobile sul letto d'ospedale non aveva mai dato segni di voler continuare a vivere.
«Oh, amore mio, ti prego non lasciarmi, cerca di aprire gli occhi; lo so che mi senti, fai uno sforzo, ti prego non lasciarmi, non posso vivere senza te »
Da giorni continuava a parlare con lui, aveva letto da qualche parte che era utile parlare, stimolare il paziente con i ricordi, con qualche musica o suono che nella sua vita potesse avere un valore particolare.
Nicole gli fece sentire e risentire più volte la loro canzone e spesso tra le lacrime anche lei cantava insieme alla musica.
Gli parlava di ciò che succedeva nel mondo di fuori, del suo lavoro e di quanto gli amici e la famiglia fossero vicini nonostante non potessero entrare nella stanza del reparto di terapia intensiva.
I medici non erano fiduciosi, la loro diagnosi di coma irreversibile si portava dietro una letteratura scientifica che lasciava poche speranze.
Ma Nicole non si arrendeva, si disperava forse, ma non si arrendeva.
E anche lei continuava a perdere forze, non mangiava, non dormiva, in ogni momento stava vicino a lui.
Quel sabato non aveva niente di diverso rispetto agli altri lunghi giorni passati in ospedale.
Il cielo era nuvoloso, ogni tanto pioveva.
Nicole leggeva a voce alta uno dei suoi libri preferiti, quando notò che i bip del suo cuore erano sempre più ravvicinati, fino a quando fecero scattare una sorta di allarme collegato anche alla lucina d'emergenza posta sopra la porta d'ingresso della stanza.
Il libro le cadde dalle mani e si alzò in piedi.
Ponendogli una mano sul petto, e cercando di accarezzarlo come per tranquillizzarlo, fu presa dal panico.
«Cosa sta succedendo amore mio? Cosa c'è? Stai tranquillo »
Lui d improvviso spalancò gli occhi e dopo qualche secondo sembrò mettere a fuoco il viso di Nicole.
Vedendo i suoi occhi aperti, Nicole sentì che l'incubo era ormai passato, sentì la paura dissolversi e allontanarsi dal suo corpo.
Lui cominciò a chiamarla, a ripetere il suo nome.
La sua voce, finalmente, la sua voce!
«Nicole, io non ce la facc t a mo »
Parole sospirate, flebili; la bocca chiusa per tanto tempo sembrava ostacolarle.
Nicole per la prima volta sorrise anche se il suo tono continuava ad essere, nello stesso tempo, angosciato per l'allarme che continuava a suonare, ma anche raggiante per il sentire nuovamente la sua voce e vedere i suoi bellissimi occhi che la guardavano.
«Oh amore mio, come non ce la fai? Sei qui, sei sveglio, mi parli! Oh mio Dio, finalmente! Io sono qui, stai tranquillo, non ti lascerò mai!»
Con uno sforzo che sembrò quasi sovrumano lui cercò di continuare a parlare.
«T merò semp ti regalo sonno».
Le parole, quasi incomprensibili, venivano emesse come fossero rigurgiti di aria e dolore.
«Amore, non parlare, stai tranquillo, sono qui »
La sua risposta, un rumore improvviso di morte, un respiro bloccato in fondo alla gola, un gemito stridulo, la bocca spalancata affamata d'aria.
Gli occhi aperti e spenti fissi su Nicole.
Arrivarono di corsa medici e infermieri.
«È in arresto cardiaco! Defibrillatore!»
Nicole, attonita, guardava da un angolo della stanza quel corpo che si sollevava ad ogni scossa.
Dopo tre scosse senza risultato uno dei medici praticò il massaggio cardiaco, mentre l'altro dava direttive all'infermiera per l'inoculazione dei farmaci specifici previsti per la rianimazione forzata.
«Non c'è niente da fare, proviamo ancora con il defibrillatore!»
Una scossa, due, tre. Niente.
Nicole sentì il suo cuore spaccarsi, frantumarsi, sentì la sua anima andare via con lui.
I Capitolo
Nicole si fermò un secondo, tirò su il polsino del maglione e guardò l'orologio.
Le 15.10, non è possibile!
Sono qui dalle 8.00 di stamattina e non mi sono fermata un attimo e adesso la testa mi sta scoppiando.
Stirandosi la pelle del viso e della fronte, per un attimo Nicole passò nuovamente in rassegna tutti i pazienti visti quella mattina e tutti i suoi dipendenti che, seppure eccellenti, certi giorni sembravano mettersi d impegno per non riuscire in niente e renderle la vita impossibile.
Pensò che per quel giorno potesse bastare e sfregandosi fortemente la fronte con le mani, decise di andare via.
Prese la mela dalla sua borsa, cominciò a morderla e contemporaneamente a raccattare tutti i suoi documenti e le cartelle che avrebbe ricontrollato a casa, giusto per non smettere di farsi del male e continuare a lavorare.
Salutò i colleghi.
Uscì come tante altre volte aveva fatto, quasi in maniera meccanica, accese la macchina e partì.
Un minuto, forse meno era passato da quando Nicole era partita con la testa piena di pensieri.
Arriva allo stop, gira a destra.
Per sei anni, tutti i giorni è arrivata allo stop e ha girato a sinistra, oggi no.
Nicole è stranamente serena, un po' assente e un po' troppo radicata in quei minuti in cui sembra che non sia lei a prendere le decisioni di svoltare, di andare dritta, cambiar marcia, accelerare
Eppure è serena come chi segue una guida fidata e avanza senza dubitare o esitare.
Ascolta la musica e continua a guidare.
Dopo circa mezz'ora arriva davanti alla spiaggia deserta.
Il mare è molto agitato e il cielo autunnale è di un celeste che chiarissimo si fa spazio fra grosse e piccole nuvole grigie, bianche, blu.
Il sole ogni tanto fa capolino e lancia raggi di un calore nostalgico, di un'estate appena passata.
Decide di scendere dalla macchina.
È avvolta nel nulla; finalmente i pensieri non governano più la sua testa, è un dolce non pensare.
Come tornare nel caldo calore del grembo materno, cullati dal rumore del liquido che ti avvolge e scaldati dalla rassicurazione di un posto noto, familiare, dove non può succedere nulla di brutto, si possono chiudere gli occhi e fare lunghi respiri che danno aria ad ogni centimetro del proprio corpo, facendo sentire tutta la grandezza della vita.
Nicole adora il mare.
Seduta, dopo avere camminato pochi passi sulla sabbia, assapora questa magnificenza.
Forse avevo proprio bisogno di un po' di vita
Nicole continuava a inspirare profondamente, come a voler incamerare tutta l'energia di quel mare impetuoso, la grandezza di quel cielo autunnale immenso, bellissimo e minaccioso allo stesso tempo.
Si sciolse i capelli come per liberare anche loro dalla costrizione dell'ordine.
Ricaddero lungo la schiena e ciocche sottili cominciarono ad ondeggiare solleticandole il viso.
Sempre più rilassata, portò indietro le braccia e sollevò il viso con gli occhi chiusi e le morbide labbra distese dalla luce e dal calore sempre più debole del sole.
Una gamba flessa e l'altra stirata in avanti.
Poi aprì gli occhi.
Lui era davanti a lei.
Non aveva sentito arrivare nessuno, eppure quasi non si sorprese, non si mosse.
Rimase a guardarlo.
Stava ad un passo da lei e i loro sguardi si incrociarono senza distogliersi, senza fiatare.
In piedi, fermo, l'uomo si frappose fra lei e il sole.
Era alto, abbronzato o forse dalla carnagione dorata, i capelli scuri e disordinati dal vento.
Le mani in tasca e un sorriso timido appena accennato che faceva intravedere denti candidi.
Lentamente si abbassò sulle ginocchia, poggiandole sulla sabbia, gli occhi tenacemente ancorati sul suo sguardo.
Lei continuava ad osservarlo, dai jeans tesi si disegnavano i muscoli delle sue cosce, le mani poggiate sopra, come in attesa.
Le spalle larghe sotto una camicia celeste, un po' sgualcita, aperta nei primi due bottoni, le maniche ripiegate sui gomiti.
La fossetta alla base del collo tradiva l'apparente tranquillità scandendo il ritmo del suo cuore.
Come pellegrini attraverso i meandri oscuri della mente, del cuore, dell'anima, quegli occhi entrarono in lei, senza che venisse opposta nessuna resistenza e i suoi stessi occhi attraversarono e videro qualcosa mai visto.
Come una farfalla attratta dalla luce, i suoi occhi non riuscivano a staccarsi da quelli di lui.
Ma cos'è questo silenzio?
Dove sono finiti il mare, il vento e il cielo minaccioso?
Tutto si è fermato, non riesco a vedere altro se non lui.
Ma chi sei?
Come mai il mio cuore batte così forte?
Cosa mi sta succedendo.
I suoi occhi sono fuoco in una notte di gelo.
Quelle labbra. Morbidi cuscini di velluto...
Quanto sarebbe dolce assaporare la tua aria
Ma chi sei?
Perché non riesco a parlare, ad alzarmi, ad andare via?
Quale scherzo stupido sta facendo la mia mente.
La mia immaginazione forse?
Lui pose una mano sul suo viso Leggera, dolce e delicata e ancora di più 'invase quel profumo, respirato fino a quel momento, solo quando i capricci del vento diventavano più forti.
Profumo delicato e fresco, rilassante e rassicurante
Nicole chiuse gli occhi.
Esiste, è reale.
L'aria uscì dalle sue labbra come dopo una lunga apnea.
Il contatto di quelle dita sul suo viso non rievocò un immagine, ma uno stato interiore di assoluto benessere e, ancor più strano, una sensazione di familiarità.
Avvicinò quindi la sua mano alle dita poggiate sul suo viso.
È una mano forte, calda, le sue dita lisce e affusolate.
Un pianista.
Non voleva rinunciare a quella sensazione, voleva capire di più e fece una leggera pressione su questa.
Le ho già sentite forse queste dita?
Conosco quest'uomo?
Cosa sta succedendo?
Come mai queste sensazioni sono così familiari?
Perché l'unica cosa che riesco a pensare è il calore delle sue dita sul mio viso?
Perché ho questa paura di perdere qualcosa che non so cosa sia?
Un turbinio di emozioni illeggibili governavano il cuore di Nicole e domande senza risposta risuonavano dentro la sua testa.
L'unica cosa che sembrava chiara era l'incapacità di distogliere lo sguardo da lui e l'immenso desiderio di annullare ancora di più la distanza fra i loro corpi.
Questo le fu chiaro all'improvviso e all'unisono si avvicinarono.
I loro visi erano talmente vicini che il vento faticava a passare tra le loro labbra.
«Come è dolce perdersi nei tuoi occhi »
Dopo tanto silenzio, queste parole uscirono dalle labbra di Nicole, quasi come un lamento.
Lui scostò un filo di capelli castano dorato che agitato dal vento aveva finalmente trovato riposo tra le labbra di Nicole e posò le sue sui suoi occhi, sulle guance, sugli zigomi e infine sulle labbra socchiuse che aspettavano ansiose.
Che poesia, che dolce essenza d'amore.
Dove sei stato fino ad oggi?
Perché ho dovuto vivere una vita senza questo?
Non furono tanti baci ma uno, uno solo.
Come una linea continua, a volte più sottile, altre più marcata, ma comunque senza fine.
In quel bacio c'era la stessa dolcezza di due ragazzi che per la prima volta si scoprono e contemporaneamente l'amore caparbio di due anziani, che sul finire della loro vita non rinunciano a ciò che è stato.
Un incontro di vite che non potranno più separarsi.
Le lingue si accarezzarono e si assaporarono dolcemente.
Le labbra si sfiorarono in una danza in cui i corpi presero il sopravvento.
Una danza che proveniva dal cuore, solo dal cuore.
Una danza, di cui Nicole non aveva idea di conoscere i passi.
Ma improvvisamente la pioggia, come lame taglienti, incominciò a picchettare sui due visi che non ne volevano sapere di andare via, di perdersi.
Insistente però continuava e s'insinuava sulla pelle calda di entrambi.
Ecco adesso torna la ragione.
Torna la realtà.
Si incomincia a sentire il freddo.
Anche se a fatica si controlla il torpore dei corpi e la fame delle labbra reciproche.
«Ti stai bagnando tutto »
«Anche tu »
«Sì »
«Sì »
Il silenzio scandito fino ad allora dai fruscii dei loro corpi aveva finalmente dato spazio al suono delle loro parole.
Ma cosa stavano facendo quelle due persone?
Estranee fino ad un momento prima ora sembravano condividere la grandezza della vita, sembravano essere un'unica cosa, un'unica e maestosa emozione.
Nicole sorrise lievemente facendo intravedere l'unica fossetta accanto alla bocca.
Anche lui sorrise ammaliato dai suoi intensi occhi castani, nei quali sottili pagliuzze dorate, sembravano ipnotizzare i suoi occhi verdi.
Sembrava non ci fosse proprio niente da dire o forse in cuor loro parlavano ma non volevano farsi sentire per paura che tutto potesse finire.
Le lame di pioggia non avevano smesso di colpire i loro visi, i loro corpi.
Ma lui e Nicole erano così presi da quella imponente emozione che sarebbero potuti morire lì, senza dolore, anzi come beatificati in un assenza spazio-tempo.
E le loro mani si cercarono, ma non era come scoprire qualcosa di nuovo!
La cosa strana, pensava Nicole, era proprio questa familiarità.
Come quando, dopo tanti anni, aveva riscoperto e indossato nuovamente il caldo, morbido e logorato maglione che indossava la sera a casa durante tutto il tempo della scuola superiore fino alla laurea.
Il maglione che l'aveva coccolata e vista crescere.
Lui sembrava avere tanto in comune con quella lana consumata, eppure non ricordava di averlo mai visto.
Com'è difficile separarsi!
Nicole non riusciva ad andare via, a fare a meno di quelle labbra, sulle sue, sul suo collo e di quelle mani che dolci accarezzavano i suoi capelli, la sua schiena, il suo seno.
Come si può desiderare tanto una persona che non conosci e che vedi da così poco tempo?
Cosa mi sta succedendo?
Perché il pensiero di andare via mi toglie il fiato?
Devo andare. Devo andare!
«Devo andare».
«No, non andare via».
«Non so come mai, cosa sia successo, cosa sta capitando ma, devo andare via».
«Ma chi sei tu?»
«Ho paura che in questo momento ti potrei dire solo chi ero io, chi sono non lo so più, non lo capisco più, come non so chi sei tu».
«Se tu mi dai il tempo, io ti dirò chi sono, cosa faccio, come mi chiamo, perché sono qui, cosa vorrei.
Ma se non mi vuoi ascoltare, se quell'ombra che ora vedo nei tuoi occhi è paura...
Ti voglio dire solo una cosa e vorrei che tu continuassi a pensarla quando andrai via, quando stanotte chiuderai gli occhi per prendere sonno o domani mattina quando li riaprirai pensando al nuovo giorno: Io sono Lui, perché tu per me sei Lei.
Ti ho cercata tanto e ora finalmente ti ho trovata.
Io sono Lui, mia dolcissima essenza d'amore e tu sei semplicemente Lei».
Nicole improvvisamente governata dalla ragione, dalla coscienza, dalla paura, si alzò in piedi e con respiro affannoso continuava a fissare quell'uomo le cui parole continuavano a risuonarle nella testa.
Le emozioni scatenate dalle sue mani, dalle sue labbra, dalla sua voce da mare calmo e rilassante si stavano trasformando in onde impetuose, insormontabili.
«Oh, ma cosa ? Ma. Devo andare. Mi dispiace »
Ruppe l'incantesimo, distolse lo sguardo e con passi veloci si diresse verso la sua macchina.
Non si fermò, non si voltò mai, ma lo sentiva.
Arrivò alla macchina, salì, girò la chiave e guardò l'immagine davanti a sé.
Quell'uomo, lui, non c'era più.
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Otto percorsi di buona fantascienza
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Autori: Daniele Barbieri, Riccardo Mancini
Prefazione: Valerio Evangelista
Editore: Avverbi
Prima edizione: 11/2006
Edizione corrente: 11/2006
EAN-ISBN: 9788887328554
Pagine: 168
Prezzo di copertina: 12,00 Euro
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Descrizione
Otto sentieri di buona fantascienza per poter immaginare (e magari conquistare) futuri un po' meno squallidi del presente.
E se domani... i computer diventassero sempre più intelligenti, più sensibili, insomma più umani, come ci comporteremmo noi umani che stiamo diventando sempre più insensibili?
E come saranno le città che abiteremo?
Più caotiche o deserte?
Tra le stelle, sotto gli oceani o addirittura sotto terra?
Come cambierà il rapporto tra i sessi sempre che una qualche differenza sessuale vi sarà ancora?
E come potrebbe cambiare il rapporto con Dio e con la religione, magari se incontrassimo su un altro pianeta un Cristo marziano molto diverso da noi?
Dagli oltre trecento racconti e romanzi citati nel libro si spalanca una galassia di stimoli, suggestioni, ipotesi e scenari sui tanti nostri futuri possibili.
Note biografiche
Daniele Barbieri e Riccardo Mancini sono entrambi giornalisti e autori di singolari libri scolastici di divulgazione letteraria "La Nuova Italia".
Da diversi decenni appassionati lettori di fantascienza, sono convinti che la letteratura del futuro possa essere un valido grimaldello per capire il mondo di oggi e provare a immaginare quello di domani.
Estratto
Cerchiamo viottoli, non autostrade; ragionamenti a zig-zag; cristalli sognanti; penultime verità; metalli urlanti; visioni pericolose e ambigue utopie.
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Autore: Marco Cardinale
Editore: Terre sommerse
Prima edizione: 01/2008
Edizione corrente: 01/2008
EAN-ISBN: 9788889874301
Pagine: 256
Dimensioni: 17x21 cm
Prezzo di copertina: 18,00 Euro
Descrizione
Un libro dove il cristianesimo riesce, finalmente, ad uscire dagli "studi riservati" e la figura del Profeta di Nazareth perde definitivamente il pericoloso alone di "mito" in cui oltre duemila anni di esegesi cattolica hanno finito per collocarla e farle perdere di valore e significato.
Profondo conoscitore di lingua e letteratura degli antichi popoli mediterranei, dell'Egitto, del Vicino Oriente Antico e dell'area semitica, l'autore si è dedicato a questo libro non fidandosi mai delle trascrizioni delle fonti arcaiche, bensì verificandole di persona e nell'ambiente in cui esse ebbero origine.
Ne è scaturito un libro mediato fino allo spasimo, ove nulla è lasciato al caso o all'approssimazione, dove l' autore si muove con padronanza unica nei diversi periodi storici, tra testi, lingue, usi, tradizioni, mentalità e aspettative; dove letteratura, filologia, storia, teologia, filosofia, non appaiono più mondi separati, ma aspetti inscindibili dell'unica realtà umana.
Note biografiche
Marco Cardinale è nato nel 1955 a Roma, dove vive e lavora.
Formatosi a La Sapienza e alla Pontificia Università Lateranense, per quindici anni è stato impegnato nella vita accademica e, per circa venti, nelle consultazioni per la Santa Sede, presso la Congregazione del Culto Divino.
Ha pubblicato numerosi contributi scientifici di storia della Chiesa, metodologia storica, filologia giuridica medievale.
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