Audiolibro. CD Audio
Autore: Vari
Editore: Alfaudiobook Audiolibri
Prima edizione: 12/2008
Edizione corrente: 12/2008
EAN-ISBN: 9788890336638
Pagine: 4
Durata: 1h 13' 47"
Prezzo di copertina: 12,00 Euro
Argomento: Libri per Bambini e Ragazzi
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Descrizione
Quattro fiabe classiche remixate con suoni elettronici, musiche originali che rendono attuali scritti antichi e intramontabili.
Quattro racconti da ascoltare in ogni momento della giornata per entrare in un mondo di favola.
Quattro grandi autori per regalare ai bambini il piacere della lingua italiana.
LA GATTA CENERENTOLA di Giambattista Basile
La fonte principale a cui si ispirò Charles Perrault per comporre la fiaba di Cenerentola.
Ed ecco per magia un gruppetto di damigelle che dopo averla fatta bella e splendente come la luna la fecero salire su una carrozza tirata da sei cavalli, accompagnata da staffieri e paggi in livrea.
L'UOMO SELVATICO di Gianfrancesco Straparola
Dal primo vero padre della fiaba europea.
Il re vide uscire da un fitto bosco un uomo selvatico grande e grosso, brutto e mostruoso, che mostrava una forza straordinaria, e tutti rimasero a guardarlo pieni di meraviglia.
TOPOLINO di Luigi Capuana
Dal grande pioniere e teorico del Verismo italiano.
Camminava su due gambe e vestiva come un uomo, alle zampine anteriori metteva sempre i guanti, si chiamava Beppe ma quando non c'era nessuno,la mamma, per tenerezza, lo chiamava Topolino.
NEVINA E FIORDAPRILE di Guido Gozzano
Una fiaba del grande poeta torinese.
Voglio toccare quella neve azzurra, verde, rossa, violetta che chiamate fiori, voglio immergere le mie dita in quel cielo capovolto che è il mare!
Note biografiche
Giambattista Basile (Giugliano in Campania, 1566 o 1575 - Giugliano in Campania, 1632)
È stato un letterato e scrittore italiano di epoca barocca, riconosciuto come il primo ad utilizzare la fiaba come forma di espressione popolare, fu detto anche il Boccaccio napoletano.
Da giovane fu soldato mercenario al servizio della Repubblica della Serenissima.
Nel 1608 pubblica il suo poemetto "Il Pianto della Vergine" mentre la massima espressione della sua creatività viene raggiunta nella opera più nota: "Il Pentamerone" ovvero Lo Cunto de li Cunti.
Gianfrancesco Straparola (Caravaggio, 1480 - 1557 o più tardi)
È considerato il primo vero padre della Fiaba europea.
Poeta, romanziere e novelliere, fu un autentico pioniere della narrativa fantastica, scriveva in lingua dialettale settentrionale e bergamasca in particolare.
Famosa è la sua raccolta di 75 racconti, conosciuta con il nome Le Piacevoli Notti, pubblicata per la prima volta nel 1550 a Venezia.
Luigi Capuana (Mineo, Catania 1839 - Catania 1915),
Lavorò come critico teatrale a Firenze e a Milano, dove collaborò al "Corriere della Sera" e come Giovanni Verga è considerato un pioniere del verismo.
Nel 1882 uscì il volume di fiabe C'era una volta, mentre risale al 1901 la pubblicazione del romanzo più famoso di Capuana Il marchese di Roccaverdina.
Per il teatro scrisse un adattamento di Giacinta, una sua novella e alcuni drammi in dialetto riuniti in cinque volumi dal titolo "Teatro dialettale siciliano".
Guido Gozzano (Torino 1883 - Torino 1916)
Nacque a Torino dove fondò insieme ad alcuni amici letterati il gruppo dei crepuscolari torinesi.
Di salute cagionevole, frequentò la vita culturale e mondana della Torino di inizio secolo.
Nel 1907 pubblicò la raccolta di poesie "La via del rifugio" con le originali: "Le due strade" e "L'amica di nonna Speranza".
È del 1911 il suo libro più famoso: I colloqui,, collaborò per tutta la vita con giornali e riviste scrivendo recensioni letterarie, fiabe per bambini e novelle.
Estratto
LA GATTA CENERENTOLA
E il giorno seguente, che allegra scorpacciata ci fu!
Da dove erano venute fuori tante paste e pastiere, torte e tortellini, pasticci e pasticcini?
C'era tanta abbondanza di cose buone che si sarebbe sfamato anche un esercito!
Vennero tutte le donne, nobili e popolane, ricche e povere, vecchie e giovani, belle e brutte, e dopo che ebbero fatto onore alla tavola sua maestà fece il brindisi e poi cominciò a provare la scarpina ad una ad una a tutte le invitate, per vedere a chi calzava a pennello.
Sperava di riconoscere attraverso la misura e la forma della scarpina la fanciulla che stava cercando, ma non trovando nemmeno un piede che ci stava bene si sentì disperato.
Ma non voleva rassegnarsi, e dopo aver ordinato che facessero silenzio disse:
"Tornate anche domani, farò preparare qualche cosuccia come oggi, ma mi raccomando, non lasciate a casa nessuna femmina, per nessuna ragione".
L'UOMO SELVATICO
"Oh!" disse Guerrino al suo compagno, "quando verrà il giorno in cui potrò ricambiare il bene che mi hai fatto?
Anche se vivessi mille anni, non potrei ricompensarti nemmeno in minima parte.
Che tu riceva tutto il bene che meriti dal grande Benefattore!".
Allora il cavaliere sconosciuto rispose:
"Guerrino, fratello mio, tu non hai bisogno di ricompensarmi per quello che ho fatto.
È tempo che ti sveli chi sono.
Tu mi hai salvato dalla morte, e anch'io ho voluto fare qualcosa per te: sappi che sono io l'uomo selvatico che liberasti con amore dalla prigione di tuo padre, e il mio nome è Rubino".
E gli raccontò come la fata alla quale aveva salvato la vita lo aveva reso bellissimo e dotato di poteri magici, regalandogli anche il destriero fatato col quale Guerrino aveva catturato i cavalli selvatici.
Il principe rimase stupefatto e senza dire una parola, col cuore colmo di dolcezza, lo abbracciò e lo baciò teneramente, proprio come un fratello.
Poi, siccome stava per finire il tempo concesso per la prova, se ne andarono insieme a palazzo, e il re diede ordine che le sue amate figlie velate di veli bianchissimi venissero alla presenza di Guerrino.
TOPOLINO
il bambino crebbe vegeto e vispo da quel topolino ch'egli era.
Camminava su due gambe, come un uomo; solamente la mamma lo vestiva in maniera, che del suo corpo non si potesse vedere altro che il volto.
Alle zampine anteriori gli metteva sempre i guanti.
Gli aveva posto nome Beppe, e così lo chiamavano tutti; ma quando non c'era nessuno, ella, per tenerezza, lo chiamava Topolino.
- Topolino, fa' questo; Topolino, fa' quest'altro!
E Topolino non le dava mai il minimo dispiacere, e faceva questo e faceva quello.
- Dio t'aiuterà, Topolino!
E un giorno Topolino disse: - Mamma, voglio fare il soldato.
La poveretta che gli voleva bene, piangendo rispose: - Ed io, rimango sola sola? Ora sono vecchia, e non posso più lavorare.
- Vi lascerò la mia coda. Quando avrete bisogno di qualcosa, direte: Codina, codina Servi la tua mammina!
Ed essa vi servirà, come se fossi io stesso in persona.
Se non v'ubbidirà, vorrà dire che in quel momento io corro un gran pericolo. Allora, lasciatevi guidare da essa e venite a trovarmi.
Così fece, e partì. Quella coda era fatata.
NEVINA E FIORDAPRILE
Quando il sughero pesava e la pietra era leggera come il ricciolo dell'ava c'era, allora, c'era... c'era...
... una principessa chiamata Nevina che viveva sola col padre Gennaio.
Lassù, nel candore perpetuo, abbagliante, inaccessibile agli uomini, il Re Gennaio preparava la neve con una chimica nota a lui solo; Nevina la modellava su piccole forme tolte dagli astri e dalle stelle alpine, poi, quando la cornucopia era piena, la vuotava secondo il comando del padre ai quattro punti dell'orizzonte.
E la neve si diffondeva sul mondo.
Nevina era pallida e diafana, bella come le dee che non sono più: le sue chiome erano appena bionde, d'un biondo imitato dalla Stella Polare, il suo volto, le sue mani avevano il candore della neve non ancora caduta, l'occhio era cerulo come l'azzurro dei ghiacciai.
Nevina era triste.
Nelle ore di tregua, quando la notte era serena e stellata e il padre Gennaio sospendeva l'opera per dormire nell'immensa barba fluente, Nevina s'appoggiava ai balaustri di ghiaccio, chiudeva il mento tra le mani e fissava l'orizzonte lontano, sognando.
Una rondine ferita che valicava le montagne, per recarsi nelle terre del sole, era caduta nelle sue mani, che avevano tentato invano di confortarla; nei brividi dell'agonia la rondine aveva delirato, sospirando il mare, i fiori, i palmizi, la primavera senza fine.
E Nevina da quel giorno sognava le terre non viste.
Una notte decise di partire.
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Volume Uno
Autore: Vari
Editore: Lulu
Prima edizione: 11/2008
Edizione corrente: 11/2008
EAN-ISBN: 9781409241416
Pagine: 106
Rilegatura: Termica
Dimensioni: 15,2x22.8 cm
Prezzo di copertina: 16,00 Euro
Argomento: Fumetti
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Descrizione
Sette storie in bilico tra realtà e fantasia, ammantate d'orrore e spaventosamente possibili, diventano dei fumetti disegnati magistralmente.
Basato sui personaggi creati da Luigi Agostini nel 2007 per il romanzo Il giardino dei Tarocchi.
Note biografiche
Luigi Agostini,
Alessandro Balluchi,
Francesco Curia,
Federica Di Tizio,
Alessandro Izzo,
Carla Massimetti,
Silvia Perosino,
Matteo Tozzi.
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Autore: Piero Simoni
Editore: TA.TI. Edizioni
Prima edizione: 12/2008
Edizione corrente: 12/2008
EAN-ISBN: ---
Pagine: 72
Rilegatura: Filo di refe
Dimensioni: 14,8x21,0 cm
Prezzo di copertina: 10,00 Euro
Argomento: Poesia
Indice
scompare a poco a poco
i grandi cipressi del paese
l'ombra dei cipressi del paese
l'infinito del mare dalla riva
nell'inverno il paese
il paese antico d'inverno
nell'aria l'odore dei camini
le fattucchiere ti hanno messo di mezzo
guardo il pullman
l'aria della città medicea
i vecchi platani di città
guardi il mare
il blu del mare la sera
le macchine dell'impianto industriale
il sole del mezzogiorno
nella zona industriale
la vestizione degli alberi
l'ultimo cielo
il vento festoso
la tenue vibrazione dei papaveri
il verde nuovo degli ulivi
con in braccio il tuo piccolo
negli orti poveri dei paesani
dall'autostrada veloce
sotto la pioggia alla terra
il silenzio
la strada sterrata di campagna
indugio la sera di maggio
le cime nuove dell'alloro
il verde nuovo e copioso
una parte di te è in me
certi vecchi
scompaiono uomini semplici
il cumulo disordinato delle scarpe da tennis
i fuochi in campagna
certi vecchi
la città la sera
ho invidiato
l'ora serale e solitaria in campagna
la stanza di Villa Triste
l'odore fienile di luglio
le cime dei cipressi
le piante sofferenti
ho visto vecchi malati al paese
nei lunghi pomeriggi d'estate
so di gente
ho vissuto con gente
so di gente truffata negli anni di lavoro
il bordo mercantile ventenne
cresce l'amore nell'anima
automobili con telecomando
i cipressi in campagna
i giorni sono come foglie
la pace della solitudine
i grilli di campagna
ritrovai in un foglietto
il rosso del sole fra i rami
ho visto giovani
l'odore di resina dei pini
il lavoro degli uomini
Note biografiche
Piero Simoni: nato a Livorno nel 1948, ha svolto inizialmente studi nautici, lavorando come marittimo, poi come operaio e impiegato a terra.
Dopo i trent'anni ha frequentato la facoltà di lettere a Pisa.
Ha pubblicato raccolte di poesia:
"I sassi che raccolgo", 1976, Edinord Editrice,
"Anomia" (da 2006), 2008, Edizioni Universum.
Nel 2008 vince Il Premio editoriale "L'Incontro" XIII edizione della Golden Press di Genova.
Ha svolto attività artistica con personali: 1976 Carrara; Bolzano; 1977 Arezzo. Collettive: 1977 Milano; 1978 un'altra Livorno, Livorno.
Nel 1979 aderisce alla "Mail art" ed è presente in numerose manifestazioni nazionali e internazionali.
Stampa con ciclostile "Al paese", un suo testo poetico sperimentale.
Nel 1980 si fa promotore della "Poesia postale" stampando in ciclostile un'antologia e una rivista di poeti marginali postali.
Con il 1984 chiude la sua attività postale , lavorando nei successivi anni privatamente, fino al 2008, e da quest'ultima data si ripresenta al pubblico.
Sposato e con una figlia, vive a Livorno e a Pienza.
Estratto
le macchine dell'impianto industriale
che hanno lavorato per anni
costituendo il pane
ma anche il dolore e la nenia degli operatori
vengono infine rottamate
gemendo e perdendo liquidi
dalla benna che le aggancia
le scuote e le solleva
sezionate già dal cannello
incassate poi su un camion
portate via
nella zona industriale
rimane compressa l'ultima casa di contadini
stonante
nella geometria lineare della razionalità
vuota e abbandonata
recintata come un animale ferito
ancora in piedi per chissà quale pendenza
teatro un giorno di sentimenti
e di altra vita lavorativa
quelli dell'efficienza
della produttività e della lampadina al neon
che ne sanno della luce del sole
scompaiono uomini semplici
inconoscibili dal male
con il saluto dei parenti
maestri di vita
scompaiono in silenzio
in piccole chiese di provincia
con il traffico incurante
so di gente
tornata in campagna
per amor della terra
in piena efficienza
morir poi per un male alle ossa
altri per un male al retto
ancora per il sangue malato
tutti anzitempo
sì da costellare la nostra via di campagna
in una memoria cimiteriale
con noi e chi è rimasto fortunati
occupati a tirare avanti
ho vissuto con gente
che ha lavorato una vita in officina
gomito a gomito
a saldare in ogni serbatoio
in ogni angolo d'impianto
andar poi in pensione
e morire poco dopo
uno dietro l'altro
quasi che non dovessero
separarsi mai
automobili con telecomando
televisori con multicanali
videoregistratori
cellulari con immagine
un mondo dinamico
quasi perfetto
poi un black out
per un banale incidente
ed allora al buio per ore
senza acqua
con treni e ascensori bloccati
ospedali in crisi
chiunque in difficoltà
in un attesa impotente
Recensione
La poetica del Simoni è essenziale ed icastica, frammentata, ma magicamente unita; tutto è ridotto al necessario e, senza elementi pletorici o giri di parole, colpisce direttamente il lettore provocando un brivido emozionale.
I sentimenti e le sensazioni del poeta non sono narrati e non appartengono a un passato che fu, ma si presentano come istantanee fotografiche che danno emozioni vere e presenti all'osservatore-lettore: pare, infatti, di vedere i vecchi platani, i cipressi, le distese vibranti di papaveri e sentire l'odore dei camini o il calore delle stufe a legna.
Ci sono anche immagini che parlano di sentimenti profondi e di affetti indefettibili, come quella di un pullman che si allontana, o quella del ritrovamento di un foglietto dalla scrittura ormai tremula, che rendono vivo e pulsante l'amore del poeta per la madre che solo fisicamente non è più con lui.
"Anomia", come il titolo lascia intuire, vuole essere una poetica di denuncia contro una società dove il progresso non solo ha violentato i paesaggi, ma ha profanato l'essere umano nei suoi valori primari e lo ha reso indifferente verso chi non è più in grado di produrre, ad esempio, gli anziani depositati negli ospizi e dimenticati dai figli perché non servono più.
Una società basata sulla logica del fare per possedere, piuttosto che su quella dell'essere, non piace al Simoni, che la osserva con acribia e grande attenzione, ma con voluto distacco preferisce allontanarsene per vivere a contatto con la natura e in un mondo dal sapore antico, ma vero.
Le riflessioni dell'autore sulla realtà dei tempi moderni non si impongono con faziosità, ma sono semplici descrizioni di ciò che non può non vedere: paesaggi deturpati, solitudine, lavoratori dai fisici usurati e malati dopo anni di duro lavoro in ambienti inquinati e malsani.
Leggendo queste poesie, una domanda sorge spontanea: quale benessere, quale sicurezza ha creato il progresso, se basta un niente, un banale incidente, un black out, a creare ovunque il caos a far saltare finti equilibri e porre l'uomo in un attesa impotente ?
Simoni non fa domande e non dà risposte agli altri, ma ha trovato una risposta per se stesso: vuole vivere amando e assaporando la bellezza di una vita semplice a contatto con la natura e, nella sua poesia, riesce a farci sentire questo grande amore.
Martina Maffi
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Autore: Alessandro Pola
Editore: WLM Edizioni
Prima edizione: 12/2008
Edizione corrente: 12/2008
EAN-ISBN: 9788890259661
Pagine: 100
Rilegatura: brossura
Dimensioni: 13,8x20,4 cm
Prezzo di copertina: 10,00 Euro
Argomento: Poesia
Descrizione
In quali danze
annodo le intenzioni,
in quali ritmi
inseguo il tuo profumo:
un lampo epidermico
risveglia l'emozione,
accenti circonflessi
parlano delle tue origini,
virgole aprono cancelli
intravisti nella nebbia.
(chiedo ancora di noi
a un immobile monumento
equestre,
mentre la piazza scintilla
una mattina appena raggomitolata)
Indice
NOTA CRITICA
Un amore con la A maiuscola (G. Polastri)
L'AMORE, NATURALMENTE!
Le tue mani
Tu
Identità
Ora
Vanità
Luciana
Primavera
Anima
Autoritratto
Don Franco Barbero
Inquisitore
Incomprensioni
Dalle parti del cuore
Passante
Negazioni
Epigramma
Piazza Castello (Torino)
Un cuore vivo
Anche se poi...
Torino
Transessuale
Lontananza
Schizofrenia
Padre
Soffocamento
San Sebastiano
Desiderio
Preghiera
Sul Ponte
Ganimede
Compleanno
Taglio e cucito
Amore
Possibilità
Ricerca
Sogno
Tempo
Sguardi
Insieme
In fondo a noi...
Assenza
Noi
Centenario
Pagine
Vivere
Se (paesaggio)
Silenzio
Narciso
Eccitazione
Saluto
Invocazione
Chat-line
Rapid-eyes-moviment
Il mio doppio
Tu e io
Ancora
I colori dell'anima
Domanda
Un segno
Velato
Inni alla bellezza
Saluzzo
Architetto
Seducente
Parole
Abbraccio
Elementi
Canzone
Un'altra stagione
Scelta
Coniugati
Ipotesi
Transessualità
Ritorno
Profezia
NOTA BIOGRAFICA
Note biografiche
Nato a Ovada il 25 agosto 1967, Alessandro Pola si laurea in Lettere presso l'Università di Genova.
Nel 1988 pubblica la prima raccolta di poesie intitolata "Frammenti di tempo".
Fra il 1992 e il 1993 collabora a Novi Ligure con il gruppo "Parole e cose" di Gianni Caccia e Mauro Ferrari e alcune sue liriche inedite saranno inserite nella rivista "Clessidra".
Del 1993 è la sua prima incursione nel mondo teatrale con la scrittura del monologo "Oltretutto" per l'attore Jurij Ferrini e, nello stesso anno, entra a far parte della compagnia teatrale ovadese de "La soffitta".
Finita l'università, comincia a lavorare con le riviste letterarie "Urbs", dell'Accademia Urbense, e l'"Ancora".
Del 1996 è il debutto come attore nell'opera "Enrico V" di William Sheakespeare.
Nel 1998 collabora con "La compagnia dello struzzo" di Strevi con cui realizza "Isabella, tre caravelle e un cacciaballe" di Dario Fo.
Nel 2001 partecipa alla scrittura del testo "Favola" per la compagnia genovese "L'uovo del gallo".
Nel 2005 torna a recitare, ma in un cortometraggio di Paolo Baschiera intitolato "La madre di se stessa".
La sua vera passione, però, resta la poesia e dopo l'incontro con Sandro Gros Pietro e con la casa editrice Genesi nel 1997, nascono le opere "Legami" e "Tessere blu".
Si tratta anche del primo avvicinamento alla realtà torinese e alla città che adotterà negli anni successivi, come musa ispiratrice e luogo della passione.
Genova diventa il passato, la città in cui ha cominciato a vivere.
Torino sarà il suo futuro, lo spazio in cui prendere definitivamente coscienza di sé e la fuga da un ambiente incapace di comprenderlo fino in fondo.
Alessandria e la sua vivace provincia, invece, resteranno il fulcro di una continua ricerca e il posto in cui tornare dopo le fatiche letterarie.
Piemontese di nascita, ma profondamente legato alla cultura e alla tradizione ligure, porterà nelle terre subalpine il prezioso verso, ricco di immagini e natura, della terra di Montale, Conte, Giudici, Sbarbaro e Sanguineti.
La vera svolta nella sua attività letteraria si compie con l'adesione al "Progetto Ganimedia", che lo porta nel 2006 alla pubblicazione della breve raccolta "Lampi, rose e dita per un ragazzo ispido".
Alcuni suoi versi, inoltre, saranno inclusi nell'antologia di poesia gay e lesbica "Cuori smascherati", edita da Ananke.
Con quest'ultima parteciperà per la prima volta da protagonista alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, interpretando alcune delle poesie raccolte nel testo.
Due testi tratti da "Lampi, rose e dita per un ragazzo ispido" saranno inoltre al centro di altrettante iniziative di carattere artistico e musicale.
"Amore" diventerà un'opera d'arte nella collettiva "Happyart 2007", organizzata da Roberta Arias.
Piero Spina, invece, scriverà una canzone intitolata "Di vento e di foglie".
La collaborazione con Gianluca Polastri, cominciata nell'ambito delle attività del "Movimento Vulcanista" nel 2000, si sposta ora nell'alveo più specifico della poesia omosessuale e nel progetto di consolidamento di questo genere anche nella terra che fu di Sandro Penna, Dario Bellezza e Pier Paolo Pasolini.
Il passaggio dal verso estemporaneo e diaristico alla creazione di un vero genere letterario, in un momento in cui in Italia le rivendicazioni dei gay diventano un argomento condiviso, impegna anche il Pola, fra il 2006 e il 2008, in una lunga maratona di presentazioni e dibattiti, conosciuta come "Cuori in tuor", che toccherà alcune delle più importanti città italiane (Roma, Genova, Venezia, Pisa, Viareggio).
Nel 2007 riaffiora la sua passione per la musica antica e per le origini dell'Opera lirica con Monteverdi e lo porta a scrivere un articolo sulla rinascita della figura di Orfeo nell'ambito del teatro musicale, per la rivista "Convivia" del movimento artisticofilosofico de "L'Auriga".
Lo stesso anno, nell'ambito del "Progetto Ganimedia", collabora con Ettore Bentivoglio in una rappresentazione tesa fra pittura, poesia e recitazione, intitolata "Sonata per specchio e voce".
In più occasioni si è occupato anche di critica, con interventi incentrati sulle opere di Alessandra Boresi, Emma Caratti, Francesco D'Agosto e Roberto Vago.
Attualmente vive e lavora ad Acqui Terme in provincia di Alessandria.
Estratto
UN AMORE CON LA A MAIUSCOLA
"L'amore, naturalmente" lascia trasparire già dal titolo il doppio binario su cui l'autore intende far viaggiare il discorso poetico.
In una prima accezione il "naturalmente" è sinonimo di "ovviamente".
È il rinvio alla mera constatazione di come la poesia sia stata nei secoli passati lo strumento principe per descrivere i sentimenti più intimi e più difficili da esprimere.
In una seconda accezione, quella che emerge con maggiore evidenza, il "naturalmente" può leggersi come "secondo natura".
Ma se l'amore è la parte più istintiva dell'uomo ed è il respiro stesso della natura, come può esistere un amore "contronatura"?
Per molto tempo la diffusa ignoranza sull'argomento ha convinto i più dell'esistenza di persone che, per pura ribellione, si sarebbero opposte deliberatamente alla normale manifestazione della propria sessualità.
D'altra parte ciò che non si comprende porta spesso a trovare giustificazioni assurde e sbrigative.
A peggiorare la situazione, almeno in Occidente, ha anche contribuito una forte ideologia morale che indicava nel sesso il principio di tutti i mali, anche in quello in cui erano emotivamente coinvolti un uomo e una donna.
Dopo anni tormentati, passati a celare con cura i propri stati d'animo, il Pola è riuscito a maturare una consapevolezza di sé e dei propri desideri, imparando a rendere pubblico un sentimento, quello dell'amore per le persone del suo stesso sesso, che ha scoperto essere sostanzialmente identico a quello provato dalla maggioranza eterosessuale.
L'affetto incondizionato nei confronti della madre, sul modello della più classica speculazione freudiana, l'ha spinto per molto tempo a trovare un equilibrio fra la voglia di esistere e il timore di perdere il suo sostegno più solido, in una società maldisposta a concedergli lo spazio necessario per vivere.
Significativi in tal senso sono i versi della poesia Padre, in cui la figura genitoriale si sintetizza in un coltello.
se davvero mi dimenticassi del tuo coltello
(o forse dall'impugnatura c'era un tuo clone
stilizzato impietoso come labbra avare);
Un rancore ancora vivo, come le mattine di nebbia densa che il tempo non ha dissolto, che ha impedito di creare un dialogo necessario.
Un muro che non è di cristallo, come la stanza dell'autore nei versi di Autoritratto.
Uno stato di incomunicabilità che persiste e che il legame con la madre, assunta come modello di un "mondo possibile", rende tollerabile come primo effettivo scontro con la realtà altra, con cui presto entrerà in conflitto.
Sarà proprio la riconciliazione con lo spirito materno, dopo la rivelazione dei confini del proprio desiderio, il vero punto di snodo di un percorso poetico, che negli ultimi lavori si è fatto sempre più chiaro e orfano di espedienti tesi a mascherare i propositi più genuini.
Per anni l'autore è stato vittima di un ermetismo forzato, adottato suo malgrado per non far capire ciò che temeva di dire.
Già nei versi di "Lampi, rose e dita per un ragazzo ispido", edito nel 2006 dalla "Fondazione Sandro Penna", Alessandro Pola aveva mostrato di voler affermare senza esitazioni, come non si possa rinunciare all'Amore, con la A maiuscola, in nome di una morale miope che pretende di piegare a sé le mille sfaccettature di un mondo complesso e troppo ricco di stimoli ed esigenze, per essere rinchiuso in codificazioni troppo rigide.
Soprattutto quando questi stimoli e queste esigenze sono la voce stessa della natura.
La poesia "Amore" esordiva con il verso: "Lo chiamo con orgoglio Amore".
Nulla di più lontano dai precedenti "Legami" o "Tessere blu", in cui l'amore omosessuale era oggetto di immagini sussurrate, attribuite ad altri o di attrazioni gay indirizzate a simulacri femminili.
Nella seconda raccolta c'è una poesia che enigmaticamente è intitolata "Per ***", in cui l'impellente desiderio nato da un incontro è espresso nei confronti di una "lei", che noi, solo alla luce delle nuove rivelazioni, scopriamo ora essere stato un "lui".
T'ho veduto per caso
e anche la pioggia
pareva assolarsi
Anche nei testi precedenti, comunque, l'amore è istintivo, è passione improvvisa e sentimento irrazionale.
Manca però la coraggiosa affermazione di sé, contro un mondo egoista e bugiardo.
L'omosessualità non è mai una scelta, e questo è ormai assodato.
Se qualcuno osasse obiettare a una tale asserzione, lo farebbe in malafede.
Potrà essere facoltà del singolo decidere di viverla liberamente o meno, ma non è possibile decidere di essere gay o etero, perché anche chi preferirà nascondersi, per non dover affrontare il giudizio sociale, continuerà ad avere attrazione per persone dello proprio sesso.
È la natura a decidere e non l'uomo.
Ed è per questo che secondo il Pola l'amore, anche quello omosessuale, si esprime "naturalmente".
La metamorfosi verso una maggiore consapevolezza di sé, non si rileva solo nel raggiungimento della perfetta sintonia fra il sé e il mondo esterno, ma anche nell'interrelazione che si crea fra l'individuo e l'altro da sé, attraverso un maggior avvicinamento e coinvolgimento dei sensi.
In "Tessere blu" sono gli occhi a parlare, a cercare l'emozione rubata.
L'appagamento erotico si compie in un gioco voyeristico che non giunge mai al contatto reale.
Così troviamo in "Altrove" le sensazioni accumulate dagli occhi aguzzi, o scorgiamo l'occhio che in "Girasole" si muove verso la luce e il calore o, ancora, negli occhi meravigliosamente spietati della poesia "Occhi", s'instaura un dialogo silenzioso delle apparenze e delle intenzioni.
"Lampi, rose e dita" e "L'Amore, naturalmente!" sono invece le opere del tatto, delle mani.
Le "lunghe dita del desiderio" diventano un mezzo di comunicazione preverbale di sensazioni intime, espresse attraverso un delicato muoversi di immagini che focalizzano l'attenzione sul particolare.
Anche qui gli occhi, gli sguardi, sono ovunque, in un gioco di ricerca e camuffamenti, ma la barriera dell'introversione è completamente superata, in una sorta di sublimazione fisica dell'amplesso amoroso.
La poesia che apre la raccolta, "Le tue mani", è un chiaro esempio di come s'instauri fra i protagonisti dell'azione un erotismo gentile, in cui la carezza è parola e le dita si sfogliano come petali di un fiore, in cerca di un arcobaleno di emozioni.
Le mani accarezzano le mani
non avendo mani e mani :
mi aggrappo a questo gioco
con avida inappetenza :
la pelle si sfoglia in pelle
[ ]
mille scoperte e unghie
intinte arcobaleno
Le dita come petali si ripresentano nella poesia "Primavera":
non trovo la tua mano
tra le mie precipitose
sfumare tinte severe
poi in una corolla vedo
la tua essenza fitta
petalo dopo petalo
o ancora in "Desiderio":
Passo le mie dita palpitanti petali
intorno al mio sogno ricorrente
vedendo scivolare i tuoi veli
Anche il serrato pessimismo di chi sa di non potere, di chi reprime la propria vitalità in nome delle convenzioni sociali, negli ultimi testi viene stemperato in rabbia e malinconia.
L'autore non resta più in disparte, cerca una chiave per entrare in un mondo fatto di porte che diventano accessibili.
Anche i lampi non sono più la luce che proviene dal buio della morte.
Non sono più le lapidi a lampeggiare come in "Funebre":
vedrai di me
(tra le torte arche)
lampeggiare
quella lapide
o "Amen":
se vedrai lampeggiare
la mia pietra tombale
Ora il lampo, sempre presente come incursione di frammenti di ignoto nel mondo reale, non è più un corredo funebre, ma diventa luce vitale che rompe l'oscurità, che porta con sé l'emozione in grado di dare un senso alla vita:
inseguo il tuo profumo :
un lampo epidermico
risveglia l'emozione
Anche il giardino lampeggia di fiori e gemme, in un puntinismo di sentimenti che esplodono e si spargono nella realtà, con l'ambizione di riempire il vuoto di un mondo senza colori.
Il senso diffuso di potenza della natura è inoltre presente nel verso della poesia "Dalle parti del cuore" in cui si leva nel cielo un punteggiare di gabbiani.
Le ultime due raccolte sono la ricerca del luogo, della simbiosi con la città accogliente e magica.
La poesia è dentro di noi, non risiede nelle foglie degli alberi o nella rugiada del mattino.
È per questo che gli elementi aulici e arcadici sono spesso sostituiti da un rapporto personale e quasi umano con le piazze e i monumenti.
Torino è lo sfondo di un'emozione che supera la singola storia e fa da trait d'union fra le vicende amorose di una vita in continua evoluzione e riassestamento:
appena mi allontano
sento la tua mancanza
e penso a piazza Castello
mi meraviglio in via Po
ringrazio un cavallo di bronzo
sperando di riabbracciarti ancora,
Torino città in un volo di colombi
Piazza Castello, cuore del centro storico cittadino, è il luogo dell'intreccio e dell'incontro ed è lì che l'autore si fonde con l'amato.
Palazzo Madama diventa ingombrante nel ricordo di ciò che fu.
L'edificio bifronte, simbolo di quel Giano a cui l'Augusta Taurinorum era votata, è l'immobile segno del tempo, ed è allo stesso tempo inizio e fine, mentre la storia passa e rimane il silenzio.
Nella piazza dove passare
rendeva uno il nostro batticuore
(il doppio castello è rimasto lo stesso)
mi siedo senza un'attesa
E il cavallo del Marocchetti, che occupa imponente Piazza San Carlo, diventa l'interlocutore del poeta che non riesce a darsi pace per una conclusione ancora incomprensibile:
chiedo ancora di noi
a un immobile monumento equestre
mentre la piazza scintilla
una mattina appena raggomitolata
Nella poesia del Pola l'elemento autobiografico, il suo percorso personale, è molto rilevante, talvolta anche più dell'elemento letterario.
Per poter apprezzare appieno i suoi versi, è necessario sapere qualcosa in più di lui, cercare fra le parole i segni del suo essere in perenne cammino, alla ricerca disperata di un approdo.
L'amore, naturalmente!, al di là di essere un semplice canzoniere amoroso, è un diario delle emozioni.
È il frutto di una scrittura di getto, appena ritoccata per non perdere la forza dell'impeto creativo.
I brevi componimenti sono l'essenza di uno spirito che vive in bilico fra la passione per la situazione, nella sua plasticità apollinea, e l'impalpabile smarrimento dell'incompiutezza dionisiaca dell'attrazione erotica.
La musicalità del verso è lasciata all'energia sprigionata dalla parola.
Non vi è alcuna misura che costringa il discorso, libero da metrica e rime.
E quando si cerca l'effetto, si delega il compito all'accostamento insolito per esprimere l'impossibile.
Ma il Pola come poeta, prima ancora che come uomo con una storia e con una costante attesa di futuro, in che modo intende il proprio lavoro letterario?
A risolvere questo dubbio ci viene in soccorso il già citato "Autoritratto":
io non so fare altro che
distillare panacee insensate,
fare castelli con le briciole
cercando la chiave per uscire
incontro al Sole
Con una preziosa citazione pascoliana, l'autore descrive i suoi versi come briciole, riportando il suo operare alla missione di un medico dell'anima, che somministra palliativi di cui non conosce l'origine o l'effetto, con la non celata volontà di trovare la chiave per uscire dalla prigione esistenziale di angoscia e solitudine.
Torino, 28 ottobre 2008
Gianluca Polastri
a Marco
LE TUE MANI
Le mani accarezzano le mani
non avendo mani e mani:
mi aggrappo a questo gioco
con avida inappetenza:
la pelle si sfoglia in pelle
dove arrivano le tue mani:
mille sorprese e dita
trillanti farfalle,
mille scoperte e unghie
intinte arcobaleno:
sarà tuo quel ventaglio
ricamato in oro e perle
stretto in mano a un batticuore.
TU
In quali danze
annodo le intenzioni,
in quali ritmi
inseguo il tuo profumo:
un lampo epidermico
risveglia l'emozione,
accenti circonflessi
parlano delle tue origini,
virgole aprono cancelli
intravisti nella nebbia.
(chiedo ancora di noi
a un immobile monumento equestre,
mentre la piazza scintilla
una mattina appena raggomitolata)
IDENTITÀ
La notte raccogli coltelli
(onde di lago lunghissime
lampeggiano il plenilunio):
la brughiera profuma lavanda,
tonfi lontani nel cielo spostano
l'aria alle luci artificiali:
ti intravidi specchiarti
(onde di lago tratteggiate),
ma non erano più tue le labbra
neppure le pieghe del viso,
sembravi tu quel buio
o forse l'essenza della luna.
ORA
a Claudio
Petali soffiati nel vento,
spinti da un gelido vento,
(ritrovo con me una tua immagine
in un cassetto ricolmo di noia):
vorrei sapere dove arpeggino
le tue mani levigate
dalle strette formali,
mi appoggerei ancora piano
per sentirne le pieghe vive,
ma son steli spezzati
i nostri vecchi colloqui
e non vorrei immaginare
nel vento il tuo saluto
col palmo rivolto a un soffio
non so se di vento o di noia.
VANITÁ
Sfiorino adesso la cera della candela
le tue mani nei guanti in pelle,
ne rilascino poi un cauto canto
le labbra sospese tra un dire e un fare,
ne parlino molto i tuoi occhiali
lenti sulle onde del campo fiorito:
(ti ho visto passare senza guardare
in un'altra ribellione codificabile
e nuvole striate proseguivano
la tua muta traiettoria -
non ho pronunciato il tuo nome
tenendo a mente quei libri
dove in ogni pagina specchiammo noi)
LUCIANA
Un lampo ha illuminato
improvviso e sapiente
un abbraccio di gigli
sul tavolo di cristallo
nella sala a tende pesanti.
Luciana,
ricordo ora il tuo sorriso
la voce timida e coraggiosa
di chi negli occhi porta
tante giornate di sole,
quando non volere nuvole
è la cura alla malinconia:
vorrei sapere cosa pensi
(la tua anima è qui ?)
Ora sei tu quel fiore
e mi dici: "Coraggio"
mentre cambio ancora treno.
PRIMAVERA
I tuoi alberi rifioriscono
creando uno spazio nuovo:
il giardino lampeggia
fiori e gemme:
più terso questo cielo
per chi vola senza ali:
non trovo la tua mano
tra le mie precipitose
sfumare tinte severe,
poi in una corolla vedo
la tua essenza fitta
petalo dopo petalo
profumata Primavera!
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Autore: Ottavio Ferrario
Editore: Prospettiva editrice
Prima edizione: --/2007
Edizione corrente: --/2007
EAN-ISBN: 9788874184712
Pagine: 174
Rilegatura: Brossura
Dimensioni: 14x21 cm
Prezzo di copertina: 10,00 Euro
Argomento: Narrativa Italiana
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Descrizione
LE PAROLE
Chi si preoccupava, un tempo, di spiegare ai bambini il significato delle parole?
A noi nessuno, nemmeno i maestri d'allora, lo spiegava.
Crescevamo con poche cognizioni, ma molta fantasia.
Era - c'è tuttora - una villa in stile lombardo, con le pareti disegnate a graffiti: un galeone, il mare, le nubi spinte dallo Zefiro e, sopra, il motto "Per aspera ad astra".
Chiesi al maestro Carfagnini cosa volesse dire.
Mi rispose: Cosa te ne frega?
Era dura imparare le parole.
GLI INGANNI
La sua stringendo fanciullezza al petto, ovvero la scoperta del fascino amaro della Poesia.
Maria fece un bimbo e sparì nel nulla.
Il poeta è la storia di uno che lo chiamavano poeta perché sapeva scolpire e divenne il mago della pioggia.
La questione libica non è mai esistita.
Per grazia ricevuta racconta di un giovane ingenuo, di un professore troppo furbo che muore lasciando un messaggio da decifrare.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è la celebre poesia di Pavese, che porta inquietudine e tormento nella vita di un professore di lettere.
Un giovane perbene è un giovane perbene, imbroglione, ladro, forse anche omicida.
Ma troppo simpatico per lasciarlo languire in prigione.
Tre giorni fuori città è un doppio giallo: un omicidio avvenuto nel 1600 e raffigurato in un affresco, l'altro che si consuma sotto gli occhi del narratore.
Note biografiche
Ottavio Ferrario è nato nel 1942 a Legnano (Mi), ha trascorso una discreta giovinezza, in parte narrata nei suoi racconti.
Le sue passioni sono la pittura, la letteratura, il cinema, la musica (come quasi per tutti).
Nient'altro da aggiungere di interessante.
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